Di passaggio in una monarchia africana
Alla dogana di Oshoek c’è una enorme parete color giallo limone con scritto “Welcome to the Kingdom of Swaziland” – il vecchio nome del Regno di eSwatini. Storte e non allineate, al muro sono appese tre foto incorniciate: una ritrae il re – vestito con un pareo sulle tonalità del rosso annodato sulla spalla, una specie di bandana legata sul bicipite sinistro e una collana con due ciondoli -, l’altra la mamma del re quando era giovane – con una specie di scialle rigido bianco e nero e una fascia dorata in testa, ornata di piuma – e l’ultima il primo ministro – normale, con giacca e cravatta.
Le funzionarie doganali scoppiano a ridere quando, rispondendo alla loro domanda, pronuncio il nome del parco dove stiamo andando “Miluein” invece di “Mhillihuane”. Continuano a sbellicarsi anche mentre mi timbrano il passaporto. L’impiegata dell’attiguo ufficio del turismo, quando le domando se il re è sposato, mi guarda perplessa rispondendo in un sussurro: «Ha quattordici mogli». Questa, a quanto mi risulta, dovrebbe essere l’unica monarchia assoluta in tutto il continente africano.


In Swaziland c’è un nebbione pauroso mentre ci dirigiamo al Mlilwane Wildlife Sanctuary, la più antica area protetta del Paese. Il nostro alloggio è una tradizionale capanna zulu ad alveare, una delle quattordici messe in cerchio in una piazzola che ricorda i villaggi tradizionali, dove ti aspetti da un momento all’altro la comparsa teatrale dello stregone mezzo nudo che esce dalla capanna più bella, pronto per un sacrificio rituale nel quale noi, popolo di Lubumba, in preda a qualche sostanza lisergica e alla musica ipnotica delle percussioni tribali, soccomberemo. Noi però non soccombiamo affatto perché nella finta capanna zulu – dotata di elettricità – ci sono il letto con doppio materasso, la teiera e persino il bagno in muratura con l’acqua calda e l’asciugamano fresco di bucato.




A differenza del popolo di Lubumba, non dobbiamo procacciarci del cibo uccidendo facoceri e impala, ma possiamo andare tranquillamente a cena all’Hyppo Haunt, il ristorante del parco, ubicato dentro ad una palafitta. L’unica difficoltà è camminare al buio sotto la pioggia scrosciante, ma non è insormontabile. Ciò che ci preoccupa maggiormente è come sarà il tempo domani, per cui chiediamo agli indigeni se la pioggia continuerà, come se loro lo potessero sapere. Alzano le spalle, infatti.
Il giorno dopo, grazie ai riti propiziatori a base di birra Black Label, splende il sole. La luce è magnifica per fotografare le zebre, gli gnu e i facoceri che brucano nel verde brillante. Prima di tornare in Sudafrica, facciamo una piccola sosta al mercato di Manzini, dove i mozambicani vendono batik, bamboline di pezza e oggetti realizzati dagli Ndebele con le perline colorate, a prezzi molto inferiori a quelli a cui li vendono nel Paese confinante.
