La Bosnia e il passato che non passa


La versione di Bud Spencer
Finalmente sono riuscita a valicare la frontiera croata e ad arrivare a Banja Luka, la capitale della Republika Srpska, una delle due entità in cui è diviso lo Stato della Bosnia ed Erzegovina. Ho preso un grande appartamento; il padrone di casa, gentilissimo, mi ha consigliato un bel ristorante situato nella fortezza e affacciato sul fiume. I prezzi sono di gran lunga più bassi della Croazia.

Dopo cena entro in un pub irlandese che di irlandese probabilmente ha solo il nome. Avviata una debole conversazione con il titolare, mi dedico per un po’ alle mie faccende; passa quasi un’ora prima che lui mi domandi di dove sono, offrendomi subito dopo una bottiglia di Nektar, la birra locale.
Ne approfitto per chiedere: «Allora, mi fai sedere al vostro tavolo?». Gli altri tre ombrosi clienti fissi si mostrano moderatamente contenti di questo diversivo.
Il mio vicino di destra è nato a Rijeka, Fiume, ma i suoi genitori sono di qui. Ha lavorato per dieci anni a Londra prima di tornare. Passava ben tre ore al giorno solo per spostarsi tra casa e ufficio e sentiva una forte nostalgia: gli mancava la “sua gente”.
Sul maxischermo è appena terminata una replica di una partita di calcio. Né l’Italia né la Serbia si sono qualificate ai mondiali. Mi spiega che da queste parti nessuno tifa per la Bosnia: la nazionale, secondo il suo inaffidabile punto di vista, è composta quasi solo da musulmani e c’è un unico serbo.
Quando scoprono che sono di Bari, l’atmosfera si scalda: tutti la conoscono a causa di una storica finale di Champions in cui la Stella Rossa di Belgrado batté il Marsiglia. Sono passati esattamente trentacinque anni.

Il titolare vuole fare colpo: si sbilancia in un repertorio di giudizi molto netti contro l’omosessualità. Secondo lui noi “europei” siamo tutti gay, tuttavia nel mio caso qualunque orientamento sessuale io abbia non è un problema, visto che sono straniera. Lo sfotto: «Di’ la verità, non hai 45 anni, ne hai 90!».
Quando domando se in città arrivino visitatori occidentali, mi risponde che la evitano perché pensano che i serbi siano i “bad people“, responsabili delle guerre degli anni novanta. È molto risentito e non ci pensa proprio a far cambiare idea ai turisti, i quali infatti continuano felicemente a visitare molto di più Sarajevo.
Sentendo che sono appena stata in Croazia, vorrebbe intavolare una discussione sui fatti di Vukovar: col cavolo. Allora mi offre un tipico esempio di black humour balcanico, relativo al campo di concentramento di Jasenovac: Banja Luka infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale, pagò a caro prezzo la violenza degli Ustascia. La freddura inizia così: «Stasera c’è un party, chi suona?», e prosegue con un finale a dir poco cinico legato alle esecuzioni nel campo. Di fronte alla mia perplessità, ammette che in inglese non fa molto ridere.
A questo punto insiste affinché io assaggi la grappa di prugne locale, la letale Slivovitz. Bravo, beviamoci su. Tutti tracannano una birra dopo l’altra, tranne l’emigrato a Londra, più morigerato, che infatti viene preso in giro per questo. Facciamo un ennesimo brindisi.
Poco dopo, il titolare mi racconta che ha fatto le stagioni sulla costa croata. Deve essere stato un affronto intollerabile, per lui, sottostare a un datore di lavoro croato in un posto dove una birra costa sei euro invece di uno e mezzo. Mi domanda perché gli italiani scelgano la Croazia per le vacanze, pur avendo il mare a portata di mano in patria. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
L’uomo seduto di fronte a me, un tipo corpulento soprannominato Bud Spencer, si configura a sorpresa come una voce fuori dal coro. Si sposta spesso in tutti i Balcani per lavoro e va d’accordo con tutti; mi dice sottovoce che solo chi non viaggia cova questi rancori. Mi chiedo come faccia a condividere le sue serate con una comitiva simile.
Il quarto commensale, Alexander, non proferisce parola per tutto il tempo, ma immagino abbia seguito con attenzione questo ruvido scambio interculturale.
A mezzanotte le luci del locale si accendono. È l’ora di chiusura, il titolare rifiuta categoricamente di essere pagato: sono sua ospite. Ci salutiamo affettuosamente.


Il giorno della memoria contesa
Mi trovo al tavolino di un bar nel centro di Banja Luka a sorseggiare un caffè freddo in compagnia di un certo Ante detto Tony, che pochi minuti fa mi ha fermato qui davanti mentre fotografavo la grande moschea.
È emigrato ventisei anni fa negli Stati Uniti, dove a quanto pare ha fatto innumerevoli mestieri e vissuto in diverse città, con una particolare predilezione per San Diego.
Tony a prima vista poteva sembrare un coetaneo di mio padre, ma poi scopro che ha un anno in meno di me. Il mio nuovo amico parla a raffica e non sembra avere tutte le valvole al suo posto, tuttavia è molto informato su tanti argomenti: i film e la vita privata di Emir Kusturica, il torbido passato sia di Ivana sia di Melania Trump, la lingua e la conformazione geografica delle Hawaii e così via. Tutti fatti «veri al cento per cento».

A un certo punto ci raggiunge Milovan, un suo caro amico d’infanzia, convocato perché ha vissuto in Italia. Subito mi racconta che ha lavorato diciassette anni in Val Gardena come stagionale «senza aver mai avuto i documenti». Da un pezzo ormai ha perso quel lavoro e ora trasporta il pane per una paga che è la metà di quella altoatesina. Si lamenta dei prezzi di Banja Luka fornendo un esempio pratico: «Una pallina di gelato ormai costa un euro».
Guardando la moschea Ferhadija di fronte a noi mi fa capire che non gli piace affatto: vengono in troppi a visitarla, soprattutto i turchi, verso i quali nutre un’evidente antipatia.

L’edificio è un vero e proprio capolavoro dell’architettura ottomana del Cinquecento. Come le altre quindici moschee storiche della città, durante la guerra venne distrutta dagli estremisti serbi. Ora tutti i luoghi di culto sono stati ricostruiti identici agli originali, in particolare questo ha goduto anche dei finanziamenti della Turchia, che non manca mai all’appello in queste occasioni.
Tony interrompe i suoi poliedrici sproloqui e mi chiede a bruciapelo: «Sai cos’è successo negli anni novanta?» Annuisco, dunque non scende nei dettagli della pulizia etnica, il motivo per cui oggi la percentuale di musulmani – che un tempo rappresentavano un quinto della popolazione urbana – è drasticamente crollata. Le moschee in pratica si riempiono solo d’estate, quando gli emigrati tornano per le vacanze.
Dopo infinite foto di gruppo, nonché l’invito ad andare insieme alle terme l’indomani da parte del trasportatore di pane, al trentanovesimo “bellissima”, mi congedo augurando loro il meglio.


La più alta densità di moschee e cimiteri musulmani si trova a sud, lungo il fiume Vrbas, nel quartiere storico di Gornji Šeher. In realtà questo toponimo, come tutti gli altri di origine turca, è stato sostituito da un nome serbo. Oggi infatti il quartiere si chiama Srpske Toplice, che fa riferimento alle sorgenti calde presenti lungo il fiume – tra cui le celebri pozze di Vrućica, dove la popolazione sguazza d’estate.


Lasciato il bucolico contesto fluviale, mi avvio per una lunga strada in salita – oggi palestra a cielo aperto – che mi conduce sulla sommità del Banj Brdo. Anche il nome originale di questo colle, Šehitluci, è stato cancellato perché faceva riferimento ai martiri musulmani. Lo scontro linguistico è ancora evidente su Google Maps.
In cima sorge un monumento brutalista dedicato ai partigiani caduti della Krajina. Trovo il mastodontico blocco di pietra bianca in stato di abbandono, con le infiltrazioni d’acqua che lo stanno letteralmente spaccando. I partigiani che combattono uniti nei bassorilievi si stanno sbriciolando, perfetto correlativo oggettivo della fratellanza jugoslava di un tempo.


Lungo il percorso, incontro un’improvvisata galleria di dipinti, dove fianco a fianco convivono il sovrano medievale Kotromanić e gli invasori ottomani che la sua dinastia cercò di fermare, circondati da innocui girasoli e paesini di campagna.
Il re Tvrtko I Kotromanić è al centro di una surreale battaglia identitaria in Bosnia. Sia a Banja Luka sia a Sarajevo sono state recentemente inaugurate delle gigantesche statue di Tvrtko: a cavallo quella della capitale srpska, in piedi quella di Sarajevo. Qui i musulmani odierni celebrano come padre dello Stato bosniaco un re che fece asse con i serbi per tenere l’Islam alla larga dai Balcani, mentre i serbi lo celebrano come un sovrano ortodosso, nonostante la dinastia abbia oscillato continuamente tra l’eresia bosniaca e il cattolicesimo. Due assurdità speculari.



La conferma del fatto che il passato da queste parti sia piuttosto flessibile la ho quando vado a cercare il memoriale delle dodici madri, che ricorda i neonati deceduti in incubatrice nel ’92 a causa del blocco dell’ossigeno imposto dall’ONU. Al suo posto è appena spuntato un imponente monumento ai caduti dell’esercito serbo-bosniaco, composto da sessantadue pilastri verticali, che ha suscitato molte polemiche perché ricorda il Memoriale dell’Olocausto di Berlino. In ogni caso, la retorica marziale dei soldati ha sfrattato i dodici poveri bambini. Google Maps non ha ancora preso atto della novità.


Banja Luka underground
Chiedo al barista dell’Eklektik se qui a Banja Luka conosce qualche locale più underground dei soliti caffè con i tavolini all’aperto come il suo. Mi spedisce allo Žiža.
Da fuori non si vede niente, dentro le luci sono rosse, comunque è quasi buio. Mi accomodo su un divanetto pensando che mi ricorda le feste a cui andavo alle medie: anche allora non si vedeva granché.
Accanto a me siede un nomade digitale texano che sta pensando di trasferirsi stabilmente qui. Ha degli amici in città e dichiara di adorare i serbi. Gli chiedo perché non vada direttamente a vivere in Serbia, allora. Risponde con pragmatismo giovanile: «Qui costa la metà».
Dopo un po’, il texano riprende a parlare con un ragazzo dai capelli lunghi che viene dal Wisconsin. Al tavolo ci sono anche due giovani autoctoni: uno suona benissimo la chitarra, l’altro lo accompagna con la voce. Amano entrambi i Metallica e i Led Zeppelin. Qui non si beve la Nektar bensì la Jelen, la birra che arriva da Belgrado.

Alle undici, a sorpresa, il ragazzo del Wisconsin sale sul piccolo palco e si esibisce in pezzi acustici scritti da lui.
Nel frattempo mi metto a parlare con il chitarrista locale. È incuriosito dal mio viaggio tra i fantasmi della ex Jugoslavia e mi offre il suo punto di vista: «Qui le cose sono molto complicate. Mio padre è tornato dalla guerra che aveva vent’anni. Noi siamo la nuova generazione, quella che cerca solo di dimenticare queste cose».
Le sue parole si incastrano con i discorsi fatti sull’autobus proveniente dalla Croazia. Lo studente di matematica seduto accanto a me mi aveva assicurato che i ventenni viaggiano tranquillamente tra Zagabria, Sarajevo e Belgrado. Fatto sta, però, che alle medie la scuola lo ha portato in gita commemorativa a Vukovar, che non ha mai messo piede nella Repubblica Srpska e che, se ci andasse, i suoi genitori non approverebbero.
In ogni caso, a un certo punto il chitarrista, che si chiama Saša ed è di un paesino qui vicino, viene chiamato sul palco per un duetto improvvisato con l’americano. Fanno anche una cover dei Metallica.
Quasi tutti nel locale hanno meno di trent’anni, tranne un uomo di mezza età, di gran lunga il più ubriaco di tutti. Mi offre una birra ma ormai sto per andare via: la regalo al texano che vuole trasferirsi qui e abbandono l’oscurità underground dello Žiža richiudendo accuratamente la porta alle mie spalle.

Specchio riflesso
Abbiamo superato il confine invisibile tra la Repubblica Serba e la Federazione croato-bosniaca: lo capisco perché, fuori dal finestrino dell’autobus, compaiono le prime bandiere gialle e blu della Bosnia ed Erzegovina, oltre a sporadici ombrelloni e insegne della Ožujsko e della Karlovačko, le birre croate.

Sono scesa a Travnik, l’antica capitale dei visir ottomani. Di fronte al mio appartamento sorge una chiesa ortodossa con la cupola a bulbo, chiusa. Accanto, un cimitero con le lapidi in cirillico sommerse dalla vegetazione. È ciò che resta della minoranza serba, oggi ridotta a una percentuale infima, specchio rovesciato di quanto ho visto a Banja Luka.
I due terzi della popolazione attualmente sono musulmani: minareti, cimiteri bianchi, hijab e hookah bar lo segnalano; la chiesa cattolica rosa pastello è invece il punto di riferimento dei croati. L’imponente ginnasio austro-ungarico è dipinto con due colori diversi a segnalare il sistema scolastico bosniaco in base al quale da una porta entrano gli studenti croati, dall’altra i bosniaci. I pochi serbi hanno facoltà di scegliere.



Al ristorante italiano la cucina è rigorosamente halal: per le pizze usano pomodori San Marzano DOP, ma il maiale è bandito e non servono alcolici. È evidente l’impegno per venire incontro ai danarosi turisti del Golfo.
Una ragazza che vende gioielli artigianali sostiene che sono diminuiti negli ultimi tempi, e che comunque una buona parte della folla estiva è costituita da emigrati che tornano per le vacanze. In merito alla convivenza, mi spiega ottimisticamente: «A Travnik ci sono tutte le etnie, siamo misti». Ma poi ammette: «Però su certe questioni si litiga di brutto».


Anche Armin, con cui parlo la sera al pub, celebra questa presunta idilliaca convivenza, senza fare alcun riferimento alla comunità serba. Anzi, basta nominare il famoso re medievale Tvrtko Kotromanić per far saltare fuori dai gangheri Armin, che comincia a inveire contro i serbi per essersene appropriati. Pretende che io prenda una posizione su questi dissidi etnici, ma non ci penso proprio.
Allora sposta la conversazione su scenari internazionali, mostrando il suo totale sostegno alla causa palestinese e a quella ucraina. Su questi temi troviamo un terreno comune con meno implicazioni personali.
A mezzanotte riesco a districarmi dalle non richieste attenzioni di un certo Emir – uno dei tanti tornati dalla Germania per l’estate -, saluto calorosamente Armin e torno all’appartamento di fronte al cimitero abbandonato.



Andiamo in montagna, perché lì non fa freddo
Sono passati esattamente trentun’anni dal genocidio di Srebrenica, ma le autorità della Repubblica Serba di Bosnia perseverano nel negarlo o ridimensionarlo fortemente.
Il memoriale di Potočari, nonostante si trovi all’interno del loro territorio, viene ignorato dalla politica, dall’ente del turismo e dai programmi scolastici locali, come se non esistesse.
Quando ho preso atto del rompicapo logistico da risolvere per raggiungerlo con i mezzi pubblici, mi sono decisa ad aggregarmi a un tour che parte da Sarajevo – città che inizialmente avevo deciso di non includere nell’itinerario.

Il viaggio dura circa tre ore: la strada attraversa un paesaggio montuoso sempre più spopolato e isolato. Sono di nuovo nella Republika Srpska, segnalata da caratteri cirillici, pubblicità della birra Jelen, nuove chiese ortodosse in posizioni strategiche e monumenti commemorativi dedicati ai soldati serbi.
Srebrenica è situata a pochissimi chilometri dal confine con la Serbia e negli ultimi mesi del conflitto era rimasta uno degli ultimi territori controllati dal governo bosniaco. Poiché nel 1993 l’ONU l’aveva dichiarata zona protetta, migliaia di musulmani della regione vi si erano rifugiati: fu proprio questo a trasformarla in una trappola senza via d’uscita.


Superata Bratunac, raggiungiamo l’ex fabbrica di batterie, all’epoca quartier generale dei Caschi Blu olandesi e oggi trasformata in museo. Qui dentro si ammassarono circa venticinquemila persone fuggite da Srebrenica dopo la presa della città da parte delle truppe serbo-bosniache. Fu in questo luogo che i militari serbi separarono gli uomini e i ragazzi dalle donne e dai bambini: gli oltre ottomila catturati furono trasportati in diversi siti distribuiti nella regione e fucilati in un’orribile catena di montaggio.
Migliaia di altri uomini si incamminarono nei boschi per tentare di raggiungere Tuzla in quella che oggi è ricordata come la “marcia della morte”: molti di loro furono intercettati e uccisi.
L’obiettivo finale non era solo conquistare la città, unendola direttamente alla Serbia, ma cancellare definitivamente dalla regione la presenza bosgnacca – anzi, i “turchi”, come disse testualmente il criminale di guerra Ratko Mladić.

Tutti i drammatici risvolti degli eventi del luglio 1995 vengono approfonditi nell’ex fabbrica tramite pannelli, video, testimonianze audio e oggetti d’epoca. Una mostra permanente si intitola “Il fallimento della comunità internazionale”: analizza infatti il ruolo delle Nazioni Unite, che non fecero abbastanza per impedire il massacro, e anzi finirono per agevolarlo.
Nel tour ci accompagna Adnan, un attivista del Centre for Nonviolent Action di Sarajevo. Lui stesso ha combattuto negli anni novanta e ora dedica la vita alle attività del centro, focalizzate sul superamento del trauma collettivo. «Ascoltare le sofferenze di chi stava dall’altra parte della trincea è l’unico modo per umanizzare l’antagonista» spiega.
Mentre visitiamo gli spazi in cui alloggiava il contingente ONU – ricostruiti come apparivano all’epoca, con i graffiti originali spesso offensivi o razzisti lasciati dai soldati – mi informa che il comandante Karremans non ha mai subito condanne penali, poiché le sentenze dei tribunali europei hanno respinto le accuse di complicità. Oggi ha 77 anni e vive in Spagna.
La stragrande maggioranza dei membri del Dutchbat al contrario – ventenni mandati allo sbaraglio in una missione impossibile – è rimasta permanentemente segnata; molti di loro soffrono tuttora di gravi forme di disturbo da stress post-traumatico. Dei loro comportamenti eccepibili non fa parola.


Poco più avanti c’è una sezione multimediale di grande impatto visivo, ben diversa dal resto del memoriale: gigantografie a tutta parete, pezzi di autobus d’epoca usati per le deportazioni e addirittura le riproduzioni a grandezza naturale di un sito di esecuzione e di una fossa comune.
Gli impeccabili pannelli espositivi con una terza lingua, il turco, svelano l’arcano: l’ala è stata finanziata e curata dall’agenzia di cooperazione governativa di Ankara, a testimonianza della forte influenza politica che la Turchia esercita ancora oggi sulla componente musulmana locale.
Adnan mi parla del suo lavoro con i turisti: i serbi, comprensibilmente, sono poco interessati alle tematiche belliche, i russi invece hanno delle idee tutte loro: «Spesso non credono alle mie parole».



Ci spostiamo di fronte, nel famoso cimitero con la distesa infinita di lapidi bianche. Adnan racconta che proprio sabato scorso, all’annuale commemorazione, hanno sepolto i resti di altri dieci corpi, identificati solo di recente grazie all’esame del DNA: «Spesso si tratta di pochi frammenti ossei, infatti i corpi vennero smembrati e dispersi dalle ruspe in diverse fosse comuni secondarie per nascondere i crimini» sono le sue agghiaccianti parole.


Tra gli 8372 nomi incisi nel muro di pietra in ordine alfabetico, trovo facilmente i ventidue parenti di Fariz, lo studente – tra l’altro, straordinariamente somigliante a Gavrilo Princip – che a Travnik mi aveva raccontato la storia della sua famiglia, originaria di queste parti.
Suo padre si salvò perché in quel periodo era in Germania per farsi applicare una nuova protesi alla gamba. Il nonno della sua ragazza invece stava dall’altra parte: era uno degli assassini serbi. Fariz torna qui quasi ogni anno.


Risaliti sul van, discutiamo del sistema tripartito bosniaco sancito a Dayton. L’attivista mi parla di Željko Komšić, che occupa il seggio presidenziale riservato alla comunità croata, pur essendo eletto di fatto con i voti della maggioranza bosgnacca. Per lui e molti altri è un fake, finto croato. Quindi ribadisce che non è la religione a dividere le persone, ma la politica nazionalista. Non so quante volte ho sentito queste parole.
Facciamo una breve sosta a Srebrenica, ma non c’è niente da vedere. La popolazione, che prima della guerra ammontava a quasi quarantamila abitanti – tre quarti dei quali bosgnacchi -, è calata drasticamente. Oggi ci vive solo una minima frazione di quella cifra, divisa quasi a metà tra serbi e musulmani, e i rapporti sono tesi: «Litigano continuamente», dice il veterano, «ma per fortuna non si arriva a episodi di violenza».


Durante il viaggio verso la capitale, Adnan mi racconta che con il CNA si sposta in tutti i Balcani: i loro programmi di riconciliazione portano i reduci delle varie fazioni a confrontarsi e a visitare insieme i rispettivi memoriali. È persino andato al sud della Serbia nei luoghi del ricordo per le vittime dei bombardamenti NATO.
Quando lo accusano di essere un traditore, troppo amico di croati e serbi, lui risponde: «Cosa proponi come alternativa, il Kalashnikov?»
Tornata a Sarajevo, tra i vicoli della Baščaršija incontro casualmente Matej, lo studente di Zagabria con cui giorni prima avevo chiacchierato per ore sull’autobus per Banja Luka. Restiamo sbalorditi dall’incredibile coincidenza: il centro storico di Sarajevo non è affatto piccolo, e inoltre è affollato di turisti.
I banchi dei souvenir espongono penne, portachiavi e oggettistica varia ricavati dai bossoli dei proiettili. Ho già fatto in passato la turista di guerra in questa città e tanti interrogativi sul vittimismo bosniaco ancora mi riempiono la mente.




Questa volta ho solo voglia di leggerezza. Dopo uno straordinario concerto al Jazzbina, mi ritrovo al Viking pub per una divertente serata karaoke.
A un certo punto l’intero locale si mette a cantare a squarciagola “Hajdemo u planine”. «Forza ragazze, forza ragazzi, studenti e alunni, poliziotti, sì, sì, sì» così comincia il celebre pezzo, scritto da Goran Bregović, che nacque per promuovere il turismo invernale dopo le Olimpiadi di Sarajevo, i cosiddetti “Giochi di tutti” che celebravano l’armonia interetnica.
«Andiamo in montagna, perché lì non fa freddo!» è il ritornello, urlato pazzamente nella mia ultima notte a Sarajevo da una comitiva di giovani di ogni provenienza. La maggior parte di loro, ironia della sorte, è olandese.



Il giocattolo di Emir Kusturica
Il tassista che mi ha accompagnata alla stazione dei bus di Sarajevo est mi aveva avvisata: «A Višegrad c’è brutta gente: non voglio avere a che fare con loro. In Serbia sono già più bravi, ma i serbo-bosniaci no. Cetnici». È stato nell’esercito quattro anni, lo capisco. Ora ha cinquantasei anni, mi mostra la foto del nipotino.
«Vedi, devo fare la strada più lunga perché nella Republika Srpska non ci voglio passare» ha spiegato quando sono salita in macchina, aggiungendo: «Tu come zingari». Alludeva alla lunga contrattazione che avevo intavolato per il prezzo della corsa. Il padrone di casa, non a torto, mi aveva infatti tassativamente vietato di prendere i “Sarajevo taxi” perché sono soliti approfittarsi dei turisti, ma quelli rossi o gialli non li avevo trovati da nessuna parte.
La stazione degli autobus si trova esattamente sulla linea di demarcazione tra le due entità nazionali. «Per fortuna non c’è la polizia» ha sospirato sollevato l’uomo dandomi il bagaglio.



Višegrad, apparentemente, è una graziosa località costruita nel punto di confluenza tra la Drina e il Rzav, incastrata tra le montagne e la frontiera, lontana dalle rotte principali. È fortemente spopolata: i giovani se ne vanno appena possono e chi resta non se la passa bene. Sulla carta è un posto turistico, con terrazze, bancarelle di souvenir, il trenino e i battelli ormeggiati. Tuttavia ciò non basta a creare benessere; i forestieri – esclusivamente serbi o russi – sono pochi. Ciononostante, nessuno mi chiede da dove vengo, né cosa ci faccia qui. La mancanza di prospettive a quanto pare ha spento del tutto anche la minima curiosità.



La cittadina oggi è etnicamente omogenea: i rari musulmani rimasti sono sparsi nei villaggi circostanti, vicino ai loro bianchi camposanti. I cimiteri serbi sono invece neri, centrali. Avvenne qui, nel 1992, una delle epurazioni più feroci di tutto il conflitto, compiute dalle milizie delle “Aquile Bianche”, guidate dal criminale di guerra Milan Lukić. Migliaia di musulmani furono uccisi e gettati nella Drina, tanto che i loro corpi andarono a intasare le turbine della vicina centrale idroelettrica. Il macabro episodio mi è venuto in mente durante il tragitto, vedendo la Drina piena di rifiuti galleggianti. Alcune strade oggi sono intitolate ai battaglioni che compirono quei massacri. Forse è questo il segreto che portano dentro i più che guardinghi abitanti.


Oltre al leggendario ponte, patrimonio dell’umanità, l’altra attrazione di Vysegrad è il complesso turistico di Andrićgrad. Si tratta di una controversa cittadella artificiale ideata dal regista Emir Kusturica e intitolata allo scrittore premio Nobel Ivo Andrić, che nacque a Travnik ma trascorse qui la sua infanzia – chiamato in causa in un’operazione che secondo molti lui non avrebbe gradito.


L’inaugurazione ha avuto luogo non a caso il 28 giugno 2014, il giorno di San Vito, una data importantissima per i serbi. Si commemorano infatti due episodi storici identitari: la mitica battaglia di Kosovo Polje del 1389 – in cui furono sconfitti dagli ottomani – e l’attentato di Sarajevo del 1914.
I messaggi nazionalisti sono evidenti. Sulla facciata del cinema spiccano due grandi mosaici: uno celebra appunto Gavrilo Princip e i cospiratori della Giovane Bosnia come eroi della liberazione dal dominio straniero; l’altro rappresenta un gruppo di uomini impegnati in un tiro alla fune con un avversario invisibile, una metafora della resistenza della Republika Srpska, condotta dallo stesso Kusturica insieme al leader politico Milorad Dodik e al campione Novak Djokovic, chiaramente riconoscibili.

Sulla punta della piccola penisola si erge la chiesa di San Lazzaro, una replica rimpicciolita del monastero di Dečani, situato in Kosovo e protetto dalle Nazioni Unite e dalla KFOR.
Vicino all’ingresso, un monumento di bronzo rappresenta i cugini Sokolović nell’atto di abbracciarsi. Mehmed Paša fu rapito da bambino dai turchi e poi diventò una delle massime autorità dell’Impero Ottomano: oltre a far costruire il famoso ponte che porta il suo nome, fu lui a ristabilire ufficialmente il Patriarcato serbo di Peć, mettendovi a capo il parente ortodosso. Insomma, di certo la statua non vuole celebrare la riconciliazione religiosa come a prima vista potrebbe sembrare.



Attraverso avanti e indietro il ponte sia di giorno sia di sera: ad una delle estremità sventola una gigantesca bandiera rossa, blu e bianca, nuovissima; poco più in là, una serie di luci proietta gli stessi colori nazionali specchiandosi nell’acqua; i muri sono coperti di scritte patriottiche e slogan contro l’indipendenza del Kosovo; la chiesa ortodossa domina dall’alto.
Eppure, paradossalmente, l’orgoglio assoluto di Višegrad rimane questa ammirevole opera realizzata dagli ottomani islamici, con le epigrafi in caratteri arabi e l’arco a sesto acuto nella porta centrale. Sul famoso “divano di pietra” si incontravano i mercanti ebrei, i contadini serbi e i notabili musulmani raccontati da Andrić nel suo capolavoro, Il ponte sulla Drina.




Il romanzo copre circa quattro secoli di storia, durante i quali il ponte ne ha viste di tutti i colori: impalamenti, decapitazioni, impiccagioni, suicidi e cannoneggiamenti. Decenni dopo la pubblicazione, in perfetta continuità, i massacri del 1992 aggiunsero l’ultimo capitolo di sangue.


Che poi sarebbe il senso finale del libro: i regnanti cambiano, gli imperi crollano, i popoli si sterminano a vicenda, ma questa imponente struttura di pietra resta là, «con la sua eterna giovinezza di perfetto disegno e di buona e grande opera umana», immobile e indifferente testimone dei destini degli esseri viventi.
Peccato che il tassista di Sarajevo, con molta probabilità, non la vedrà mai.