UN’ESTATE LEGGERISSIMA

Quattro isole nel Dodecaneso

L’errore di Kos

Nel mese di luglio 2021 i voli Ryanair per Kos partivano da Bari una volta alla settimana e costavano cinque euro a tratta. Per viaggiare serviva il famigerato “green pass”, ottenibile dopo aver concluso il ciclo vaccinale, oppure un tampone negativo. Inoltre bisognava compilare un modulo digitale richiesto dalle Autorità Sanitarie del governo greco, e mostrarlo all’imbarco. Sia nel volo di andata che in quello di ritorno c’erano meno di trenta passeggeri: uno spreco indecente di cui comunque approfittai.

Kos è la seconda isola più grande dell’arcipelago del Dodecaneso dopo Rodi ed è conosciuta come la patria di Ippocrate, il padre della medicina. Il capoluogo dell’isola si rivelò la città più insulsa di tutta la Grecia, nonostante la sua posizione, affacciata sul mare Egeo di fronte alla costa turca. Vantava infatti una pessima cucina, dei brutti locali e degli orrendi barconi dei pirati, con cui evidentemente si organizzavano escursioni di cui già potevo già intuire l’inascoltabile musica ad alto volume. Se a ciò aggiungiamo una scelta infelice di sistemazione, il caldo e le zanzare, si comprende perché mi pentii di averci passato la notte.

Il razionalismo di Leros

Soltanto nella tarda mattinata riuscii a sbarcare a Leros: l’attracco del catamarano era situato presso il porto di Agia Marina, un tipicissimo villaggio di isola greca, molto grazioso. Con un’auto a noleggio raggiunsi l’ampia spiaggia di Vromolithos, dove c’era un bar ristorante che metteva a disposizione dei clienti una ventina di ombrelloni; più avanti era presente una serie di studios in riva al mare e dall’altra parte molti grandi alberi che facevano ombra sulla sabbia. Accanto a Vromolithos sorge Panteli, con la sua spiaggia e le sue taverne sul mare, sormontata dal castello e da una fila di mulini sulla cresta.
All’ora del tramonto mi recai alla chiesetta di Sant’Isidoro, sulla costa occidentale, parecchio fotogenica. Avvistai molte altre spiagge nell’isola, ma nessuna realmente indimenticabile.

Meno pubblicizzata delle spiagge, dei mulini e delle chiesette, a Leros c’è una chicca per gli appassionati di architettura: Portolago. Rinominata oggi Lakki, è una delle più pregevoli città di fondazione fasciste al mondo.
Questo arcipelago appartenne all’Italia dal 1912 al 1943: in quegli anni furono realizzati molti edifici ed opere pubbliche, tra i quali spiccano appunto quelli di Portolago, uno dei maggiori porti naturali del Mar Mediterraneo, nonché all’epoca sede di un’importante base navale della Regia Marina. Qui fu sviluppato un moderno piano urbanistico che comprendeva edifici raccolti in isolati non simmetrici con gli angoli arrotondati, parchi e ampi viali alberati di eucalipti, progettati secondo i modelli dell’architettura razionalista.
Testimoni di quella fervida operosità sono il mercato centrale con la torre dell’orologio, il cinema-teatro, l’edificio sede del Municipio e della casa del Fascio, l’asilo comunale e la chiesa. Feci colazione in un bar-caffetteria immaginando di stare su un set cinematografico, oppure in un dipinto di De Chirico.
Non lontano da lì sorgeva l’interessante Leros War Museum, allestito nei tunnel che fungevano da rifugio antiaereo durante la seconda guerra mondiale e pieno di reperti raccolti in tutta l’isola. Qui vidi un documentario in bianco e nero pieno di acrimonia nei confronti dei tedeschi.

La Gerusalemme del Mediterraneo

Con lo stesso catamarano della Dodekanisos Seaways raggiunsi Skala, il principale centro abitato nonché porto di Patmos, che sorge su un istmo che unisce due dei tre blocchi rocciosi che costituiscono l’isola. Nel mezzogiorno venni accecata dal bianco della calce appena ripassata sui muri; le porte, le finestre e i piccoli dettagli erano dipinti di celeste chiaro e molte bouganville rallegravano la vista.
Per andare a dormire mi diressi a Grikos, dove era disponibile una camera in una struttura altrettanto bianca, celeste e fucsia. Patmos era più chic e ben frequentata rispetto alle sue vicine, prevalentemente da turisti di età compresa tra i trenta e i quarantacinque anni, avevo letto da qualche parte – anche se non mancava la comitiva di ventenni figli di papà che si sentono padroni del mondo, insopportabili.

Il capoluogo dell’isola è Chora, dove sorge il monastero di San Giovanni il “Teologo”, che secondo un’antichissima tradizione cristiana fu esiliato qui dall’imperatore Domiziano. In questo periodo il discepolo preferito da Gesù, dentro la cosiddetta Grotta Sacra dell’Apocalisse, ebbe le sue celebri visioni raccontate nel Libro della Rivelazione. Ancora oggi la grotta rappresenta un importantissimo luogo di culto e pellegrinaggio; per il notevole interesse artistico è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO insieme al centro storico di Chora e al monastero di San Giovanni.

Battezzai Livadi Geranou come la migliore spiaggia di Patmos, dotata di grandi alberi che facevano ombra e di una taverna piacevolissima con vista panoramica. Psili Amos apparve come un paradiso promesso in cambio di una mezz’oretta di sentiero, mentre la spiaggia di Petra al tramonto era incredibilmente deserta.

I colori di Lipsi

Lasciai la Gerusalemme del Mediterraneo a bordo dell’aliscafo Nissos Kalymnos (più lento ed economico del catamarano) diretto a Lipsi, un’isola molto piccina con solo settecento abitanti. All’ora del tramonto il villaggio principale era tutto in festa: squillavano i colori delle sedie e delle barche, dei cestini e delle zucche, dei vasi, delle ringhiere e delle persiane; ogni centimetro era stato appena ridipinto in vista della stagione. La maggior parte degli alloggi per i turisti si trovava lì e come al solito di posti liberi ce n’erano a bizzeffe.
All’ouzeria conobbi i personaggi chiave dell’isola, tra cui degli stranieri che avevano comprato casa ormai da anni. Su una piccola brace stavano arrostendo gli sgombri; provai anche il polpo locale, che avevo già visto ovunque steso ad essiccare, ideale per accompagnarlo all’ouzo ghiacciato.

Per scegliere la spiaggia, bisognò tenere conto del vento: Lientou era raggiungibile a piedi dal villaggio, a Platis Gialos ci si metteva all’ombra degli alberi insieme alle papere e ai gabbiani, Chochlakoura aveva i ciottoli bianchissimi, a Katsadia c’era il bellissimo ristorante Dilaila di George, Tourkomnima e Xirokampos si trovavano vicino alla chiesetta di san Nicola e Kimisi fu la più difficile da raggiungere.

L’estate leggerissima era appena cominciata e con tutti quei colori negli occhi giunse il momento di tornare all’orrida Kos, osservare i vari resort all inclusive dove fermava l’autobus diretto all’aeroporto e sorvolare nuovamente la Grecia in un volo Ryanair quasi vuoto.


ALTRA GRECIA

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