Uruguay, che idea!
Il primo dell’anno mi trovavo in un ostello fricchettone di Cabo Polonio, senza un soldo, con la schiena ustionata, il torcicollo e il ricordo di una serata disastrosa. Effettivamente sin dal suo esordio questo viaggio ha presentato degli ostacoli: nel volo di andata avevo perso la coincidenza, avevo dovuto passare la notte in hotel di Madrid ed ero arrivata a Buenos Aires con 12 ore di ritardo, nel deserto della vigilia di Natale. E fino all’ultimo la sfiga mi ha perseguitato, visto che sono tornata con le braccia e le mani massacrate dai bed bugs che infestavano il materasso dell’ostello dove ho passato le ultime due notti.

All’imbocco dell’estuario: Colonia del Sacramento
Abbiamo salvato la gente dalla povertà, li abbiamo fatti diventare consumatori, ma non per forza dei cittadini. Non è colpa loro: è l’incapacità della sinistra di costruire una visione politica chiara per i comuni mortali.
Pepe Mujica
Un traghetto moderno e molto capiente collega Buenos Aires a Colonia del Sacramento, solcando le acque marroncine del Río de la Plata. La traversata dura soltanto un’oretta, ma te la fanno pagare salata, cosa che non frena comunque i turisti che la prendono d’assalto anche per le gite di un giorno.
Alle 10 di mattina sono già in Uruguay, moderatamente felice per il clima caldo ma ventilato, per l’hotel grazioso e per il personale abbastanza caloroso che mi ha accolto, un po’ meno felice per il tasso applicato dall’ufficio di cambio del terminal.
Quando nel programma della giornata ho inserito una puntatina nell’ampia spiaggia cittadina, mi sono resa conto di aver dimenticato a casa il mio inseparabile pareo. Ho preso l’inconveniente come scusa per fare un po’ di shopping, ma l’entusiasmo si è smorzato immediatamente quando ho visto il tenore dei prezzi nei negozi, nei quali tra l’altro parei non ce ne stavano quasi per niente e quei pochi erano davvero inguardabili.

Ho lasciato dunque il viale General Flores e mi sono introdotta nel Barrio Histórico. Gli uccellini cinguettano dovunque come colonna sonora di una piacevole rilassatezza coloniale, i turisti usano macchinine da golf per percorrere le brevi distanze, sobbalzando sulle strade acciottolate costruite nel Seicento dai portoghesi.
Dalla Basílica del Santísimo Sacramento con i suoi due campanili ho attraversato la plaza de Armas fino al Portón de Campo, l’antico accesso alla cittadella, dotato di ponte levatoio. Seguendo il perimetro delle mura fortificate sono giunta ad affacciarmi sul mare, che poi in effetti non è il mare bensì l’estuario del Río de la Plata. Il faro svetta tra gli edifici in mattoni con i tetti di tegole e gli azulejos, i ristorantini e i murales, i bastioni e le rovine dei conventi.

Una lunghissima rambla mi conduce alla playa urbana, una lingua di sabbia piatta semideserta, con alcuni sparuti bagnanti che hanno lasciato le loro cose incustodite e stanno facendo il bagno. Anzi, a ben guardare, stanno solo deambulando con i polpacci a mollo, vista la poca profondità. La sabbia, bianca e finissima, scotta terribilmente e il fiume presenta poco invitanti riflessi color fango.
Salgo sulla terrazza panoramica di un bar dove la musica proposta è perlopiù caraibica con alcune variazioni tipo “The final countdown” in versione reggae. Il giovane cameriere ci mette un po’ a sciogliersi e fare due chiacchiere con me. La brutta notizia è che la birra non è economicissima.
Da queste parti c’è l’unica arena di tori del Sudamerica. Progettata da un architetto argentino in stile mudéjar, funzionò con un discreto successo grazie a toreri e tori portati dalla Spagna, ma soltanto per tre anni poiché nel 1912 le corride furono bandite. L’accesso è interdetto perché a rischio crollo, ma il titolare del negozio di antigüedades suggerisce di fregarsene.

Dopo aver ammirato i suggestivi tramonti sul Rio de la Plata, i turisti si possono godere la romantica serata nel casco historico di Colonia. Mi sono seduta in uno dei ristorantini allestiti nelle terrazze o sui marciapiedi e ho consultato il menù, ricco di piatti familiari di origine italiana. Un piatto di ñoquis con salsa pomarola, uno dei meno cari, costa la bellezza di 13 euro, senza contare che il servizio lascia a desiderare e bisogna pure dare un’elemosina ai cantanti di strada non richiesti. Al momento del conto ho scoperto però che se gli stranieri pagano con la loro carta di credito presso una serie di esercizi commerciali (comprese alcune compagnie di traghetti e persino hotel) ricevono uno sconto del 22%. Agevolazioni di questo genere sono frequenti pure per i residenti in base al circuito della loro carta. I camerieri invece guadagnano circa 500 dollari al mese.
A tarda sera, un poliziotto mi ha spiegato che gli uruguayos non vanno quasi mai al ristorante bensì prediligono lo street food in vendita nei classici carritos, e in particolare l’onnipresente chivito, un panino imbottito con carne di manzo, pancetta, formaggio, cipolla, uova sode, fette di pomodoro, lattuga e maionese.

La principale attrazione di Carmelo sarebbe il ponte girevole rosso, che però da tre settimane è bloccato a causa di un incidente, e infatti un’imbarcazione arrugginita sta accasciata accanto alla struttura in ferro e cemento da quando il maltempo aveva fatto perdere il controllo al pilota. Anche qui la spiaggia non è un granché: il fiume è limaccioso, il cielo nuvoloso e l’aria pesante di umidità. Sulla via del ritorno sono stata aggredita dalle zanzare che in pochi secondi mi hanno massacrata nei pressi della riserva faunistica, cosa che già era accaduta la mattina fuori dalla porta dell’hotel.
Il centro della città all’ora di pranzo è caldo e silenzioso. I cognomi italiani fioccano nelle insegne delle agenzie immobiliari. Ordino un choripan al tavolino di un ristorante alla buona; qui il problema di cui si parla in TV è che i minorenni colpevoli di reati vengono presto rilasciati, ma la titolare del ristorante sostiene che la piccola criminalità in Uruguay è quasi inesistente.

In mare aperto: Punta del Este
Punta del Este, uno dei principali centri turistici dell’Uruguay, ha la fama di essere una delle mete più esclusive del Sudamerica, dove negli ultimi anni sempre più vip internazionali scelgono di trascorrere le loro vacanze, crogiolandosi nelle sue lunghe spiagge e partecipando alla celeberrima vita mondana.
Quando l’autobus partito da Colonia arriva a Maldonado, appare la brutta foresta di grattacieli tra le palme e in poco tempo sono alla stazione di punta del Este, circondata da auto di lusso e adolescenti abbienti.
A oriente di questa penisola lunga e stretta si estende la lunghissima playa Brava, che come al solito è in balia delle acque agitate dell’Atlantico. Il cielo è nuvoloso e il vento possente intorno alla famosa scultura, nonché simbolo della città, che ha la forma di una mano che esce dalla sabbia. La costa occidentale è invece più protetta in quanto è affacciata sulle placide acque del Río de la Plata e infatti la spiaggia si chiama “calma” (mansa) ed è molto più affollata di bagnanti e bevitori di mate, bar e ristoranti.



Dal porto partono costose gite in barca dirette all’Isla de Lobos, che ospita un’impressionante colonia di leoni marini, e a quella di Gorriti, che si vede dalla terraferma, che evito accuratamente, anche perché più comodamente alcuni leoni marini sono qui a sguazzare davanti al mercato del pesce, attirati dai bocconcini buttati dai pescatori.
Gli unici edifici storici si trovano nella città vecchia e sono una chiesa blu e il faro, entrambi adiacenti alla stazione meteorologica del Paese. La casa del gestore del faro, costruita dai portoghesi, è la più antica casa di Punta del Este e oggi ospita un negozio di souvenir; i parei sono scontatissimi, ma solo come fantasie, visto che i più economici costano l’equivalente di 15 euro. Il titolare brasiliano sagacemente non insiste e anzi commenta ad alta voce: «Questo è il paese mas caro del mundo! Anche più della Suissa! Non a caso los jóvenes emigrano in Europa». E prima di salutarmi mi augura buon viaggio: «Disfrute Cabo Polonio! È un posto magico, tiene buena onda».




A Punta del Este ho trascorso circa 48 ore, una dozzina delle quali seduta al bancone del bar dell’ostello. Il letto che mi è stato assegnato si trova infatti in una camera affacciata sulla terrazza, molto frequentata fino a notte fonda, ed è praticamente impossibile dormire a causa del dj e del volume delle voci. Di giorno invece ha diluviato ininterrottamente per 7 ore.
Allora il barman Franco mi ha spillato qualche cerveza notturna e un paio di caffè diurni, mi ha messo le canzoni dei Lo’ Pibitos, mi ha raccontato un po’ della sua vita, mi ha aiutato a fare i cruciverba ermetici, ha ammiccato quando si presentavano avventori strampalati. Secondo lui, anche se le statistiche affermano che il paese ha un elevato livello di sviluppo, molti si lamentano dei bassi salari oppure sono disoccupati. «E comunque i numeri sono falsati: per esempio tra i lavoratori sono contemplati anche quelli che prendono il reddito di cittadinanza, per non fare assolutamente nulla. Vedremo alle prossime elezioni, in ottobre» conclude Franco.

Solo alle 4 di pomeriggio, quando smette di piovere, mi decido a raggiungere Casapueblo, a Punta Ballena. Questo stupefacente edificio fu costruito dall’artista uruguaiano Carlos Páez Vilaró in omaggio a suo figlio Carlitos, uno dei pochi sopravvissuti al disastro aereo delle Ande. Lo stile architettonico del complesso, costruito in cemento e stucco imbiancati, è ispirato al nido dell’hornero, un uccello tipico dell’Uruguay. Le terrazze sfalsate consentono di avere una vista ottimale del tramonto sulle acque dell’Oceano Atlantico, tramonto a cui ogni giorno viene reso omaggio con una poesia recitata dalla voce registrata dell’artista. Le sale espositive sono piene di dipinti, ceramiche e sculture di diverse fasi della vita dell’artista. L’hotel invece dispone di 20 camere e suite e 50 appartamenti, piscina calda, sauna, bar e ristorante, ma è riservato ai ricchissimi.




Alla deriva: Cabo Polonio
Fin dall’inizio avevo fatto ruotare tutta l’organizzazione dell’itinerario in Uruguay intorno a Cabo Polonio, una piccola penisola dotata di lunghissime spiagge, un luogo isolato dove non arriva né la corrente elettrica né la linea telefonica. I prezzi degli alloggi erano clamorosamente alti, ma l’idea di passare la fine dell’anno a crogiolarmi sulla spiaggia sorbendo caipirinhas in un posto fuori dal mondo mi aveva convinto a prenotare per due notti un posto letto in un ostello.
Effettivamente il villaggio, seppur estremamente turistico, è molto suggestivo con le casette colorate, le infinite spiagge luminosissime, la nutrita colonia di leoni marini da osservare seduti sugli scogli, a favore di brezza, sotto il faro. Allo spettacolo del tramonto si assiste puntualmente ogni pomeriggio in spiaggia, comodamente seduti sulla sabbia; quando l’ultimo spicchietto di sole è sparito all’orizzonte un grosso applauso è scrosciato dalla platea di bagnanti ed è iniziata la preparazione per l’imminente calare delle tenebre, compresa l’accensione simultanea di falò e candele.




In realtà non avevo previsto che le temperature calassero così precipitosamente, ma per fortuna avevo un piumino invernale in valigia. Così bardata con doppio strato di vestiti e cappello di lana, dopo una parca ma romantica cena, mi sono messa a guardare il cielo, considerando che raramente mi ero trovata in luoghi così propizi all’avvistamento delle galassie interstellari. Mentre sto rivangando nella memoria le magiche notti in tenda nel deserto del Sahara e le stellate mozzafiato nel mezzo degli altipiani malgasci, le mie elucubrazioni sono state bruscamente interrotte da una voce di donna dal suadente accento brasiliano. Anche Gloria è venuta qui sozinha, ma il fatto che si sia portata una bottiglia di vodka, e il modo in cui fa la scema col cameriere che gliel’ha tenuta nel congelatore, mi fanno evincere che i suoi propositi per questa vacanza siano molto più bellicosi dei miei.

Mi sveglio di buon’ora: è l’ultimo dell’anno, la giornata è splendente, la musica d’ordinanza (Bob Marley) inonda la terrazza dell’ostello e io mi rendo conto di avere nel portafogli l’equivalente di meno di 30 euro. Il problema è che qui i bancomat non ci sono e nei locali non accettano pagamenti con carta, ma non ho nessuna voglia di tornare alla porta del Polonio per prelevare.
Il caffè intanto mi viene generosamente offerto dal titolare, Gaston, a cui consiglio di variare un po’ la proposta musicale e spiego inutilmente che il cartello “vera pizza italiana” non mi sembra molto attendibile.
Trascorro dunque la giornata con la mia nuova amica Gloria: siamo entrambe entusiaste di trovarci in un luogo così esclusivo, lontano da tutti e baciate dal sole uruguayo; l’unico suo cruccio è non poter condividere i selfie con i suoi follower di Instagram.
Quindi mentre siamo sdraiate a ustionarci allegramente, Gloria mi racconta delle pesanti responsabilità del suo lavoro di commissario di polizia e dei tanti problemi del Brasile come il machismo, i femminicidi, il consumismo, la sciagura di Bolsonaro, la mancanza di rispetto nei confronti degli insegnanti, le disuguaglianze economiche… Quando all’ora di pranzo mi propone di andare a mangiare qualcosa al grazioso ristorante sulla spiaggia, sono costretta a confessare la mia penuria di contanti, ma lei non si fa problemi, così per la bellezza di sessanta dollari ci smezziamo un rachitico antipasto di mare e un paio di drink. Il resto del pomeriggio lo passo in solitudine passeggiando per chilometri fino alle meravigliose e imponenti dune, mentre Gloria ha pensato bene di svacarsi mezza bottiglia di vodka, collassando subito dopo sul letto della sua camera singola.



La cena dell’ultimo dell’anno si svolge nel ristorante all’aperto dell’ostello, a lume di candela, e costa tipo 35 euro compresa una bevanda: «puede ser un traaago, una copa de biiino, una cerveziiita…» cantilena di tavolo in tavolo la frizzante cameriera argentina. A me, pietosamente, è stato applicato un generoso sconto.
La cosa peggiore dell’ultimo dell’anno a Cabo Polonio non è stato il fatto che al mio tavolo si parlava quasi solo portoghese, per cui sono stata immediatamente tagliata fuori dalla conversazione. Il fatto è che, disgraziatamente, ingannata dal persistente venticello fresco, mi sono presa una forte insolazione, ho la schiena ustionata e un forte torcicollo; pur indossando praticamente l’intero contenuto della mia valigia non riesco a scaldarmi. Quindi mentre io ho un aspetto ignobile, infagottata in un informe accrocchio di abiti ginnico-fricchettoni, la mia amica del cuore con una bella maglietta scollata non soffre affatto il freddo. Inoltre la lunga dormita le ha fatto sparire quasi del tutto i sintomi della sbornia e chiacchiera allegramente nella sua lingua madre, anche quando alla nostra combriccola si è aggiunta Milagros, habitué di Cabo Polonio. Questa esuberante argentina ha subito conquistato la simpatia dell’altro commensale, il quale è rimasto molto colpito dalla veemenza con cui essa sbandiera alcune idee di estrema sinistra. A un certo punto è comparso il brasiliano alto e belloccio che avevo conosciuto la sera prima e che da subito si è messo a flirtare con Gloria: da quel momento la cena ha perso interesse per tutti (nonostante non fossero ancora arrivati i secondi e i dolci), è stata salutata la mezzanotte con sbrigativi brindisi e baci, quindi le due coppie si sono eclissate separatamente tra le stradine buie del villaggio, verso la spiaggia. Io sono rimasta da sola al tavolo, a lume di candela, battendo i denti nonostante indossassi tutti i miei vestiti, e sono dunque corsa a ficcarmi sotto le coperte dove mi sono addormentata col sottofondo della musica elettronica.


Al mio risveglio ho chiacchierato con un polacco e un tedesco che per tutta la notte avevano continuato a bere birra ascoltando la musica dei Rüfüs Du Sol (un gruppo australiano di dance alternativa); a questo punto i soldi erano davvero finiti e mi sono vergognata ad elemosinare un altro caffè.
Tornata alla porta del Polonio, finalmente ho prelevato i soldi dal bancomat, ma per contrappasso l’equivalente in pesos di venticinque euro si è immediatamente volatilizzato nel nulla e non l’ho mai ritrovato. Mestamente mi sono seduta sull’autobus diretto alla capitale. Feliz año!


Precipitazioni sparse: Montevideo
Più di una volta mi sento espulso e desideroso / di tornare all’esilio che mi espelle / e poi mi sembra di non appartenere più / a nessun luogo, a nessuno. / È forse questo un segno che non potrò mai più / evitare di essere un esule? / Che qui o là o in qualsiasi altro luogo / ci sarà sempre qualcuno che osserva e si chiede, / cosa ci fa qui?
Mario Benedetti, “Pero vengo”
Sono arrivata a Montevideo con molto ritardo a causa del traffico di rientro dal giorno festivo e poi sono stata quasi un’ora ad aspettare l’autobus, mentre molti di quelli intorno a me uno dopo l’altro scomparivano dentro un Uber. Se avessi controllato prima sull’apposita app, avrei conosciuto in anticipo l’orario del mio autobus, che infatti è puntualmente arrivato a mezzanotte e mezza: il conducente ha la barba grigia lunga fino al petto e ascolta musica arabic a un volume sconsiderato.
Alla reception del bed & breakfast un giovane in calzoncini parecchio succinti e canottiera retata mi ha mostrato la camera, situata in un appartamento anni ‘40 pieno di oggetti retrò, situato nella ciudad vieja proprio di fronte al teatro. La carta da parati sarebbe piaciuta al regista Wes Anderson, mentre l’oggetto da muro a forma di cascata, illuminata e con cinguettio di uccellini in sottofondo, è così brutto che quasi quasi mi piace. Sul comodino Ruf der Wildnis, la versione tedesca dell’Ultimo dei mohicani di Jack London. Anche qui come d’abitudine la tavoletta del cesso è imbottita.


Anche se quasi metà della popolazione uruguaiana vive nell’area metropolitana della capitale, in questi giorni non sembrerebbe, perché qui i primi di gennaio sono come il nostro Ferragosto e sono tutti in vacanza. Il clima di Montevideo è mediterraneo, ma oggi le temperature sono precipitate e c’è una pioggia scrosciante. La cupezza meteorologica rende ancora più evidente la decadenza di questa Palermo sudamericana.
Vengo subito attirata dal Museo della migrazione, che non poteva mancare nella capitale di un Paese popolato per quasi il 90% da europei. Quasi la metà di loro sono di origine italiana e la nostra lingua è ancora molto diffusa visto che viene insegnata nelle scuole. L’italiano ha inoltre influenzato il dialetto e la cucina locale, come dimostrano alcune pietanze tipiche come la salsa Caruso o la fainà.
Dopo tanto parlare di migranti che arrivano nel nostro Paese, mi fa un certo effetto trovarmi dall’altra parte del mondo a guardare documenti di identità di uomini piemontesi di un secolo fa.
Nella prima metà dell’Ottocento molti patrioti italo-uruguaiani aderirono al movimento politico di Giuseppe Garibaldi, che visse qui e partecipò alle guerre per l’indipendenza. In sua memoria, in tutta la regione rioplatense ci sono statue, monumenti, vie, piazze, ospedali a lui intitolati. Qui a Montevideo inoltre c’è la sua casa, che sulla carta farebbe parte del Museo Storico Nazionale, ma nella realtà è sempre chiusa, come mi conferma l’anziano tabaccaio di fronte al portone sprangato, il quale l’ha vista aprire solo quando venne in visita Sandro Pertini – che, ricordiamolo, è stato Presidente della Repubblica fino al 1985.



Nel Museo de Arte Precolombino e Indígena sono invitata ad un viaggio nel tempo fino a 15000 anni fa, quando i primi gruppi umani giunsero nel continente americano attraversando lo stretto di Bering, che in quel periodo era terraferma. Le popolazioni indigene di questa zona sono state quasi del tutto sterminate dagli europei, fino al momento culminante della “Matanza del Salsipuedes” (la strage del Si salvi chi può), quando nell’aprile del 1831 le truppe governative uruguaiane attaccarono gli indigeni Charrúas, facendo 40 morti e 300 prigionieri. Oggi i discendenti dei popoli precolombiani rappresentano una percentuale davvero irrisoria della popolazione uruguaiana.
Ai musei (così come al teatro) si accede gratuitamente o a prezzi accessibili a tutti, «una scelta di civiltà per diffondere la cultura», mi dice Rodrigo, una guida turistica che ci sta portando a spasso in questo walking tour della città. «Montevideo è la città con una maggiore qualità della vita, come l’intero Uruguay è il paese con il maggior reddito pro capite di tutta l’America Latina» ci spiega. «Con il Frente Amplio al potere, si sono susseguiti 16 anni di crescita ininterrotta e oggi per la prima volta il peso uruguayo vale più di quello argentino. I prezzi sono alti perché le imposte sono elevate, però in compenso ci sono molti servizi gratuiti, come la scuola e la sanità».
Per quanto riguarda le libertà civili e le conquiste sociali, l’Uruguay è sempre stato un precursore e Rodrigo ce ne snocciola il lungo elenco: dalla giornata lavorativa di 8 ore al divorzio, dal voto alle donne alla separazione fra Stato e Chiesa, fino ad arrivare alla legalizzazione delle unioni omosessuali e della marijuana. Insomma, il Paese rimane su posizioni conservatrici solo sul tema dell’aborto, che comunque è proibito in quasi tutto il continente.



Ho incontrato Rodrigo nella centralissima plaza Independencia, al centro della quale spicca la statua equestre dell’eroe nazionale Artigas, che si distinse nelle guerre d’indipendenza: anche se morì di vecchiaia, ci informa Rodrigo, il cavallo di bronzo ha una zampa alzata, cosa che solitamente simboleggia la morte per ferite di guerra. Gli altri edifici di prestigio furono realizzati tra il XIX ed il XXI secolo seguendo l’esempio dell’architettura europea. Rodrigo ci spiega che furono gli spagnoli nel Settecento a fondare la città, poi i portoghesi annessero i territori al Brasile fino al 1825, quando i cosiddetti “Trentatré Orientali” liberarono l’Uruguay e Montevideo divenne ufficialmente la capitale.
Montevideo si affaccia su uno dei più grandi porti naturali di tutto il Cono Sud. Nei paraggi ha sede il Mercado del puerto, che oggi è una galleria gastronomica di tutto rispetto, ospitata in una struttura in ferro risalente all’Ottocento. Griglie imponenti ospitano le salsicce, le cosce di pollo, le costolette, il sanguinaccio, il formaggio parrillero e gli altri ingredienti del tipico asado. La bevanda più indicata per accompagnare la carne – secondo Rodrigo – è il medio y medio, un cocktail di champagne e vino bianco o rosé. Qui la visita guidata termina e io ordino una spirale di salchicha parrillera.


La Peatonal del Candombe è una strada piena di coloratissimi murales che fa parte del circuito storico e culturale del quartiere in quanto ospita diversi centri dedicati alla cultura afro-uruguaiana. Il candombe è una musica e danza che ha origine dagli schiavi africani, si basa su tre diverse percussioni ed è di solito suonato a carnevale durante le tipiche sfilate in costume dette llamadas. Su un muretto vicino al mare posso averne un saggio visto che sei ragazzi lo stanno suonando.
La rambla collega il centro cittadino alle località di Punta Carretas (il punto più meridionale della città, dove sorge il faro) e Pocitos (dove si trova una lunghissima spiaggia) ed è utilizzata quotidianamente per correre, andare in bici, passeggiare, osservare il mare e, naturalmente, tomar mate (sport nazionale uruguaiano).



È qui che mi trovo all’ora del tramonto a guardare l’ultimo sole uruguayo che precipita nel mare tra le palme. Domani sarò di nuovo a Buenos Aires e non vedo l’ora di farmi quattro risate con gli argentini dopo tutti questi giorni sotto sedativo.





