Superlenin, cognac e altre storie transnistriane


Nel Pridnestrovie col complottista
La Transnistria è una repubblica autoproclamatasi indipendente, attualmente sotto tutela russa ma rivendicata dalla Moldavia. Questa striscia di terra è una specie di capsula del tempo sovietica; per questo attira i turisti occidentali affascinati da qualcosa che non hanno sperimentato di persona: il comunismo.
A Chișinău non lo capiscono: per loro non ha niente di esotico, anzi rappresenta una ferita ancora aperta. Nessuno si sogna di andarci.
Io invece vado a visitarla con Roberto, un italiano residente in Moldavia da quindici anni.

Nei pressi dell’aeroporto di Chișinău, lungo la strada, c’è un viavai di gente e mezzi di trasporto. Mentre guida, Roberto spiega: «Tutti ucraini che vengono a prendere l’aereo. A causa loro i prezzi delle case nella capitale sono aumentati tantissimo». Poi commenta, sprezzante: «Un Paese di oligarchi e di nazisti».
Guardando il paesaggio, aggiunge: «Qui ai tempi dell’URSS non c’erano altre coltivazioni: solo vigneti. Dovevano produrre vino per duecento milioni di persone». Osservo fuori dal finestrino i campi di mais e girasoli, che naturalmente ci sono sempre stati, pure nel periodo sovietico.
Nel tragitto, la “guida” comunica a me e alle due coppie di sloveni che il nome ufficiale della regione, Pridnestrovie, significa “lungo il Dnestr”. Fedele sostenitore della linea ufficiale, per tutto il giorno eviterà accuratamente di usare il termine “Transnistria”.


Prima di varcare il confine, ci fornisce un’infarinatura storica su questo territorio. «È stato il Pridnestrovie a conquistare Bender e Kitskani, le città al di qua del fiume, strappandole agli ottomani» esordisce. Inutile dire che, essendo nata solo nel 1991, la Transnistria non ha potuto strappare proprio niente ai turchi.
«Durante la prima guerra mondiale, la Romania attaccò perché volevano che tutto fino al fiume Nistro fosse territorio loro. Ma fu sconfitta dall’Impero Russo. Nella Seconda Guerra Mondiale la Romania decise di attaccare di nuovo il Pridnestrovie, che era nell’Unione Sovietica» continua indomito. «Questa volta erano alleati con i nazisti e commisero crimini e stermini».
A un tratto interrompe la lezione di storia, indicando fuori dal finestrino: «Guardate là. Quegli uccelli… che portano i bambini. Per anni erano spariti, ora sono tornati».
Miha, uno degli sloveni – che poi si rivelerà un osservatore del Consiglio d’Europa – interviene per precisare: «Sono cicogne. A causa del riscaldamento climatico le rotte migratorie sono cambiate: non vanno più in Africa a svernare».
Roberto ignora del tutto la spiegazione scientifica e prosegue: «Ecco perché dopo la guerra Stalin ha punito la Romania, togliendole i territori al di là del fiume Prut».
Sta spiegando il motivo per cui la Moldavia è entrata a far parte dell’Unione Sovietica, tralasciando che quella regione era già stata incamerata da Stalin a seguito del patto Molotov-Ribbentrop – anzi, fu proprio questo il motivo per cui la Romania si alleò con Hitler.
«E infine i moldavi hanno deciso di attaccare il Pridnestrovie per appropriarsi di un enorme arsenale che hanno nel loro territorio dall’epoca sovietica. Pensavano: “Siamo il paese più povero dell’Europa dell’Est, ma saremo il paese più forte. E tutti ci ascolteranno”». Sono quantomeno perplessa.


Arriviamo alla frontiera, dove ci consegnano un talloncino che non bisogna assolutamente perdere. A entrare in Transnistria siamo in pochissimi, per uscire c’è invece una lunga fila di auto.
Vanno tutti a lavorare in Moldavia, ma anche a fare mille altre cose – ad esempio, ritirare dalla banca i soldi delle rimesse, le quali praticamente tengono in vita l’intera regione. Questa fila non è niente in confronto alla fuga di un’intera generazione da questo Stato fantasma.
Roberto poco dopo ci invita a guardare la gente per strada: «Vedete? Sono solo vecchi e bambini e ragazzi. Gli adulti tutti al lavoro in Moldavia o all’estero».
Ci spiega che praticamente tutti i cittadini del Pridnestrovie hanno un passaporto moldavo, visto che il loro non serve a niente: ce l’aveva quasi fatta ad essere oggettivo, ma poi si sente in dovere di inventare che i documenti locali sono tuttora scritti a mano.
In realtà la doppia o tripla cittadinanza qui è la norma: più della metà della popolazione ha anche il passaporto russo, distribuito a pioggia da Mosca. Quella che per anni è stata una comodità burocratica, però, si è trasformata in una trappola che Roberto non ci racconta: avere il documento del Cremlino comporta l’obbligo militare, e molti residenti della Transnistria sono già stati arruolati e spediti a combattere sul fronte ucraino.


Caterina, Cicciolina e Carlo XII
Scendiamo a visitare il complesso commemorativo storico-militare di Tighina-Bender, ricostruito in questa veste neoclassica nel 2008. Roberto ci ammonisce severamente: «Qui nel Pridnestrovie è assolutamente vietato fumare all’aperto e calpestare l’erba». Mi sembra la classica esagerazione poliziesca per terrorizzare i turisti, e infatti su internet trovo conferma che è una mezza cazzata. A proposito, c’è la connessione dati: si aggancia abbastanza spesso la linea moldava.
Al memoriale ci accoglie il monumento bronzeo di Grigorij Potëmkin, il comandante russo a cui si deve la vera conquista dei territori ottomani, nonché amante e consigliere particolare di Caterina la Grande. Il Feldmaresciallo dà subito a Roberto l’assist per uno dei suoi cavalli di battaglia: la leggenda metropolitana secondo la quale la zarina – secondo lui, “the german queen” – era ninfomane. Quindi si avventura in un imbarazzante paragone con Cicciolina.
L’osservatore del Consiglio d’Europa è impenetrabile.

Qui sono accolte le spoglie e i nomi di oltre cinquemila soldati appartenenti alle guarnigioni russe di Tighina dei secoli XVIII-XX. Roberto evidenzia la pietà cristiana dei russi: «Pensate che onorano persino i resti dei loro storici nemici occidentali: in quel settore sono sepolti soldati francesi, ungheresi e rumeni».
La presenza della bandiera imperiale con l’aquila bicipite gli dà poi l’opportunità di affastellare in un unico discorso poco coerente l’impero zarista, Putin e le deportazioni compiute da Stalin.
«Molti russi furono trasferiti anche in Ucraina, infatti il novantacinque per cento della gente parla russo» afferma con certezza. Provo a ridimensionare i suoi dati, ma è irremovibile. «Ecco perché i referendum del Donbas, popolato solo da russi, non erano una farsa, come l’Occidente ha falsamente propagandato».
Miha, che monitora le elezioni per conto del Consiglio d’Europa e ci è stato di persona, non è dello stesso avviso, ma Roberto non lo degna di attenzione.

La prossima tappa è la maestosa Fortezza di Bender, il fiore all’occhiello del turismo transnistriano. Su Google Maps si chiama Cetatea Tighina, il nome rumeno, mentre Bender è il termine turco: il nucleo originario venne infatti eretto dagli Ottomani.
Il sito è stato restaurato grazie ai fondi europei, gestiti tramite il programma d’integrazione della Repubblica di Moldavia, l’unica autorità riconosciuta da Bruxelles. Vedere la targa ufficiale con la bandiera blu con le dodici stelle al centro della Transnistria filorussa è quantomeno paradossale.

Leggo su un cartello che il sovrano svedese Carlo XII, dopo essere stato sconfitto a Poltava dalle truppe di Pietro il Grande, si rifugiò per qualche anno qui insieme ai soldati rimasti e all’etmano ucraino Ivan Mazeppa.
Chiedo a Roberto: «Scusa, ma se l’Ucraina è un’invenzione recente come sostieni, come mai Mazeppa qui è definito ucraino, già all’inizio del 1700?» Lui si arrampica sugli specchi.
Del resto, la storiografia russa contemporanea dipinge Mazeppa appunto come un mercenario senza patria: per loro è il traditore per eccellenza, soggetto ad anatema.

Non è tutto: i pannelli dell’UE mi informano che il suo successore proclamò la cosiddetta Costituzione di Bender proprio qui. Roberto si guarda bene dal parlarci di questo vero e proprio primato democratico dell’Ucraina, anche perché della storia di questo luogo non sa assolutamente niente: è interessato solo agli strumenti di tortura.
Nel cortile incrociamo diverse comitive di ragazzini in età scolare. Roberto dice che sta pensando di iscrivere il figlio a un campo estivo in Transnistria perché costano meno, ma immagino non abbia niente in contrario all’indottrinamento patriottico-militare tipico di queste strutture.


Presso la stazione dei treni di Bender-1, oggi completamente abbandonata, troviamo un vecchio treno a vapore sovietico e un’orrenda stele monumentale su cui svettano tre teste di pietra che rappresentano altrettante generazioni di ferrovieri.
Poco più in là un bassorilievo ricorda i centocinquanta ferrovieri fucilati dalle truppe rumene presso il cosiddetto “Muro Nero”: un episodio che per i moldavi avvenne nel corso di una regolare battaglia contro i bolscevichi nel 1918, ma viene descritto dalla nostra “guida” – fedele alla narrativa della regione – come una gratuita esecuzione di massa.
Un busto del leader bolscevico viene da lui ribattezzato il “Lenin palestrato” o “Lenin con la tartaruga”.

Il blocco della stazione invece è iniziato vent’anni fa, quando le autorità di Tiraspol si appropriarono dei binari della rete ferroviaria moldava; poi, più di recente, la Moldavia ha sospeso gli ultimi treni passeggeri rimasti, mentre il sigillo definitivo l’ha messo la guerra in Ucraina: Roberto ricorda con la voce rotta dalla commozione l’ultimo treno partito per Odessa il 23 febbraio 2022.
«Ci avete fatto caso?» afferma quindi con l’aria di chi la sa lunga. «Il virus è sparito da un giorno all’altro, esattamente quando è iniziata la guerra. Putin ha fatto finire la pandemia». A questo punto, il nostro passa a parlare del Covid, che secondo lui è stata tutta una montatura. Ci svela che i famosi filmati delle bare di Bergamo erano falsi, quindi si vanta di non essersi mai vaccinato e di aver pagato cinquanta euro per avere il certificato. Uno scandalo reale in Moldavia, che ha portato all’arresto di medici, infermieri e intermediari.
Miha è interdetto, ma non commenta: «Siamo in vacanza!» sussurra allegramente.

Missioni di peacekeeping
Prima di arrivare a Tiraspol, la capitale della Transnistria, la nostra “guida” ci porta all’ultimo punto di interesse di Tighina. Questo ennesimo memoriale onora i caduti della battaglia decisiva del conflitto del ’92, l’evento che spinse la Moldavia e i separatisti a firmare l’armistizio, congelando la situazione fino a oggi.
Un busto glorifica il generale russo Aleksandr Lebed, comandante della famigerata 14a armata, per aver fermato il sangue e portato la pace.


Avendo visitato il Museo Militare di Chișinău, avevo conosciuto l’altro punto di vista, raccontato nella sezione dedicata a quella che i moldavi chiamano “Guerra per l’integrità e l’indipendenza”.
Quando le truppe nazionali tentarono di riprendere il controllo di Tighina-Bender (che ufficialmente faceva parte del loro territorio), il “peacekeeper” Lebed diede ordine di aprire massicciamente il fuoco contro i poliziotti e i volontari moldavi. Il Paese, da poco indipendente, non aveva ancora un esercito vero e proprio e subì perdite pesantissime. I separatisti invece, sostenuti dai russi, poterono attingere al gigantesco arsenale sovietico di Cobasna.


Mentre ci dirigiamo all’auto, Roberto continua a terrorizzarci con i divieti di fotografare e la minaccia di sanzioni se attraversiamo fuori dalle strisce pedonali. Ormai queste stupidaggini fanno solo ridere.
Nel tragitto, pur conoscendo già la risposta, gli chiedo se è vero che la Transnistria è occupata dai russi, come stabilito dal diritto internazionale. «Certo che no! Questa è sempre stata parte dell’impero russo; l’errore dei sovietici è stato soltanto uno: unirla alla Moldavia nella Repubblica socialista».
Poi ci invita a osservare i militari ai posti di blocco: «Hanno le insegne russe ma sono di qua». Anche perché l’Ucraina ha chiuso i confini e lo spazio aereo: pur volendo, la Russia avrebbe difficoltà a inviare nuove truppe.


Scendiamo al Memoriale della Gloria, l’attrazione più importante della capitale transnistriana. Nato per onorare i caduti della seconda guerra mondiale, col tempo è diventato il sacrario nazionale anche per gli eroi del ‘92. Un’importante opera di ristrutturazione e ammodernamento del complesso storico è stata effettuata l’anno scorso.
È interessante che in questi luoghi commemorativi della Transnistria i soldati sovietici e i secessionisti filorussi siano ricordati tutti insieme, in un’unica intrepida comitiva di combattenti contro il fascismo.
«Beh, i moldavi un po’ fascisti lo erano: volevano costringerli a parlare rumeno!» motiva Roberto.
Tra una fiamma eterna e un milite ignoto, il nostro cicerone approfitta per annunciare il suo sostegno alla Cina nella riconquista di Taiwan. Poi esalta l’Abkhazia e l’Ossezia del sud, gli unici due “Stati” che riconoscono la Transnistria.
Miha, il monitor elettorale del Consiglio d’Europa, inizia a prenderlo in giro bonariamente.


Davanti al monumento ai guerrieri afgani, parte integrante dell’area celebrativa, la nostra “guida” ci informa che anche nella capitale moldava c’è un monumento dedicato a quei soldati. Omette però di dire che la scultura di una madre in lutto nel Parco Afgano di Chișinău non esalta la potenza militare sovietica, bensì il sacrificio umano e la sofferenza delle famiglie.
La stessa parzialità si nota nel monumento ai liquidatori di Chernobyl, ricordati qui come eroi della patria e non come vittime di un regime criminale straniero. Non credo che Roberto abbia mai messo piede nel bellissimo Museo Militare di Chișinău, dove la leadership sovietica dell’epoca viene duramente criticata per entrambi gli eventi.
Miha mi racconta che, durante le prime settimane dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, i soldati russi hanno scavato trincee e fortificazioni nei terreni altamente contaminati della zona di esclusione di Chernobyl.



Superlenin e Sheriff
Ci spostiamo al palazzo del Parlamento, davanti al quale sorge una maestosa statua di Lenin. A Roberto fa molto ridere il fatto che il leader bolscevico indossi uno scenografico mantello; con una battuta che di certo recita in tutti i suoi tour, lo definisce “Superlenin” commentando: «Guarda verso il futuro». Miha invece guarda altrove.
All’interno del moderno Parco di Caterina la Grande, una statua della zarina dà modo al nostro di tornare a sfottere la più grande imperatrice della Russia per via della sua corporatura, dicendo che non entrava nel trono.


Mentre ci dirigiamo verso il negozio di souvenir, dove con magnanimità ci regalerà un magnete rigorosamente sovietico, Roberto annuncia che questo è l’ultimo tour prima delle vacanze: sta per partire per la Turchia. L’osservatore del Consiglio d’Europa chiede in quale località, ma lui non ha le idee molto chiare. In ogni caso è un resort all-inclusive, dove sicuramente non faticherà a trovare villeggianti danarosi che condividono la sua visione del mondo.
Nel negozio vendono anche ricordini puramente moldavi.


Fino a quindici anni fa in Transnistria entravano solo giornalisti e diplomatici, mentre oggi è diventata una specie di parco giochi comunista: era inevitabile che ci fossero anche ristoranti a tema. Pranziamo appunto in una cantina di Tiraspol intrisa di riferimenti all’URSS, in cui aleggia quella cupa tristezza delle mense comuniste. Al televisore appeso al muro va in onda una telenovela russa a tutto volume.
Roberto predilige questo locale, che è un self service, così non perdiamo tempo. Gli altri pochi avventori non sono molto socievoli: secondo lui sono arrabbiati perché a causa dei turisti hanno alzato i prezzi.


Dopo pranzo Roberto porta gli sloveni al negozio della Kvint, pavoneggiandosi che li farà risparmiare sull’acquisto del cognac. Anche questa distilleria è di proprietà della Sheriff, la holding che ha in mano l’intera economia della Transnistria. Fondato da ex agenti del KGB, il gruppo possiede supermercati, pompe di benzina, una rete televisiva, un’agenzia di pubblicità, la squadra di calcio della capitale e il relativo stadio ultratecnologico.
È nelle loro tasche che va a finire una buona parte delle rimesse europee, nonché – a questo punto – i soldi degli sloveni.
«Dopo la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica, il Pridnestrovie ha fatto bancarotta», spiega il nostro cicerone mentre ci dirigiamo alla prossima meta. «È stato allora che i direttori delle fabbriche sono diventati i proprietari. Con un solo rublo, alcune persone sono entrate in possesso di intere attività commerciali».
L’esempio più clamoroso di questo capitalismo clientelare è appunto la Sheriff che, grazie a un legame strettissimo con la famiglia del primo presidente della Transnistria, ottenne esenzioni fiscali e doganali senza precedenti. Poi, con i capitali accumulati grazie al contrabbando, iniziò a comprare tutte le fabbriche che nel frattempo erano fallite.



La campana di Chițcani e la malefica diaspora
Osservati altri due o tre monumenti a Lenin – oltre a schiere di fotografie degli impiegati dell’anno e manifesti che celebrano la famiglia tradizionale o l’amore per la Transnistria -, arriviamo sulla riva del Dnestr. Qui saliamo a bordo di un vecchio ferry, un traghetto a chiatta che attraversa lentamente il fiume per portarci verso la sponda meridionale, in direzione di Chițcani.
«Non vi sembra di stare in Africa?», ci chiede orgoglioso il nostro cicerone, che in Africa non credo metterebbe mai piede.
Ci addentriamo tra le chiese del monastero di Noul Neamț. Grazie a un accordo con i religiosi locali, saliamo i gradini della ripida scalinata del campanile più alto, raggiungendo la cima proprio nel momento in cui il monaco comincia a suonare la campana. Siamo invitati a poggiare le mani per sentire le vibrazioni prodotte dai rintocchi: finalmente una bella esperienza antropologica.


Noul Neamț è soggetto alla giurisdizione del patriarcato di Mosca, come la maggior parte delle chiese moldave. Un cartello in inglese denuncia l’esproprio e la nazionalizzazione di queste proprietà ecclesiastiche subiti nell’Ottocento da parte dello Stato rumeno, che vietò la liturgia in slavo antico imponendo la sua lingua.
Curiosamente, lo spazio sul cartello non è bastato per aggiungere che il regime sovietico, nel 1962, chiuse il monastero per trasformarlo in un tubercolosario.

Mentre beviamo qualcosa di fresco al bar del complesso, Roberto ci illustra la sua posizione sull’Unione Europea, a questo punto della giornata ampiamente prevedibile: «È un paese agricolo: troppa burocrazia se entrassimo nell’UE… A disaster! Se guardi bene, forse l’Europa non esisterà nemmeno più». Seguono i grandi classici: epiteti poco lusinghieri rivolti alla perfida von der Leyen e invettive contro il riarmo della Germania. Comunque, secondo la nostra “guida”, l’antieuropeismo è di gran lunga il sentimento predominante nel Paese.
Miha, l’osservatore del Consiglio d’Europa, ha qualcosa da eccepire: «Al referendum però ha vinto il sì». Roberto ribatte dando la colpa alla malefica diaspora moldava all’estero, che ha votato in massa per l’adesione: «Che ne sanno loro, persone che non mettono piede qui da vent’anni e non pagano le tasse in Moldavia. Non sappiamo davvero se questo voto che arriva dalla diaspora europea sia reale».


Il giorno dopo al Museo Nazionale di Storia di Chișinău ho incontrato un ragazzo moldavo che studia in Danimarca e che la pensa diversamente: «Intanto le rimesse valgono quasi il venti per cento del PIL», mi ha detto davanti alla cartina della Dacia nel I secolo «e comunque questo è il nostro Paese e continueremo a difendere il percorso democratico e l’integrazione europea».
Mentre la Moldavia per ora prosegue con determinazione il suo iter, molte istituzioni hanno denunciato la massiccia campagna di disinformazione guidata dalla Russia: una delle sue vittime più emblematiche sta bevendo una coca davanti a me, nel bar del monastero.

La Transnistria alla canna del gas
Terminata la parentesi spirituale, torniamo a celebrare l’eroismo sovietico nel distopico mondo transnistriano. Un altissimo obelisco a forma di baionetta segna il punto cruciale da cui l’Armata Rossa lanciò l’offensiva che alla fine travolse le linee nemiche, mettendo fine all’occupazione rumena alleata di Hitler.
«Qui la fiamma eterna è spenta perché c’è troppo vento», annuncia Roberto di fronte a quest’ennesimo monumento. Quindi ci spiega che «con questa operazione fu liberato l’intero territorio del Pridnestrovie».


Quella che qui chiamano liberazione, in realtà portò all’annessione di queste terre all’URSS, con tutto il tragico corollario: deportazioni di massa nei gulag, espropriazioni, carestie indotte, russificazione e dissanguamento economico.
Nel Museo Militare di Chișinău avevo visitato l’esposizione permanente dal titolo “Terrorismo sovietico in Bessarabia”, che mostra il prezzo umano pagato dalla popolazione locale.
In una delle sale, accanto a un autentico carro merci usato per le deportazioni, un muro di mattoni spezzato riporta una citazione di Nicolae Iorga, celebre storico e politico rumeno assassinato nel 1940 dagli ultranazionalisti della Guardia di Ferro: “La storia si fa beffe di coloro che non la conoscono, ripetendosi”. Non credo che Roberto sia un suo ammiratore.




Lasciata la testa di ponte di Chițcani, imbocchiamo la strada del ritorno verso la Moldavia.
«Sotto i sovietici, Bender e Tiraspol si sono riempite di fabbriche enormi», spiega il nostro improbabile cicerone mentre guida. «I moldavi dalle campagne sono venuti in massa a lavorare qui».
«Insieme a tutti i lavoratori specializzati da Russia e Ucraina» interviene Miha, il monitor elettorale del Consiglio d’Europa.
«Of course» fa Roberto, per poi lanciare la sua pillola statistica: «La Transnistria produceva da sola oltre il novanta per cento dell’elettricità dell’intera repubblica».

Prima di passare la frontiera, facciamo un’inaspettata sosta a Tighina per osservare gli ultimi falce e martello della giornata, che spiccano su un monumento in cemento e metallo. La scritta in cirillico recita: “Slava Trudu“, Gloria al lavoro.
Roberto racconta: «Ci passavano davanti ogni giorno gli operai diretti alle fabbriche… che però oggi sono quasi tutte chiuse». Poi ci scatta una foto, a me e agli sloveni, pretendendo che facciamo il pugno.
Effettivamente, a causa del taglio delle forniture di gas russo gratuito che transitava attraverso l’Ucraina, la quasi totalità delle industrie pesanti della Transnistria è ferma. I lavoratori sono in cassa integrazione e lo Stato non riesce a pagare stipendi pubblici e pensioni.
La centrale termoelettrica di Cuciurgan ormai non produce quasi nulla; l’Ucraina stessa le ha offerto forniture di carbone per mantenere accesi i generatori.
«Attualmente nel Pridnestrovie l’elettricità è razionata: tolgono la luce per cinque ore al giorno» conferma Roberto quando siamo di nuovo in auto. La moglie al telefono si incazza perché farà più tardi del solito: lui accelera.


È a questo punto che il nostro autista-cicerone entra in totale cortocircuito cronologico, affermando che la grande centrale di Cuciurgan alimenta tuttora Odessa: un salto indietro nel tempo di circa vent’anni.
Poi, con un volo pindarico dei suoi, si inoltra nelle classiche argomentazioni del revisionismo neoborbonico, sparando frasi ad effetto: «Prima dell’Unità, il Regno delle due Sicilie era tre volte più ricco dei Savoia». Segue l’immancabile richiamo ai cantieri navali campani e alla prima ferrovia d’Italia. Miha ironizza: «Palermo was like Manhattan!»
Sarà la fretta per il rimprovero della moglie, o il fatto che io e Miha un po’ lo incalziamo, ma il nostro autista, completamente impallato, nel viaggio di ritorno ne spara una più grossa dell’altra.
Da Putin che dà il gas all’Ucraina per motivi umanitari, a Zelensky leader illegittimo e cocainomane, dal riscaldamento climatico che c’è sempre stato, alla Transnistria che difende la Moldavia dall’Ucraina nazista, Roberto diventa una bacheca di Facebook vivente.
Infine, la previsione più impensabile: «Vedrete, il Pridnestrovie si unirà all’oblast di Odessa».
Qui devo dire che non ci ho capito più niente. E anche Miha ha perso quasi tutta l’indulgenza che aveva eroicamente mostrato per tutto il giorno.


Dopo undici ore di tour, una cosa ho capito: il destino della Transnistria oggi è totalmente legato alla Moldavia e alle regole UE. Altro che Superlenin, cantine URSS, impiegati dell’anno e cognac prodotti da oligarchi.
A Chișinău ci salutiamo. Il nostro Roberto adesso ha cose più importanti a cui pensare: cosa mettere nella valigia per la sua vacanza all-inclusive nel resort turco. Gli sloveni invece mi invitano ad andarli a trovare a Lubiana.