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OGNI SCHERZO VALE

Carnevale di Venezia versione light

Quando nel febbraio 2022, al Festival di Sanremo, Checco Zalone ha decretato ufficialmente la fine del Covid cantando il brano “Pandemia ora che vai via”, ho comprato un volo Ryanair per il Marco Polo.
Durante il lockdown non so quante volte avevo cercato online gli alberghi nel centro di Venezia, affascinata dai prezzi irrisori. Al momento di prenotare davvero, a causa del carnevale il costo medio di una singola era aumentato, restando comunque molto al di sotto degli altissimi standard veneziani, cosa che mi ha permesso di dormire a due passi da piazza San Marco senza vendere un rene.

L’autobus dall’aeroporto ci ha impiegato circa 20 minuti per arrivare a piazzale Roma e a quel punto sono scesa pensando che per tre giorni non avrei visto automobili. Il cielo era azzurro e così è rimasto sempre: anche se sovente soffiava una micidiale bora, non so se Venezia sarebbe stata così bella se il cielo fosse stato meno azzurro.

Erano tre anni che non si festeggiava il famoso carnevale di Venezia e quindi sono tutti elettrizzati anche se i festeggiamenti sono in versione ridotta, senza alcuni degli eventi che di solito c’erano. Io tanto non lo so che eventi c’erano di solito, quindi a me sembra un vero carnevale affollato di persone italiane, francesi, spagnole mascherate da Settecento con le parrucche grigie e scarpine con la fibbia e anche molte maschere originali comprate su Amazon e per fortuna anche originali non comprate su Amazon, come per esempio la maschera da “superbonus 110 per cento”. Questo ragazzo che la indossava era molto estroverso e a un certo punto ha radunato alcuni dei giovani che stavano bevendo l’aperitivo in questo bar e ha detto «Seguitemi, andiamo tutti a Rialto» (in italiano e inglese). Allora mi sono aggregata anche io con tutti questi siciliani, veneti, bolognesi, tedeschi e spagnoli e in una festante comitiva abbiamo attraversato calli e ponticelli fino a Rialto. Per esempio nel gruppo c’erano dei ragazzi della provincia di Bologna a festeggiare un addio al celibato ed erano uno più sbronzo dell’altro. La piazza era stipata di gente che beveva birrette e sprizzini, compresi questi due fratelli di origine siciliana che però ora vivono in provincia di Padova, un Arlecchino che suonava il sax, un lottatore di sumo e dei ballerini degli anni Ottanta con gli scaldamuscoli di lana, e la cosa bella e strana era che tutti avevano voglia di socializzare e chiacchierare dopo ben tre anni che il carnevale non c’era.  

La mattina dopo in piazza San Marco ho incontrato anche Hannibal the Cannibal, The Mask, Rocky Balboa e i sette nani mescolati alle dame del Settecento e ai loro cagnolini, anche loro, poverini, mascherati. Poi mi sono messa a camminare sulla riva, diretta verso i giardini della Biennale, e ho incontrato la Bella e la Bestia e anche una piccola Cappuccetto Rosso. A un certo punto Venezia era quasi finita e per tornare indietro sono salita su un vaporetto che prima è andato al Lido e poi è tornato indietro attraversando tutto il Canal Grande. Tra mascherina chirurgica, mascherina carnevalesca di pizzo, occhiali da sole e occhiali da vista, è stato tutto un po’ scomodo, comunque ho avuto modo di riflettere. Però, mica male questi palazzi affacciati sul famoso Canal Grande.

Sono scesa a S. Marcuola, ho mangiato un piatto di fegato alla veneziana indigeribile e poi al gheto vechio ho trovato una libreria dove organizzano le visite guidate e quindi siamo partiti a piedi a vedere le cose più importanti del quartiere ebraico, famoso perché ha dato origine alla parola “ghetto” con il significato che gli diamo oggi. Siamo pure entrati nella sinagoga sefardita con questa guida che non sempre si capiva bene cosa diceva e abbiamo visto i bambini giocare a calcio indossando la kippah.
Poi il sole è calato, le luci si sono accese e io sono andata a visitare il Palazzo Ducale con tutte quelle stanze gigantesche che ospitavano il Doge e la sua corte, come la magnifica Sala del Maggior Consiglio.

Ultimo giorno: nel mio bacaro preferito in campo S. Provolo addento una tipica fritoa carnevalesca. Oggi mi dedicherò soprattutto all’arte: i bassorilievi e le statue di Canova del museo Correr, la collezione di arte contemporanea dell’eccentrica Peggy Guggenheim, la chiesa di san Pantalon sul cui soffitto campeggia il dipinto ad olio più grande del mondo, la libreria “Acqua alta” (attrazione turistica a causa dell’originalità con cui sono sistemati e riutilizzati i libri), la cripta sommersa della chiesa di San Zaccaria. E infine eccomi allo scenografico ingresso monumentale dell’Arsenale: da qui scendo verso riva, andando incontro al sole che tramonta dietro la chiesa di San Giorgio Maggiore.

Durante il giorno mi sono alimentata di cicchetti, che sono fette di pane con sopra cose buonissime come il baccalà mantecato, il lardo, le sarde eccetera. La sera nel mio angusto bacaro, stipati insieme a un folto gruppo di giovanissimi giapponesi, ci sono pure dei residenti. «A Venezia se chiami il delivery arriva a piedi» dice uno di loro. «Io mi vergogno a chiamarlo per una sola pizza, quindi ne ordino due anche se sto da solo. E gli do una sostanziosa mancia, soprattutto se piove».
E comunque si erano abituati bene i veneziani durante la pandemia, ma ora che stiamo tornando alla normalità si riprende come se niente fosse a parlare di turisti maleducati che pisciano nelle calli e mangiano seduti sui marciapiedi di piazza San Marco.

Prima di ripartire, dentro la Basilica di San Marco mi sembra proprio di stare a Istanbul, gabbiani inclusi. 


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