Cronache balcaniche da Durazzo a Dubrovnik


Durrës/Durazzo
Al padrone di questa “vila” di Durazzo non va giù il mio programma di viaggio in Montenegro. Cerca di convincermi che bastano due giorni, se non addirittura uno, per visitarlo. Intanto, domani devo assolutamente andare a Krujë, dice: c’è un castello che non posso perdermi. D’altra parte, rilancia, è impensabile che io non visiti Valona. «Quasi quasi ci vado», faccio per accontentarlo, pure se è nella direzione opposta, «ma ora posso cenare qui, nella tua “vila”?»
Divaga: merluzzo, triglie, i pescatori che tornano alle dieci, le linguine a undici euro. Non ci crede che ho un anno più di lui. Mi parla della moglie lettrice all’università, della Sapienza e dello stipendio troppo basso, dei furgon delle quattro, delle due o forse di mezzogiorno, di Skanderbeg e delle figlie di undici e tredici anni. Quando mi offre la “grapa” di prugne – «fatta da me, bollendole due volte, mica una!» – capisco che il suo bicchiere, pieno fino all’orlo, non è acqua. Gli sto simpatica, mi dà la camera col balcone.
E comunque, vado a mangiare in un ristorante sul lungomare. Accanto a me siedono due anziane salentine. Una sta raccontando nei minimi dettagli la morte del marito. Alla fine scoprono che sono italiana: «Oddio, hai capito tutto!» (mica tanto, il salentino è molto stretto). Comunque è stato sedici anni fa. L’altra mi spiega che è lì per rifarsi i denti. L’altro ieri l’hanno scippata: cinquecento euro e due anelli d’oro. «Ora dobbiamo stare attente alle spese. Poteva succedere anche da noi.» «Da noi di più», ripete due volte l’amica.



La mattina dopo, quando mi viene servita la colazione, mi rallegro di non aver cenato nella “vila”. Edi ha cucinato una frittata veramente immangiabile, mentre le due uova “bollite” che accetto come alternativa mi si liquefanno in mano. Le brioche strabordano di crema al cioccolato scadente e la frutta non sa di nulla. Il tavolo alla fine è stracolmo di cibo e mi vergogno di non essere riuscita a mangiare quasi niente. Al maxischermo intanto scorrono immagini troppo sature dei migliori paesaggi albanesi, accompagnate da musica motivazionale. Fuori dalla finestra piove.
Vado a fare un giro in città. Edi mi propone di chiamarlo quando finisco: «Ti porto io il bagaglio con la machina». Come sempre, l’Albania mi commuove. Decido di andare a Krujë.




Krujë/Croia
Eccone un’altra che vuole dissuadermi dall’andare in Montenegro. Romina è una dei tanti passeggeri che viaggiano in piedi nel furgon – «illegal», commenta lei – e siamo praticamente appiccicate. «Montenegro caro», dice questa studentessa universitaria storcendo il naso quando le comunico i miei piani. «E poi, loro non sono come noi albanesi. Se proprio devi andare, vai a Ulcinj o Tuzi: città strappate all’Albania dalla Jugoslavia dopo la guerra». Quindi si fa tradurre sul telefono una sintesi della storia degli altri territori che un tempo erano albanesi.
A Romina non piace un granché la musica rap che passa l’autoradio, preferisce quella tradizionale. Per farmi capire mi mostra i video di Gazmend Rama, specializzato in canzoni per matrimoni. A quanto pare è proprio un genere di punta su YouTube: dasma shqiptare. Anche lei sogna un matrimonio da favola con tanto di corteo. Intanto martella il fidanzato, che per inciso vive a Pavia, con le foto dell’anello che pretende per il fidanzamento. Mi mostra la chat di Messenger con i prezzi dei gioielli e i cuoricini che si scambia con lui.



Alla fine, dopo aver cambiato un altro furgon, arrivo a Krujë e prendo una stanza all’hotel Panorama, consigliato da Romina. Essendo fuori stagione, il gigantesco ed elegante albergo è quasi vuoto.
Per riconoscenza vado ad omaggiare Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese che guidò l’epica battaglia contro gli ottomani. Krujë, la sua roccaforte inespugnabile, è sede del Museo Nazionale a lui dedicato. Il guardiano mi spiega che fu il Sultano Murad II a dare questo soprannome a Giorgio Castriota, in onore di Alessandro Magno: i turchi infatti lo avevano preso come ostaggio da bambino, addestrandolo nelle loro scuole militari. Poi era tornato in patria, si era riconvertito al cristianesimo e aveva guidato una coalizione contro l’invasore, vincendo tutte le battaglie. «Ha combatuto pure in Puglia! Dieci anni dopo sua morte però Albania cade sotto controllo dei turchi, così molti albanesi fuggono a Italia, fondando comunità Arbëresh». Quando esco, il museo dovrebbe già essere chiuso, ma il guardiano accoglie cordialmente un gruppo di turisti tedeschi. «Poverini, hanno fatto tanta strada per venire fin qui», mi dice.






Shkodër/Scutari
Per andare a Scutari il receptionist dell’hotel mi consiglia di tornare a Tirana e da lì prendere un altro autobus. Tuttavia, alla fermata dei furgon – uno di quei luoghi d’aggregazione promiscui in cui è inevitabile scambiare due chiacchiere – mi suggeriscono di risparmiarmi questo va e vieni scendendo a Fushë Krujë, per poi intercettare la corsa che viene da Tirana. Quando arriviamo, uno dei passeggeri si candida per accompagnarmi: senza alcun tornaconto si sciroppa una camminata di almeno dieci minuti sotto il sole, mi lascia sul bordo di questa via a scorrimento veloce piena di camion e infine mi saluta educatamente prima di tornare indietro.
Dopo una ventina di minuti di attesa, si ferma una bella auto. «Shkodër?» mi chiede la donna bionda seduta dal lato passeggero. «Mille lek» dice l’autista. Partiamo all’istante, senza che io abbia il tempo di comprendere chi siano questi due personaggi. Poi la donna, un’avvocata che parla perfettamente italiano, mi chiarisce che lui è un tassista privato e lei una normale cliente. A un certo punto carichiamo un altro sconosciuto che aspetta come me in mezzo alla strada, il quale avrà qualcosa da eccepire quando, all’arrivo, gli verranno chiesti cinquecento lek.
La strada è molto trafficata, quindi l’autista, stanco dell’ingorgo, prende una via secondaria che ci porta in campagna. Quando attraversiamo Lezhë penso a Romina, la quale mi ha suggerito di visitarla perché è il luogo dove Scanderbeg morì. A un certo punto il tassista accosta per chiedere a un dipendente di AgroIndustrial delle informazioni su certi strumenti: l’avvocata partecipa attivamente alla discussione.
Man mano che ci avviciniamo a Scutari, il profilo delle Alpi Albanesi all’orizzonte diventa sempre più nitido. Ho dei bellissimi ricordi di questa zona, visitata tredici anni fa. Scendo alla rotonda dell’hotel Rosafa, riconosco la Pedonale, mi fermo in un bar per bere qualcosa e chiedere di tenermi il bagaglio. Il deposito è a mia completa disposizione e un ragazzo, che parla italiano con accento romano, mi offre una “bira”.



Il giovanotto che presidia il Site of Witness and Memory, museo delle prigioni comuniste, mi parla di Luigj Gurakuqi: politico e patriota, tra i firmatari della Dichiarazione d’indipendenza dell’Albania, poi esiliato a Bari e lì ucciso nel 1925. Mi mostra anche il selfie che si è scattato davanti al Comune di Bari, dove c’è la targa commemorativa. «Beautiful town!», aggiunge, citando tra le altre cose la focaccia barese, San Nicola e le stratificazioni storiche.
Quando gli dico che sto andando in Montenegro, anche lui attacca con l’arcinota vicenda di Ulcinj e Tuzi, strappate all’Albania dopo la guerra. Per fortuna lui in Montenegro ci è stato, quindi – oltre all’aneddoto di Cervantes, imprigionato proprio a Ulcinj – mi dà un consiglio basato sulla sua esperienza: «Mi è piaciuta molto Cettigne. C’è anche l’ex residenza reale del Re Nicola del Montenegro, il suocero di Vittorio Emanuele III!»
Lui, a differenza degli altri, non a caso è laureato in storia.




Il mitomane dei Balcani
Siamo nel centro di Scutari ad aspettare l’autobus delle 16:15 per Podgorica. Un tassista abusivo cerca inutilmente di convincerci ad andare con la sua auto invece che con la MS tour, con una minima differenza di prezzo. Saremmo in quattro, ma le due ragazze giapponesi hanno già comprato il biglietto online; questo montenegrino, invece, ormai è in parola con l’autista del bus e non vuole cambiare idea. «Per correttezza, capisci?» mi fa.
Vasilije è vestito sportivo, ma con capi che sembrano di marca. Parla italiano perché – mi spiega – ha studiato alla Bocconi. Uno che ha studiato alla Bocconi di solito si esprime meglio, ma è passato molto tempo.
Il tassista si lamenta dei prezzi assurdi del gasolio in Albania (due euro e venticinque al litro), ma secondo Vasilije in Montenegro la situazione è ancora più tragica (non è vero), tanto che ormai non circolano quasi più auto. L’integerrimo Vasilije la sa lunga: per convincerci ci mostra per una frazione di secondo un rettangolino sospetto con scritto PRESS. «Giornalista investigativo», aggiunge in inglese. Ciononostante, pure se abita a meno di un’ora dal confine, non è mai stato in Albania prima d’ora. La storia si fa interessante.
Continuiamo a chiacchierare per tutto il tragitto in autobus. L’inflazione è alle stelle, voglio sapere quanto ha pagato il volo per Tirana? Seicento euro. Stamattina si è svegliato all’alba per prendere l’aereo e ieri sera ha fatto le due: è molto stanco. Inutile dire che stamattina non c’erano voli diretti Madrid-Tirana (controllo sullo smartphone mentre parla, ma non gli dico nulla).
Vasilije va avanti con le sue storie: donna timorata di Dio – ora defunta – che lo ha ospitato a Milano ai tempi della Bocconi, tre figlie adolescenti che vivono con lui a Madrid e stanno sempre incollate allo schermo, terroristi estremisti che preparano bombe in tutte le cantine d’Europa…. Non si rende conto che un giornalista investigativo che collabora con l’Europol difficilmente viaggerebbe su un bus locale. L’altra cosa sospetta per un laureato Bocconi è non sapere perché il Montenegro usi l’euro pur non essendo nell’UE. Infine, dettaglio non da poco, gli mancano alcuni denti. Io sono una sfinge.

Vediamo dove va a parare ora. Eccolo qua: il vaccino. La mamma è morta a causa di AstraZeneca: «Tu sai… Israele, il 5G». Poi mi mostra la sua caviglia piena di macchie rosse, anch’esse provocate dallo stesso vaccino, senza contare le decine di persone di sua conoscenza affette da ogni genere di effetto collaterale. Provo a eccepire che AstraZeneca lo hanno sviluppato a Oxford; lui si innervosisce un po’ quando intervengo, ma io lo tranquillizzo sempre.
A questo punto della carrellata (Netanyahu criminale, Trump pazzo, Meloni brava, Europa katastrofa, immigrati siriani in Germania, l’immancabile Ursula von der Leyen) diventa del tutto scontato il prossimo argomento. «La Russia potrebbe vincere questo guera quando vuole, ma non conviene lei. Mai ha obligato uomini per combatere: solo carcerati. E droni, sopratuto». «E tutti quelli che sono scappati dalla Russia negli ultimi tempi?» Chiedo con circospezione. «Ovvio, sono spie».
Grazie al suo lavoro conosce cose che io non posso sapere. «Novantacinque per cento di notizie non è vero, non sei così ingenua da crederci…» «Ma certo che no, caro Vasilije». «Tu sai» prosegue, «tutto petrolio che usiamo in Europa viene da Russia». «Noi lo compriamo dall’Azerbaigian, dalla Lib…» provo a ribattere. «Russia e Azerbaigian sono stessa cosa», taglia corto. «OK».
Siamo quasi arrivati quando confessa che, non vivendo a Podgorica da anni, ogni volta che torna non può fare a meno di pensare con commozione alla mamma, morta di AstraZeneca… Appena scendiamo, guardando le strade normalmente trafficate, mi fa: «Che ti avevo detto? Non c’è nessuno in giro».
E infine, prima di augurarmi buon viaggio, come se niente fosse fa un cenno di saluto a due o tre persone che incrocia nella stazione degli autobus di Podgorica. Immagino che fra un po’ le incontrerà al bar, come ogni sera.

Подгорица/Podgorica
Salgo al terzo piano senza ascensore di questo palazzo in stile sovietico nel pieno centro di Podgorica. Sulla porta mi accoglie Koli, un ragazzo alto, bello e iperattivo, che subito mi chiede se quel cane bianco sia mio. Non credo: «Ha salito le scale in autonomia prima di me», gli dico. Mi mostra sbrigativamente l’antiquato appartamentino mentre cerca come un forsennato le chiavi per me. Non le trova da nessuna parte, mette dei video “Africa lounge” alla tv e alla fine stacca le chiavi dal suo mazzo. Scendiamo insieme a cambiare i soldi al bancomat, visto che non ha il resto: inserisce la cinquanta e lo sportello gli restituisce pezzi più piccoli. Passeggiando per strada, mi sembra che tutti i passanti assomiglino un po’ a Vasilje, il finto giornalista Europol conosciuto sull’autobus.


Dopo una rilassante passeggiata sul lungofiume al tramonto, raggiungo quel poco che resta del nucleo ottomano della città. Il ristorante consigliato da Koli è adorabile: il cibo è squisito, i prezzi bassissimi e i giovanissimi camerieri impeccabili. Il bello dei posti come Podgorica è che, non avendo praticamente nulla da vedere, ti costringono a guardare la gente. Al “club Tarantino” osservo la movida del venerdì sera: ragazze stupende in minigonna, zingari minorenni, anziani venditori di fazzoletti. Chi sta nella terasa è costretto ad ascoltare tre musiche diverse contemporaneamente, visto che i locali sono uno appiccicato all’altro. Nel frattempo, il padrone di casa brama su Whatsapp il mio dieci su Booking.com.



Cetinje/Cettigne
Un autobus si arrampica fino a Cettigne, il nido d’aquila dei sovrani montenegrini. Siamo solo in tre a scendere: tutti gli altri viaggiatori proseguono per Budva.
L’aria di montagna della vecchia capitale è frizzantina. Il padrone di casa – un altro Vasilije – dopo i convenevoli mi offre del formaggio e delle squisite fettine del rinomato Njeguški pršut: «Sono genuini. Li ha prodotti mio padre. Sai, ha una farm in the countryside», certifica.

Mi appresto a seguire il consiglio del giovane storico di Scutari, dirigendomi verso il Palazzo di Re Nikola, simbolo dell’indipendenza montenegrina, riconosciuta a livello internazionale proprio durante il suo lungo regno. «Era soprannominato il “suocero d’Europa”» mi aveva spiegato l’addetto al museo, «perché fece sposare le sue figlie con i reali di tutto il continente». Oggi questa storica residenza tutta rossa ospita il Museo Nazionale del Montenegro, che vorrei tanto visitare. Be’, di sabato è chiuso.
Fuori stagione Cettigne è piuttosto spettrale, ma «in estate è piena di turisti che approfittano delle temperature clementi», dice il titolare del ristorante. Anche qui rimango esterrefatta dai prezzi, nonostante Vasilije me lo avesse anticipato: «Per noi è economico, per i turisti non ne parliamo proprio».


Il monastero di Cettigne è uno dei luoghi di culto più significativi del mondo ortodosso per le reliquie che custodisce, tra cui la mano destra di San Giovanni Battista e dei frammenti della croce di Cristo. Il luogo è molto pacifico, circondato dal verde; diversi “popovi” si aggirano nei locali e nel cortile, con le loro barbe e le tonache nere. Domani è la domenica delle palme ortodossa, anzi “dei salici”, come la chiamano qua.
Alle spalle del monastero un sentiero porta alla tomba del Vescovo Danilo, il fondatore della dinastia reale che ha governato fino al 1918. Fu lui a unire le diverse tribù montenegrine per combattere i soliti ottomani. Il baldacchino sostenuto da quattro colonne, che ospita un sarcofago in pietra, fu costruito su idea della Principessa Jelena e si trova sulla collina nota come “Roccia dell’Aquila”.



Njegošev mauzolej/Mausoleo di Njegoš
Ben più scenografico è il Mausoleo di Petar II Petrović-Njegoš: discendente di Danilo I, principe-vescovo, nonché il più grande poeta del Montenegro. Situato sulla cima del monte Lovćen, a 1657 metri, è il complesso funebre più alto del mondo. Per raggiungerlo bisogna salire una scalinata di quattrocentosessantuno gradini che attraversa un tunnel scavato nella roccia. Dalla terrazza circolare si gode un ampio panorama che spazia fino alle Bocche di Cattaro.
Mi ci accompagna un ennesimo Vasilije – un settantenne che conosce a menadito queste strade piene zeppe di “serpentini”, perché sono anni che ci porta i turisti. Lassù c’è ancora neve e bisogna essere molto abili a gestire gli ingorghi che si creano nel minuscolo parcheggio. Nonostante la lunga carriera, Vasilije senior non parla una parola di inglese, ma si mostra comunque affabile.


Dopo il mausoleo, l’accordo prevede che mi accompagni giù a Cattaro, percorrendo quella che è considerata una delle strade più spettacolari del mondo. Mentre lui è concentrato sulle famose venticinque curve a gomito che scendono verso il mare, io guardo fuori dal finestrino il paesaggio che cambia drasticamente: dalla neve del Lovćen al blu profondo di questo celebre fiordo, dal richiamo ancestrale del pan-slavismo ortodosso alle navi da crociera.


Kotor/Cattaro
L’impatto con la “Venezia del Montenegro”, per quanto splendida, è abbastanza respingente. Il gioiello medievale è infestato di turisti, i prezzi sono più europei, persino i gatti sembra si siano messi in posa. La Msc Armonia, una nave alta come un palazzo, riempie un bel pezzo del panorama di Cattaro.

Margarita mi mostra l’appartamento, situato nel pienissimo centro storico. È arredato in stile anni Settanta, pieno di oggetti orribili che osserverò con attenzione solo la sera quando – aprendo per puro caso una finestra terribilmente sporca – scoprirò una vista sorprendente.
Margarita si offre di accompagnarmi in auto a Perast, visto che di domenica non ci sono molti autobus. Sta tornando a casa sua a Dobrota, il comune accanto, ma allunga volentieri la strada per me. Per me o per scalare le posizioni in Booking.com? non posso fare a meno di chiedermi.
Perast è un tranquillo lungomare, perfetto per una passeggiata domenicale. Con un brevissimo, ma costoso, giro in barca si può raggiungere la minuscola isoletta artificiale della Madonna dello Scalpello e visitare la chiesa piena di ex voto d’argento. L’isola di San Giorgio, con i suoi inquietanti cipressi, invece è interdetta ai visitatori.



1350 gradini in tacchi a spillo
Sono a Perast ad aspettare l’autobus insieme a un uomo taciturno e a due donne che hanno appena scoperto, con grande entusiasmo, di essere entrambe russe. A un certo punto si accosta un taxi: concordano il prezzo della corsa per Cattaro e io mi aggiungo all’equipaggio senza essere stata invitata.
«Milletrecentocinquanta gradini, duecentottanta metri fino alla cima, e che vista meravigliosa! L’ingresso oggi è gratuito, ma tra qualche giorno costerà quindici euro a persona». Il tassista, che parla russo perfettamente, sta consigliando caldamente la fortezza alle russe e al turco, marito di una delle due. «Vi avverto: c’è una vista davvero magnifica su tutta la città vecchia e sulla baia. E oggi è arrivata la nave da crociera».
Io l’ho percorsa stamattina quella scalinata, ma non ho proseguito oltre la Chiesa di Nostra Signora del Rimedio, anche perché di viste sulla città ne avevo abbastanza dopo tutta la strada fatta dal Lovćen.

Nastya, la russa sposata con il turco, confessa di non aver mai imparato l’inglese. Ora vive a Istanbul, ma è originaria di Kazan, «la terza capitale della Russia». L’altra, Monika, viene presentata al tassista, a cui viene raccontato come si sono conosciute alla fermata dell’autobus.
«Hanno detto che Kazan è una città molto bella», fa il tassista.
«Sì, è molto bella, ma ora a causa della guerra ci sono molti droni che volano in giro».
«Ci sono droni che volano sopra Kazan?»
«Sì, moltissimi. Volano dritti dritti in città».
«Stanno bombardando gli ucraini, vero?»
«Sì, i miei genitori vivono a Kazan, e a ottobre la casa accanto alla mia è stata bombardata dagli ucraini».
«Quindi, non è particolarmente sicuro a Kazan adesso… Sono passati tre anni, giusto?»
«Quattro. Quattro anni di guerra. Erano quattro anni a febbraio».
«Chi avrebbe potuto immaginarsi una cosa del genere?»
«Sì, come la prima guerra mondiale. E non c’è niente da fare».
«Orribile».
«In ogni caso, in un certo senso si vive in pace… Siamo in una guerra del ventunesimo secolo».
«Già».
«Ma non è l’Ucraina, è l’America».
«L’America?»
«L’Ucraina è solo una pedina, amico mio. Ucraina e Russia sono un solo popolo».
«Infatti, nei miei ventiquattro anni di lavoro con turisti russi e ucraini, non ho mai incontrato una famiglia che non fosse imparentata. Russia-Ucraina, Russia-Ucraina, tutti parenti».
«È tutto causato dalla politica. E dai soldi», sentenzia Nastya. «Gli ucraini hanno bombardato Donetsk e il Donbass per otto anni. Hanno tradito i loro fratelli e le loro sorelle, tutto qui. E poi dicono in TV che la Russia è cattiva. Dove siamo cattivi? Ci hanno bombardato per otto anni e noi abbiamo reagito. Per quanto tempo ancora potevamo rimanere in silenzio? Scusate, tutti i Paesi fanno così. Non voglio ciò che non è mio, ma scusate, io devo proteggere ciò che è mio».
«Certo, è sempre così».
«Sì, certo, forse in certi momenti siamo anche delle bestie [zveri in russo], ma non siamo stati i primi a iniziare la guerra». Nastya giustificava i massacri russi in Ucraina recitando a memoria lo script dettato dal Cremlino.

«Sì, sì, lo so, è giusto…», il tassista, come sempre, LE dà ragione su tutta la linea. Poi, come se niente fosse, fa: «Vedete dritto davanti a voi, amici, dove c’è un pezzo delle antiche mura della città? Vi mostrerò dove iniziano le scalinate». Spiega loro che ci vogliono circa trenta minuti per raggiungere la fortezza, assicura falsamente che non è per nulla faticoso, ma suggerisce comunque di portare almeno un litro e mezzo di acqua. A proposito: Nastya indossa scarpe con i tacchi a spillo.
«Cos’altro c’è da vedere nella città vecchia oltre a questo?»
«Nella città vecchia si trova la Cattedrale cattolica di San Trifone, che è più antica di Notre-Dame. Fu costruita nel 1166 sulle fondamenta di una chiesa dell’809».
«Lui sa tutto» commenta Monika, che fino a questo momento non ha aperto bocca.
«Poi ci sono diverse piazze e tutte le case antiche in stile architettonico veneziano. Ville, palazzi, chiese. Ma in sostanza, la città vecchia di Kotor, a parte i bastioni, è simile a Budva». Questo glielo dice perché Nastya conosce bene Budva, avendone lodato poco prima la vibrante vita notturna.
«Nel quindicesimo secolo, signorina, nella città vecchia di Kotor c’erano trentacinque chiese e sette monasteri. Ora ne restano solo sei. Gli altri sono andati distrutti durante il terremoto o durante la guerra».
«Conosci molto bene la città e il Paese» interviene nuovamente Monika.
«Eh be’, ventiquattro anni di lavoro con i turisti… Ah, oggi è domenica, i negozi e le boutique sono chiusi in Montenegro».
«È ovvio» commentano all’unisono le due russe.
Mi lasciano di fronte allo Shopping Centre Kamelija, rigorosamente chiuso, e proseguono verso le scalinate. Li saluto, chiedendomi come farà Nastya ad affrontare i milletrecentocinquanta gradini di pietra con i suoi tacchi a spillo.

Herceg Novi/Castelnuovo
Castelnuovo, situata all’ingresso delle Bocche di Cattaro, è una delle maggiori destinazioni turistiche del Montenegro. Durante l’estate diventa un inferno, ma all’inizio di aprile è un tranquillo borgo marinaro. Mi siedo al bancone del bar Amadeus.
«Ah italiana, poteva dirlo subito!» dice questo signore seduto accanto a me, dopo avermi offerto l’unica fragola rimasta nel piattino. «Tanto comercio sigarette anni Novanta con Italia fino al 2000, vendute anche a Switzerland e Germania. A cinque chilometri da qui pieno di speedboats… motoscafi. Per noi era unico modo dopo la fine della Jugoslavia…»
«Ho imparato italiano», continua il mio vicino, Davor, «perché la mia granmother, nona, quando c’erano italiani, second world war, aveva ristorante per ufficiali. Poi ha insegnato me, vedevo cartoni animati, Rai uno e Rai due. Comunque in famiglia abbiamo genes, i geni: nono parla tre lingue, mama tradutrice. Italia in guera conquista Boka Kotorska, Bocche di Cattaro, però italiani – come serbi – no uccide donne e bambini. Italiani umani, non come germans. Per questo ogi noi respeta Italia». Mi viene in mente un incontro a Leros, nel Dodecaneso, fuori dal museo della guerra. Penso anche all’Eritrea. Dicono tutti le stesse cose.


Parliamo dei turisti che affollano questo borgo in estate, sono un po’ di tutte le nazionalità. «Io non piace english», dice. «E i russi?» Chiedo. Mi spiega che tanti erano qui prima della guerra grazie al governo montenegrino, che fino al 2022 concedeva il cosiddetto “passaporto d’oro” in cambio dell’acquisto di una proprietà. Gli ucraini, invece, sono venuti dopo l’inizio della guerra. Comunque, che siano russi o ucraini, se hanno i soldi sono uguali: Porsche, ristoranti di lusso e via dicendo. «No interesa guera. Mia nonna diceva: “Quando guera inizia, governo dà fucili e richi pagano per non usarli. Quando finisce guera, richi ancora più richi, poveri piangono su tombe”».
Poi comincia con l’arcinota solfa antioccidentalista: Gheddafi l’esempio massimo di democrazia al mondo, gli Stati Uniti che fanno le guerre dove stanno le materie prime, la provocazione alla Russia che non poteva non reagire, i Paesi europei dove insegnano ai bambini a diventare gay eccetera.
A questo punto per fortuna arriva Goran, un altro habitué dell’Amadeus, che comincia a cantare “Bella ciao”. Davor mi dice che bisticciano spesso perché hanno differenti idee politiche, poi gli telefona per farmi sentire la suoneria: Che confusione, sarà perché ti amo. Goran dice che Elena del Montenegro (anzi Jelena!) era alta, mentre Vittorio Emanuele era un tappo: «Le arrivava qua».
Dopo un suo accenno all’alfabeto cirillico, che si sta abbandonando un po’ ovunque per quello latino, mi congedo. «Tu simile a montenegrine: capeli castani, ochi», dice Davor. «Bira oferta».
«Hvala Davor. Ciao Goran».
«Ciao belisima».


Dubrovnik/Ragusa
Dopo la visita a questo museo interattivo di Dubrovnik, dedicato alla vita quotidiana sotto il regime comunista della Jugoslavia, mi rivolgo in inglese all’addetto all’accoglienza. Gli parlo della casa croata tipica degli anni settanta ricostruita nel percorso: con quei mobili arancioni e marroni, la carta da parati improbabile e le bottigliette di liquore mignon, beh… non era poi troppo diversa dalle nostre abitazioni italiane. «Sai che l’altro ieri a Cattaro ho dormito in un appartamento molto simile?», gli dico.
Anche questo giovane impiegato ha i capelli lunghi e gli occhiali, proprio come quello del museo di Scutari. Sono ragazzi molto preparati, che non hanno vissuto gli eventi descritti nei musei dove lavorano.



Mi racconta di Tito: «One funny story è che da giovane voleva fare il cameriere perché gli piaceva come si vestivano. Quando ci ha provato, ha scoperto che bisognava servire le persone e ha riconosciuto che non faceva per lui».
«La vedova» prosegue «non ha ricevuto quasi niente di eredità, anzi. Fu cacciata dalla residenza presidenziale e confinata in una villa fatiscente; tutte le loro proprietà furono nazionalizzate. I nipoti vivono chi in Croazia chi in Serbia, e una di loro è una famosa regista teatrale croata». Poi mi parla dei monumenti brutalisti fatti costruire dal regime, come il Fiore di Pietra di Jasenovac, e mi mostra delle calamite che lo raffigurano in vendita nel loro piccolo shop.
«Ci sono ancora tensioni tra Serbia e Croazia?» chiedo.
«È inevitabile, però dipende dai contesti. La strage di Vukovar, ad esempio, viene commemorata ogni anno, non ogni cinque o dieci. Allo stesso tempo, una famosa cantante serba, Aleksandra Prijović, ha fatto cinque sold out consecutivi all’arena di Zagabria. Oppure, molti camerieri sulla costa sono serbi».
Anche il cameriere del ristorante sul mare, a Castelnuovo, ieri sera, era serbo. «Tra l’altro» gli racconto, «quando sono andata in bagno, un gatto si è mangiato il mio seafood rizoto lasciato incustodito e hanno dovuto prepararmene un altro». Ride.



Gli parlo dell’Albania, lui non c’è mai stato: «Dev’essere piuttosto esotica» dice. «I turisti che vengono a Dubrovnik» aggiunge «sono esaltati dal fatto che in poco tempo possono raggiungere la Bosnia e vedere i minareti».
A quel punto chiedo informazioni sul museo storico dedicato alla Homeland war – così chiamano la guerra degli anni novanta. «Si trova sul monte Sergio» mi spiega, «all’interno del forte che fu costruito dai soldati di Napoleone. Nel ’91 un piccolo manipolo di soldati croati lo difese contro l’attacco dell’esercito serbo-montenegrino. Sai che Napoleone non pose fine solo all’indipendenza di Venezia, ma anche a quella altrettanto lunga di Ragusa?» A proposito: cosa ne penso del fatto che le città della costa mantengono ancora i nomi italiani dell’epoca?
«Wow, gli esonimi!» gli rispondo. «Interessanti, però possono creare confusione con Google Maps».
Dopo averlo salutato vado a prendere la cable car che porta al forte. La vista dall’alto è meravigliosa al tramonto. In quanto al museo ospitato al suo interno, effettivamente, come ha detto il giovane storico, forse per noi turisti è un po’ troppo specifico sulle dinamiche delle battaglie.
La mattina dopo, quando accenno al Museo della storia rossa a una turista venezuelana incontrata in ostello, lei taglia corto: «Io le ho vissute quelle cose, non ne voglio più sapere».




Pur essendo un giorno infrasettimanale di aprile, in città c’è una discreta folla. Ieri c’erano ben due navi da crociera nel porto di Dubrovnik. «Oggi nessuna», mi dice il titolare dell’ostello, in estate invece c’è almeno una crociera al giorno. Certi giorni anche quattro in contemporanea, il che vuol dire migliaia di persone sguinzagliate nel centro storico. Alla mia età, d’estate non riesco più a lavorare». O li porta magnificamente, oppure non ha più di trent’anni. I prezzi nella Old Town, naturalmente, sono stratosferici.
Marco D’Eramo, nel libro Il selfie del mondo che sto leggendo in questi giorni, si interroga sull’utilità del riconoscimento come Patrimonio UNESCO. Alla lunga, città come Dubrovnik o Kotor non finiranno per essere distrutte dall’imponente numero di turisti che ogni giorno calca le loro strade?
Mentre rifletto su queste faccende, a un certo punto dello Stradun vedo un cartello che pubblicizza una mostra di foto di guerra. È un’insegna assurda in mezzo a tutte queste comitive di gente con in mano gelati, burek, macchine fotografiche vintage e bastoni da selfie, intente a seguire guide dotate di ombrelli.
All’interno del War Photo Limited sono esposte opere di fotoreporter di fama mondiale. Tra i suoi obiettivi manifesti c’è quello di “smascherare il mito della guerra e l’ebbrezza che essa esercita, permettendo alle persone di vedere la guerra per quello che è: cruda, venale, spaventosa”. Mentre osservo queste straordinarie immagini, una visitatrice si mette a piangere a dirotto.



Affronto l’ultima, sfiancante scalinata verso la fermata dell’autobus per l’aeroporto. In questo viaggio ho sceso e salito, direbbe il poeta, forse un milione di scale: il dislivello dei Balcani me lo sento tutto nelle gambe. Trovo posto su una panchina, sono una dei tanti turisti muniti di bagaglio a mano che stanno per tornare a casa.
Ripenso alla “grapa” di Edi, agli anelli da quattromilaquattrocento euro di Romina, ai denti mancanti di Vasilije, ai tacchi a spillo di Nastya, agli impiegati dei musei storici con i capelli lunghi e gli occhiali, alle numerose “bire oferte” degli avventori dei bar, ai gatti che mangiano risotti lasciati incustoditi, e me li immagino tutti come nella scena finale di Otto e mezzo, che sfilano mano nella mano, in bianco e nero, con la musica circense di Nino Rota.