La storia si fa beffe di noi


Timișoara col buco
Abbandonati i rilievi bosniaci, sono sbarcata nel piattume del Bassopiano Pannonico. Gli approfonditi controlli doganali e le bottiglie di plastica con il tappo attaccato mi hanno avvisato che siamo entrati nell’Unione Europea.
Sono tornata a Timișoara, la piccola Vienna, dove ero già stata quattordici anni fa. Dopo aver attraversato le scenografiche piazze austroungariche del centro, sono andata a visitare il Museo del Consumatore Comunista, segnalato su Google.
Si tratta di una confusionaria raccolta, non priva di interesse, di oggetti anni sessanta e settanta accumulati in alcune stanze sotterranee. Cartelli, riviste, libri, suppellettili: cose che tutte le nostre famiglie possedevano – con il valore aggiunto, appunto, del comunismo.



Al piano terra, allestito in un giardino, c’è un bar alternativo: è qua che conosco questa coppia. Che sia mal assortita si capisce subito. Del resto, stanno insieme solo da due mesi. Lei è magra, ha i lineamenti spigolosi e la ricrescita; lui ha i capelli grigi lunghi legati e un’espressività mediterranea, da greco. C’è da dire che è ubriaco, e inoltre le tiene il muso per motivi che non posso sapere.
Quando lei si allontana per prendere da bere, lui si sorprende che io e la sua fiamma abbiamo la stessa età, di qualche anno superiore alla sua. «Tu li porti molto meglio» sostiene.

Viene da Bucarest: dice che gli italiani visitano in massa la capitale, ma non gli stanno tanto simpatici perché non parlano inglese, mentre i rumeni lo masticano tutti perché i programmi televisivi non sono doppiati.
Al ritorno della compagna, l’ironia della sorte: nemmeno lei lo parla. Chiedendo di continuo supporto linguistico al partner, dichiara di avere sangue ungherese e tedesco nelle vene. «Per questo non sono nazionalista» continua in un inglese stentato, «lui invece sì che lo è. Gli ungheresi li odia». Ecco spuntare fuori il classico pregiudizio nei confronti dei rumeni del sud. Secondo me non durano tanto.


La mia coetanea non è un’eccezione da queste parti: nel Banato le diverse etnie hanno convissuto e si sono mescolate per secoli, cooperando per far funzionare l’economia. Timișoara nel 1953 era l’unica città europea ad avere tre teatri di stato ognuno in una lingua diversa. Per dire.
Fu proprio questo spirito di solidarietà interetnica a dare inizio alla rivoluzione del 1989, quella che alla fine rovesciò Ceaușescu. La scintilla partì dalla difesa di un pastore protestante di origine ungherese, nel mirino del regime per le sue prediche contro la dittatura. Cittadini rumeni, ungheresi, serbi e tedeschi scesero in piazza insieme; in seguito a scontri sanguinosi, si registrarono più di settanta morti e centinaia di feriti soltanto nei primi giorni.

Vado a visitare il Memoriale della Rivoluzione, allestito in un vecchio edificio. I cimeli più simbolici sono le bandiere rumene con il buco al centro, da cui i cittadini avevano ritagliato lo stemma comunista. Il testo del “Padre Nostro” su una delle pareti è replicato nelle quattro lingue storiche della città: fu infatti recitato nei giorni della rivolta da tutte le comunità riunite.


In una saletta viene proiettato un documentario con i filmati d’epoca: i carri armati, il sangue sulle strade, la folla oceanica in Piața Victoriei, le bugie del regime, l’impietosa fine del dittatore.
I sottotitoli sono in italiano: osservando il resto del pubblico è facile capirne il motivo. Infatti alla fine del video, una dei tre adulti mi dice: «Il ragazzo non parla rumeno».
Evidentemente sono emigrati in Italia dopo la caduta del regime, hanno cresciuto i figli e i nipoti là, e ora tornano da turisti a mostrargli da dove è partita la libertà del loro Paese.


Guardando il ragazzo, penso che dal 1989 sono passati trentasette anni, praticamente lo stesso salto temporale che quando facevo le elementari mi separava dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Sono alla stazione di Timişoara, un luogo quantomeno vintage, in attesa del treno per Alba Iulia. Chiedo al capotreno se conosce quei due colleghi che fotografai molti anni fa, sulla stessa tratta, insieme al barista che parlava napoletano. Non li conosce, nel 2012 lui ancora non lavorava, ma mi dice che i cappelli all’epoca non venivano forniti dall’azienda: quei due li avevano presi in prestito.



Alba Iulia, l’altra capitale
Mi trovo nella Sala dell’Unione di Alba Iulia, ovvero nel luogo esatto in cui è nata la Romania moderna. Il 1° dicembre 1918 più di mille delegati qui riuniti votarono all’unanimità la Grande Unione della Transilvania con il Regno di Romania.
Alba Iulia era già stata testimone di un breve esperimento di riunificazione in passato, sotto la guida del mitico Mihai Viteazul, Michele il Coraggioso: l’eroe che non si piegò né con i Turchi né con gli Asburgo. Arrivarono poi gli austriaci, che costruirono la più grande fortificazione dell’epoca nel Paese, ancora oggi l’attrattiva principale del luogo.




Aggirandomi tra le strade della cittadella, mi ritrovo nel complesso della cattedrale della Riunificazione, costruita in quattro e quattr’otto appositamente per l’incoronazione dei primi sovrani della Romania unita, nel 1922. Nell’aria risuona un coro celestiale. Entrando in chiesa scopro che è l’ora della messa e che due soli sacerdoti sono capaci di creare questa melodia pazzesca, amplificata in tutto il vasto cortile.
«È la tecnica del canto bizantino» mi spiega il tour leader di un folto gruppo di rumeni. «I cantori usano tecniche antichissime: quella nota bassa che accompagna la voce principale, chiamata ison, fa come da cassa di risonanza».

La guida, che si chiama Octavian, mi parla anche della regina Maria, incoronata in questa chiesa, che partecipò personalmente alla conferenza di pace di Parigi: «Con il suo carisma e il suo fascino, riuscì a convincere i leader mondiali, inizialmente riluttanti, a ratificare i confini della Romania appena nata».
Un altro evento locale che ci tiene a raccontarmi è più trucido e riguarda la ribellione dei contadini contro lo sfruttamento feudale. «Due dei loro leader, dopo il tradimento e la cattura, subirono l’atroce supplizio della ruota. Poi i loro corpi furono fatti a pezzi e distribuiti in vari villaggi della Transilvania per terrorizzare la popolazione. Per fortuna, l’imperatore Giuseppe II poco tempo dopo abolì ufficialmente la servitù della gleba».


Octavian è curioso di sapere cosa ci faccio là; quando gli comunico il mio itinerario, opina che la Romania e la Moldova ormai siano diventate più care dell’Italia.
In merito all’attuale crisi di governo, che dura da mesi, non ha dubbi: «Tutto ha origine da quando hanno cancellato le elezioni vinte da Georgescu». Allude all’annullamento del primo turno delle presidenziali del novembre 2024, vinto a sorpresa dal candidato indipendente di estrema destra e filorusso Călin Georgescu. È molto critico sulla decisione della Corte Costituzionale, che lui ritiene antidemocratica. «D’altro canto, non ci sono prove che le interferenze informatiche e finanziarie provenissero dalla Russia. Anzi, si è scoperto che la campagna su TikTok è stata finanziata dal partito dei liberali pro-UE attualmente al governo».
Octavian conosce personalmente la moglie di Georgescu: «Modestamente, grazie a mie conoscenze in Facebook, siamo riusciti a far ripristinare il profilo del marito».


Gli chiedo se comunque Georgescu gli piacesse. È un po’ incerto, accenna al fatto che nemmeno gli altri erano un granché, ribadisce che è una questione di principio. Quando gli domando se sarebbe stato critico sulla vicenda pure se il candidato fosse stato Hitler, cambia argomento: «Sai che la settimana scorsa la Romania ha subito il più grave incidente informatico della sua storia?» In pratica sono stati violati i sistemi dell’Agenzia del Catasto, cancellando l’intero database. Tutto il sistema immobiliare è attualmente bloccato. «Capisci? Il nostro Stato non è capace di proteggere i dati sensibili dei propri cittadini dai veri attacchi informatici!»
Poi affretta il passo perché il suo gruppo si è già da un po’ avviato verso l’autobus. Ma prima di salutarmi, ha ancora il tempo per informarmi che quei palazzoni dietro al monumento dell’Unione furono spostati con la gente dentro: «Erano in salotto tranquilli a bere il caffè». «Come a Bucarest» esclamo. «Era lo stesso ingegnere».

A quel punto vado a mangiare in un ristorante che si vanta di sorgere al posto della cantina rustica inaugurata dal dittatore Ceaușescu in persona, nel 1968. Che in questi locali fu imprigionato Vlad Țepeș, l’Impalatore – come scrivono sulla tovaglietta – è invece poco credibile: mi sembra un classico esempio di marketing turistico transilvano.
Comunque il cameriere, dopo aver servito per ventiquattro anni i cardinali in Vaticano, papa Francesco compreso, fa di tutto per ottenere le mie cinque stelline su Google.


Buona sera ciao ciao
Dopo nove ore di viaggio dalla Transilvania alla Moldavia, tra i passi montani, i villaggi e i monasteri dipinti della Bucovina, sono finalmente giunta a Iași. La cosiddetta “città dalle sette colline” mi accoglie con i suoi sgraziati palazzoni di epoca comunista.


Lungo la via principale del centro, un grande murale ricorda che Iași è la capitale storica della Romania. Dopo Bucarest e Alba Iulia, è già la terza città rumena a fregiarsi di questo titolo. Entrando nella chiesa del Monastero dei Tre Gerarchi, scopro il motivo: in una nicchia si trova la tomba del leggendario principe Alexandru Ioan Cuza, che da qui nell’Ottocento guidò l’unificazione della Moldavia e della Valacchia.
Ma la città meritò l’appellativo di capitale anche durante la prima guerra mondiale, quando Bucarest era occupata dalle truppe tedesche e qui si rifugiò il governo.


Mi fermo in un bar del centro, allettata dalla musica sudamericana, una rarità. Chiacchiero con il titolare, Bogdan: «Significa “dono di Dio”», ci tiene a precisare quando si presenta. Mi offre un limoncello fatto in casa, chiedendo il mio parere come se – essendo italiana – io sia esperta in materia. Poco dopo arrivano alcuni suoi amici; si stappa una bottiglia di vino e sul tavolo compaiono delle patatine fritte artigianali. Attendono la mia approvazione come arbitra del gusto. «Dolce far niente!», esclama immotivatamente un commensale.
Tutti comprendono il mio italiano, anche se nessuno lo parla. Si stupiscono invece che io riesca ad esprimermi in inglese, visto che gli italiani notoriamente non ne sono capaci. Un certo Vlad – che poco prima aveva precisato: «come l’Impalatore» – ironizza: «Secondo me si credono superiori. Pensano che gli altri debbano per forza imparare la loro lingua». Dissento: sono semplicemente ignoranti.
Quasi tutti i presenti hanno parenti in Italia o ci sono stati; l’emigrazione verso il nostro Paese tocca da decenni cifre altissime in questa regione.

Purtroppo, dopo un po’, la musica – com’era ampiamente prevedibile – degenera in una vera e propria piaga locale: i remix. Si tratta di grandi classici come “Caruso” di Lucio Dalla o “In the air tonight” di Phil Collins, pesantemente rimaneggiati in chiave afro house.
Ne ho abbastanza di musica brutta. Ho affrontato l’intero viaggio in minibus con la colonna sonora delle hit italo-pop anni ottanta e novanta: Al Bano e Romina, la meteora Mauro con “Buona Sera – Ciao Ciao”, la lambada e la soca dance. Fortunatamente stasera mi viene risparmiata la versione remix del brano di Amedeo Minghi, colonna sonora di “Edera” – una telenovela Fininvest dimenticatissima in Italia ma ancora arcinota da queste parti.
Bogdan difende le sue scelte musicali per ragioni di marketing: «Sono obbligato a metterla, altrimenti i giovani non entrano. Pensa che oggi è sabato e il locale è semivuoto. D’inverno poi non ne parliamo: il deserto».
Subito dopo incita la cameriera, poco operativa davanti a una coppia di clienti francesi: «Dai, facem bani!» (facciamo soldi).
In effetti, Iași non è propriamente presa d’assalto dai turisti, inoltre d’estate molti degli studenti universitari che normalmente la animano sono in vacanza.

A proposito di vacanze, domando quanto sia distante il mare. «Almeno sei ore di auto! Le strade sono in uno stato pietoso», risponde Roxana, la compagna di Bogdan. La storica mancanza di collegamenti con il resto del Paese e l’Europa è un problema cronico per la Moldavia rumena, un fattore che ha scoraggiato i grandi investimenti industriali esteri. A quanto pare, però, i lavori per la nuova autostrada sono in via di completamento.
Bogdan esalta la qualità della loro pizza. Accetto la sfida, basta che non sia al pollo. «So bene che non è come la vostra, qui mettiamo troppo condimento», ammette quando mi serve una prosciutto e funghi strabordante. «Ma se non la prepariamo così, i clienti non la vogliono».
Gli spiego che la mozzarella non è effettivamente mozzarella, il prosciutto cotto non è di grande qualità e, soprattutto, manca la base di pomodoro. «Vedi che c’è il pomodoro?», ribatte Bogdan indicando un velo quasi invisibile di salsa rossa sul fondo.
«In Romania il supplemento si paga a parte», conclude la pragmatica Roxana.

I bambini delle file
Per la mia vita sociale a Bucarest, sto a posto. Il tizio che avevo conosciuto a Timișoara mi aveva consigliato due o tre bar metallari con birra economica, posti dove è facile conoscere gente. Questo weekend a Brașov c’è stato il Rockstadt Extreme Fest, un importante festival metal che ha attirato decine di migliaia di ospiti anche dall’estero: molti di loro si aggirano in questi giorni nella capitale.


In uno di questi locali vengo invitata a sedermi al tavolo di questi due avventori sui cinquanta, a favore di ventilatore. A un certo punto gli dico che ho visitato il Museo del comunismo, un sito molto pubblicizzato, come ce ne sono tanti nei Paesi dell’Est. Per diversi recensori, è una trappola per turisti e un’operazione discutibile: «Molte di queste cose le ha anche mia nonna» scrive qualcuno alludendo agli arredi e agli oggetti presenti nel tipico appartamento dell’epoca fedelmente ricostruito.

Nemmeno Dan ne ha una buona opinione: «Noi abbiamo vissuto gli ultimi anni del regime, quelli peggiori. Siamo i “bambini delle file”: c’era il razionamento, avevamo le tessere per comprare il cibo, ma bisognava fare code chilometriche ai negozi. Ho letto una lettera che scrisse mio nonno. Sai che diceva? “Finalmente abbiamo trovato un po’ di fegato. Per la carne, forse il mese prossimo”».
Chiedo a Dan cosa ne pensa del caso Georgescu. A parte Octavian, non sono riuscita a raccogliere altri pareri – e nemmeno ora ci riuscirò: «Non voglio esprimermi: la faccenda è molto complessa e la disinformazione è dilagante. Oggi sembra che tutti abbiano certezze su argomenti complicati: sanno tutto dell’Iran, della Siria, dell’Ucraina. Mio padre era uno storico, nei suoi libri non diceva mai “Io penso che”. Citava le fonti e basta».
Poi fa: «Sai cosa diceva Nicolae Iorga?» Lo fermo subito, mostrandogli la foto che ho scattato pochi giorni prima al museo militare di Chișinău: “La storia si fa beffe di coloro che non la conoscono, ripetendosi” sono le parole di questo storico e politico antifascista. «Ecco» dice lui. «La gente ha poca memoria».

Il viaggio tra le crepe e i fantasmi di questa parte d’Europa termina esattamente dove era cominciato quattordici anni fa. Quella prima volta visitai il gigantesco Palazzo del Parlamento fatto costruire da Ceaușescu abbattendo interi quartieri; adesso la sua villa, aperta da soli dieci anni. Sono qui con i copriscarpe da piscina, insieme a un folto gruppo di turisti di tutte le nazionalità, come se fossimo alla Reggia di Caserta. Osserviamo i letti, gli armadi, i bagni d’oro col bidet, la sala cinematografica privata, la lampada abbronzante, la piscina con i mosaici, i regali ricevuti dai grandi della Terra: i lussi del Palatul Primăverii mentre fuori i bambini aspettavano per ore un litro di latte.

Sono partita un mese fa dalla Croazia e per tutta la visita mi confondo con Tito. Mi sembrano le scarpe, i divani, i paraventi nordcoreani, i tappeti persiani, i figli di Tito. Politici autoritari che la gente ha osannato, ha accettato in cambio di sicurezza e stabilità, che in qualche modo ha invidiato. Come facciamo anche noi adesso, ammirando le loro case o i loro oggetti preziosi esposti nei musei. «La gente ha bisogno di un papà, di una “father figure”, qualcuno che gli dica cosa deve fare», aveva detto l’amico di Dan al pub l’altra sera.

Poi incontro Adrian. Due dottorati in matematica all’estero e una grande rabbia: è tornato a Bucarest e non ha trovato uno straccio di lavoro decente. Quando gli parlo di casa Ceaușescu, dice che in questo momento ho l’opportunità di parlare – senza pagare il biglietto – con una vittima del regime: lui. Mi riporta esattamente la stessa storia di Dan, ma la dettaglia meglio: «A Suceava, in Bucovina… dove sono cresciuto io, d’inverno – freddo cane, buio pesto, le cinque di mattina – mia madre andava a mettersi in fila. Poi arrivava l’orario che doveva andare a lavorare e suonava la sveglia per me. Mi vestivo tremando e correvo a prendere il suo posto. Bambini che sostituivano i genitori. E questo solo per il latte! Poi un’altra fila per il pane. La gente oggi non ricorda un cazzo. Pure a Bucarest, fanno finta di non sapere, non vogliono sapere…».
Lo stesso discorso vale per l’Ucraina oggi: «Non solo in Italia, pure qui tanti se ne fregano di loro. Invece da me a Suceava, vicina al confine, ne sono arrivati a migliaia, tutti ad aiutarli. I miei genitori e i miei nonni li odiano, i russi. Mio padre era un bambino, ma si ricorda cosa hanno fatto nella seconda guerra mondiale. Mia nonna… lei non ne ha mai voluto parlare». Quando faccio un accenno al mio tour in Transnistria con la guida complottista e lo sloveno Miha, Adrian mi interrompe: «Lo so cosa dicono là, che noi siamo i rumeni nazisti… Io in Transnistria manco morto, cazzo!».


Poi passa a un altro pezzo della sua vita: «Quando ho fatto il mio PhD a Toronto c’erano due colleghi, uno nigeriano e l’altro egiziano, che mi hanno… come si dice… isolato, tagliato fuori. Perché? Perché sono ateo. Capisci? Due scienziati, cazzo. Religione? Puah! È tutta ipocrisia, gn gn gn». Beve un sorso di birra, i pensieri corrono veloci, si mangia le parole. «La gente non “crede” al climate change, ma crede in Dio. Ma che c’è da credere? Questa è scienza, mica un dogma!».
Poi continua: «Io mi ritengo una persona… “spirituale”, sì. Ma io intendo lo spirito umano, quella spinta che ti fa sperimentare, che ti fa sputare il sangue per ottenere qualcosa. Il comunismo invece ha cercato di cancellarla, l’individualità. Volevano farti essere uguale agli altri. E se non eri conforme? Deportato. O emarginato. Ecco cosa odio, io, del comunismo».

Mentre osservo i souvenir nella vetrina dietro di lui, l’accendino di “Dracula” con i pipistrelli e gli omini impalati, Adi mi espone l’avvincente storia di Vlad Țepeș e Ștefan cel Mare, due cugini di sangue che nel XV secolo lottarono contro l’Impero Ottomano. Il re di Valacchia aiutò Stefano il Grande a diventare principe di Moldavia, ma questi non ricambiò quando il sultano spodestò l’Impalatore; comunque rimediò in seguito, intercedendo affinché il re d’Ungheria Mattia Corvino scarcerasse il cugino, che nel frattempo era stato imprigionato. Vlad riuscì a riconquistare il trono di Valacchia per la terza volta, ma poco dopo fu ucciso dai suoi acerrimi nemici: gli ottomani.
«La tecnica dell’impalamento l’aveva imparata proprio da loro, nel periodo passato come ostaggio alla corte del sultano Murad II. Altro che pipistrelli, denti aguzzi e finti castelli» conclude.

Al bar del Giardino Cismigiu incontro due ragazzi, un turco e un rumeno, reduci dal festival di Brașov. Con i jeans neri e i gilet pieni di stickers di band metal, di fronte a una birra si confrontano sul cibo ottomano, il kebab e i sarmale: «Nei mici, per vendicarsi, i rumeni hanno aggiunto la carne di maiale» dice quello di Bucarest. Adrian aveva riso quando gli avevo detto che “mici” in italiano vuol dire gattini.
Ripenso al romanzo di Ivo Andrić, alle terribili pagine in cui racconta la tortura dell’impalamento eseguita a Višegrad, sul ponte della Drina. Me le aveva ricordate proprio Miha, l’osservatore del Consiglio d’Europa, durante il nostro tour in Transnistria. Una lettura obbligata, in Jugoslavia.

Mentre vado a prendere l’autobus per l’aeroporto, passo casualmente proprio davanti alla targa dedicata a Ivo Andrić, che nel 1916 per un anno visse in questo palazzo. Il cerchio si chiude davanti a questo pezzo di marmo su un muro di Bucarest, mentre la storia continua a farsi beffe di noi.