Quando l’altro siamo noi

Noi viene di Romania
Giugno, ultimi giorni di scuola. In questa prima media si sono quasi tutti ritirati; gli unici presenti sono due bambini iperattivi e due alunne rumene. Mentre i maschi cercano di passare il tempo a modo loro, gattonando tra i banchi e infilandosi pezzi di gomma per cancellare nel naso, io chiacchiero con le ragazzine.
Mi raccontano di madri partite sole per l’Italia anni fa, di padri mai conosciuti o divorziati, e del nuovo fidanzato italiano della mamma, morto in un incidente. Mi parlano dei soliti lavori da badante, addetta alle pulizie o alla raccolta della frutta. Ma anche della voglia di tornare per le vacanze nella campagna moldava per rivedere i nonni, gli zii e i cugini, e della speranza di trascorrere qualche giorno in montagna, magari a Brașov, in Transilvania.
Alla fine, Anamaria mi domanda: «E la tua storia qual è?»
Presa alla sprovvista, rispondo: «La mia? Ma la mia non è così interessante».
«Tutte le storie possono essere interessanti» mi dice lei, «dipende da come le racconti».
Sono in un piccolo locale nel centro storico di Bari per il concerto di un cantautore che pretende il silenzio assoluto. Non vola una mosca. Sono partiti i primi accordi del nuovo brano quando la porta si spalanca e si affaccia un violinista, seguito da altri due musicisti rimasti in strada. Il pubblico rivolge all’unisono la testa verso l’ingresso, trattenendo il respiro. Il violinista dice: «Noi viene di Romania».
È la goccia che fa traboccare il vaso: è arrivato il momento di capire cos’è questa Romania da dove tutti loro viene.

Prima di me, quest’anno sono state qui tre amiche. Una mi ha detto di essere stata fregata da un tassista dell’aeroporto Otopeni. L’altra mi ha consigliato di stare attenta ai tassisti dell’aeroporto Otopeni. La terza ha preso l’autobus. Il mio primo obiettivo, atterrando a Bucarest a mezzanotte passata – quando i bus non funzionano – è di non farmi fregare dai tassisti.
In aereo la maggioranza assoluta dei passeggeri è costituita da donne rumene con bambini. Poi vengono gli uomini rumeni, che fanno di tutto per stare lontani dai figli. In minoranza, giovani viaggiatori di imprecisata origine: uno è seduto accanto a me e deve tenersi sulle gambe alcuni arti di uno di quei bambini per quasi tutto il volo, mentre la madre continua a chiedergli se gli dia fastidio. In ultimo ci sono i business men meridionali, facilmente individuabili dagli abiti firmati, dalle arie che si danno e dai commenti ad alta voce sulle procaci parti del corpo delle hostess.
Appena atterrata aggancio il più operativo di loro per chiedere delucidazioni sui trasporti. Molto gentilmente mi invita sul suo taxi e mi dà un passaggio fino all’ostello prenotato, senza chiedere un soldo, e io lo ringrazio per questo arrivo morbido, coronato dall’aria condizionata in una camera singola che costa solo diciassette euro.

A Bucarest col dittatore
L’appuntamento è alle sei e mezza in Piaţa Unirii, vicino all’orologio. Ci sono forse trentotto gradi. È tutto il giorno che cammino sotto la cappa d’afa di questa capitale dell’Est che tutti dicono non valga la pena. Nelle chiese ortodosse, durante la funzione della domenica mattina, ho osservato i fazzoletti legati sotto il mento, i vestiti a fantasia e le lunghe candeline gialle infilzate su pagnottelle, pacchi di farina e piatti di frutta appoggiati sui tavoli. Ho visitato il Museo del contadino rumeno, dove il biglietto costa l’equivalente di cinque euro, ma per fotografare ne pretendono altri dieci. Finalmente ho percorso Calea Victoriei con i negozi chiusi fino a Piata Revolutiei e ho raggiunto le scenografiche fontane di Piaţa Unirii.

Quando arriva Stefan, mi racconta che è appena tornato da Sfântu Gheorghe. «Una località splendida, near the sea, da preferire alle altre per la minore concentrazione di zanzare, less mosquitos», spiega estatico guardando la sua fidanzata Simona, che ci ha appena raggiunti. «Se vuoi andarci da qui, devi prendere il treno at five o’clock in the morning, altrimenti non arrivi a Tulcea in tempo per il traghetto», aggiunge rispondendo alla mia domanda.
A noi turisti convenuti da mezzo mondo per questo free walking tour, Stefan mostra il fiume che Ceauşescu fece interrare, e racconta la fuga del dittatore di fronte al popolo inferocito, fino all’esecuzione del 25 dicembre. Ci indica la statua di Traiano – che sembra ubriaco e tiene in braccio un serpente con la testa di lupa – e quella di Vlad Ţepeş, che governò solo sei anni ma fece ammazzare un’infinità di nemici. Infine Stefan ci porta al monumento che sembra una patata infilzata e in una vecchia chiesetta affrescata, dove sono conservati i resti recuperati dagli edifici storici distrutti dal regime.
Terminato il giro, me ne vado con la testa piena di storie e un chiodo fisso: andare a Sfântu Gheorghe.

Arrivo al Palazzo del Parlamento in tempo per l’ultima visita guidata a questi enormi saloni, realizzati con materiali di pregio da artigiani rumeni che hanno lavorato a tempo pieno per otto anni. Inutile dire quanto il popolo fosse imbestialito nello scoprire lo scialacquo in porfido e seta, mentre a casa si moriva di fame. Vedo un tappeto talmente gigantesco da essere stato tessuto direttamente sul posto, all’interno di un salone con il soffitto in vetro intarsiato: l’idea originaria di Ceauşescu era di aprirlo per farci atterrare il proprio elicottero. Ammiro una serie di altre idee megalomani, compresi i ritratti dei coniugi alti quindici metri e due colossali scalinate in marmo. Per costruire la cosiddetta Casa del Popolo, il morigerato dittatore fece radere al suolo interi quartieri storici, deportando gli abitanti. Furono inoltre scavati bunker e tunnel sotterranei nel cuore della collina su cui sorge il monumentale palazzo – da cui, ironia della sorte, Ceauşescu non fece in tempo ad affacciarsi, poiché non era ancora stato ultimato quando venne giustiziato.
La guida ci racconta che il primo a parlare dal balcone ufficiale del palazzo fu Michael Jackson: proprio da qui pronunciò la sua leggendaria gaffe, quando sporgendosi verso la folla oceanica urlò un entusiasta «Hello Budapest!». I rumeni, felici di applaudire la popstar dopo decenni di dittatura, decisero di perdonargli l’errore geografico. Ad ogni modo, al termine del tour, la guida ci saluta con un dato impressionante: abbiamo visitato appena il cinque per cento dell’edificio.

Le Porte di Ferro
Prendo il treno per Orşova dalla stazione Nord di Bucarest. Fuori dal finestrino scorrono infiniti campi di mais, grano e girasoli; dentro, l’aria condizionata va e viene. All’ultimo momento il ragazzo strabico seduto di fronte a me – che a dispetto delle apparenze è un professore di economia – mi consiglia di scendere a Drobeta-Turnu Severin, dove troverò molta più scelta per dormire.
In effetti in questa cittadina sonnacchiosa, situata sulle sponde del Danubio a ridosso del confine serbo, i servizi turistici non esistono, ma per qualche insondabile ragione ci sono tantissimi alberghi e pensioni. L’hotel Continental, rimasto identico agli anni sessanta, ha centododici camere, tuttavia opto per un più economico alberghetto. Appena entro, vengo catapultata in un film ambientato all’epoca del comunismo: la sorridente titolare sta stirando davanti al televisore.
A Severin ci sono le rovine del Ponte di Traiano e della fortezza romana, una torre dell’acqua al centro di un incrocio e molta musica balcanica che proviene dalle autoradio. L’unico ristorante tipico chiude alle sette: per cena sono costretta ad accontentarmi di una discutibile pizza al ketchup. Nessuno sa niente sulla navigazione del Danubio.

Bevo una birra con un ingegnere del posto. «Ammiro i serbi» fa lui. «You know, noi rumeni abbiamo sempre chinato la testa, abbiamo accettato tutto. Loro invece sono coraggiosi, brave, basta vedere come hanno resistito durante la guerra degli anni novanta. Certo, a volte sono troppo nazionalisti, ma sempre meglio che essere passivi come noi». Io, intanto, ripenso ai tappezzieri, ai falegnami e ai carpentieri rumeni che lavoravano giorno e notte nella Casa del Popolo di Bucarest.
L’ingegnere passa a raccontarmi i “giochi di prestigio” del sindaco con i fondi europei; dice che qui la gente è tranquilla mentre a Bucarest corrono troppo, poi sentenzia che le moldave sono tutte bitch a causa della povertà. Infine si abbandona a una confidenza: il figlio è adulto e vive lontano, e dalla moglie si è separato anni fa. Mi propone di andare in auto a visitare la centrale idroelettrica, ma le circostanze mi costringono a declinare l’invito.

Al mattino, un giovanotto sovrappeso col cappellino da baseball sta dando dei soldi alla nuova tenutaria, più seria e permanentata di quella di ieri sera. Mentre scendo incrocio una ragazza coi capelli rossi che ha seguito il ragazzo sulle scale. Aveva ragione l’ingegnere: è un hotel a ore.
Torno all’hotel Continental: è l’unica speranza per trovare qualcuno che mi organizzi un giro in barca alle Porte di Ferro, le gole che – dice il libro di geografia – segnano il passaggio dai Carpazi ai Balcani. Mi accoglie Petre, un receptionist vecchio stile, gentile ed efficiente. Conversiamo, gli prometto una cartolina da Bari e lui contatta un suo amico tassista. La cifra che l’uomo spara al telefono è così alta che rifiuto immediatamente, iniziando a organizzare mentalmente il piano B: Băile Herculane, le terme, l’hotel consigliato dalla vicina di treno del professore strabico e l’incontro con la madre della dottoressa con cui ho trascorso la prima sera a Bucarest. Proprio in quel momento arriva l’autista. Mirel sorride, parla italiano e, soprattutto, dimezza la richiesta economica. Partiamo.

Percorriamo la strada panoramica che costeggia il Danubio e passiamo davanti alla mostruosa centrale idroelettrica voluta da Ceauşescu: di là c’è la Serbia, con tutti i suoi coraggiosi abitanti e le sigarette di contrabbando. Poco dopo, la strada si fa più tortuosa ed entra nel golfo di Orșova. Mirel accosta davanti al Cimitero degli Eroi, dove svetta un obelisco monumentale dedicato ai soldati dell’Armata Rossa: sulla pietra, sono ancora presenti falce e martello e stella rossa.
Lungo la strada Mirel mi racconta di quando lavorava in Italia, prima come corriere e poi in agricoltura, e del fratello che vive ancora a Verona. Finalmente giungiamo nel punto da cui partono le gite più economiche: «Mica come a Orşova che ti fanno pagare un occhio della testa». Siamo di fronte all’enorme statua di Decebalo, l’ultimo re della Dacia, scavata nella roccia, rimasta incompiuta per mancanza di fondi.
Da un piccolo pontile salgo in barca con un conducente che ha fatto a lungo il muratore ad Almeria. «Poi sono tornato perché morivo di nostalgia. Come facevo a lasciare todo esto?» mi fa, indicando col braccio il fiume e le pareti rocciose che si tuffano a picco. Insieme a una famiglia di Iaşi visito la Grotta Veterani, teatro di uno storico assedio in cui un manipolo di soldati austriaci resistette per settimane alla flotta dell’Impero Ottomano. Più in là, alcuni canoisti partiti dalla Germania stanno compiendo la loro impresa di raggiungere il delta.
Mirel mi aspetta all’imbarco, vicino alle bancarelle di souvenir. Mentre mangio una ciorbă de burtă, prometto al Danubio che prima o poi ci rivedremo.

I due volti di Timişoara
Prendo posto sul sedile acrilico del treno. Vicino al finestrino fa un caldo cane, così pianto a metà i miei cruciverba ermetici e vado a comprare una bottiglia di apă minerală, rece (fresca). Dietro il bancone del bar, nell’ultima carrozza, c’è Damian. I grossi porri che ha sul naso e sulla guancia sussultano quando scopre che sono italiana. Con un inconfondibile accento napoletano mi chiede subito cosa ci faccio da quelle parti. «Dove vivevi in Italia?» gli domando, come al solito divertita nello scoprire con quanti accenti differenti si possa imparare la nostra lingua. «Stavo a Casal di Principe» risponde. Decido che non è il caso di approfondire cosa facesse di preciso là. Lui, in ogni caso, resta sul vago: sono passati un po’ di anni e ha bisogno di riprendere confidenza con l’italiano.
Damian mi invita nel retro del bar, dove si può fumare liberamente. Ci raggiungono i due controllori baffuti. Tra risate e bibite ghiacciate offerte dalla casa, passano velocemente le tre ore e mezza necessarie per raggiungere Timişoara. Damian intanto mescola aneddoti confusi sulla sua vita in Italia e dettagli del suo lavoro attuale su questa tratta ferroviaria: guadagna cento euro al mese, un quarto dello stipendio dei due colleghi in divisa.
Uno di loro mi regala un accendino. L’altro va a controllare se il mio bagaglio è ancora al suo posto. «C’è» comunica sorridendo quando torna. «Qua, a parte questi due, nun arrubba nisciuno» chiosa Damian.

Scendo dal treno, deposito il bagaglio nel primo hotel che trovo e vado alla scoperta di quella che viene definita l’ottava provincia veneta. Damian non può permettersi nemmeno un caffè nel frizzante centro di Timişoara; per questo, anche se trascorre una buona parte delle sue notti in città, non osa avventurarsi in queste piazze e vie. Le nostre strade si dividono.
Mi accomodo al tavolo all’aperto di un ristorante centralissimo. Mentre consulto il menu, una voce familiare mi fa alzare lo sguardo: «Auè! Bevitela tu la ‘bbììr!» Al tavolo accanto, uno sgradevole barese con il doppio mento, i capelli lunghi, unti e brizzolati e la camicia aperta sul petto sta riferendo al cameriere che ha sbagliato l’ordinazione: lui la birra non l’ha chiesta. Il ragazzo è mortificato: forse non sa che questa insolenza non è un trattamento di riguardo a lui riservato, bensì il tratto distintivo di molti miei concittadini nel loro rapporto con i camerieri di ogni latitudine.
Di fronte all’uomo d’affari siede una donna rumena, bella anche se non più giovane, truccata e carica dei gioielli che lui, probabilmente, le ha regalato. L’uomo le sta enumerando le sue proprietà: è lungo l’elenco delle cose che ha. Snocciola cifre con aria seria, mentre lei lo osserva con il mento appoggiato sul palmo della mano: ha gli occhi sognanti, ma non sorride. Per quanto la proposta sia allettante, immagino, lei resiste. Malgrado l’ammirazione per quest’uomo capace di trattare il personale in modo così determinato e virile, forse non se la sente di lasciare tutto per seguirlo in quella città dell’Italia meridionale. Pur nutrendo la vaga speranza di potersi rivolgere un giorno anche lei in questo modo ai camerieri del mondo, c’è ancora qualcosa che la frena. Per fortuna.

Le chiese del Maramureş
Appena metto piede nell’ostello di Baia Mare inizio a chiacchierare con un amico dei titolari – l’unico a masticare un po’ d’inglese – per pianificare il mio soggiorno. Subito mi rivela, traducendo dal rumeno, che tra gli ospiti ci sono due turiste cinesi: anche loro domani andranno a visitare la chiesa di Șurdeşti.
Il mattino dopo verso le dieci sono all’autogara, con il biglietto in mano. Sedute composte sulla panchina trovo le due “cinesi”, vestite di tutto punto da perfette esploratrici: cappello, pantaloni tecnici con le tasche e classica camicia a quadretti di Decathlon. Mi correggono all’istante: non sono cinesi ma taiwanesi, e sono quasi alla fine del loro viaggio di quarantacinque giorni tra Bulgaria e Romania. Le “cinesi” pianificano con molta cura i loro spostamenti, armate di orari dettagliati e prenotazioni anticipate, eppure sono lì su quella panchina ad aspettare l’autobus dalle sette. Per fortuna prendono con molta allegria le disavventure e i contrattempi che capitano loro in un Paese così poco organizzato e anzi non vedono l’ora di raccontarmeli, ridendone fino alle lacrime.
Purtroppo, dopo esserci separate a una fermata del microbus, non le ho più viste alla pensiunea, in quanto mi hanno cacciata. Non mi era mai successo che i gestori di un albergo – citato dalla Lonely Planet e dotato pure di un sito web decente – raccogliessero tutte le mie cose sparse in camera e le infilassero malamente nello zaino, poi abbandonato semiaperto in un magazzino. Non parlando una parola di inglese, infatti, non avevano capito che mi sarei fermata per due notti.
Comunque trovo facilmente un’altra stanza. Ad accogliermi c’è una specie di Barbie locale, che mastica il chewing-gum mentre fa le pulizie e che mi domanda se anch’io, come gli altri, sono venuta qui per rifarmi i denti.

Stefan, il ragazzo del free walking tour, mi aveva detto che in Maramureş la tecnologia non è ancora arrivata: «Vivono ancora in modo tradizionale» aveva aggiunto, «ti colpirà molto!»
Mi trovo presso la chiesa di Șurdeşti, la più alta struttura in legno d’Europa, a chiacchierare col custode. Il suo accento tradisce molti mesi di permanenza nella capitale: mi racconta di aver studiato ingegneria all’università di Roma molti anni fa e come tutti è felice di rispolverare l’italiano. Dopo avermi parlato diffusamente degli affreschi e degli arredi, gli chiedo indicazioni sui mezzi pubblici. «Aspetta n’attimo» mi fa, prima di sparire. Pochi minuti dopo ricompare col suo laptop collegato a internet, sul quale controlla gli orari dei bus. Poi mi prega di citofonargli, al ritorno da Plopiş, usando il campanello wireless posizionato accanto al grande portone di legno. Se nel frattempo arriva il suo sostituto, mi darà un passaggio con il suo SUV fino alla chiesa di Deseşti – che comunque non è bella come questa.
Al mio ritorno, mentre aspettiamo invano il sostituto, il custode mi offre delle mele verdi appena colte e mi indica il bagno: una cassetta di legno con un buco su cui è posizionata un’arcaica tavoletta del water. La magia è tornata.

La strada per Sighetu Marmaţiei è così bella che sono tentata più volte di scendere dal microbus, ma lo spettacolo a bordo mi tiene incollata al sedile: le contadine con il fazzoletto in testa e la borsetta in grembo che spettegolano, gli uomini seduti in ultima fila che crollano addormentati ai primi dondolii del mezzo, e il dodicenne vestito da piccolo rapper che vive ad Alessandria ed è in vacanza dai nonni.
A Sighet prendo una stanza in un hotel confortevole e caratteristico, più costoso dei miei soliti standard. Quando chiedo informazioni per raggiungere il Cimitero Allegro di Săpânţa, il receptionist mi comunica che c’è un bus alle quindici e che, per il ritorno, in qualche modo me la caverò: «You don’t have to worry».
Nell’attesa mangio qualcosa in un bar, condividendo il tavolo con una nutrita comitiva di trentenni. Quando chiedo un’informazione logistica a uno di loro, lentamente il gruppo comincia a prendere coscienza della mia esistenza, finché non viene convocato Giovanni, grande esperto di Italia. Gli domando cosa fanno nella vita tutti quei suoi amici ben vestiti, dotati di cellulare e pacchetto di sigarette. Giovanni tergiversa, fa delle battute e infine snocciola qualche dato socio-economico: «Sono disoccupati, tutti hanno una casa di proprietà con l’orto… ah vabbè, ogni tanto vendono e comprano automobili. Ecco perché hai trovato i rumeni tanto disponibili» conclude: «non lavorano!»

Il Cimitero Allegro è l’attrazione più famosa di Săpânţa: una foresta di croci di legno dipinto di blu realizzate da un artista locale, su cui campeggiano i ritratti dei defunti, ognuno accompagnato da una storiella ironica scritta a mano.
Al momento di tornare a Sighet mi ritrovo a fare l’autostop insieme ad altri turisti e alle due “cinesi” redivive, che in un momento di distrazione spariscono, questa volta per sempre. Ci dà un passaggio un meccanico che parla spagnolo perché ha lavorato a Barcellona. Le sue parole fanno eco a quelle di Giovanni: «Aquí ho una casa mia e non devo pagare l’affitto, ma purtroppo riesco solo a sopravvivere, e pensate che tengo quattro figli! Per questo ogni anno trabajo qualche periodo all’estero, così posso guadagnare más dinero. Prima o poi riuscirò a mettere su una fattoria, mi sueño».

So benissimo che nel weekend i mezzi pubblici, già rari, diventano del tutto fantasmatici. Salgo comunque sul microbus, che mi lascia davanti al Monastero di Barsana, consigliato dal professore strabico e dall’efficiente receptionist dell’hotel. Una volta finita la visita, penserò a come proseguire.
In effetti, pochi minuti dopo aver alzato il pollice, si ferma un corriere che mi lascia a Bogdan Voda, nei pressi del bivio per Vişeu. Insieme ad altri turisti varco il cancello della chiesa, intravista dietro il solito capolavoro di legno intarsiato; proprio in quel momento sopraggiunge il classico custode con la grossa chiave. Presto poca attenzione ai fantastici affreschi sulle pareti e mi concentro piuttosto su due francesi che, oltre ad avere un’auto, sono diretti pure loro a Vişeu.
L’affare è fatto. Trascorreremo tre intere giornate insieme: una dedicata a smaltire l’acquavite locale – la letale ţuica – bevuta a cena, un’altra a visitare il maggior numero possibile di chiese affrescate della Bucovina e l’ultima a cercare di raggiungere Tulcea entro sera.

Il receptionist di Sighet mi ha consigliato di prenotare in anticipo una camera nella zona di Vişeu. «Di sabato molti alberghi ospitano wedding parties» mi ha spiegato «e parecchi turisti ci vanno per il weekend a godersi la piscina o a fare la gita sul trenino a vapore, la mocănița». Ha faticato un po’ per trovare una stanza libera, ma alla fine ci è riuscito.
La pensione di Adela è immersa nella campagna. All’ingresso della villa ci accoglie una bionda ultracinquantenne, interamente vestita in bianco, con la bocca spalancata in un sorriso. «Mio marito è più giovane di me di ventitré anni» ci annuncia subito allegramente, indicando la foto del loro matrimonio, incorniciata e appesa alla parete del soggiorno. «In paese la considerano una stravaganza e parlano male di me, ma sotto sotto mi invidiano». Ci racconta con orgoglio di aver ricevuto un premio come cittadina modello e di essere laureata in psicologia. «Io ci metto il cuore nelle cose che faccio! Tutti mi fanno i complimenti per come cucino, ma non ho mai fatto dei corsi, semplicemente cerco di fare bene ciò che mi piace. Anche la passione per l’astrologia nasce dalla mia capacità di creare empatia. Tu di che segno sei? Ah, Libra, bilancia! Sicuramente hai i piedi ben piantati per terra, non ami stare al centro dell’attenzione e sei socievole. Mentre tu, Pierre, capricorno, parli poco ma quel poco che dici è molto meditato».
Dopo un tuffo in piscina e una passeggiata nei dintorni, ci sediamo a tavola con gli altri ospiti. A metà della cena appare il famoso marito: siamo subito indecisi se abbia esagerato con la droga, con l’alcol o con tutti e due. Dire che è sopra le righe non rende l’idea: il modo in cui tratta le cameriere ti fa venire voglia di spaccargli la brocca del vino in testa. Canta, parla in più lingue diverse, beve ingenti quantità di ţuica e infine, sotto gli occhi della povera moglie, prova persino a baciarmi.
La mattina dopo dobbiamo svegliarci molto presto per la gita sulla mocaniţa. La donna, con un nuovo livido in faccia, ci fa il conto: paghiamo pure la grappa bevuta dal marito. Lui dorme sul divano, pietosamente coperto da un pareo: «Soffre di allergia al vino rosso» cerca di giustificarlo Adela.

D’estate non dormo: il Delta del Danubio
Sono più o meno a metà del viaggio, è una calda sera d’estate e mi trovo a Sfântu Gheorghe, a pochi passi dal Mar Nero. Sono arrivata in traghetto nel pomeriggio e mi godo il silenzio di questo villaggio dove le strade sono fatte di sabbia.
Manu, pescatore e affittacamere di origine moldava – con quegli occhi celesti, quasi trasparenti e un po’ inquietanti che hanno da quelle parti –, chiacchiera con i suoi ospiti sorseggiando una Golden Brau ghiacciata. Oltre a me ci sono due coppie in vacanza: una di Bucarest che gestisce una stazione di servizio, e una di dentisti di Brașov. Il pesce sta cuocendo su un vetusto barbecue portatile. Manu mi ha già mostrato quello nuovo in muratura che sta costruendo, con molta lentezza a causa del suo problema agli occhi. Adesso sta raccontando agli altri proprio del suo incidente in Tunisia, dove ha rischiato di perdere non solo la vista, ma la vita proprio.
Dopo una ventina di minuti in cui parlano fra loro, a un certo punto lui mi fa: «Roberta, capisci cosa diciamo?» E di fronte al mio diniego, confida: «Ecco come mi sentivo io quando sono arrivato a Verona, dove mio zio mi aveva trovato lavoro come muratore. Mi chiedevano sempre “Sei stufo? Sei stufo?” E io pensavo ai canneti, che così si dice canna in rumeno, stuf, e rispondevo “No, non sono stufo”, non ero stanco mai io. Dopo sette anni a Verona, e vedessi quante case ho messo su io con queste mani, ti giuro, ho fatto tanti soldi che potevo comprarne tre di case come questa qua, non una. Mi sono mangiato le mani quando, dopo un paio di anni, i prezzi qui sono decuplicati. E poi, stavo raccontando a loro, c’è stata la Tunisia, tanti soldi e grosse responsabilità, e poi l’incidente, il coma, e l’amico che mi ha voltato le spalle, diocan. Era italiano. Ancora adesso, ti giuro, non mi fa molto piacere parlare in italiano. E comunque, allora ho deciso: basta lavorare all’estero, in mona i soldi, la vita è più importante, torno a casa dalla Tamara, che è tanto brava anche se un po’ rustica. Stiamo insieme da quando avevamo quattordici anni. Appena l’ho vista, ti giuro, ho pensato: è la donna della mia vita».

Alle nove di mattina sono al bar per un caffè. Gli altri clienti sono millenari pescatori: ogni faccia, da sola, sembra un romanzo. Tutti bevono birra, compresa una coppia di turisti tedeschi. Per loro non è la norma, ma stanno festeggiando perché finalmente, dopo cinque giorni a letto, gli è passata quell’infezione virale presa a Vama Veche. Eu vara nu dorm, penso canticchiando il tormentone di questo vacanziero luglio rumeno: «D’estate non dormo, a meno che non mi dai dei sonniferi, e se non ci sono pasticche: cameriera dammi una birra!» Il pezzo va avanti così, elencando le più rinomate località balneari del Paese.
Manu mi annuncia che mi ha trovato un posto nella sua barca per esplorare il delta e vedere i pellicani. Sono in compagnia di cinquanta studenti di biologia dell’università di Timișoara, suddivisi in dieci imbarcazioni. Sono intenti a prendere appunti su garzette, aironi, cormorani, cicogne e ninfee, ma anche a scattarsi foto in succinti costumi da bagno. Per Manu e gli altri pescatori invece la flora e la fauna autoctone non hanno nomi, sono semplicemente uccelli e piante di palude. Comprano la birra dal rifornitore di benzina situato in mezzo al ramo del fiume, si accendono l’ennesima sigaretta e intanto conducono lentamente i motoscafi nel grande Danubio, che fra un po’ finirà nel mare.

È l’ultima sera in questo villaggio fuori dal tempo e facciamo i conti. Manu mi chiede una cifra irrisoria per la permanenza e soprattutto per i pasti a base di pesce, preparati in modo eccellente da Tamara. Stasera, dopo le carpe al forno e le aringhe alla griglia, mi viene servita la zuppa di storione. Le altre ospiti fisse della casa, una donna e le due figlie, hanno appena finito di mangiare e stanno uscendo, dandoci appuntamento al concerto al bar all’aperto.
Ceno in compagnia di Manu, che beve la sua solita Golden Brau. «Non mi piace il pesce» mi confessa, «sono stufo del pesce. Anzi, in estate, con questo caldo, non mangio quasi niente, ti giuro». Tamara si è cambiata e lui le fa un fischio di complimenti: siamo pronti per uscire. Nel buio tiro fuori la mia mini torcia e, notando la loro ammirazione, gliela regalo. «A Nicolae piacerà molto» dicono con riconoscenza. «Adesso però dorme: la vedrà solo domattina.» Il rapporto di questi genitori con i due bambini, sempre seri seri, è davvero distaccato. Durante la cena Manu mi ha raccontato di quando, da piccolo, veniva picchiato da una matrigna senza cuore, ribadendo solennemente che ai suoi figli non oserà mai alzare un dito, ma che crede in un’educazione molto rigida.
Continuiamo a bere Golden Brau mentre ascoltiamo la musica dal vivo. Molti brani sono ucraini, data la provenienza storica della popolazione di questo pezzo di delta. Tamara, che è una di loro, sorride mentre mangia i semi di girasole. La madre delle due ragazze flirta con un ex militare in canottiera, che si gode la sostanziosa pensione decisa per lui ai tempi di Ceaușescu e mai revocata. Un giovane amico mi chiede invece che fine abbia fatto Ambra Angiolini: «Sai» mi racconta «ho imparato l’italiano guardando Non è la Rai e il Karaoke di Fiorello».

L’odissea transilvana
Come tanti rumeni, anche io desidero sfuggire alla canicula andando in montagna. Nel vagone pieno come un uovo l’aria condizionata è rotta e sto annegando nel sudore: decido all’ultimo minuto di non proseguire fino a Braşov e scendo a Sinaia.
Alla stazione vengo festosamente accolta da una piccola folla di persone che non vedono l’ora di trovarmi una stanza. Di solito li lascerei perdere senza indugio, ma stasera non so proprio dove dormire. In più la temperatura è crollata all’improvviso, congelandomi il sudore sulla schiena, e sono sfinita dopo un intero giorno di trasferimenti tra nave, bus, metro e treno.
Superato il rituale scambio di convenevoli – «Turista? Frumoasă România?» e «Singura? Căsătorită?» con indice e pollice premuti sull’anulare sinistro –, uno di loro mi invita a seguirlo. Pochi metri più in là ammette che le pensioni sono tutte piene, ma non si perde d’animo: con baldanzoso ottimismo mi trascina in una lunga odissea alla ricerca di una camera privata, in case dai pavimenti di legno scricchiolanti, di proprietà di anziani che parlano solo rumeno, arredate con dubbio gusto, con bagni fetidi e chiavi che non funzionano.
Proseguendo, scopro con orrore che la strada è tutta in salita, poi comincia a diluviare e, come se non bastasse, il logorroico procacciatore mi parla di continuo in una lingua che secondo lui è inglese. Sono tentata di affrancarmi, ma resisto fino all’appartamento di una donna che gli offre persino un grappino. Nonostante l’odio che ormai nutro per lui – e anche se la stanza è orribile –, gli do pure due euro di mancia: basta che sparisca dalla mia vista.
Rimasta sola, rileggo sulla guida che Sinaia, la perla dei Carpazi, sorge a ottocento metri di altitudine, è fornitissima di hotel di lusso ed è la base ideale per le escursioni sui Monti Bucegi. Quando ho letto queste parole in treno, pigiata come una sottiletta tra passeggeri sudati, mi sembrava il paradiso. Ora invece le interpreto così: fa un freddo cane, piove almeno una volta al giorno, è affollata di turisti ricchi e anziani e, se non hai prenotato, devi accontentarti di orrendi sottoscala con le coperte di ciniglia e i fiori finti.

Bellissimo il centro storico di Brașov sotto il cielo limpido, e ottimo anche il pranzo tipico con le due ragazze berlinesi, eppure dal punto di vista umano la città mi sta deludendo. A parte la folla radunata per via dell’insopportabile festival sponsorizzato dalla birra Ursus, i prezzi mi sembrano più alti del solito e l’aria generale più sofisticata. Poi capisco il problema: non sento più parlare italiano. In effetti, dalla Transilvania si emigra di meno, e poi chi parte punta soprattutto alla Germania.

La sera sono in un locale un po’ defilato rispetto alle strade stracolme. Al tavolo accanto, una coppia di sessantenni beve birra e discute animatamente. Lei prende bonariamente in giro lui, che sfoggia un cappellino con la visiera e una camicia stampata con il disegno della bandiera americana. Anche se afferro solo poche parole, il tema è chiaro: politica. Fra poco verranno resi noti i risultati del referendum per le dimissioni del Presidente Băsescu.
«Gheorghe è pro-referendum, è un comunista!» mi spiffera Sofia in inglese. «Pensa che Băsescu debba andare a casa. Io invece credo che stia lottando contro la corruzione e che il parlamento voglia solo togliersi di mezzo un ostacolo. It’s a shame! Hanno persino sostituito i membri della Corte Costituzionale che non avevano giudicato valida la consultazione… Unbelievable!». Sofia, che come molti qui ha origini tedesche, è convinta che il popolo sia dalla parte del Presidente e teme brogli imminenti. «Tanti venduti voteranno più di una volta senza farsi timbrare la tessera, con la scusa che sono in vacanza lontano da casa». Gheorghe invece non crede per niente alla buona fede di Băsescu né alla storia del turismo elettorale – il “voto in costume da bagno”, ironizzano i media in questo periodo.
La discussione va avanti da un pezzo e la mia presenza rappresenta una valida scusa per un armistizio. Gheorghe è perdutamente innamorato del nostro Paese: man mano che il suo livello alcolico sale, pronuncia sempre più ardite dichiarazioni d’amore nella mia lingua, alternate a stonate citazioni di impresentabili cantanti italiani.
Desiderosa di chiacchierare senza noiose interferenze, Sofia liquida l’amico e mi chiede di accompagnarla: «Andiamo nella stessa direzione!». Per strada tira un sospiro di sollievo: «Ce ne siamo liberate! È un buon amico, ma quando si parla di politica diventa insopportabile». Mi offre un Amaretto di Saronno e si confida, rievocando gli anni da insegnante di sostegno: «I Rom hanno delle quote riservate, ma non hanno voglia di imparare. Tolgono solo il posto a chi studierebbe con profitto» si lamenta. Poi passa ai figli: uno vive all’estero, l’altro lavora nel web e ha una fidanzata “gallina”.
Alcuni mesi dopo, Sofia mi contatterà telefonicamente per informarmi di un imminente intervento chirurgico e chiedermi dei soldi.

Ho deciso di fare un paio di escursioni fuori Brașov. Arrivare a Rasnov non è difficile: vado all’autogara e aspetto pazientemente il primo microbus. L’autista – su consiglio di un’anziana passeggera in veste di consulente – mi lascia nel punto più vicino alla fortezza medievale, che raggiungo camminando per una mezz’ora sul bordo di una strada a scorrimento veloce.
Dopo aver visitato i resti di questo castello affacciati sulle aride campagne, vado a cercare la fantomatica stazione degli autobus, per poi capire che non esiste: c’è solo un punto in cui i minibus, semplicemente, passano.
In mezzo alla strada c’è un autostoppista. Suda copiosamente ed è visibilmente stufo, ma quando scopre da dove vengo si illumina: «Se mi offrono un lavoro adesso, torno di corsa in Italia», annuncia sorridendo. «A Rimini facevo cameriere e mi sono trovato benissimo». Il tipo sta cercando disperatamente un passaggio per Piteşti e mi invita ad aspettare con lui, dato che Bran è nella stessa direzione. Senza mai staccare gli occhi dalla strada e continuando a muovere il braccio teso su e giù, mi racconta che in Italia comprò un’auto usata che si rivelò rubata. Il vecchio proprietario la riconobbe e lui rischiò la galera, ma alla fine tutto si risolse per il meglio. Malgrado questa seccatura, non ha perso la fiducia nei miei connazionali.
A un certo punto, la sigla del Tg5 interrompe la nostra conversazione. Lo osservo meravigliata mentre controlla l’SMS appena ricevuto: «Ah ah, ti piace suoneria? Mi ha mandata un amico italiano!».
L’auto che si ferma poco dopo va nella mia direzione, ma non nella sua. Salgo, e lo saluto per sempre.

Anche noi viaggiatori indefessi abbiamo il nostro giorno critico. Quando le gambe ti fanno male, non sopporti più il caldo, poggi lo zaino sull’ennesimo letto e ti chiedi che senso abbia tutto ciò.
Sibiu, capitale europea della cultura nel 2007, è stata completamente restaurata, i palazzi del centro sono tutti colorati e hanno gli occhi: finestre a fessura gemelle, a volte tre per tetto. Le piazze sono ampie e scenografiche, la più grande è solcata da fontane a sorpresa, i turisti sono tanti ma non troppi e le bancarelle presenti ma non invadenti. Una città da visitare in mezza giornata.
Alle sette e mezza di sera entro in un ristorante tipico dal soffitto a botte in mattoncini rossi, arredato con tavoli e panche di legno. L’atmosfera è calda e riservata, allietata dalla musica folkloristica: è bello notare che il violinista e il fisarmonicista sorridono mentre suonano. Vedendo che il locale è pieno e continuano a mandare indietro le persone, comunico al cameriere che sono disponibile a condividere il tavolo con perfetti sconosciuti.

Sto già mangiando lo spezzatino di montone quando entra una famigliola tedesca, che timidamente occupa i tre posti liberi. L’impaccio dura pochi minuti, il tempo dei primi sorsi di birra scura. Poco dopo io e la signora bionda, di origine rumena, ci accorgiamo di fumare lo stesso tabacco e iniziamo a entrare in confidenza. Alla prima ţuica mi racconta di essere scappata dalla Romania a sedici anni. Alla seconda ridiamo come vecchie amiche. Alla terza pagano il conto anche per me e usciamo dal locale ballando, mentre la figlia quattordicenne alza gli occhi al cielo, chiedendosi perché il destino le abbia riservato una mamma così matta.



