I destini incrociati della Croazia


Armi e rose
Christina è una quarantenne di Zagabria che sfonderebbe come stand-up comedian. Per il momento non ci ha mai pensato: si limita a fare da guida ai turisti che visitano la sua città. I suoi racconti sono esilaranti e i suoi tour sono di ampio respiro: avendo viaggiato, le sue riflessioni e i suoi aneddoti sono ricchi di spunti interculturali.



Da qualche anno lei e alcuni colleghi, a seguito delle numerose domande dei visitatori, hanno dato vita anche a un tour dedicato alla storia del Novecento, premiato da TripAdvisor tra le migliori esperienze turistiche al mondo.
Dopo aver affrontato la storia locale in vari luoghi della città, compreso il tunnel – usato nel passato per ripararsi dalle bombe, oggi per mercatini di Natale e festival del vino -, ci spostiamo in un seminterrato che fungeva da rifugio antiaereo per la famiglia che ancora vive al piano di sopra. Qui hanno allestito una specie di piccolo museo appositamente per il tour: ci vengono mostrati album di figurine con armi e uniformi, divise da pionieri, poster, banconote, tagliandi per il cibo, targhe e diverse fotografie.



Una di queste ritrae un diciannovenne con la capigliatura disordinata, la sigaretta in bocca e il fucile d’assalto. Sul muro dietro di lui c’è scritto Guns N’ Roses. Christina racconta che la celebre rock band nel 1991 stava lavorando proprio a un brano contro la guerra, così contattò il fotografo per ottenere lo scatto e inserirlo sulla copertina del loro album. Non riuscendoci, cercarono questo ragazzo per portarlo personalmente con loro in tour, ma lui rifiutò e rimase a combattere: i Guns N’ Roses non ottennero mai quella foto e non incontrarono mai il ragazzo.
«Questa è diventata una delle foto più simboliche della guerra in Croazia per via di tutto ciò che rappresenta» commenta la guida: «i giovani uomini che muoiono, le armi coinvolte, tutti i soldi che girano… e poi la scritta sullo sfondo: Guns N’ Roses. Tutte le guerre iniziano con le armi (guns) e finiscono con le rose (roses) sulle tombe. Questa è una lezione che abbiamo imparato anche qui».
Prima di salutarci, saggiamente ci invita a tener presente che abbiamo ascoltato l’esperienza croata della guerra: «Dovreste andare in Slovenia, in Bosnia e in Serbia se volete ascoltare punti di vista differenti».

Quattro pensionati a Oltre
Il mio viaggio è cominciato sulla costa adriatica. Preko è il principale centro abitato di Ugljan, un’isola stretta e lunga che spunta di fronte a Zara. Le popolazioni italiane che abitarono la Dalmazia per secoli lo chiamavano Oltre, la traduzione letterale. Adesso – dopo gli esodi della prima metà del Novecento – gli italiani sono quasi del tutto scomparsi.
Sono arrivata qui con un motoscafo turistico guidato da Roko: tra gli ospiti ci sono una dolcissima coppia rumena, una ragazza ucraina sfollata in Polonia e due giovani maestre bresciane che indossano costumi molto succinti. Il giovanotto prima ci ha condotto sull’isoletta meno abitata della Croazia (dieci anime), poi ci ha riempito più volte il bicchiere di plastica di un vino bianco locale e infine ci ha dato la maschera invitandoci a tuffarci.

Tutto il tempo libero da dedicare a Preko (sandy beach, restaurant, shopping…) l’ho passato all’ombra di un albero in compagnia di quattro pensionati.
Davor vive in Germania da decenni ma torna spesso qui a casa. Damir è molto più giovane di lui ed è vedovo: sua moglie è morta nove anni fa a soli quarantanove anni. Suo figlio è il sindaco di Preko-Oltre.
«Croazia good senza comunismo e senza serbi», annuncia Davor. «Qui disastro guerra, bambini sgozzati. Vukovar: katastrofa». A differenza di Dubrovnik, Zadar sembra aver voluto cancellare le ferite del conflitto: ha puntato di più su organi marini e giochi di luci.



Come spesso accade, a un certo punto la conversazione vira su Tito. Davor mi consiglia di visitare la sua città natale, Kumrovec.
«Quando c’era 25 mai, mama mi chiudeva in casa» ricorda invece Damir, alludendo al 25 maggio, le celebrazioni del compleanno di Tito. «Non sono mai stato pionir, pioniere. Sai, i bambini col cappellino che dovevano ripetere tutto il giorno slogan su Josip Broz presidente Jugoslavia». «Comunque, sempre meglio lui di quello che c’è stato dopo» sottolinea pedissequo Davor. Si stava meglio quando si stava peggio: un classico.
Damir racconta di sua madre: «Mama deportata a El Shatt da bambina. In refugee camp è andata a scuola, fatto laboratori. Prima in barca sud Italia, poi Egitto». Sta facendo riferimento a quando, nel 1944, circa trentamila dalmati scapparono dall’imminente invasione nazista; il campo allestito nella penisola del Sinai fu un vero e proprio esperimento di autogestione, basato sui valori del socialismo.
Gli altri due pensionati, che fino a questo momento hanno continuato a bere la loro Ožujsko senza proferire parola, si rianimano quando la conversazione si sposta sui papi: «Papa Ivan Pavao II (venuto a Zara anche) good» «Anche quello tedesco» commenta Davor, il quale aggiunge: «Invece Francesco: katastrofa. Leone… mah! Che ne pensi?»
Ma io a quel punto li saluto, altrimenti il motoscafo parte senza di me.
Roko intanto, prima di riprendere il timone, scrive la recensione di se stesso (5 stelline) sul mio telefono.

Fantasmi jugoslavi e colazioni perdute
I Laghi di Plitvice sono il parco nazionale più antico e grande della Croazia. Il sito è celebre per il suo sistema idrologico di laghi a cascata color turchese e smeraldo.
Nel patio della guesthouse che farà da base per la visita trovo Emir, un bosniaco che fa lo stagionale all’hotel dietro l’angolo. Milan, il padrone di casa, si è dovuto allontanare per un’emergenza, ma tornerà a breve. Nel frattempo il sorridente sostituto mi offre una birra e si appresta diligentemente a fare conversazione.

Quando torna Milan, mi spiegano che un ospite al ritorno dai laghi non trovava più la moglie. «Lost?» mi informo apprensiva. Lei era esausta e si era seduta a riposare, ma il marito non ricordava dove; comunque l’hanno ritrovata.
Anche Milan è bosniaco, di Banja Luka, ma si è trasferito qui molti anni fa con i suoi: era il luogo di origine della mamma. Lei se n’è andata sei mesi fa, nel sonno, da allora il padre novantenne non se la sente di vivere qui. Troppi ricordi.
Molte lusinghiere recensioni della guesthouse elogiavano appunto la defunta signora Mira. In pratica, scordiamoci le sue decantate colazioni.

Dopo i soliti discorsi sugli strascichi del conflitto («È la politica che ci mette uno contro l’altro!») Milan sentenzia: «Il problema è la democrazia. Troppo rispetto per tutti e alla fine ognuno fa quello che vuole. L’epoca del vecchio Maresciallo è stata la più felice: le case erano gratis e nessuno chiedeva l’elemosina. Socialism only solution».
«Sai che nella storia nessun funerale di uomo politico ha mai registrato una tale partecipazione, professor?» interviene Emir, prima di tirare fuori il suo fun fact su Tito. Tutti hanno una storiella su di lui, anche i nati nel 1999. In questo caso ha a che fare con un sacco di riso ricevuto da Stalin, a sua volta svuotato e riempito con un peperoncino che il leader dell’URSS avrebbe dovuto sfregarsi dove non batte il sole.
«Nessuno poi lo ha mai definito veramente un dittatore» minimizza lo stesso Emir, che proviene dalla città dove c’è il suo bunker segreto.

La chiacchierata nostalgica prosegue pacifica per un pezzo, fino a che non deraglia improvvisamente: a partire da una presunta “lobby ebraica” che governerebbe a Kiev, i due arrivano sfoderare a raffica tutti i grandi classici dell’antisemitismo e del negazionismo.
Dopo un attimo di gelo, Emir con ammirevole savoir faire cambia decisamente argomento: «Sai, professor, mia cognata, la moglie di mio fratello, finalmente è incinta. Non vedo l’ora di diventare zio!»
Rifiutato l’ennesimo giro di birre, mi congedo riflettendo sulla confusione mentale balcanica e pensando alla rock band ultranazionalista che al momento riempie gli stadi croati ammiccando apertamente alle pagine più nere della loro storia.


Un radioamatore alla frontiera dei tre imperi
Il Fiore di Pietra a Jasenovac è un’opera di land art organica creata dall’architetto Bogdan Bogdanović nel 1966, che sorge sul luogo di un ex campo di concentramento della seconda guerra mondiale.
A differenza dei lager della Germania nazista, dove la macchina dello sterminio si concentrò soprattutto sulla popolazione ebraica, qui a Jasenovac l’inferno fu scatenato dal regime fascista degli Ustascia tra il 1941 e il 1945, e le vittime furono principalmente serbi – oltre a rom ed ebrei. Un primato che ancora oggi, a ottant’anni di distanza, alimenta feroci dispute sul numero reale dei morti, e che – come avrò modo di verificare durante il viaggio – continua a generare profondi dissapori tra le diverse etnie della regione.



Dopo aver visitato il museo – che espone una toccante mostra permanente – e aver fotografato lo spomenik da ogni angolazione, mi incammino sotto il sole per raggiungere un altro memoriale dedicato alle vittime di etnia Rom, situato a Uštica, a circa cinquanta minuti a piedi oltre il fiume.
Prima di imboccare la strada che costeggia la Sava, mi fermo in un bar del paese per rinfrescarmi e controllare gli orari. Una saggia decisione: il “Romski memorijalni centar” è già chiuso, come mi conferma un giovane addetto alla manutenzione del sito di Jasenovac, intento a bere una Ožujsko al tavolo accanto al mio.



Intanto, un altro avventore cerca di attirare la mia attenzione. Parla solo il russo (ruski) imparato a scuola (škola), ma riesce a chiedermi di digitare un codice su Google. È il suo nominativo radioamatoriale internazionale: sullo schermo appare subito la sua scheda personale con foto e storico dei collegamenti. Ha iniziato nel 1963 a soli dieci anni, in piena epoca jugoslava, comunicando con tutto il mondo («Everybody, everybody!”) quando internet non esisteva ancora.
Quest’uomo ha avuto un ruolo cruciale durante la guerra degli anni novanta, quando le normali linee telefoniche erano interrotte; oltretutto il manutentore mi rivela che all’epoca faceva il poliziotto.
«Sono stato in prva linija, prima linea, per quattro anni» afferma il radioamater. Jasenovac si trovava proprio sul fronte: un agente con una radio in quella zona ha sicuramente vissuto l’inferno. Non a caso, subito dopo esclama in italiano: «Basta! Non parliamo di quel periodo».
«Qui è successo di tutto…» commento, a corto di parole.


«Eh, troppa storia in pochi chilometri quadrati» replica il giovane. «Sai come si dice da noi? Quando il gallo canta a Jasenovac, lo si sente in tre imperi!» Mi spiega che qui correva la frontiera tra l’impero asburgico e quello ottomano, ma durante il periodo napoleonico si aggiunse anche la Francia.
L’arzigogolato confine odierno con la Bosnia si trova tuttora a dieci minuti a piedi da qui.
Quando l’anziano poliziotto si congeda, il manutentore mi fa ascoltare la versione croata di “Bella senz’anima”: è sulle note del brano di Cocciante, rese più drammatiche dalle corde metalliche di una tamburica, che ci salutiamo.


Entro nel bar per cercare un taxi con cui tornare a Novska. Subito un settantenne si candida ad accompagnarmi. Chiedo informazioni agli altri presenti:
«Viene apposta per me?»
«Da».
«Mi devo fidare?»
«Da, ha bevuto solo kava, no pivo».
«Ah, è normale così».
«Ah ah. Normal».
«Ma non ha niente da fare?»
«Penzija».
Mentre osservo dal finestrino la monotona campagna della Posavina, il pensionato guida, concentratissimo, in un memorabile silenzio.


Un meccanico alla stazione dell’Orient Express
Ho passato mezza giornata a cercare di andarmene da Novska. Per prima cosa ho scoperto che da lì, anche se il confine dista pochi chilometri, non c’è modo di raggiungere la Bosnia con un mezzo pubblico. Ho quindi ripiegato su Vukovar, ma il Flixbus previsto non è mai passato.
Alla fine ho preso un treno lentissimo che ha attraversato chilometri di pianura, campi di girasoli, grano, mais, e mi ha lasciata a Vinkovci.



La stazione ferroviaria è un posto spettrale, sovradimensionato, completamente congelato nel tempo. Oggi non si direbbe, ma Vinkovci era una delle tappe storiche più importanti del leggendario Orient Express: lo stesso che si bloccò nella neve proprio qui vicino nel famoso giallo di Agatha Christie.
Devo aspettare quasi due ore la coincidenza per Vukovar.
Dai cessi proviene una puzza indescrivibile, inoltre qualcuno ha disegnato con il pennarello nero una svastica gigantesca sulle piastrelle: non se ne parla proprio di usarli.



Entro in un bar nei paraggi. «Ah sei italiana? Da dove? Ho vissuto dodici anni provincia di Milano» esclama dietro il bancone Sergej con un sorriso nostalgico.
«Ho fatto meccanico, anche se non sapevo niente di motori. Italiani là mi chiedevano: “Com’è che sei bosniaco, ma non musulmano?” Io non sapevo che dire. Non sapevo niente a quei tempi».
Io e Sergej ci siamo diplomati lo stesso anno: il mio problema più grande all’epoca era a quale facoltà iscrivermi, il suo scappare dalla guerra. Per questo ha lasciato Tuzla, ha rinunciato a studiare e si è trasferito a Belgrado.
Dieci anni dopo io vivevo ancora con i miei, mentre lui – dopo aver provato anche l’esperienza dei bombardamenti della NATO – ha cominciato a riparare le auto in Lombardia.
«Poi ho lasciato Italia e mi sono trasferito qui, nella città di mia moglie. Lei ha padre e fratello, mentre io nel frattempo avevo perso tutti i parenti».
Abbassa la voce, anche se il bar è deserto: «Ci hanno chiesto in che asilo iscrivere figlio, se croato o serbo. Qua abbiamo scuole divise per alfabeto, cirillico e latino. In ex Jugoslavia su certificato di nascita c’è scritta nazionalità. Mio figlio spesso viene insultato per suo nome».
I serbi costituiscono il trenta per cento degli abitanti della Slavonia orientale: la legge sulle minoranze era nata per tutelare anche loro, ma il risultato – a sentire Sergej – sembrerebbe l’opposto. L’ex meccanico mi spiega che anche le attività commerciali sono di fatto segregate: molti croati si rifiutano di frequentare il suo bar, e bisogna stare attenti pure a quale parola usare quando si saluta.
«La storia la stanno riscrivendo: quello che in una scuola ti fa prendere il massimo dei voti, nell’altra ti fa bocciare» aggiunge sconfortato.
Sospiriamo entrambi, brindiamo in italiano con una Žuja e infine me ne vado, lasciandolo solo nella tana del lupo.

I suveniri di Vukovar
«Scusa se te lo chiedo, ma come mai una donna italiana ha deciso di visitare la Slavonia? Con tanti posti belli nel mondo…»
«Potrei farvi la stessa domanda», rispondo a Ivo e a sua moglie. È stato lui pochi minuti fa a raccontarmi che stanno festeggiando venticinque anni di matrimonio con questo viaggio della memoria. Loro, però, arrivano solo da Zagabria.
Ci siamo già incrociati in mattinata presso un memoriale di Vukovar, ma quando Ivo mi ha notata qui al bar Mustang, mi ha fatto segno di entrare nel retro. Ci sono venuti apposta: questo locale era il quartier generale di un celebre “difensore della patria”, ricordato con una piccola esposizione qui e in numerosi altri luoghi di questa città martire. Poi mi hanno invitato a sedermi al loro tavolo.



Chiedo cosa ne pensi dei souvenir che vendono qui in città. Alludo agli accendini, alle bottiglie, ai portachiavi a forma di mina, scarpone da soldato o carro armato. «Parli di questo?» e ridendo tira fuori un magnete a forma di mitra dalla busta del negozio. Poi si fa più serio: «Io ho combattuto eh, ero a Ogulin. Capisco che possano sembrare acquisti discutibili… Però vedi, questa regione era povera, ed è povera. Quindi, do you know what? I souvenir vanno bene».
Gli racconto le tappe del viaggio. Quando cito Jasenovac, il mio interlocutore borbotta scettico in merito ai fatti che lì vengono ricordati. Ottant’anni dopo è ancora un tema scottante, infatti l’ex meccanico Sergej mi aveva sconsigliato di parlarne in giro.
«Banja Luka bellissima, grande città, good food. Ma settanta per cento di donne usa hijab» interviene la moglie di Ivo alludendo alla mia prossima tappa. Probabilmente ha confuso la capitale dei serbi di Bosnia con Sarajevo (o con Il Cairo, se è per questo), ma ci scherzo su: «L’importante è che c’è la birra!»
Ivo sorride: «Di questo non devi preoccuparti. Comunque, quando vai nella Republika Srpska, non dire che sei stata a Vukovar».



Poi cambia argomento: «La prima città dove sono stato in Italia, ormai venticinque anni fa, è stata Bari».
«Bari? Ma io sono di Bari! Che coincidenza».
«Can’t believe it. Adoro Bari. Comunque quello che mi impressionò più di tutto fu una cosa: olives. Il mio datore di lavoro possedeva ottanta ettari di oliveti, non otto: ottanta».
Mi è venuta in mente la bionda che ho conosciuto l’altro giorno sull’autobus. «Ero a Bari a girare un programma per la tv polacca», mi aveva detto, «e sto tornando a casa, a Cracovia: ho preso il volo per Dubrovnik che costava poco». Tra tante città proprio a Bari era ambientato questo suo documentario su un uomo polacco che si trasferisce qui per amore, il tutto intrecciato alle vicende della regina Bona Sforza – la cui presenza probabilmente era stata determinante nella scelta della produzione.
E a Zagabria i turisti australiani, statunitensi e brasiliani che ho incontrato erano tutti entusiasti: «Bari? Wow! Amazing, wonderful». Alcuni ci erano persino stati. Altri hanno visto le stories su Instagram.
Insomma, sono finiti i tempi in cui dovevo piegarmi a indicare il tacco della scarpa per spiegare dove fosse casa mia.
Nel frattempo Ivo ha pagato le birre e saliamo in macchina. Mentre mi danno un passaggio in centro, rifletto sulle imperscrutabili vie del turismo.

Il cul-de-sac della Croazia
Mentre guida verso il memoriale di Ovčara, Marija mi racconta che pur avendo vissuto in Istria non ha imparato l’italiano; si scusa anche per il suo inglese incerto. Questa donna sorridente e piena di energia lavora all’ospedale di Vukovar: oggi è libera, ma domani l’aspetta, come sempre, un turno di dodici ore.


Stamattina ho visitato l’ala dell’ospedale trasformata in luogo della memoria: uno dei posti più angoscianti che abbia mai visto. Il museo è allestito nei sotterranei originali, rimasti esattamente come apparivano durante l’assedio del 1991. I video dell’epoca che scorrono sugli schermi sono stati girati proprio in questi corridoi. Nelle stanze e sui letti si trovano oggi spettrali manichini avvolti in bende e gessi. Il reparto maternità improvvisato sotto le bombe e gli strumenti antidiluviani completano un quadro d’orrore.


Ci allontaniamo dal centro urbano verso Ovčara. Qui, allora come adesso, sorgono pacifiche fattorie: campi infiniti, mucche, cielo grigio. In quello che oggi è il “sito della fossa comune”, la notte del 20 novembre 1991 vennero giustiziate più di duecento persone, prelevate a forza dall’ospedale dopo la caduta della città.
«Ogni anno partecipo alla marcia fino a Ovčara e a quella dall’ospedale al cimitero» mi racconta Marija quando usciamo dalla toccante installazione commemorativa allestita nell’ex hangar di un’azienda agricola. Ci tiene molto a mostrare questi luoghi ai turisti che vogliono saperne di più su Vukovar, simbolo della resistenza.


Quando scendiamo al Cimitero Memoriale, Marija annuncia che anche il marito, ex soldato, sarà sepolto qui. Lui, però, nei luoghi della memoria non ci viene e non partecipa alle marce; mi confessa che dopo la guerra è diventato un uomo molto silenzioso. Sul prato davanti a noi si allineano più di novecento croci bianche, a ricordo di altrettanti civili e difensori interrati dagli occupanti in una fossa comune scoperta solo anni dopo. «Parli tu per tutti e due», le dico per alleggerire la situazione, «pure se l’inglese non lo sai».
Poi mi lascia ai piedi della torre dell’acqua: deve correre a prepararsi perché stasera uscirà con le amiche.


La mattina dopo, scopro che Vukovar non è fatta solo di tombe e palazzi sventrati: è infatti una graziosa cittadina adagiata sul Danubio, tappa di molte crociere fluviali. Un gruppo di turisti appena sbarcati siede in un piacevole patio, bevendo vino e ascoltando un ensemble folkloristico. I quattro musicisti eseguono brani tradizionali per funerali e matrimoni; c’è anche la straziante tamburica.


La loro frizzante accompagnatrice, croata purosangue, chiacchierando con i turisti vanta con orgoglio il rispetto della Croazia per le minoranze, citando tedeschi, austriaci e italiani. Spiega che il sistema di auto-dichiarazione della nazionalità è un’eredità jugoslava che tuttora garantisce tutele e rappresentanza, evitando, a suo dire, la creazione di veri e propri quartieri-ghetto o nette separazioni sociali. Aggiunge con un certo disprezzo che solo la Slovenia ha cancellato quell’usanza.
Essendo originaria della vicina Osijek, prima di congedarsi mi consiglia di visitarla: una città universitaria tranquilla e sicura per una donna. Quando le dico che la mia prossima tappa sarà invece Banja Luka, nella Repubblica Serba di Bosnia, il suo sorriso svanisce e storce il naso. Alla faccia dell’inclusività.


Per prendere drasticamente le distanze dal contraddittorio presente, vado a visitare il gioiello di Vukovar, il Museo della Cultura di Vučedol, interamente dedicato a una civiltà preistorica contemporanea all’Antico Egitto. Furono loro a inventare i primi carri a quattro ruote della storia e il primo calendario indoeuropeo.
Per quanto riguarda invece il nuovo parco archeologico, in fase di realizzazione grazie ai fondi UE, dubito che vedrò mai completata la ricostruzione dell’antico insediamento: difficilmente tornerò in vita mia in questo vero e proprio cul-de-sac geografico.