Etiopia, il paese delle fiabe


Il pazzo mondo della chiesa etiope
L’Abissinia poi è il paese delle fiabe, e dove non si può mai sapere nulla di vero. Credo assolutamente che la verità vi sia ignota o proibita.
Qualunque cosa domandate al primo che vi capita fra piedi, mai questi vi risponderà: non so o dubito, ma sempre con tutta fermezza, e quello che non sa, inventa.
Pippo Vigoni, Abissinia. Giornale di un viaggio – 1881
Era notte fonda all’aeroporto di Addis Abeba. L’avifauna etiope ci diede il benvenuto da un grande poster. Due inservienti in divisa dormivano beatamente sdraiati sulle sedie della sala d’aspetto.
All’ufficio di cambio trecento euro vennero lentamente trasformati in un malloppo maleodorante di birr. In quel momento ignoravo che quel gruzzolo puzzolente si sarebbe sì assottigliato, ma mai estinto, e che dieci giorni dopo, nello stesso aeroporto deserto alle due di notte, sarebbe stata un’impresa trasformarne la parte restante in euro, dollari, bounty, mars, calzini e marlboro lights.


Un breve volo interno ci depositò a Bahar Dar, tappa iniziale dell’itinerario che avrebbe attraversato le regioni montuose degli Amara e del Tigrai, a nord dell’Etiopia. Fuori dal piccolo aeroscalo, di prima mattina fervevano già i lavori in corso. Erano soprattutto le donne quelle che si facevano il culo, certi scriccioli minuscoli che sollevavano pietre o maneggiavano pesanti attrezzi in ferro.
Partimmo senza indugio per una gita sul lago Tana, il più vasto del Paese. Il trasporto del legname era affidato a canoe di papiro che scivolavano in fila; ai remi uomini con uno straccio in testa sollevavano gocce scintillanti. Le acque non erano azzurre come voleva dare a bere l’autore della Lonely Planet, bensì più tendenti al grigio. Comunque le parole dell’inglese Stuart, che aveva curato la sezione “Etiopia settentrionale” della celebre guida, nel corso del viaggio crearono vari momenti di ilarità.

Sbarcati sulla penisola di Zege, addentrandoci tra limoni, banani e piante di caffè, raggiungemmo i tipici monasteri a pianta circolare con il tetto di paglia. Ci togliemmo le scarpe per entrare, da due porte diverse a seconda del sesso, ma dentro ci ritrovammo sullo stesso tappeto rosso stinto e pulcioso. Attraverso le scene dipinte sulle pareti esterne e interne, entrammo nel lisergico mondo della chiesa ortodossa etiope.
Saltò subito all’occhio l’onnipresenza di “Saint Mary”, oggetto di un culto senza pari. La leggenda cardine riguardava la fuga in Egitto, durante la quale la sacra famiglia pensò bene di effettuare una sosta ristoratrice in Etiopia. Visto che la tappa non era propriamente di strada – a occhio e croce aveva comportato una deviazione di alcune migliaia di chilometri –, la Madonna era stremata, così Gesù decise di ricompensarla regalandole il feudo d’Etiopia, premiando allo stesso tempo il fantastico popolo abissino, che li aveva accolti con squisita ospitalità.
Un altro personaggio ricorrente era il patrono San Giorgio il quale, conficcando la sua lancia nel corpo del drago, dimostrava l’avvenuta vittoria del cristianesimo. Per rendere comprensibile ai poveri etiopi analfabeti in cosa consisteva il vecchio paganesimo sconfitto, abbondavano immagini truculente di uomini infilzati, teste e arti tagliati, sacrifici umani. E se qualcuno ancora non lo aveva capito, le facce dei cattivi erano sempre di profilo, mentre quelle dei buoni avevano entrambi gli occhi visibili.




Dal Lago Tana nasce il Nilo Azzurro, che poi nei pressi di Khartoum si unisce a quello Bianco. Qualche chilometro più avanti si gettava da una parete dando vita alla cascata di Tis Isat.
Nel parco alcuni abitanti suonavano il flauto, vendevano scialli o cercavano di offrirci i loro servizi in qualche altro modo; altri conducevano asinelli recalcitranti sul ponte portoghese, trasportavano taniche giganti o tornavano da scuola indossando le divise.



Gondar, la vecchia capitale
Gondar, la vecchia capitale imperiale, era tappa obbligata del circuito storico per le sue pittoresche rovine nell’area della cittadella reale, fondata dal re Fasilide nel 1600. Noi abitanti dei climi temperati restammo subito sbalorditi dalle dimensioni delle jacaranda e delle poinsezie.
Nelle vicinanze della città si trovano i bagni di Fasilide, che ogni anno vengono aperti ai fedeli in occasione della più importante festa ortodossa in Etiopia, il Timkat, che commemora il battesimo di Gesù Cristo nel Giordano. Anche se la vasca era vuota, la fotografammo lo stesso, invidiando però tantissimo quelli che la avrebbero potuta fotografare, piena, durante le celebrazioni, quando l’acqua sarebbe stata benedetta, sarebbe partita la gara di gavettoni ortodossi e alla fine tutti si sarebbero tuffati in un enorme baccanale purificatorio, durante il quale ogni anno qualcuno veniva stritolato dalla folla.



Presso la chiesa di Debre Berhan Selassie, sul soffitto della quale erano allineati un centinaio di angeli naif dalla faccia tonda e piatta, apprendemmo alcuni rudimenti della ritualità etiopica, come l’uso del grosso tamburo e del bastone. Quest’ultimo aveva molteplici usi, ad esempio serviva da pratica stampella durante le messe, che potevano essere molto lunghe (e non c’erano sedili), o ci si appoggiavano le braccia quando era portato sulle spalle (centinaia di spaventapasseri in cammino).
Passeggiando nel centro di Gondar provammo inevitabilmente l’impressione di essere a Latina: l’architettura della città infatti deve molto al razionalismo portato dagli italiani alla fine degli anni trenta. Nella piazza principale, di fronte al bar dei generali – trasformato in hotel – si trovava quello dei soldati, dove ci accomodammo insieme a una undicenne che si manteneva agli studi vendendo chewing gum e fazzoletti – categorie merceologiche che, per qualche insondabile motivo, erano sempre accoppiate.
L’hotel dove alloggiammo era stato costruito da poco grazie all’impiego degli abitanti dei villaggi, alcuni dei quali erano poi entrati nello staff: la direzione si scusava per iscritto se alcuni di loro erano ancora un po’ grezzi. Gli arredi volevano creare quell’atmosfera colonial-chic che poi veniva immediatamente smontata da acqua calda inesistente, porte che non si chiudevano, cuscini marchiati Servizi Ospedalieri Italiani.



La cena fu indimenticabile grazie alle quattro sorelle, tutte bellissime giovinette abbigliate secondo la tradizione, che gestivano il ristorante omonimo. Dopo il buffet, avemmo modo di assistere alla cerimonia del caffè, che presentava una coreografia molto fotogenica: fili d’erba fresca sul pavimento, un tavolino basso pieno di tazzine di ceramica senza manico, un contenitore artigianale per l’incenso che brucia, dei granelli di caffè messi in padella a tostare; una esotica signorina che pestava a dovere il caffè e preparava il bricco fino all’ebollizione. E infine le sorelle, insieme a tutto il personale del ristorante, diedero vita al balletto tipico: gli uomini suonavano esotici strumenti, mentre le donne danzavano saltellando e lanciando quegli urli più animaleschi che umani che si chiamano zagharid.


Le Dolomiti impazzite
E le attuali condizioni di questo paese sono come visibili nell’astratta quiete della natura, nell’immoto riposo degli abitanti, negli aspetti usuali della vita di questi pastori, addossati ai tronchi dei sicomori, degli eucalipti, delle euforbie, come i Greci d’oggi alle colonne dei loro templi in rovina.
Curzio Malaparte, Le Dolomiti d’Etiopia, 1939
Per raggiungere Debark, la base del parco dei monti Simien, impiegammo una mezza mattinata, osservando ai margini della strada il continuo movimento di persone animali carichi di mercanzia.
Giunti a destinazione, riscontrammo che la via principale era in preda ai lavori in corso stradali, che lì come altrove erano gestiti dai cinesi. Gli scavi ai lati della carreggiata sollevavano molta polvere, bimbi di pochi anni erano al lavoro.
Per visitare il parco era d’obbligo essere accompagnati da scout in tenuta mimetica armati di kalashnikov e da una guida. La strada si inerpicò in un trionfo campestre color paglia da macchiaioli. Il prospettato trekking si ancorò di fronte alle centinaia di babbuini gelada che si spulciavano e alle decine di bambini dei villaggi che vendevano poggia-pentola e cappelli realizzati con paglia e fili colorati. Il paesaggio, ornato da erica, timo selvatico e cespugli di rosa abyssinica, era grandioso. Grossi avvoltoi planavano dalle montagne.



«Mother father dead», si presentavano i ragazzini fuori dall’hotel. Poi tiravano fuori il quaderno di scuola. Dicevano, sbattendo le ciglia: «Hai visto come sono bravo. La mia materia preferita è inglese». Pretendevano una penna, ma io non ce l’avevo. Quando chiedevano i soldi, facevo la gnorri. «Allora dammi la maglietta».
Il pomeriggio a Debark il sole calò velocemente e le temperature scesero con altrettanta rapidità. Il buio inghiottì i lavori in corso, i venditori di gomme da masticare e fazzoletti di carta, le case di lamiera i cavalli e gli asini, i peperoncini stesi ad asciugare, le macchine da cucire a pedale, le caffettiere e tutti i camminatori che cominciarono a rinsaccarsi in coperte e grandi scialli bianchi.
Nella scuola elementare, il preside sorridente ci mostrò le strutture: la prima A con la porta verde scrostata, i banchi scassati che ospitavano cinquanta-sessanta bambini al giorno, la lavagna piena di crepe.




Tigrai: Africa in polvere
Il Tigrai soltanto sembra insensibile a questo miracolo. […] Ha sentito penetrargli nel fianco la punta aguzza del piccone italiano che, implacabile e monotono, lo martella dall’alba al tramonto, ma non se ne fa. Pensa che i picconi si smussano, che i muscoli s’afflosciano, che i nervi si logorano. Forse pensa che noi non si potrà nulla contro questa granitica maestà.
Indro Montanelli, “XX Battaglione Eritreo”, 1936
Con grande orgoglio di patria percorremmo la Strada degli italiani, scavata faticosamente nella montagna etiope dai nostri eroici antenati ai tempi dell’Africa Orientale. Il tragitto costeggiò inizialmente le suggestive silhouette dei Simien, poi scese in picchiata per più di 1500 metri fino a raggiungere la valle del Tacazzè, correndo parallela ai campi profughi eritrei: nel frattempo eravamo entrati nella regione del Tigrai.


La strada era interamente sterrata, priva di qualsiasi tipo di protezione e punteggiata da lavori in corso. A un certo punto una montagna di terra ci sbarrò la via, prontamente liberata da una ruspa gialla. La temperatura frizzantina dei Simien diventò via via sempre più elevata man mano che si scendeva, fino a diventare afosa sulle rive del fiume: non a caso cominciarono ad apparire i baobab su uno sfondo sempre più bianco di polvere e desolazione.
L’Africa scorreva dietro i vetri. Se aprivamo i finestrini, entravano chili di polvere. Se li tenevamo chiusi, la polvere entrava lo stesso e non serviva a niente legarsi una sciarpa intorno alla faccia: ricopriva tutto. Aprimmo un po’ per farla uscire. Quando arrivammo a Shire, lo sterrato era terminato, i polmoni erano intasati e gli ammortizzatori probabilmente compromessi.


Il regno di Aksum
Aksum fu la capitale di un vasto e potente impero che nacque già prima di Cristo e durò probabilmente un millennio, ma è conosciuta in Italia soprattutto per la stele che Mussolini fece portare a Roma nel 1937. Nel 2005 fu riportata in Etiopia e, dopo averne rincollato i pezzi, fu rimessa in piedi insieme alle sue compagne nel Parco delle stele. Ognuno degli obelischi – tranne quello che giaceva in pezzi da circa milleseicento anni – dovrebbe indicare delle tombe sotterranee. In realtà, i soldi scarseggiavano, le scelte venivano demandate all’Unesco e le visite dei ladri erano state frequenti, pertanto la percentuale di scavi effettuata era ridottissima e il sito archeologico quasi totalmente virtuale.
Il mistero avvolgeva quasi tutto: per esempio, ci si chiedeva come fossero stati realizzati e poi spostati questi monoliti di granito di dimensioni tanto impressionanti. Tenendo fede agli etiopi, dovemmo prendere atto che i blocchi di pietra fossero stati condotti lì e innalzati direttamente dalle forze celesti dell’Arca dell’Alleanza.

Ad Aksum sorgevano i bagni e i resti del palazzo della Regina di Saba, una figura biblica che gli etiopi chiamavano Machedà. A parte che questa donna probabilmente non è mai esistita, la cosa incredibile è che, secondo gli archeologi, i ruderi risalgano a circa un millennio e mezzo dopo la morte della presunta regina.
Costei è una figura centrale nella storia del Paese, perché dal rapporto occasionale che ebbe con Salomone – biblico re d’Israele del decimo secolo a. C. – nacque Menelik I, capostipite della dinastia imperiale: sorvoliamo sul fatto che questa incauta avventura di una notte sia avvenuta a migliaia di chilometri dall’Etiopia. In questo modo non solo si stabilisce una parentela tra Menelik e la madre di Gesù – entrambi discendono dal Re Davide –, ma si spiega anche come mai la mitica Arca dell’Alleanza si trovi proprio in Etiopia.
Questa cassa di legno rivestita d’oro che contiene le Tavole della Legge – ovvero i dieci comandamenti scritti da Dio in persona e consegnati a Mosè sul monte Sinai – secondo gli etiopi fu regalata da Salomone a suo figlio Menelik, che la portò in Etiopia. Fu proprio Gesù a promettere l’Arca a sua madre, all’epoca della loro gita in Etiopia, anche se nessuno è in grado di spiegare come mai questa promessa fu fatta circa un migliaio di anni dopo il regno di Salomone.
Nonostante queste lievissime incongruenze, tutti sono fermamente convinti che il sacro tabernacolo si trovi ad Aksum, nella chiesa di Maryam Sion; a guardia perenne viene designato un monaco che non può mai abbandonare la chiesa, se non alla sua morte. L’Arca, quando nelle occasioni speciali viene condotta in processione per tutta la città, è coperta da un provvidenziale telo che impedisce ai fedeli di vederla.

Nella lunga passeggiata fino all’hotel Africa, venimmo avvicinati dai ragazzini e bambini di Aksum. «Salam». Salam. «Come ti chiami, Quanti anni hai, Di dove sei, Che lavoro fai, Quando sei arrivato, Quando te ne vai». Rispondemmo diligentemente a tutte le domande. Una femmina annunciò: «Non ho la divisa per la scuola». Un maschio adolescente chiosò: «Education is the future of our country (aggiunse altre frasi da anziano pedagogo). Comunque la mia amica non ha la divisa per la scuola». OK. «Vai domani mattina in direzione e paga trecentocinquanta birr per la divisa».
Cominciai a pensare che se avessero trovato uno che gli desse quindici euro ogni tanto, anche i bambini africani avrebbero imparato a considerare la scuola una gran rottura di palle come i bambini ricchi.

Il mercato di Aksum apparve un condensato di tutti i cliché esotici possibili: i sacchetti colorati pieni di spezie per terra, il sarto che lavorava con la sua vetusta macchina da cucire a mobiletto, le bilance di mille anni fa, il cammello che sbadigliava, gli ombrelli colorati, gli scialli bianchi.
Non avemmo molto tempo: il viaggio indietro nel tempo doveva proseguire – non a caso eravamo nella culla dell’umanità.
La strada passava da Adua, ma il driver non si fermò – forse per non farci ricordare una delle peggiori sconfitte dell’Italia nella storia – e proseguì per Yeha, che sembra un grido di giubilo, ma in realtà è il luogo dove è ancora in piedi il più antico edificio in terra d’Etiopia. Il tempio in stile sabeo era interamente ingabbiato da impalcature in ferro prodotte da un’impresa italiana.
Nel museo il monaco ci mostrò le reliquie: libri che risalivano minimo a quattro secoli fa, se non addirittura più di otto. Il dubbio che se fossero realmente del 1200 sarebbero quanto meno sbriciolati venne a molti, ma facemmo finta di niente. Stiamo pur sempre parlando dello stesso popolo che crede che Menelik I sia figlio di una regina inesistente e di un re strettamente imparentato con la Madonna che viveva a migliaia di chilometri di distanza dall’Etiopia.




I pittoreschi monaci etiopi
Il monastero di Debre Damo è costruito sopra ad una amba – una montagna dalla cima piatta – ed è riservato ai soli maschi (animali compresi). Per salire bisognava imbracarsi con una pelle di capra legata a una corda robusta, issata da un monaco addetto all’accoglienza: questo era l’unico modo per scalare la parete.
Quando chiedemmo come fece il fondatore del monastero – un predicatore del quinto secolo – a salirci per la prima volta, ricevemmo una risposta come al solito logica e credibile: fu aiutato da un serpente mandato da Dio in persona. Noi donne ci godemmo la magnificenza della vallata: le montagne piatte sullo sfondo e le grandiose euforbie disseminate qua e là colorate dalla luce pomeridiana.




Per andare alla scoperta delle chiese del Tigrai ci addentrammo in uno scenario da Far West. La prima tappa ci portò nel gruppo del Gheralta, in cui si nascondevano le chiesette di Mariam Korkor e Daniel Korkor. Per raggiungerle bisognò affrontare un trekking lungo e abbastanza faticoso, ripagato da uno scenario tra i più belli dell’Etiopia.
La chiesa successiva si chiamava Abraha Atsbeha ed era molto più agevole da raggiungere: il bus poteva parcheggiare a pochi passi dall’ingresso. Qui però si presentò un altro ostacolo: il monaco aveva perso le chiavi, e soltanto dopo una lunga e infruttuosa ricerca si convinse a tagliare il lucchetto con un taglierino. La chiesa risultava interamente scavata nella montagna e al suo interno potemmo ammirare affreschi vecchi di alcuni secoli. Su uno dei muri inoltre trovammo delle fessure dalle quali ogni 4 ottobre sgorgava dell’acqua miracolosa: ne bastavano poche gocce per rendere immediatamente gravide le donne che da anni non riuscivano ad avere figli – la guida testimoniò direttamente perché era successo a una sua amica.


In merito ai monaci etiopi, quello che trovai poco ortodosso fu l’eccesso di zelo nella richiesta della mancia, il fatto che se ne stessero interi quarti d’ora a contare e ricontare le banconote puzzolenti ricevute, e soprattutto la reazione poco cristiana se non gli davi niente, come ad esempio a Debre Damos che ti facevano lo scherzetto di non reggerti più tanto bene l’imbracatura e farti scivolare a terra.
Tra l’altro, erano tutti personaggi pittoreschi che avrebbero fatto la gioia di Delacroix, con i loro visi pieni di rughe, le barbe, i turbanti e gli abiti dai colori vivaci tutti pieghe rilucenti al sole tropicale; però, quando cercavo di fotografarli, si mettevano apposta nel posto più buio della chiesa.

Il capodanno che non c’è
Finalmente Lalibela. Lalibela è una delle otto meraviglie del mondo e se non lo è, dovrebbe esserlo. Ma raggiungerla è un problema: nella stagione delle piogge non ci si arriva con nessun mezzo e anche in quella asciutta giungere qui è molto difficoltoso.
Ryszard Kapuscinski, Ebano
L’hotel di Makallè mi fece una grande tenerezza. Lo sforzo che facevano per essere all’altezza fu enorme, e non era tutta colpa loro se l’acqua calda non sempre arrivava o se in alcune camere non c’era proprio l’acqua. Al ristorante furono molto precisi: chieste le ordinazioni, ripassarono altre due volte a chiedere conferma.
La scena madre però si svolse la mattina quando era programmata una colazione alle sei. All’orario convenuto gli italiani erano fuori dal ristorante. Chiuso. Alle sei e un quarto si presentò il primo cameriere ad aprire la porta – sui tavoli era rimasto tutto come lo avevamo lasciato ieri sera. Alle sei e mezza l’autista, che aveva fretta di partire perché lo aspettavano dodici ore di guida, entrò inferocito nella cucina e fece una lavata di capo memorabile allo chef, il quale piegò la testa senza dire una parola. Mezz’ora dopo arrivarono i caffè.

Lalibela è distante ore di macchina da qualsiasi altro luogo abitato e la strada per raggiungerla effettivamente fu molto lunga. Con il passare delle ore, l’altitudine cresceva: i tetti di lamiera diventarono più spioventi, i tucul sempre più numerosi, il freddo più pungente, il giallo più intenso e gli scenari più arditi. Anche lì, naturalmente, ad ogni sosta per sgranchirsi le gambe in pochi secondi si materializzavano decine e decine di persone, soprattutto bambini e ragazzi. Spesso scendevano correndo dalle scarpate, a volte chiedevano qualcosa, a volte facevano le linguacce o gridavano You You, il più delle volte stavano immobili e ci fissavano.
Quando ero al buio in una camera dell’hotel di Lalibela, pensai quanto fosse stato assurdo tirare faticosamente fino alla mezzanotte per farci gli auguri di buon anno: in Italia erano ancora le ventidue, mentre in Etiopia erano le sei di sera del 22 aprile del 2005 e mancavano più di otto mesi al Capodanno.




Lalibela, la Gerusalemme d’Etiopia
A un certo punto mi sentii afferrare per la mano. Pensai che Tadesse volesse chiedermi qualcosa. Mi stava trattenendo dal cadere in un precipizio. Guardai giù: ai miei piedi si ergeva una chiesa scavata nella roccia. […] Gli amara, che erano (e tuttora sono) cristiani di rito orientale, costruirono le chiese all’interno della montagna in modo che i musulmani che invadevano queste terre non potessero vederle da lontano. Ma anche se le avessero viste non avrebbero potuto distruggerle né intaccarle, dato che esse sono parte integrante della montagna.
Ryszard Kapuscinski, Ebano
Non è un caso se le chiese scavate nella roccia, che fanno di Lalibela il centro religioso più importante del Paese, furono realizzate proprio in questa località sperduta nel vasto altopiano. Fu infatti per la sua posizione, più facilmente difendibile dalle incursioni arabe, che l’imperatore Lalibela nel tredicesimo secolo scelse come nuova capitale questo villaggio. Lalibela era un omone alto circa due metri, che da subito dimostrò di essere un predestinato: ancora neonato fu ricoperto da uno sciame di api, ma rimase miracolosamente illeso. Questo episodio annunciava senza ombra di dubbio il suo futuro regale, così il fratello geloso decise di vendicarsi e lo avvelenò. Lalibela, invece di morire, cadde in un sonno profondo e fu condotto in paradiso, dove Dio gli mostrò i progetti di meravigliose chiese rupestri. Non appena tornato sulla terra e salito al trono, avviò i cantieri. Grazie a squadre di angeli che facevano gli straordinari notturni, in appena ventiquattr’anni vennero così scavate nella roccia ben undici chiese. Ecco qui la Gerusalemme d’Etiopia.



La visita alle chiese rupestri di Lalibela presentò subito delle difficoltà. I tappeti nelle chiese erano pieni di pulci ed eravamo obbligati a toglierci le scarpe prima di entrare; inoltre durante la visita bisognava fare i conti con una folla lacera di centinaia e centinaia di pellegrini, accorsi da ogni dove e accampati in ogni angolo del villaggio. Mentre percorrevo il dedalo di gallerie, passaggi e cunicoli che collegavano tra loro gli edifici, ero circondato da fedeli che pregavano, leggevano, battevano le mani, dipanavano matasse e a volte ridevano. Attraversando le trincee per andare da una chiesa all’altra, sentii dei canti sommesso echeggiare tra la folla e ogni tanto gli acutissimi urli di esultanza lanciati dalle donne. Non comprendevo tutto quello che vedevo e sentivo.




In questo luogo rischiai di scattare un migliaio di foto, di cui una buona parte alla chiesa di San Giorgio, che a differenza delle altre era priva di coperture UNESCO. Essa si presentò come una voragine nel terreno riempita con una chiesa. Mentre mi avvicinavo, vidi una croce di pietra gigantesca, circondata da un buco: quella croce era la chiesa. Il buco era ripieno di centinaia e centinaia di pellegrini vestiti esattamente come nella Bibbia: tuniche, turbanti e bastoni di legno nelle mani rugose e libri delle preghiere vecchi mille anni nelle mani. Alcuni avevano tamburi, sistri, scacciamosche di crine di cavallo e ombrelli di velluto di tanti colori. E tutti questi soggetti mi pregavano addirittura di fotografarli.
L’unico dettaglio che non mi tornava erano le scarpe: di plastica giallina a forma di sandalo, mocassino o ciabatta. A forma, ma di plastica giallina. Per non rovinare l’incantesimo, cercai di fotografare solo quelli scalzi, che comunque erano la maggioranza.



Andai a passeggio da sola tra le strade di Lalibela. Tutti mi fissavano e bisbigliavano qualcosa. Tutti volevano sapere: «Where you go, What you want».
I giovanissimi del luogo si presentarono al solito modo accattivante («Mother father dead») prima di tirare fuori il quaderno dei compiti.
Mi affacciai a curiosare in alcuni negozietti di souvenir tutti uguali. Feci l’errore di interessarmi qualche secondo più del dovuto a degli immettibili orecchini. Tempo cinque minuti, almeno dieci persone volevano vendermi degli orecchini identici a quelli immettibili di prima.
«Quanto costa questo oggetto?» «Trecento, però se vieni a cena con me stasera te lo regalo».
Nel negozio di parrucchiere c’erano tre ragazze che spettegolavano. Mi affacciai a guardare con un sorriso. Mi volevano spinzettare le sopracciglia. Rifiutai cortesemente con un sorriso. Tre mani tese: «Money, food, t-shirt.»
Comprai un oggetto in legno dipinto. La titolare non era affabile e si rifiutò del tutto di contrattare.
Negoziante coi dread: «Stasera ci divertiamo, abbiamo relax insieme, tu piacere uomini di qua.»
La sera, mentre stavo precariamente seduta su una tavoletta del cesso rotta, mi ricordai che il biglietto di ingresso alle chiese rupestri l’avevo pagato cinquanta dollari – pari a un settimo del PIL pro capite annuale dell’Etiopia – e quindi che cavolo mi aspettavo.



Addis Abeba è un’injera
L’injera, il piatto base della cucina etiope, è una specie di piadina morbida, verdastra e di consistenza spugnosa. In un paese povero di tutto come l’Etiopia è un’idea geniale: sostituisce infatti il piatto, le posate e, volendo, si può usare come strofinaccio o tovagliolo. Solitamente infatti il companatico – pezzetti di carne al sugo o puree di legumi, non di rado piccantissimi – viene versato sopra a questo disco verdastro e viene poi mangiato con pezzi della stessa usati come posate.
Stuart, l’autore della Lonely Planet sull’Etiopia del Nord, paragonava Addis Abeba ad una injera per lo stesso motivo, suppongo, per cui avrebbe paragonato Napoli a una pizza: nessuno. Lui si sforzava inutilmente di spiegare la metafora elencando le variegate offerte della caotica capitale mentre, per quanto mi riguarda, il tempo a disposizione è stato troppo limitato perché io potessi farmi un’idea qualunque della città.


In ogni caso, osservai bambini che sniffavano la colla sotto al monumento comunista, dipinti a tema politico-storico sui soffitti dell’altare della cattedrale della Santissima Trinità, un taxi dagli interni interamente ricoperti di peluche rosso fuoco, un incredibile numero di venditori di carte geografiche dell’Etiopia e dell’Africa in inglese, degradate baraccopoli a pochi passi dal centro cittadino, una cassiera del supermercato che si era dimenticata di non aver dato il resto, un quartiere che si chiamava Piazza, numerosi caffè dotati di sedie schierate lungo il marciapiede e souvenir che a casa si sono sbriciolati.
In un accogliente bar ho bevuto una birra e condiviso l’injera con dei ragazzi del posto. Per tutto il tempo mi aspettavo che mi chiedessero qualcosa, ma non mi chiesero niente, se non di spedirgli via e-mail le foto che ci eravamo scattati insieme.



In aereo, alle quattro e mezza di notte, un attimo prima di addormentarmi, mi venne in mente quel ragazzo che – durante una sosta lungo la Strada degli italiani – mi aveva puntato il telefonino sul viso e aveva scattato foto a ripetizione per cinque minuti. L’incontro con questo ragazzo sorridente, che probabilmente conosceva la mia faccia a memoria, un po’ mi consolò di tutti gli altri incontri mancati.
Il titolo di questo reportage è rubato all’omonimo libro dell’antropologo Marco Aime.