UNA BRICIOLA DI INDIA

Vacanza ayurvedica in Kerala

La spiaggia di Kovalam

Thiruvananthapuram – nota per comprensibili motivi anche con il nome coloniale di Trivandrum – è la capitale dello stato federale del Kerala e conta circa settecentocinquantamila abitanti. A quanto pare, la maggior parte di loro è accatastata oltre la transenna degli arrivi dell’aeroporto internazionale – certificato ISO – alle quattro della mattina del mio sbarco in India meridionale.
Kovalam Beach, situata a circa dieci chilometri a sud, accoglie in un letto umido la viaggiatrice reduce da ventiquattro ore di transiti aeroportuali – tra film in hindi sottotitolati, partite di tetris in alta quota, polli speziati nelle vaschette, annunci del comandante, paradossali controlli di sicurezza e smoking lounge anguste.

In tarda mattinata, uscendo in avanscoperta, provo quella magnifica sensazione di shock termico tipica di chi si risveglia in estate senza aver vissuto la primavera. A un’estremità di Lighthouse Beach sta di guardia un faro a strisce orizzontali bianche e rosse, sul quale mi arrampico grazie a una scala a chiocciola. Dall’alto osservo il panorama, realizzando che questa località balneare è costituita da una stretta fascia sabbiosa, modellata in tondeggianti insenature affiancate, sulla quale si affacciano ristoranti di pesce, bar, negozi di vestiti, hotel e centri ayurvedici – mentre l’interno è interamente occupato da superbi palmeti. Il mare, le barche di legno dipinto e la moschea gialla scintillano all’unisono.

Tornata sulla terra, una matrona che gestisce un negozio di gioielli mi saluta ammiccante, sorridendo. Constatato il mio disinteresse nei confronti dei preziosi, mi propone un rilassante massaggio ayurvedico – eseguito da una giovane terapista che ha studiato a Singapore. Anche la negoziante e sua figlia partecipano al trattamento, da allieve diligenti, dividendosi alcune parti del mio corpo.

A Kovalam ci si può stendere sui lettini a prendere il sole, fare il bagno stando bene attenti alle temibili correnti e consumare qualcosa di fresco al bar accanto al Divino Otelma il quale – quasi irriconoscibile senza i suoi eclatanti abiti di scena – siede al tavolino con le gambe mollemente accavallate e beve una bibita con la cannuccia, in compagnia di se stesso. Per la cena, consumata in uno dei ristoranti lungo la spiaggia, indosso una gonna di seta verde squillante, ricamata a motivi di piccoli pavoni – simbolo di qualcosa che ora non ricordo. Il pesce non sa di niente.

Jungle bells

Sono le otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense a quest’ora s’inghirlandano di vischio e d’agrifoglio, le finestre s’illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale della terra, una quinta stagione senza nome ch’io chiamerei Euforia.
Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India

Da Alleppey partono le migliori crociere sulle backwaters – un fitto intrico di placidi canali che si dipana parallelamente alla costa del Kerala per diverse centinaia di chilometri. Il barcone di giunco che mi accoglie è dotato di un ampio patio nel quale i passeggeri, stravaccati su poltrone e divani, si godono quella suprema sensazione di pace, silenzio e abbandono a cui probabilmente i keralesi sono abituati da sempre.
Trascorro la giornata di Natale cullata dalle onde, riscaldata dal sole e ipernutrita dai pasti serviti dai cuochi di bordo. Nell’estasi del momento, non posso fare a meno di pensare ai miei amici e parenti che – sfasati di quattro ore e mezza – celebrano la santa festività a latitudini molto superiori alla mia. Dopo aver dato fondo al riso, al dal, al pesce, alle rondelle di banana fritte e all’intera dotazione di caffè della houseboat, viene tagliato solennemente un cubo che un tempo era un panettone Maina.

Lungo le rive dei canali la vita scorre al rallentatore. Moschee, chiese, templi, case e scuole. Mangrovie, banani, palme, ninfee e risaie. Canoe che trasportano merci, houseboat affollate di turisti intenti a fotografare, imbarcazioni colorate occupate da suore che salutano. Pescatori che vendono aragoste blu, bambini che si rincorrono e giovani che camminano con il dhoti sollevato. Chilometri di vestiti stesi ad asciugare, sacchi in bilico sulle teste, pubblicità della Vodafone. E poi, donne che si lavano i capelli, lavano il bucato, salutano, sorridono o stanno sedute a fare niente.

Il panorama cambia colore assecondando il graduale calare del sole, finché non arriva la sera; i corvi – se possibile – sono ancora più numerosi. Il loro piumaggio è così lucido, di un nero quasi metallico, e sono così eleganti con la loro livrea e il becco ben disegnato. Devo confessare che, a dispetto della cattiva fama che li accompagna, la loro presenza non la trovo affatto malaugurante. A meno che non te ne ritrovi uno nella zuppa. Ora, non è sicurissimo che quello spezzatino – poco speziato, a dire il vero – fosse di corvo e non di pollo come giurava il cuoco, però quegli ossicini così piccoli e friabili, quel sapore inedito e selvatico e i borbottii intestinali notturni mi convincono che lo fosse. E anche se tutti i keralesi a cui l’ho chiesto – massaggiatrici, invitati a matrimoni e autisti di tuk-tuk – giurano e spergiurano che il corvo non sia affatto un ingrediente contemplato nella cucina locale, nessuno mi toglierà dalla testa di aver mangiato un corvo, quella sera.

Il risveglio mattutino è indimenticabile: il sole sorge dietro i palmeti e l’acqua è ferma, piena di riflessi. Da lontano, se ci si mette in ascolto, un canto dolcissimo si spande nell’aria. Non sono convintissima che questa melodia quasi impercettibile sia reale – probabilmente me la sto soltanto immaginando, visto che è proprio la tipica musica che verrebbe in mente ammirando uno scenario simile. Comunque sia, è un vero peccato dover tornare sulla terraferma e salire sul bus che si arrampica verso le prime propaggini dei monti Ghati occidentali.

Ho voglia di tè

Tekkadi è un posto turistico: un alberghetto ai confini del Kerala con lo stato di Madras, in mezzo a una foresta, sulle rive di un grande lago artificiale. Ci si va perché dicono che vi siano degli animali selvaggi: tanto è vero che nel programma turistico è previsto un giro in barca sul lago all‘alba, ora in cui le bestie vanno ad abbeverarsi. In realtà, non abbiamo visto proprio niente, e l’ingenuo piacere di vedere delle belve in libertà ho dovuto demandarlo all’Africa.
Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India

La strada che dal mare si dirige a Thekkady è lunga e tortuosa; poiché abbiamo in programma la visita alla fabbrica di tè di Vandiperiyar Town, ci concediamo soltanto le soste indispensabili per evitare di arrivare tardi al Parco Nazionale di Periyar.
Comunque, indipendentemente dai chilometri e dalle condizioni del manto stradale, nessuno spostamento in minibus dura meno di cinque ore. Durante il tragitto si soffrono, alternativamente o in contemporanea, caldo, freddo, mal d’auto con conseguenti nausea e vomito, schiacciamento dell’osso sacro, dolori alle ginocchia, gonfiore ai piedi, fame, sete, necessità impellente di una toilette, punture di zanzara e asfissia da gas di scarico. A bordo del pulmino sono frequenti i casi di nervosismo o di vera e propria isteria, con conseguenti sfuriate all’autista incolpevole. Il conducente, a seconda dei momenti, va troppo piano o troppo forte, si posiziona al centro della carreggiata o rasente agli altri mezzi; non trova l’hotel, assicura di sapere dove sia ma non lo sa, si ferma a chiedere informazioni e chiede male, sbaglia strada, torna indietro, scuote la testa, sorride e infine dice di aver capito – anche se non è vero. Si ferma di nuovo a chiedere e questa volta chiede bene, ma nonostante questo non trova la struttura; parcheggia dove non può e i vigili gli fischiano, procede e non parcheggia dove potrebbe, mentre i passeggeri gli intimano di accostare quando ormai non è più possibile. Eccetera eccetera.

Fuori dal finestrino scorrono rapidamente eucalipti altissimi, piante di cardamomo e alberi della gomma, incisi e trasudanti bianco lattice – legno che piange, lo chiamavano gli indigeni della foresta amazzonica. Man mano che si sale di quota ci inoltriamo nella zona delle piantagioni di tè: lucidi cespugli bassi che ricoprono tutta la superficie collinare disponibile, ordinatamente intervallati da corridoietti di passaggio che suddividono le aree in scaglie.
Giunti a Vandiperiyar, scopriamo che la factory gestita dalla irlandese Connemara oggi – come tutte le domeniche – è chiusa: non possiamo assistere alla lavorazione del tè. Ripieghiamo su un vicino giardino delle spezie, ma la lezione di botanica – tra ragni giganti e piante esotiche – riscuote scarso interesse.

La località registra il tutto esaurito in questi giorni di vacanze natalizie e dunque gli hotel e i ristoranti sono pieni – un’ottima notizia per i keralesi, che nel settore investono speranze e denaro –, ma per lo stesso motivo il parco non riesce a far fronte alle richieste di visite guidate: non c’è posto nemmeno per le escursioni del mattino presto.

Dove c’è turismo, oltre ai negozi di spezie e di artigianato indiano, ci sono i centri di massaggio ayurvedico, uno dei plus salutisti della regione. Il trattamento funziona così: il massaggio base è preceduto da una strofinata alla testa, piuttosto piacevole, che ricevete nudi come vermi e seduti su uno sgabello di plastica. Con i capelli impiastricciati, vi fanno stendere su un lettino scivolosissimo, sul quale sguscerete tutto il tempo: lì mani oleose vi percorrono il corpo per circa quarantacinque minuti. Al termine, sul viso vi applicano una maschera di bellezza all’arancia o al gelsomino. Volendo, potete coronare l’esperienza con un bagno di vapore di un quarto d’ora. A seconda dei centri, poi, ci sono due scuole di pensiero: o vi impongono di non fare la doccia per almeno un’ora al fine di preservare gli effetti benefici oppure vi forniscono shampoo e asciugamano conducendovi direttamente nel bagno attiguo.

As close to heaven as it gets

La strada tra Thekkady e Munnar si snoda tra i verdissimi e squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni di tè, che si possono attraversare a piedi, evitando possibilmente di essere presi a bastonate dai guardiani. Le aree di sosta sono predisposte in base alla presenza di una cascatella oppure di un panorama a perdita d’occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate, è possibile mangiare ananas sbucciate e bere latte di cocco serviti in baracchini che spuntano sulla strada. Qui folti gruppi di parenti indiani si fermano a mangiare, attrezzati con pentoloni enormi, padelle di alluminio e piatti di ceramica: non consumano semplici panini, ma elaborati pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si scattano foto o riprendono con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno acquista una pannocchia o una borsa; la maggior parte sta in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche – abbigliamento maschile che qui batte dieci a zero la più tipica gonna pareo.

Munnar presenta il solito spettacolo indiano offerto dalla cittadinanza brulicante: dal vigile che dirige il traffico con un ombrello viola ai signori che non rispettano la fila per il bancomat, dai venditori di essenze e profumi alle donne in sari che aspettano l’autobus, fino a tutti quelli che trasportano scatole e sacchi, intrecciano corone di fiori, affettano cipolle, scrivono sms.
Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggono dall’alto la cittadina, posizionati a corona uno accanto all’altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si osserva il predominante induismo convivere pacificamente con le fedi islamica e cristiana. Il tempio induista è al solito coloratissimo, festoso e ricoperto di altorilievi che rappresentano il pantheon di divinità: il panciuto Ganesh con la testa di elefante mono-zanna, il preservatore Visnu dotato di quattro braccia e il creatore Brahma, barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano.

La Chiesa cristiana è meno allegra e colorata, anche se, percorrendo le strade dello Stato, è frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L’unica cosa ridente invece, qui sul sagrato, è il presepe, che rende evidenti una serie di contraddizioni, essendo un’accozzaglia di neve in ovatta, cammelli in legno, palme di cartone, foto ritagliate di case europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri – a fare da sfondo, un albero di Natale a grandezza naturale, un gigantesco poster di Babbo Natale e un’enorme fotografia che raffigura imponenti catene montuose innevate.

L’hotel si trova a diversi chilometri dalla città, isolato da tutto, e dunque non ho altra scelta: devo cenare nello squalliderrimo ristorante al piano di sotto. È uno di quei self-service con i vassoi di metallo con coperchio, nei quali purtroppo giacciono il solito riso lesso, i soliti spezzatini di corvo piccantissimi, i soliti mischioni di teste di pesce e la solita zuppetta acquosa di mais – il tutto passibile di essere condito con una salsa a scelta tra quelle rosso sangue, marrone o giallone. Che sia masala o curry, faccio fatica a distinguerle a causa dell’immediata anestetizzazione di tutto l’apparato preposto al gusto. Nonostante la temperatura rigida – siamo a circa 2500 metri di altitudine – farei volentieri una passeggiata digestiva nella semideserta strada su cui si affaccia l’albergo, se non fosse che la direzione mi ha messo in guardia, preventivamente, dall’allontanarmi troppo a causa dei pericolosi elefanti selvatici che mi potrebbero aggredire.

«Elephant’s coming?» chiedo circospetta al guardiano notturno. Risponde come tutti gli indiani: dondolando la testa con ritmo dolce e cadenzato, come disegnando il simbolo dell’infinito nell’aria con il mento. Questo movimento nel linguaggio del corpo indiano significa un’affermazione, ma poiché dire no o non so risulta per cultura poco educato, e poiché questo cenno è simile a quello occidentale per dire no, in pratica il messaggio non è mai molto chiaro.
«Insomma, hai detto sì o no?» mi verrebbe da urlare all’omino. «Questi benedetti elefanti ci sono o no? E se ci sono, sono effettivamente pericolosi?» Dopo il consueto sforzo sovrumano necessario per decifrare l’indo-inglese, sembra di capire che: 1) Gli elefanti, se passano, passano almeno cinque o sei chilometri più avanti; 2) Alle undici di sera hanno altro da fare e si palesano soltanto ai primi chiarori del giorno; 3) Sono soliti abbeverarsi placidamente in loro private pozze d’acqua e non ti cagano di striscio.
È finito da poco questo ieratico sermone tranquillizzante, quando si odono in lontananza due barriti gemelli: la querelle termina definitivamente e me ne vado a dormire.

Cochin: voglio vederti danzare

Dopo le temperature alpine di Munnar, l’arrivo a Cochin – seppur preceduto da lunghe ore di acclimatamento in bus – inizialmente crea un certo disagio. Il tipico traffico indiano poi, tra camion troppo grandi per certe microstradine a senso unico, galline, mucche, capre, pedoni carichi di mercanzia e strombazzate continue, mi fa quasi pentire di aver lasciato gli altipiani. Ma la sensazione negativa dura poco.
Nel quartiere coloniale sono stratificati secoli di storia, a partire dal simbolo della città: le reti cinesi, introdotte dai mercanti della corte del Kublai Khan. Il profilo urbano ospita le prime chiese cattoliche, sorte dopo l’approdo di Vasco da Gama, che inaugurò l’epoca della colonizzazione europea. Ai portoghesi subentrarono i ben più agguerriti olandesi, ai quali si deve il restauro del Palazzo di Mattancherry – oggi noto come Dutch Palace – e della sinagoga, precedentemente distrutta dai portoghesi. Il vicino quartiere ebraico, invece, ancora oggi rappresenta il centro del commercio delle spezie, riconvertito in un vivace emporio per turisti a caccia di artigianato e antichità.

A Cochin assisto alla versione per turisti dello spettacolo tradizionale del Kathakali, una forma di antichissimo teatro-danza a sfondo religioso che drammatizza i grandi temi tratti dei poemi epici hindu. Gli attori si sottopongono a una vestizione e a un trucco elaboratissimi; hanno a disposizione un repertorio limitato ma precisissimo di gesti ed espressioni facciali – criptici per gli spettatori rimbambiti dal caldo, ma comprensibilissimi per i locali. Lo stesso codice vale per i danzatori: i sorrisi, i movimenti delle sopracciglia e persino del naso sono parte integrante della coreografia. I percussionisti sottolineano con ritmi ipnotici le fasi della rappresentazione. Non credo che gli artisti siano entusiasti di snaturare completamente una cerimonia che da sempre dura tutta la notte anziché un’ora, si tiene fuori dai templi – e non in un teatro, accanto ai negozi di souvenir – e si rivolge ad un pubblico capace di autentico coinvolgimento. Anche se, di fronte ai soldi, i più pragmatici se ne saranno fatti una ragione.

Appena uscita dall’albergo, riposata e fresca di doccia, un’enorme comitiva di gente multicolore attira la mia attenzione. Uno dei soliti gentilissimi indiani mi fa cenno di entrare nel giardino e poi nell’auditorium, dove fervono i festeggiamenti per i neo-sposi Sandya e Ganesh. Raffinatissimi sari e abiti da cerimonia si affollano in questa sorta di teatrino, pieno di sedie di plastica schierate di fronte a un palchetto dimesso e poco illuminato. Ganesh – baffo e capello con la riga lunga anni Settanta – siede rassegnato su una poltrona di velluto, cinto da una collana di fiori. Di fronte a lui, il sacerdote traffica con petali e unguenti misteriosi vicino a un braciere, mentre Sandya si allontana spesso per i frequenti cambi d’abito. A un certo punto spariscono entrambi: i parenti mi spiegano che la coppia si è recata temporaneamente al tempio, ma mi invitano ad aspettare perché di lì a poco sarà servito il pranzo. Nell’attesa sorseggio una bibita molto arancione, mi adorno i capelli con fiori freschi e scambio quattro chiacchiere con gli invitati.

Cerco di capire in che maniera siano imparentati con gli sposi – «Siete dalla parte della sposa o dello sposo?» – e se la coppia funzioni: tutti, per la cronaca, sono soddisfatti della scelta effettuata. La mia presenza non passa inosservata: gli invitati mi indicano, sorridono, mi chiedono una fotografia e mi rivolgono lo stesso quesito: «Sei dalla parte della sposa o dello sposo?»
Sebbene il Kerala vanti minori disparità sociali rispetto al resto del Paese, la ricercatezza degli abiti, la forbitezza nel parlare e l’imponente numero di invitati tradiscono l’appartenenza a una casta elevata. I più giovani mi parlano della scuola, dove studiano il malayalam – l’idioma locale -, l’hindi e l’inglese. Con oltre un’ora di ritardo viene servito il pranzo: centinaia di persone siedono in file interminabili, di fronte a una foglia di banano ricoperta di riso, pollo e verdure, e consumano il pasto con le mani unte. Approfittando della confusione generale che accompagna il cambio turno, riesco a defilarmi.

Girare tra le strade di Fort Cochin e Mattancherry riserva continue sorprese: i sorrisi fioriscono sul volto del venditore di limoni appoggiato al suo carretto, dei tassisti in sciopero seduti vicino al mare, dei bambini che smettono di giocare per mettersi in posa, del dignitoso ottantenne che tutti mi indicano. Un’accoglienza altrettanto calorosa mi riservano gli scheletrici lavoratori del magazzino di zenzero, i membri delle famiglie che attendono il camion dell’acqua davanti alla porta di casa, il negoziante dal profilo adunco che mi invita a dare un’occhiata ai gioielli e il venditore di statue hindu intento a illustrarmi le intricate vicende di Krishna e di Vishnu. Al tramonto, il cielo è rosa dietro alle reti cinesi, l’aroma del pesce arrosto copre il profumo di zenzero, i vestiti colorati sventolano dalle bancarelle, i tuk-tuk crumiri avanzano a pedali e i ristoranti posizionano gli zampironi per terra, vicino ai tavoli.

Abbracciando il mondo

Se Dio è morto in Occidente, in India ha ancora mille indirizzi.
Tiziano Terzani, In Asia

Prima di raggiungere Varkala, dove trascorrerò alcune giornate di relax, ho un ultimo compito da svolgere: risvegliare l’amore divino che è in me. Tra Cochin e Varkala – nei pressi di Kollam – sorge la Mata Amritanandamayi Mission, ovvero l’ashram di Amma, una guru nota in tutto il mondo per la sua pratica spirituale che consiste nell’abbracciare migliaia di persone al giorno.
La struttura sorge nel cuore delle backwaters, assediata da rigogliose palme e circondata da paradisiaci canali – peccato quegli sgraziati condomini di cemento a molti piani dove alloggiano gli ospiti. Il complesso viene presentato come un luogo pieno di bellezza e gioia dove, al di là di ogni credo, si cerca e si può trovare la propria libertà. Ora, comprendo il desiderio di scappare a molti chilometri dalla propria routine e giustifico persino la fuga da un occidente frenetico, votato al materialismo e al predominio del profitto, ma in merito alla libertà, io ne avrei una concezione un po’ differente.

Dentro l’ashram vigono leggi ferree: è proibito consumare carne, bere alcolici, fare sesso e fumare. L’obbligo è vestirsi di bianco, camminare scalzi e coprire castamente braccia e gambe, come illustrano i disegni alle pareti. È vietato l’uso di dispositivi elettrici ed elettronici – sebbene nell’auditorium numerosi cartelli raccomandino di non lasciare incustoditi i computer portatili a causa dei frequenti furti. Ciascuno deve svolgere il seva – l’opera di volontariato per la comunità – in base alle proprie attitudini: c’è chi prepara caffè e tè, chi si occupa delle pulizie, chi insegna yoga, mentre un plotone di donne lecca e imbusta a tempo pieno dépliant da inviare in tutto il mondo. Le restrizioni vietano inoltre i contatti con gli abitanti del vicino villaggio di Vallikavu, il consumo di cibo acquistato fuori dalle mura e le uscite dopo il tramonto – prescrizioni spacciate come misure a tutela della sicurezza e del benessere dei residenti.

Gli utili dell’ashram, insieme alle donazioni internazionali, finanziano le attività umanitarie promosse da Amma a livello globale da oltre vent’anni: soccorso dopo catastrofi, progetti di emancipazione femminile, assistenza sociale, lotta alla povertà alimentare, gestione di orfanotrofi ed edilizia scolastica.
I frequentatori dell’ashram mostrano un tratto familiare: i nuovi arrivati si riconoscono subito dal volto estatico e dalle frequenti crisi pianto. Una volta varcata la soglia, molte donne occidentali si trasformano immediatamente in befane: smettono di farsi la tinta e portano i capelli legati in una pudica treccia, non si fanno più la ceretta ai baffi e ovviamente non si truccano. Uomini e donne indossano informi camicioni bianchi che poco li valorizzano, indumenti con cui sperano di celare il peso di traumi recenti o esistenze segnate da fragilità e solitudine.
Il mio improvvisato cicerone è Carmine – un adepto napoletano senza scarpe, con pochi capelli e ancor meno denti – che mi mostra le proprietà del complesso. Per prima cosa mi conduce dalle mucche di Amma, segno tangibile della presenza del Divino sulla Terra – sebbene a me sembrino identiche a tutte le vacche generiche che ruminano indisturbate nel mondo. Poi saliamo sui tetti di uno dei casermoni e, tra i panni degli adepti stesi ad asciugare nell’aria tropicale, Carmine improvvisa un beneaugurante saluto al sole. Entriamo infine nel tempio e nel negozio di souvenir, dove — accanto alle immagini di Gesù Cristo e alle statuette delle divinità hindu – vendono la bambola di Amma.

E finalmente arriva il momento tanto sognato, l’esperienza più forte della mia vita: l’abbraccio di Amma. Lei – giura Carmine – ti getta un seme dentro. Grazie al mio nuovo amico napoletano posso dunque superare centinaia di indiani in fila e ritirare il premio messo in palio, in tempo per il mio programma di viaggio.
Dopo un’attesa di circa un’ora e mezza, sono al cospetto della Mahatma, seduta su una comoda poltrona e circondata dagli assistenti più fedeli che gestiscono il traffico degli abbracci. A un metro di distanza, uno di loro ti costringe ad inginocchiarti e, subito dopo, un altro ti schiaccia il viso contro il suo petto abbondante. Sempre sorridente, Amma sussurra parole incomprensibili all’orecchio; poi, mentre i valletti ti strappano già con decisione dall’affettuosa stretta, ti fa dono di un sacchetto di carta che contiene una misteriosa polverina e una caramella all’arancia.

Terminato il darshan, vengo invitata a pranzo: un pastone piccantissimo di riso e legumi da consumare con le mani. Qui un friulano biondo, alto quasi due metri, attacca bottone con me. Poiché tuttavia non ho mai letto né Osho né Maestro Eckhart, non ho mai praticato la meditazione e, infine, mangio carne rossa, bevo alcolici e fumo, la conversazione dopo meno di due minuti comincia a languire e lui si mette a parlare con un’altra.

Felici Tropici

Si potrebbe sostenere altrettanto giustamente che in realtà tutto ebbe inizio migliaia di anni prima. Molto prima che arrivassero i marxisti. Prima che gli inglesi conquistassero il Malabar, prima della dominazione portoghese, prima dell’arrivo di Vasco de Gama, prima che lo Zamorin conquistasse Calicut. Prima che i cadaveri dei tre vescovi siriano-ortodossi dalle tonache viola uccisi dai portoghesi venissero ripescati in mare, con grovigli di serpenti marini nel petto e ostriche incollate alle barbe aggrovigliate. Si potrebbe sostenere che cominciò prima che il cristianesimo arrivasse dal mare e si diffondesse nel Kerala come il tè da una bustina immersa nell’acqua.
Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose

Varkala beach è un serpente di negozietti, locali lounge e resort in bambù che si snoda in cima ad una suggestiva scogliera, sotto la quale sono incastonate alcune spiagge lambite da onde spumose. La località è sviluppata in funzione dei viaggiatori, è vero, ma si tratta di una categoria tra le meno moleste: non si ubriacano, non frequentano discoteche, non sfoggiano abiti fighetti, leggono molto e – grazie alla pratica dello yoga, ai trattamenti ayurvedici e all’uso moderato di cannabis – si rivelano quasi tutti estremamente rilassati. Questa imponente parete rocciosa rappresenta un’eccezione nell’intera costa del Kerala, altrimenti bassa e sabbiosa; in effetti rende l’esperienza della spiaggia tropicale con palme, Buddha bar e pesce fresco – adagiato sul ghiaccio e pronto per la griglia – un po’ diversa rispetto a contesti ormai standardizzati in tutto il mondo.

L’intero apparato commerciale di Varkala Beach è nelle mani degli immigrati tibetani, ladakhesi o kashmiri, i quali coprono il settore della gastronomia, delle strutture ricettive e dei souvenir. Se da un lato si è quasi costretti ad acquistare per gli amici campane tibetane e singing bowl – ma tanto la maggior parte di loro non si accorgerà minimamente dell’incongruenza -, dall’altro, invece dei piccantissimi manicaretti locali, ci si può abbuffare di momo vegetariani e noodles, tipici dell’India del Nord.

La stagione balneare di Varkala dura pochi mesi: tra giugno e settembre i classici monsoni di sud-ovest portano le grandi piogge, poi, quando altrove subentra la stagione secca, a fine ottobre arriva la coda del monsone di nord-est, che si manifesta con acquazzoni e talvolta persino con qualche ciclone. Se si considera che nei mesi di aprile e maggio fa un caldo da scoppiare, si intuisce perché la maggior parte delle attività commerciali sia attiva soltanto da dicembre a febbraio. Da marzo in poi molti operatori infagottano le proprie cose e tornano al nord, dove il clima montano permette di lavorare durante i mesi estivi.

La mia stanza è situata al piano terra di un edificio a pochi passi dalla scogliera. È molto spartana, ma abbastanza pulita, a parte la puzza di fogna che proviene dal bagno – che cerco di neutralizzare bruciando di continuo bacchette d’incenso. Esattamente sopra la camera, sulla terrazza vista mare, si tengono due volte al giorno le lezioni di yoga di Sunhil. Uno dei momenti perfetti trascorsi a Varkala è lo savasana – la posizione del cadavere, un’asana di rilassamento totale – sulla terrazza dell’Hill Cliff, accompagnata dal gracchiare dei corvi in prossimità, dalla melodiosa chiamata alla preghiera del muezzin in lontananza e dal vento fresco che fa oscillare le foglie di palma. Nei giorni trascorsi a Varkala, del resto, sembra sempre di udire un canto esotico: se non è il muezzin sono gli inni induisti, e se non è l’Om di un corso di yoga è un cd dei Café del Mar.

Varkala offre una straordinaria offerta di trattamenti ayurvedici: lungo la passeggiata numerosi cartelli invitano a provare lo sgocciolante Siro dhara o il tamponante Navarakizhi. La foto del volto baffuto del medico di riferimento serve come garanzia e agisce da testimonial. Durante l’anamnesi costui – in carne e ossa questa volta – vi tasta il polso mentre vi riempie di domande, ascoltando le risposte con un’imperscrutabile espressione, identica a quella dell’immagine pubblicitaria. Poi vi confeziona un pacchetto della durata dei vostri giorni di vacanza, in cui alterna sapientemente i vari trattamenti. In realtà non so bene che senso abbia tutto ciò, considerando che i benefici della medicina ayurvedica richiederebbero percorsi prolungati che coinvolgano lo stile di vita, l’alimentazione e l’eliminazione dello stress; comunque, male non dovrebbero fare.

A Varkala Beach i turisti – più o meno fricchettoni – possono trovare nei negozi ogni genere di merce, utile a non far rimpiangere la distanza da casa: croissant francesi, pasticceria tedesca, pasta e pizza italiane, sigarette e tabacco – sebbene in Kerala sia proibito fumare in pubblico -, birra Kingfisher e a volte persino superalcolici, serviti con estrema accortezza a causa del proibizionismo locale. Si acquistano facilmente anche i repellenti per zanzare, il bagnoschiuma – mentre in Kerala non riescono nemmeno a immaginare perché un sapone debba essere liquido – e la crema solare, superflua per gli indiani, che vanno al mare interamente vestiti.

Per altri versi, però, poco è cambiato dalla fine degli anni Cinquanta, quando Roberto Rossellini girò il suo documentario sulle coste del Malabar meridionale: le stesse palme da cocco scompigliate, il medesimo vento carico di sabbia e salsedine, le enormi onde oceaniche, le ali spiegate di corvi e falchetti e i robusti pescatori con i volti cotti dal sole, intenti a trascinare barche di legno scavate nei tronchi dalla riva al mare aperto, per poi riportarle faticosamente a terra al mattino. Nel frattempo, questi millenari lavoratori hanno dovuto abituarsi a qualche corpo occidentale mezzo nudo steso al sole – che hanno imparato a scavalcare con noncuranza mentre distendono sulla sabbia le reti per la manutenzione quotidiana. Soltanto, sopra la gonna pareo rimboccata in vita, spicca oggi qualche polo griffata che, per quanto scolorita dal sole e dal sale, denota un contatto più utilitaristico con i viaggiatori, ai quali – ogni tanto – spillano sigarette o richiedono bonariamente aiuto per ricondurre l’imbarcazione sulla terraferma.

È questo lo spettacolo a cui il bagnante può assistere mentre si avventura lungo la costa verso nord, fino a raggiungere la moschea, il villaggio dei pescatori, le pozze dove i bufali si bagnano e infine la spiaggia di Odayam, schivando i granchi, le bucce delle noci di cocco e gli aironi. Procedendo in direzione sud rispetto al cliff, invece, si allarga prima una grande spiaggia frequentata soprattutto da occidentali in costume e solo in minima parte da indiani vestiti. La successiva insenatura è terreno riservato tacitamente agli abitanti del luogo, in cui dunque – al posto dei bikini e dei boxer – è tutto uno sventolio di sari sgargianti, gonne pareo o pantaloni maschili, indumenti con cui eventualmente ci si tuffa nel mare.
A dire il vero, in questi giorni i sari sono per la maggior parte gialli perché si celebra il pellegrinaggio in onore di Sree Narayana Guru. Questo grande maestro di Varkala morì in settembre, ma chiese che i pellegrini festeggiassero tra il 30 dicembre ed il 1° gennaio, indossando vesti di color giallo – il colore del Buddha.

E così, tra un rinfrancante tadasana e un pedicure ayurvedico, tra un acido lassi alla banana e un paio di Ali Baba pants viola, gli spensierati giorni di vacanza all’insegna del benessere e della vitalità volgono al termine. Il volo di ritorno parte dall’aeroporto di Trivandrum – situato a circa un’ora di strada – intorno alle quattro di mattina: verso le undici della sera dunque comincio ad avviarmi, poiché siamo pur sempre in India – per quanto in uno Stato che vanta una speranza di vita e un tasso di alfabetizzazione superiori alla media nazionale di almeno dieci punti. E meno male, perché l’autista non ha ancora del tutto smaltito la sbronza mattutina e sono necessari diversi test prima che mi convinca a salire sul mezzo – supportata anche da una commovente confessione del pover’uomo che, essendo single e soffrendo di solitudine, non ha altra amica fuorché la bottiglia.

È ripensando alla triste storia del conducente – e a tutti gli altri guidatori incontrati durante il viaggio, alcolisti o meno – che mi sottopongo alle ore di fila di routine all’aeroporto internazionale, certificato ISO, di Thiruvananthapuram – detta Trivandrum – alle quattro della mattina del mio ritorno dall’India meridionale.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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