UNA GUSTOSA MACEDONIA

Cambiando alfabeti da Skopje a Saranda

Le statue di Skopje

Entrai in Macedonia del Nord dalla frontiera bulgara di Gyueshevo, a bordo di un autobus proveniente da Sofia. Le procedure di controllo furono estremamente minuziose: a ciascuno venne chiesto di scendere e mostrare il contenuto dei propri bagagli.
Constatato che la connessione dati non funzionava più, facemmo sosta in un autogrill macedone: noi passeggeri guardammo con incredulità una interminabile fila di giapponesi che attendeva, senza sbuffare, di usufruire dell’unica toilette.

Dalla stazione degli autobus di Skopje mi incamminai verso il centro costeggiando il fiume Vardar. Che razza di città era quella, piena di statue, cupole, frontoni triangolari da tempio greco e galeoni adibiti a ristoranti? Sarà stata l’afa, la stanchezza della sveglia presto, oppure l’uggia di un intero pomeriggio di pioggia a Sofia, ma mi fece un certo effetto quella capitale neoclassica.

Dopo aver bevuto due caffè orientali con la posa, a una certa ora trovai il coraggio di raggiungere il quartiere ottomano, identico spiccicato – sebbene più piccolo – alla Baščaršija di Sarajevo e a tanti altri quartieri ottomani dei Balcani. C’erano i negozi di gioielli e vestiti da cerimonia brutti e pacchiani, una gigantografia di Erdogan sulla parete di un edificio, e poi l’odore dei kebab.
Mangiai anch’io un piatto di polpette speziate che chissà quanto ci avrei messo a digerire. I tavoli di legno erano sistemati intorno a una fontana, nell’acqua giacevano un melone e un cocomero e la birra si chiamava Skopsko, o meglio Скопско, perché in Macedonia usano l’alfabeto cirillico. Scoprii questa fissazione dei camerieri macedoni che dovevano fare i galanti per tutto il tempo che stavo lì a ingozzarmi di carne arrosto.

Quando diventò buio la fortezza che domina la città si illuminò di giallo e anche il ponte di pietra, le fontane, i palazzi e i lampioni parigini si accesero. In piazza Macedonia si attivarono i giochi d’acqua da terra: i bambini ci correvano in mezzo come forsennati. Su un piedistallo sorgeva una colossale statua equestre di Alessandro Magno, che però guai a chiamarlo così: i greci si imbestialiscono.

Passeggiando sul lungofiume, dove si susseguivano ristoranti spagnoli, cubani, italiani, incontrai due tizi che stavano eseguendo una canzone tradizionale con voce e darbuka. Quello che stava suonando aveva pochissimi denti, l’altro dimostrava quindici anni più di me, ma poi scoprii che eravamo coetanei. Questo suo aspetto così vissuto era il risultato di molte traversie, che intendeva raccontarmi, non prima però di aver comprato qualche birra economica al supermercato e anche un cartone di vinaccio bianco per alcuni suoi soci.
Costoro erano abbastanza loschi, devo essere onesta; molti parlavano italiano perché avevano vissuto in Italia, ma per ragioni poco chiare avevano fatto tutti ritorno al loro Paese. Uno di loro mi confessò di aver imparato a fare le rapine in Sicilia, che è una competenza che penso gli sia stata utile pure a Skopje. Non credo che qualcuno di loro avesse un lavoro, e comunque è meglio non voler sapere tutto tutto, a volte.

Il cantante mi portò a distanza di sicurezza dai membri della sua crew: tutti volevano parlare con me, gli zingari volevano estorcermi del denaro e lui non riusciva a dirmi la sua storia. Finalmente, su una panchina poco distante mi parlò della ditta che aprì in Piemonte insieme a una donna italiana, e di come lei lo avesse truffato rubandogli tutti i soldi investiti. Ecco perché a un certo punto era tornato a Skopje invecchiato di quindici anni. Purtroppo non riuscì a finire il racconto: due dei suoi soci ci rintracciarono, i tre cominciarono a litigare e io mi defilai.

Questo fatto di attraversare le vite degli altri, in Paesi come la Macedonia ti viene servito su un vassoio d’argento. Bastarono pochi minuti, in un locale, per sentirmi amica di tutti i presenti, accomunati dalle emozioni tipiche che si possono provare quando si ascolta un certo tipo di jazz suonato da musicisti bravi ed empatici. Lì conobbi un pianista di settant’anni che però ne dimostrava quindici di meno. Miki viveva da anni a Toronto, era venuto in vacanza nella sua città natale ed era davvero simpaticissimo: mi raccontò che aveva l’abitudine di dare da mangiare ai cani della sua strada a orari particolari, come ad esempio alle tre e mezza di notte.

A parte conoscere le storie degli abitanti di Skopje, avevo un’altra questione urgente da sbrigare: capire il mistero di questa città piena di statue e grandiosi edifici dal mix stravagante di stili architettonici. Per scoprirlo mi affidai a un certo Vasco, che faceva la guida turistica ma in precedenza aveva un altro lavoro. «Da febbraio» ci spiegò, «questo Paese si chiama ufficialmente Macedonia del Nord. I greci non hanno mai digerito che una popolazione slava si appropriasse della loro storia, usando il nome e la bandiera con il sole di Filippo il Macedone. E senza questa svolta, saremmo stati automaticamente esclusi dall’Unione Europea e dalla NATO».

In merito alla questione urgente, finalmente venni a sapere che negli ultimi anni la città era stata sottoposta a un restyling senza precedenti grazie a un progetto governativo dal nome “Skopje 2014”: ingenti fondi pubblici erano stati investiti con l’obiettivo di mostrare a tutti le sue illustri origini storiche e renderla appetibile ai turisti. Tuttavia, caduto il premier che aveva fortemente voluto i lavori, tutto era rimasto bloccato e nessuno sapeva cosa fare. A giudicare dal livello di povertà che si vedeva in giro, mi era sembrata un’operazione moralmente discutibile.

Vasco poi ci portò a visitare i luoghi di Madre Teresa di Calcutta, l’arco di trionfo, un negozio di ascensori unico nel suo genere, gli edifici socialisti e la vecchia stazione ferroviaria, sulla cui facciata si trova l’orologio fermo all’ora in cui il catastrofico sisma del 1963 si abbatté sulla città.

Il Canyon Matka è un’amena località fuori porta dove i macedoni fanno piacevoli bagni, giri in barca e pranzi al sacco. Il pilota della barca che ci portò alle grotte si chiamava Jango, aveva trent’anni e gli occhi azzurri. Con grande agilità, tra una manovra e l’altra trovò il tempo di presentarsi, darmi il suo numero e invitarmi ad andare con lui alla Croce del Millennio. Io avevo provato ad andarci il giorno prima, ma l’autobus non era mai passato. La sera venne a prendermi con una bella auto Mercedes, facemmo scorta di cose da mangiare e bere – non alcoliche perché lui era musulmano albanese – e con la musica balcanica a tutto volume ci arrampicammo sul Monte Vodno fino a questa gigantesca croce tutta tempestata di lucine.

Il lago di Ohrid

Ohrid è la località più gettonata della Macedonia. L’omonimo lago su cui sorge è sempre citato insieme al vicino lago di Prespa, anche se credo che su quest’ultimo non ci siano cittadine altrettanto affascinanti. Quello di Ohrid è uno dei laghi naturali più antichi e profondi d’Europa e poi è così pulito che, a detta di tutti, se ne può tranquillamente bere l’acqua. Ci sono diverse spiagge che non hanno nulla da invidiare ai lidi marini, l’affitto dei lettini è a buon mercato e può capitare di conoscere il titolare del lido che ti offre un bicchiere di rakija alle undici di mattina.

La città è molto vacanziera, ma anche ricca di testimonianze storico-artistiche di grande interesse, in quanto si tratta di uno dei più antichi insediamenti umani europei. Non a caso è inclusa, insieme al lago, nel patrimonio UNESCO; anche se chissà per quanto ancora lo sarà, visto che l’abusivismo edilizio e l’inquinamento la stanno spingendo direttamente nell’elenco dei siti in pericolo.

Al monastero di San Pantaleone trascorsi del tempo con un tizio che si spacciava per guida turistica, ma in realtà si arrangiava come poteva. Aleksandar detto Alex aveva la barba rossiccia e le lentiggini e mi raccontò di San Clemente, un discepolo di San Cirillo e San Metodio: fu lui a far costruire questo monastero. «Qui c’era una specie di università dove gli studenti imparavano l’alfabeto glagolitico» mi spiegò, «ma anche la variante inventata da San Clemente, nota come alfabeto cirillico. A dire il vero, non tutti concordano sulla paternità dell’invenzione, perché molti pensano che il cirillico sia nato in Bulgaria e non in Macedonia».
Esaurita la spiegazione del sito, anche Alex non resistette alla tentazione di raccontarmi la sua storia. Mi parlò della sua ex, con cui si era lasciato perché lei era troppo attaccata ai soldi e alle cose materiali, mentre per lui le priorità erano ben altre: «La bellezza, il lago, i mosaici, qualche sigaretta rollata di tabacco, al massimo un paio di birrette – ma solo dopo una certa ora – e comunque, in generale, le emozioni».

Sono molto scenografici questi edifici sacri in mattoncini e cotto sullo sfondo blu del lago, anche di sera quando si accendono i fari che li illuminano dal basso. Un altro sito molto famoso si trova a circa trenta chilometri a sud, proprio vicino al confine con l’Albania, ed è dedicato a San Naum – anche lui discepolo di Cirillo e Metodio. Per andarci partecipai a una gita in barca che faceva tappa alla Baia delle ossa, dove c’è un insediamento preistorico con le palafitte ricostruite.

Non lontano dal monastero c’è un laghetto molto fotogenico pieno di riflessi colorati. In questo contesto bucolico ci sono alcuni ristoranti affollati di invitati ai battesimi; in una di queste strutture in legno mangiai una carpa che mi venne servita dall’ennesimo cameriere farfallone, che dopo avermi applicato un generoso sconto mi invitò a bere un drink la sera stessa – ma dissi no.

Un’altra Macedonia

Avendo programmato di andare a Salonicco, mi diressi a Kavadarci, vicino alla strada che collega Skopje al confine con la Grecia: avevo letto che la cittadina è nel cuore della regione vinicola di Tikveš e ospita la più grande cantina dell’Europa sud-orientale.

Trovare il mio alloggio si rivelò un’impresa: Google Maps dava i numeri e il telefono dell’host aveva un inspiegabile prefisso svedese. Girai a vuoto per quasi un’ora, finché non venni soccorsa da una coppia del posto che, abbandonate all’istante le proprie faccende, si dedicò alla mia causa con la solita solerzia balcanica. I padroni di casa non conoscevano nessuna lingua a me nota, ma mi passarono al telefono la figlia, che viveva in Svezia e parlava inglese: era lei la mente dietro l’affitto delle camere. Mistero del prefisso risolto.

La mattina dopo i genitori della ragazza mi procurarono un taxi per il lago artificiale di Tikveš, che secondo internet avrebbe avuto una spiccata vocazione turistica. Dopo cinque minuti di orologio pregai il tassista di riportarmi indietro: il lago era del tutto privo di attrattive. Kavadarci non offriva altro – la cantina andava prenotata con largo anticipo – e faceva un caldo insopportabile.

Passai l’ultima notte a Gevgelija, a due passi dalla frontiera greca, in un albergo equivoco di fronte a uno dei tanti casinò della zona. Il finale perfetto lo trovai alle terme di Negorci: un grande hotel d’altri tempi frequentato solo da ospiti anziani. Tra linoleum consumato e macchinari antidiluviani sperimentai le proprietà curative delle sue acque, scientificamente provate, grazie a un giovane medico di turno con un italiano eccellente, che si fece letteralmente in quattro per me.

Passaggio in Grecia

Salonicco è un fiorente centro industriale, economico e culturale della Macedonia greca; ma soprattutto, è una città che ricorderò per sempre al buio, perché di giorno faceva un caldo da impazzire. Non che io non ci avessi provato a visitare alcuni pregevoli esempi di architettura bizantina e paleocristiana; ben presto però mi arresi e mi rifugiai in un centro estetico per farmi fare la pedicure, visto che avevo i piedi spaccati dopo più di un mese di cammino con i sandali. A Salonicco sudai molto, dormii poco e naufragai in un mare di note musicali.

Quando il sole tramontò il cielo diventò tutto rosa e la gente affollò il lungomare, vicino alla torre bianca. Tra il porto e piazza Aristoteles c’era una vasta scelta di bar, sia sulla terraferma sia su barconi pieni di lucine. La cena si consumava molto tardi nelle taverne tipiche, dove con un po’ di fortuna si poteva ascoltare il pizzicare delle corde del bouzouki.
Di notte la città era piena di vita ed era facile ritrovarsi in piazza Aristoteles, alle prime luci dell’alba, a mangiare un panino prima di andare a dormire. A Salonicco, tra i banchi deserti del mercato alle quattro di notte, cantai “Aisha” insieme a un rifugiato siriano che suonava la chitarra.

La penisola Calcidica si trova a sud-est di Salonicco e si protende verso il mar Egeo come una mano dotata di sole tre dita. Mi aggregai a Sandro e Bruno che stavano andando a Uranopoli: feero aggiungere un letto per me nella loro stanza, visto che di alloggi a buon mercato non ne avevo trovati. Per arrivarci facemmo il giro largo, percorrendo la strada costiera e fermandoci in una spiaggia casuale – che poi, con tutte le spiagge splendide che ci sono qui, a me pareva proprio una delle peggiori.

Mentre ci avvicinavamo ad Agion Oros, il dito più orientale dei tre, apparve il Monte Athos: con i suoi duemila metri di altezza è la vetta più alta della zona nonché la principale attrazione per i visitatori. La parte centro-meridionale del territorio appartiene infatti alla repubblica autonoma del Monte Athos, meta di pellegrinaggio per via dei numerosi monasteri riservati ai soli uomini. Uranopoli sorge sulla costa occidentale ed è una rinomata località di villeggiatura infestata di negozi di articoli religiosi. Qui si può ritirare il Diamonitirion, il pass rilasciato dalle autorità monastiche che permette di visitare la Sacra Montagna ed essere ospitati dai monasteri.
Il flusso dei pellegrini quell’anno aveva subito un drastico calo in seguito allo scisma avvenuto tra il patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli. Quest’ultimo infatti aveva concesso l’indipendenza – o autocefalia – alla Chiesa ucraina: uno strappo che alla Russia non era piaciuto affatto.

A Uranopoli i prezzi per mangiare e bere erano piuttosto esosi, ma per fortuna c’erano delle enoteche dove acquistare bottiglie di vino da bere sul terrazzo. Sandro stava studiando il greco e consultava spesso il librone di grammatica che portava sempre con sé. Questo insegnante marchigiano aveva la caratteristica di pronunciare perfettamente le lingue straniere, anche quelle che non conosceva tanto bene: così i suoi interlocutori pensavano che fosse madrelingua, gli parlavano molto velocemente e lui non ci capiva un’acca. Mi raccontò che, quando viveva in Spagna, a causa di questo problema non riusciva a trovare un alloggio: quando telefonava agli affittuari aveva un tono formale tipico degli italiani, ma loro pensavano fosse spagnolo e li stesse prendendo in giro. Poi, quando capì l’errore, alla prima telefonata fatta con il suo spagnolo perfetto e con l’atteggiamento superamichevole tipico degli spagnoli, trovò subito casa.

Sulle spiagge della penisola di Agion Oros facemmo dei bagni indimenticabili e ascoltammo tantissima musica grazie a una cassa bluetooth Megaboom. E poi a Ierissos, a un certo punto, trovammo un mulino identico a quello che stava sulla copertina del libro di grammatica greca. L’ultimo pranzo in una tipica taverna ebbe come scenario una spiaggia sovrastata dal monte Olimpo, dove ci fermammo mentre eravamo diretti a Volos. Fui molto dispiaciuta quando la sera le nostre strade si divisero, perché con Sandro e Bruno avevo condiviso delle intense emozioni.

Dalla stazione di Volos – un ridente comune situato alle pendici del monte Pelio – presi un autobus diretto a Kalambaka, una meta turistica molto frequentata. La titolare dell’hotel mi prese in simpatia e mi diede una camera dotata di un delizioso terrazzino affacciato sulle Meteore, suggestive torri naturali di roccia che in quella vigilia di Ferragosto erano illuminate dalla luna piena. 

I primi eremiti occuparono questo luogo unico al mondo già nell’undicesimo secolo, mentre i ventiquattro monasteri furono costruiti tre secoli dopo per difendersi dai soliti turchi. Quelli rimasti intatti sono solo sei, due dei quali abitati da suore. Visitare questi luoghi sacri arroccati sui pinnacoli fu piuttosto impegnativo sotto il sole di agosto, anche se c’erano delle comode scale scavate nella roccia al posto di quelle a pioli che c’erano fino al secolo scorso.

Ioannina sorge sulle sponde del lago Pamvotida, nella regione dell’Epiro, ed è dotata di un grazioso centro storico, di un castello ottomano e di una bella passeggiata sul lungolago. Dopo una settimana in Grecia, avevo capito che rispetto alla Macedonia e all’Albania conoscere gente era piuttosto laborioso: i greci hanno bisogno di più tempo per sciogliersi, dunque bisogna spesso stare ore al bancone prima di intavolare qualche discussione interessante. Ecco perché non vedevo l’ora di varcare il confine e andare ad Argirocastro.

A Saranda senza un lek

Alla stazione di Ioannina salii su un autobus che in due ore arrivò ad Argirocastro. Le procedure alla dogana furono snelle: l’unico impedimento apparve all’ingresso della città perché un incidente aveva causato un blocco stradale e i poliziotti avevano deciso che il nostro autobus era troppo largo per passarci. Alcuni passeggeri avevano un’opinione un tantino diversa e ci tenevano molto a farla valere. Insomma, a quanto pare, forzammo il blocco.

In Albania passai i giorni più belli di tutto il viaggio, e probabilmente dell’intero anno. La proverbiale ospitalità albanese mi investì come un abbraccio. Una passeggera del mio autobus mi regalò una moneta per prendere un mezzo diretto al centro, poiché non avevo ancora prelevato i lek. Il tassista chiese indicazioni a destra e a manca, finché non si materializzò un anziano signore sconosciuto: mi portò la valigia fino all’ingresso della guesthouse, in cima a una salita, e poi scomparve nel nulla. Il palazzotto aveva una terrazza ombrosa affacciata su un delizioso agglomerato di case ottomane. Una bambina di otto anni stava mangiando un grappolo d’uva e pensò bene di togliere tutti i semini dagli acini prima di offrirmeli. Quanto mi era mancata l’Albania.

Argirocastro significa “città d’argento” per via del colore dei tetti ed è la meta più turistica del Paese, ma per fortuna il suo fascino non ne è molto intaccato. Per visitare Argirocastro sono necessari buone gambe e molto fiato, infatti le strade sono un continuo saliscendi. Posso testimoniare che non si tratta di una diceria in quanto proprio il primo posto dove mi arrampicai fu la fortezza, bellissima e ben conservata, dalla quale osservai il panorama illanguidito dal tramonto.

Il bazar era simile a quello di Skopje e di Sarajevo: anche lì c’era chi tentava di espropriare locali commerciali ai legittimi proprietari in nome dell’antico impero ottomano, uno dei metodi della Turchia per estendere la propria influenza sui Balcani a maggioranza musulmana.

Visitai la casa natale del dittatore Enver Hoxha, ricostruita dopo che l’originale era andata distrutta in un incendio, identica a tutte le altre case ottomane restaurate disseminate nei Balcani. Non mancava in città un sistema di bunker, pronto — nell’ossessione hoxhista — ad accogliere lui e i suoi fedelissimi in caso di guerra atomica.

La sera, in un ristorante del centro, un gruppo di musicisti suonava dal vivo pezzi tradizionali albanesi e persino “Storia d’amore” di Celentano. Quando intonarono “Ederlezi” – la canzone dei rom balcanici resa celebre da Bregović – mi convinsi che gli albanesi fossero il popolo più adorabile del mondo.

Per andare all’Occhio Blu senza automobile bastò prendere un autobus per Saranda e scendere a metà strada. Camminai fino a una sbarra presidiata da due guardiani, lasciai loro il bagaglio e proseguii per altri due chilometri.
L’Occhio blu è una sorgente carsica dal colore incredibile e dalla temperatura gelida: anche se il sito ufficialmente non era balneabile, era organizzato in modo che i turisti salissero su una pedana di legno e da lì si tuffassero, alcuni dopo così tanti minuti di titubanza da farmi pensare che mica gliel’aveva ordinato il dottore. Gli altri stavano tutti intorno a guardare e a sfottere vigliaccamente i tuffatori, o al massimo provavano a immergersi piano piano perdendo subito la sensibilità dei piedi.
In agosto lì si svolgeva una gara senza esclusione di colpi tra comitive di baresi e di napoletani sguaiati e inguardabili. In confronto gli albanesi apparivano principeschi.

Saranda era la città albanese più strutturata per il turismo estivo: offriva servizi ed attrazioni rivolti soprattutto alle famiglie meridionali con pochi soldi, molti chili di troppo, bambini rompicoglioni e magliette elasticizzate con scritte dorate.
La passeggiata, meglio nota con l’esotico nome di promenade, era un carnaio durante le serate di agosto. Le alternative, comunque, non è che fossero tanto meglio. Per esempio c’era il locale del genere terrazza tutta bianca con musicadimmerda. Oppure il club buio e sordido con le Heineken a quattro euro e le ragazze che si contendevano i clienti, a volte arrivando alle mani.

A Saranda provai a prelevare i lek in ogni banca della città, senza successo. Nemmeno ad Argirocastro ci ero riuscita, ma non mi rassegnavo, visto che entrambe le mie carte avevano funzionato perfettamente in Bulgaria, Macedonia del Nord e Grecia. Per fortuna l’hotel di Saranda accettava i pagamenti elettronici, ma spostarmi a Himarë o addirittura Dhërmi senza un soldo mi sembrò azzardato, vista la scarsità di esercizi commerciali con il POS.

A quel punto entrò in scena Cris, il manager dell’hotel dove avevo alloggiato due notti. Camere libere non ce n’erano più, ma quando gli raccontai il problema con i contanti, mi propose l’affitto di uno dei suoi appartamenti pagando direttamente tramite l’albergo. Risolto velocemente l’affare, mi chiese se volessi accompagnarlo a Butrinto e poi al mare, visto che era domenica e non doveva lavorare. Non me lo feci ripetere.

Cris era un po’ sbattuto, ma per una ragione molto valida: aveva passato la notte in prigione. Il giorno prima aveva preso a pugni il cuoco, che comunque se l’era cercata, visto che lo aveva insultato e gli aveva sputato in faccia. Oltre all’umiliazione di finire dietro le sbarre per la prima volta, si era ritrovato senza cuoco e con due cameriere che avevano mollato tutto. «Ho dovuto chiamare due ragazze all’ultimo momento» mi disse in macchina, verso Butrinto. «Delle incapaci totali». Cris aveva tanti pensieri, eppure mi sembrava abbastanza di buonumore.

Butrinto, il sito archeologico più importante d’Albania, risale a più di otto secoli prima di Cristo, quando lì c’era la regione storica dell’Epiro. Cris, anche lui epirota, conosceva bene la zona: «Era una città romana, poi un terremoto la distrusse. In seguito ci fu una basilica paleocristiana, e da lì un’infinità di alti e bassi, finché non entrò a far parte dell’Albania nel 1912». Gli scavi cominciarono nel 1928, voluti dal governo fascista italiano: a quei tempi Saranda si chiamava Porto Edda, in onore della primogenita di Mussolini.

A pranzo Cris mi informò che suo fratello si era convertito all’Islam ed era diventato piuttosto fanatico, da quando in un periodo di profonda crisi esistenziale era entrato in contatto con un’associazione di musulmani fondamentalisti.
In quanto a lui, lavorava al Comune la mattina, in albergo il pomeriggio, più la faccenda degli appartamenti: gli stipendi albanesi erano da fame, e lui voleva fare la bella vita. In spiaggia mi confessò che i suoi guai non erano finiti: la moglie se n’era andata di casa due settimane prima. Esausto da tutte le storie che mi aveva raccontato, si addormentò sul lettino.

Più tardi andammo a prendere un caffè in uno di quei bar con terrazza bianca di Saranda, da dove si vedevano bene il cemento, l’abusivismo edilizio e la bruttezza di questa città. Cris aveva l’aspirazione di diventare assessore al turismo e condivise con me alcune delle sue molte idee: dipingere le facciate dei palazzi con disegni colorati, piantare alberi di una specie cinese a crescita rapida, organizzare viaggi per gli operatori turistici a Bali: «Lì sanno come si fa l’hôtellerie».

La sera salimmo al castello di Lëkurësit, antica fortezza ottomana adibita a capiente ristorante pizzeria. C’era un gruppo che eseguiva brani tradizionali albanesi, gente che ballava in cerchio tenendosi per mano e anch’io andai a ballare con Cris – che, tra le tante cose, aveva trovato pure il tempo di fare il corso di danze popolari.

Il giorno dopo cercai una barca per la spiaggia di Krorëz. Quando arrivai al porto, le gite erano già tutte partite. Il responsabile dell’agenzia mi assicurò che una barca stava rientrando e che in una mezz’oretta sarei partita; in realtà ciò avvenne almeno un’ora e due birre dopo. Per il resto, mi applicò un generoso sconto. Il mare aveva un colore mozzafiato e la spiaggia non era male, sebbene fosse infestata dalle vespe: un gruppo di napoletani, la sera, per questo sollevò un gran putiferio contro l’organizzatore delle escursioni.

Il gestore si chiamava Andi, pescatore di mestiere, e anche lui, inutile dirlo, dopo pochi minuti mi raccontò la sua storia. Andando a convivere con la sua ex, soprattutto dopo la nascita della bambina, si era reso conto che le persone cambiano quando ci abiti insieme gomito a gomito: lei aveva cominciato a diventare sempre più nervosa e irritabile, finché si erano lasciati. La bambina però lui la vedeva spesso e me la mostrò nelle foto sul cellulare, per esempio com’era vestita all’ultima festa di compleanno.

Per tornare in Italia presi un aliscafo per Corfù e poi un traghetto notturno. A bordo il POS non funzionava: per avere un caffè gratis dovetti impietosire il cameriere, che però era greco e non albanese, quindi ci misi un po’ più di tempo a convincerlo.
E alla fine di questo viaggio di tre settimane nei Balcani meridionali, quando sorse il sole sull’Adriatico, pensai che la cosa bella, ma allo stesso tempo amara, di parlare con persone che non incontrerai mai più, è che non saprai mai quante bugie ti hanno raccontato.


ALTRI BALCANI

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