ET VOILÀ LA TUNISIE

In viaggio con Nacer

Il promettente futuro di Tunisi

Il mio vicino di posto in aereo è uno studente tunisino di una gentilezza d’altri tempi, con occhi luccicanti che mi ricordano uno dei motivi della mia vecchia infatuazione per la cultura arabo-musulmana. Erano i primi anni Duemila, poi le primavere arabe, la caduta di Gheddafi e l’ascesa dell’estremismo islamico hanno chiuso molte frontiere. Viaggiare da queste parti è diventato complicato. 

«Tunisi era ancora una città di secondo piano quando la dinastia degli Almohadi, proveniente dal Marocco, la scelse come capitale». Nacer – un elegante ex professore riconvertito in guida turistica – sta illustrando la storia della medina, l’antico nucleo della capitale.
«A renderla prospera furono poi gli Hafsidi. Dietro ogni facciata si nasconde un vero capolavoro architettonico; ogni volta che vi entro, mi immergo completamante nella sua atmosfera. Oggi è stata restaurata e riscoperta dai giovani, che frequentano i salons de thé o fanno della musica: si respira, voilà, un’aria di libertà. Trenta o quarant’anni fa invece – je me souviens bien – il centro si stava spopolando: i contadini che arrivavano in città occupavano queste belle case, spesso senza poterle mantenere».

Mi inoltro nel labirinto di stradine strette. Tra i banchi del mercato, organizzato per mestieri, scambio qualche battuta con i venditori. Mi affaccio sul cortile della Moschea Zitouna, sbirciando le piastrelle colorate e gli stucchi, prima di essere trascinata oltre dal passo lungo di Nacer.

Mi trovo in uno dei Paesi con meno cristiani al mondo: niente segnala che oggi sia il 24 dicembre, tranne una ragazza vestita da Babbo Natale che corre sui pattini. L’unica chiesa cattolica attiva in città è la Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli, blindata da transenne e controlli di sicurezza. All’interno si contano pochi fedeli; una statuetta di Gesù Bambino è appoggiata sui banchi di legno, pronta per occupare il posto d’onore nella leggendaria mangiatoia.

Consumo la cena in un ristorante stracolmo di gente che fuma, dove l’aria è irrespirabile. Anche qui, come pure in hotel, un guardiano munito di metal detector staziona presso la porta.

Il Museo del Bardo è uno dei più prestigiosi del Mediterraneo. Nacer mi guida tra le gallerie restaurate dell’antico palazzo dei Bey ottomani, mostrandomi statuette preistoriche, piastrelle arabo-musulmane e, naturalmente, la collezione di mosaici romani più grande al mondo. «In realtà, ve la giocate con i turchi di Gaziantep», lo provoco tentando di scalfire il suo orgoglio tunisino.

Una grande targa nell’atrio ricorda i nomi delle vittime dell’attentato del 18 marzo 2015. Quel giorno, ventuno turisti e un agente furono uccisi dall’ISIS dentro queste stesse sale, nel tentativo riuscito di colpire il turismo e minare la transizione democratica del Paese.

Il professore precisa sospirando che, quattro anni prima, la Rivoluzione del Gelsomino aveva decretato la fine del regno di Ben Ali e inaugurato la Primavera araba: «Allora il popolo prese in mano il proprio destino. Approfittando del vuoto di controllo, tornarono in patria tutti gli oppositori, compresi gli estremisti religiosi».
Alle elezioni il partito islamista Ennahda fece il pieno di consensi. «I tunisini» commenta rassegnato Nacer «delle volte hanno una forma di stupidità o, voilà, immaturità politica: avevano la falsa convinzione che, siccome sono dei religiosi, avrebbero temuto Dio e fatto del bene, non sarebbero stati corrotti e tutto il resto».
Mentre usciamo all’aperto, conclude: «Fortunatamante le forze islamiste non sono riuscite a cancellare diritti garantiti da decenni, e adesso non hanno più molta voce in capitolo. Lo Stato ha rafforzato la sicurezza, soprattutto nei siti culturali e turistici, e oggi il turismo è in crescita costante. Voilà. Il futuro è promettente».

Il caffè delle delizie di Sidi Bou Said

Sidi Bou Said è un villaggio famoso per il suo caratteristico stile architettonico: case bianche con porte e finestre azzurre, vicoli lastricati e terrazze affacciate sulla baia di Tunisi. Qui, secondo qualcuno, si percepirebbe ancora l’atmosfera di un borgo mediterraneo autentico, ma probabilmente chi lo afferma non ci è venuto al tramonto durante le vacanze invernali, quando oltretutto frotte di crocieristi si riversano sulle strade in salita. La folla si accalca lungo i vicoli, davanti alle friggitorie di bambalouni e, naturalmente, all’interno del Café Sidi Chabaane – ribattezzato “Café des Délices” dal cantante francese Patrick Bruel.
Omar ha una bancarella nei pressi del parcheggio e mi offre uno sgabello; appena mi siedo, si affretta ad assicurarmi che con questo presidente il Paese è tornato stabile. «Ti giuro, ti giuro, Tunisia non ce l’ha terrorismo! Dopo la primavera araba arriva Fratelli Musulmani. Loro terroristi ma ora tutti in galera. Tunisia belisima e sicura… Ti giuro!»
Nacer è temporaneamente sfuggito dai radar, ma se avesse assistito all’arringa di Omar avrebbe commentato: «Assolutamante ingenuo. Voilà

Quando l’attuale presidente Kaïs Saïed è stato eletto, nel 2019, sembrava una brava persona. Aveva però ben poco potere, poiché il sistema semi-presidenziale tunisino limitava fortemente il margine d’azione del capo dello Stato. Poi, la svolta del 2021.
«Il Parlamento era diventato estremamante inefficiente» mi spiega Nacer mentre lasciamo Sidi Bou Saïd. «Il presidente allora lo ha sciolto, prendendosi i pieni poteri tra gli applausi di un popolo che non sapeva cosa lo aspettasse. Non pago, nel giro di un anno ha sospeso la vecchia Costituzione e ne ha fatta adottare – tramite un referendum molto contestato – una nuova, caratterizzata da un forte esecutivo».
Alle elezioni successive si è presentato alle urne appena l’undici per cento dei tunisini, accogliendo l’invito al boicottaggio lanciato dai partiti d’opposizione: uno scenario che evoca la trama del Saggio sulla lucidità di Saramago. Con le nuove regole, inoltre, i candidati non potevano presentarsi affiliati a un partito. A scanso di equivoci, il regime ha spedito agli arresti i leader dei movimenti critici – compreso il partito Ennahda – insieme a centinaia di giornalisti, blogger, avvocati e semplici cittadini accusati di reati d’opinione. Considerato da molti un autocrate, il presidente è stato rieletto nel 2024 per un secondo mandato tramite un’elezione descritta come non del tutto limpida.
«Infine» conclude indignato Nacer quando siamo di nuovo in autobus, «ha sciolto tutte le municipalità, l’equivalente dei vostri comuni, creando disordine a tutti i livelli. In nome dell’anti-islamismo sta cancellando la democrazia. Per fortuna non ha più di due mandati: nel 2029 va via. Voilà».
Mi fa tenerezza il fiducioso ottimismo di quest’uomo.

Carthago delenda est

I Fenici arrivarono sulle coste tunisine intorno al dodicesimo secolo a.C. Secondo la leggenda fu la regina Didone a fondare Cartagine, dando origine a una civiltà che ha dominato il Mediterraneo per quasi sette secoli, fino allo scontro mortale con Roma.
«Dopo la prima guerra punica, nel 218 a.C.» chiarisce Nacer, «Cartagine tornò ad attaccare Roma. Hannibàl condusse campagne straordinarie fino alla sconfitta definitiva a Zama, non lontano da qui». Il professore è molto informato anche sugli eventi di attualità: «Proprio qui, recenti scavi condotti in una collaborazione tra archeologi tunisini e italiani hanno portato alla luce nuovi reperti: alcuni quest’anno sono stati esposti al Colosseo di Roma.»
Della vecchia Cartagine oggi non rimane molto: poche fondamenta sulla collina di Byrsa, qualche necropoli e l’iconico porto militare perfettamente circolare.

Accanto ad esso sorge il Tophet, il luogo più rilevante del sito. «Non so se avete letto il romanzo di Flaubert, Salammbô» esordisce Nacer davanti alle stele votive di questo santuario, sfoderando il fascino oratorio da professore. «Lui aveva avuto tanti problemi con il suo capolavoro Madame Bovary in Francia. Era stato condannato per aver attenté ai valori di pudore, e questo l’ha spinto a un certo momento di abbandonare questi temi e di scrivere romanzi storici. Donc, nel 1852, ha deciso di dedicare un romanzo a Salammbò, la figlia di Hamilcàr Barca. Per la sua volontà di essere réaliste ha passato un soggiorno a Cartagine e studiato molti dettagli della sanguinosa guerra dei mercenari ribelli».
Quando ci racconta l’episodio del massacro dei bambini, la voce si abbassa e il tono si fa drammatico: «Hannibàl, un bambino di una famiglia aristocratica, doveva essere sacrificato, ma Hamilcàr non voleva perdere suo figlio, allora l’ha sostituito con il bambino di uno schiavo. La scena è che c’è il giudice che partiva e dietro Hamilcàr che teneva il figlio dello schiavo. Dietro di loro lo schiavo disperato implorava Hamilcàr, allora il giudice ha chiesto: “Ma cosa vuole questo?” “Non tenetene conto, è un pazzo”, gli hanno risposto. Così Hannibàl è stato salvato. Quindi Flaubert è partito dall’idea che i cartaginesi sgozzavano i bambini, ma la polemica rimane ancora.» Nacer si riferisce al grande dilemma degli archeologi: quelle urne piene di ceneri infantili erano sacrifici rituali a Ba’al Hammon o solo il segno dell’altissima mortalità infantile dell’epoca?
Su Google Maps il sito prende il nome di “Salammbo sacrificial structure, mentre poco lontano sorgono il parc Salammbo e la plage Salammbo. Lungo la costa, invece, la toponomastica balneare trasforma sia Amilcare sia Annibale in mete di villeggiatura.

Cartagine

La Tunisia romana

Sotto il dominio romano la Tunisia si riempì di città ricche e prospere. Oggi le loro rovine, incredibilmente ben conservate, sono disseminate ovunque e mi tocca visitarne diverse. Vista la mia totale incompetenza in materia, sono ben lieta di affidarmi a Nacer, il mio Virgilio.
Delle monumentali Terme di Antonino, che un tempo sorgevano proprio a ridosso del mare, oggi non resta molto. «Prima i vandali e poi gli arabi», si lamenta il professore, «le hanno completamante depredate, riutilizzando i marmi pregiati per costruire la medina di Tunisi». A Bulla Regia un entusiasta Nacer mi invita a scendere sotto terra per ammirare le domus ipogee, una geniale soluzione architettonica dei patrizi romani per sfuggire al calore asfissiante dell’estate africana. Al tramonto ci ritroviamo a Thugga, dove Nacer percorre a passo spedito i chilometri di ripidi sentieri spiegando la particolarità del sito: «Il tessuto urbano è rimasto quasi intatto qui, incroyable!». Quindi mi indica il maestoso Capitolium che domina l’intera area e il teatro affacciato sulla campagna sottostante.
La mattina dopo, a Sufetula, davanti al foro meglio conservato della Tunisia, penso che ne ho abbastanza dei ruderi romani, ma Nacer non ha perso il suo ardore: «Ammirate che splendidi mosaici!» esclama indicando ciò che resta dei fonti battesimali e delle basiliche paleocristiane.

Il vero fiore all’occhiello di questo itinerario archeologico è però El Jem, celebre per il suo anfiteatro monumentale, il terzo al mondo per dimensioni dopo il Colosseo di Roma e quello di Capua. Thysdrus, come si chiamava un tempo, era una città ricchissima grazie al commercio dell’olio d’oliva, esportato in tutto l’Impero.
«I tunisini hanno l’olio d’oliva nell’anima» annuncia Nacer mentre varchiamo l’ingresso della gigantesca arena. «Quest’anno ne abbiamo prodotte cinquecentomila tonnellate, mai così tante prima d’ora, voilà».
Ci addentriamo dove un tempo la plebe cercava sangue e intrattenimento. «Queste due aperture servivano per far entrare le bestie selvatiche» spiega il professore indicando le griglie sul pavimento, «utilizzate nei giochi contro i gladiatori professionisti o contro gli schiavi che volevano mettersi alla prova per ottenere la libertà. Da questa parte potete scendere, cautamante, giù». Una parte dei gradini è stata restaurata, infatti oggi l’anfiteatro viene utilizzato anche per eventi culturali: ad esempio, nel mese di agosto ospita il Festival di Musica Sinfonica, un appuntamento fisso per Nacer.

Una pausa dalla nostra maratona tra le rovine romane è rappresentata da Testour, un villaggio che conserva profonde tracce andaluse, annunciato da un notevole monumento a forma di ramo da cui pendono due melagrane.
Camminiamo sulla via principale, dove sono allineate bancarelle di formaggi artigianali. «La storia dietro a questo luogo è estremamante interessante», esordisce Nacer, scansando un venditore. «Durante il lungo periodo di presenza araba in Spagna ci fu una forte… voilà… rivalità con la Chiesa cristiana, che voleva riconquistare il territorio e ristabilire il cristianesimo. La prima ondata di migrazione dei Mori, les Maures, segnò l’arrivo dei primi Andalusi in Nordafrica. Dopo la caduta di Granada, i musulmani e gli ebrei che erano rimasti in Spagna dovettero scegliere se convertirsi o accettare l’esilio: molti continuarono a praticare la loro fede di nascosto».
È venerdì: la moschea è già stracolma per la preghiera. Il professore indica il minareto, dove spicca un orologio con le lancette che girano in senso antiorario. Poi riprende il filo del discorso: «Nel 1602 il re di Spagna Filippo III decise di cacciare definitivamante i musulmani convertiti. Sessantamila di loro arrivarono qui, accolti a braccia aperte dal Bey di Tunisi che conosceva la loro abilità nell’agricoltura e nell’artigianato. Per capire il dramma di quella gente dovete assolutamante leggere La mano di Fatima di Falcones».
Quando arriviamo nella piazza quadrata del paese, per un istante non mi trovo più in Tunisia: tra gli alberi di arancio, mi sembra di essere nella piazza di Santa Gertrudis de Fruitera, a Ibiza.

Tozeur: oasi e guerre stellari

Ciò che colpisce subito di Tozeur è la sua architettura di mattoni a vista, intagliati in motivi geometrici che decorano sia i vicoli della medina sia i quartieri nuovi. Siamo al sud, ai margini del Sahara, dove la città è assediata da palmeti sterminati.
«Fondamentalmante», chiosa Nacer mentre facciamo lo slalom tra i datteri Deglet Nour che inondano il mercato, «per secoli è stata solo una terra di passaggio per le carovane. Il boom dei datteri risale al diciannovesimo secolo». Insieme alle immancabili arance, i frutti compaiono a montagne nei buffet di alberghi giganteschi e affollatissimi, nati per ospitare i grandi flussi di turisti sahariani.

Tozeur rappresenta la base ideale per visitare le oasi di montagna. Partiamo molto presto per Chebika, la “Perla del deserto”, avvolti da una fitta nebbia. Quando i fuoristrada raggiungono il sito, il sole basso illumina la roccia gialla e il percorso turistico è ancora deserto e silenzioso. Ci inoltriamo sul sentiero scosceso diretti a una cascatella incorniciata dalle palme: le bancarelle stanno occupando tutto lo spazio disponibile, i selfie e le foto di gruppo cominciano a moltiplicarsi, mentre l’eco millenaria del canyon viene brutalmente coperta dalla musica techno che rimbomba da una potente cassa portatile. Nacer appare rassegnato.
Nell’oasi di Tamaghza, nota per la sua “grande cascata”, un venditore mi fa: «Finalmente! Una persona che sorride». Quindi mi offre un tè alle erbe di montagna, amarissimo. Infine, ormai a ridosso del confine algerino, un canyon profondo ci accoglie a Midès, uno dei tanti villaggi fantasma abbandonati dopo la devastante alluvione del 1969. «Questo scenario primordiale» racconta il professore sul bordo del precipizio «fu scelto da Anthony Minghella per girare alcune scene del Paziente inglese».

Aggirata la depressione salata di Chott el-Gharsa, i fuoristrada si lanciano a grande velocità su una pista di sabbia fino a Ong Jmal. Ci arrampichiamo su una roccia a forma di cammello insieme a decine di altri visitatori, mentre alcuni bambini pretendono spiccioli per farsi fotografare con delle volpi del deserto spelacchiate.
Poco più in là, dietro le dune, sorge il set di Star Wars, miracolosamente salvato dall’avanzata del deserto. Non avendo mai sviluppato la minima passione per la saga, ho dovuto chiedere lumi a Nacer. Mi spiega che questa messinscena di cartapesta è Mos Espa, uno spazioporto immaginario sul pianeta Tatooine. «Qui è nato Anakin Skywalker, il futuro Darth Vader», sentenzia il professore indicando le finte cupole di gesso con la stessa solennità che ha usato per le domus ipogee. «Viveva come schiavo con sua madre, voilà, ma poi ha preso in mano il suo destino».

Chott e datteri

«Eee per un istante… ritorna… la voglia di vivereee… ad un’altra velocitààà», canticchio al sorgere del sole davanti a un palmeto che si specchia nell’acqua della piscina. Il cielo è tutto arancione.

Lasciamo Tozeur per dirigerci verso il Chott el Djerid, uno dei più grandi laghi salati del Nord Africa. In passato rappresentava un ostacolo naturale per gli spostamenti e le campagne militari, mentre oggi è attraversato da una strada rialzata che percorriamo comodamente per raggiungere Douz. In estate le temperature possono superare i cinquanta gradi, ma adesso fa piuttosto freddo; inoltre è uno dei pochi momenti dell’anno in cui è presente dell’acqua. Il paesaggio è piatto e abbagliante, uno spettacolo molto bello pure senza miraggi.

Prima di arrivare a Kèbili, facciamo una piccola deviazione per raggiungere una misteriosa struttura che sembra un’installazione industriale abbandonata. Nacer scende dall’autobus e ci spiega che tutte le oasi intorno al lago vengono irrigate grazie alle falde sotterranee profonde.
«Un tempo erano naturali», dice indicando la densa nube che avvolge il cemento, «ma ora, in seguito al progressivo esaurimento delle acque fossili, si ricorre alla perforazione artesiana, scavando a profondità che possono superare i mille metri. Questa costruzione serve a raffreddare l’acqua, che nel pozzo raggiunge i settanta gradi: attraversando questo labirinto di cemento la temperatura si riduce di venti gradi, così quando arriva al palmeto non brucia le piante». Poi, guardando tra la nebbia, ride: «In inverno, naturalmante, c’è sempre qualche coraggioso che ne approfitta per fare il bagno».

Siamo a sud del lago salato, a due passi dal deserto del Sahara. «Qui non vediamo palmeti tradizionali, ma artificiali, creati dall’uomo» annuncia Nacer mentre riprendiamo il viaggio. «Tutti questi piccoli villaggi che attraversiamo sono considerati centri di insediamanto di tribù nomadi di un tempo che si sono sedentarizzati dalla coltura dei datteri, fonte di lavoro e ricchezza economica per la zona. La Tunisia è tra i maggiori produttori ed esportatori.»
Ci spiega poi nei minimi dettagli come funziona il ciclo produttivo: «Un lavoro intenso che richiede molta manodopera. La raccolta è appena terminata ed è una festa per la gente perché, voilà, dopo sforzi di mesi e mesi si può usufruire del frutto. Adesso c’è la potatura: bisogna togliere i rami secchi e preparare il tronco. Non c’è riposo.»
A questo punto ci fermiamo nell’area turistica di Douz, da dove si può fare l’esperienza del deserto di dune: a piedi, in dromedario oppure – purtroppo – in quad. Anche in questo caso, Nacer ha accettato con rassegnazione il fatto compiuto.

Nel Jebel Dahar

Arriviamo all’ora del tramonto a Matmata, quando il sole rende biscottato il paesaggio arido e roccioso, colorando di un ocra intenso le colline spoglie. Questo villaggio è famoso per le sue abitazioni trogloditiche berbere, scavate direttamente nel terreno intorno a un cortile circolare profondo anche dieci metri. Le stanze sono costruite così per motivi climatici, infatti all’interno la temperatura resta relativamente stabile tutto l’anno. Ulteriori vani, utilizzati come magazzini, sono raggiungibili tramite una corda e dei gradini ricavati nel muro.

Una di queste grotte era la casa di Luke Skywalker su Tatooine. «Fino agli anni ’80 non c’era cemento, erano tutti buchi» dichiara Nacer con un po’ di nostalgia. «È ciò che ha convinto George Lucas a venire a girare qui. L’hotel Sidi Driss di Matmata fu la prima struttura usata come quartier generale per la troupe, ma ci sono molti altri siti. C’è anche un piccolo museo dedicato al film, un dinaro l’ingresso, voilà, assolutamante regalato».

La disastrosa alluvione del 1969 colpì anche queste zone: molte famiglie furono trasferite in case moderne, tuttavia alcune abitazioni tradizionali sono ancora abitate o riconvertite in strutture turistiche. Dormiamo in un hotel gigantesco e frequentatissimo che riproduce questo tipo di residenze, con alcune parti del mobilio ricavate direttamente nelle pareti di gesso intonacato.

Le abitazioni rupestri non si trovano solo a Matmata, ma in tutto il Jebel Dahar, l’arido massiccio alle cui pendici stanno arroccati numerosi villaggi berberi che esploreremo durante la giornata: tutti luoghi che hanno ispirato la saga di Guerre stellari.
A Toujane arriviamo presto, quando alcuni abitanti, ben coperti, accendono i primi i fuochi per cucinare o preparare il caffè. Facciamo una passeggiata rinvigorente sulla strada panoramica, osservando le tipiche case in pietra e fango, alcune delle quali parzialmente scavate nella roccia. Dei bambini giocano, gli ovini riposano nei recinti e poche bancarelle espongono miele e tappeti.
Nacer ci spiega che un tempo c’erano tantissimi nomadi da queste parti: poiché non erano facili da controllare, i francesi durante il protettorato hanno incoraggiato la loro sedentarizzazione. Ancora oggi, tuttavia, molti abitanti della regione continuano a spostarsi secondo le stagioni.
«In autunno, dopo le prime piogge, partono per la pianura della Gefara, nei terreni ereditati dagli antenati», racconta il professore mentre osserviamo la vallata. «I bambini rimangono nei villaggi per andare a scuola, mentre i genitori caricano l’auto o noleggiano un furgone con le tende, le pecore e le capre. Laggiù devono arare i terreni, seminare l’orzo… voilà. A fine dicembre tornano a casa. A febbraio ripartono per la tosatura dei montoni; se è piovuto, il deserto è pieno d’erba e gli animali pascolano. Ad aprile sono di nuovo qua, e tra maggio e giugno riscendono in pianura per tagliare l’orzo – tutto verde, bellissimo! A metà giugno smontano e tornano per passare i quattro mesi estivi a casa, al riparo dal caldo».

«I nomadi, secoli fa» continua Nacer mentre compiamo un altro tratto di strada, «partivano in carovane, una tribù intera, e dovevano caricare tutti i loro averi: grano orzo datteri pane olio d’oliva. Ma a quel tempo c’era il nomadismo guerriero, che compiva razzie. Voilà! Non facevano altro che dare l’assalto alle tribù che incontravano per rubargli i loro averi. Allora si pensò di mettere al riparo i beni in un posto sicuro e continuare senza mai compromettere gli spostamanti, costruendo i ksour. Questi granai collettivi hanno soddisfatto dei bisogni vitali del tempo, dal tredicesimo fino al sedicesimo o diciassettesimo secolo. I beni venivano custoditi da membri della tribù armati che a turno proteggevano il granaio da un eventuale assalto, mentre gli altri continuavano i loro spostamanti. Per tribù grandi un ksar non bastava, per cui ne costruivano tanti».

Ksar Hallouf sorge in una zona leggermente sopraelevata ed è in gran parte abbandonato. «I ksour come questo sono color della terra» precisa Nacer, «così da mimetizzarsi con il paesaggio; sono strutture chiuse con una sola porta d’ingresso, formate da camerette sovrapposte. Oggi molti sono autentici come questi, ma non più utilizzati come granai».
Mentre ci godiamo questa location in totale solitudine, arriva una folta comitiva di motociclisti italiani che appestano l’aria e contemporaneamente ci assordano.

Proseguendo ancora verso sud, entriamo nel territorio di Tataouine, il capoluogo del governatorato più grande e spopolato della Tunisia, la città più meridionale del Paese. Nacer racconta con un sorriso che «i turisti francesi non vedono l’ora di fotografare il cartello con il nome di Tataouine. Per loro, en effet, “ti mando a Tataouine” equivale a dire “ti mando all’inferno”. Qui c’era il centro dei bataillons disciplinaires dell’Africa, la prigione per i soldati francesi. I più duri venivano spediti qui per subire le pene peggiori, tipo spaccare le pietre sotto il sole d’estate. Questi battaglioni dell’esercito di terra, estremamante temuti, furono istituiti dopo l’occupazione dell’Algeria e usati per reprimere le rivolte delle tribù berbere anche in Marocco e Tunisia. C’è una famosa canzone, dal livello linguistico molto basso, che cantavano camminando nella sabbia per venire a Tataouine. Faceva così: “Esiste in terra africana un battaglione i cui soldati sono dei tipi che non hanno fortuna, ce ne infischiamo, zaino sul dorso, nella polvere da Gafsa a Médenine”. L’omosessualità era molto diffusa».

In città c’è un mercato molto vivace. Essendomi dedicata a fotografare gli interessanti personaggi che ho incontrato per strada, non ho avuto il tempo di assaggiare le “corna di gazzella”, il dolce tipico che, secondo Nacer, «fa la fama di Tataouine».

Intorno alla città di Tataouine si snoda una “via degli ksour” che ricorda la più celebre “via delle kasbah” del Marocco meridionale. Il meglio conservato dei villaggi berberi è Chenini, molto visitato e pieno di negozi di artigianato. Poco oltre si arrocca Douiret: un borgo panoramico e in parte fantasma, dove però la testardaggine di alcuni ragazzi del posto tiene viva la tradizione attraverso un piccolo hotel di charme ricavato nella roccia.
La maggior parte delle famiglie della regione nel tempo si è trasferita in città, in nuovi condomini che a volte sono freddi d’inverno e richiedono aria condizionata d’estate, ma in cambio sono fornite di fornelli elettrici, lavatrici e altri comfort moderni. 

Mentre ci rimettiamo in marcia, a un certo punto la guida ci chiede se abbiamo fatto caso alle rivendite illegali di benzina, così numerose qui nel sud-est: «I camion grandi hanno il doppio serbatoio, lo riempiono di benzina e lo svuotano qui. Costa pochissimo e la gente che la porta, libici e tunisini, sta guadagnando tantissimo. Ora, en effet, c’è più controllo, per cui il prezzo è aumentato: un barile costa cinquanta dinari, prima venti dinari. Il margine di guadagno è comunque molto alto. Però si chiude un occhio, voilà…» commenta con disappunto.
Poi ci illustra la situazione politica attuale in Libia: «Da una parte ci sono gli Emirati con il generale Haftar in possesso della parte est – la Cirenaica e Bengasi -, mentre l’ovest, qui vicino, è nelle mani di un governo pro-turco sostenuto dal Qatar. Anche a Tripoli non è sempre tranquillo, ogni tanto si spara: quando ci sono scontri, i confini vengono chiusi dalle autorità tunisine. A est invece la situazione è più stabile. Il Paese è quasi diviso in due. Prima, con Gheddafi, era unita, c’era sicurezza. Io ho girato tutto il territorio con la mia macchina, ma ora non si può più: da dieci anni non ho più messo piede in Libia. Invece i libici arrivano molto in Tunisia, dappertutto, perché soffrono. Povera popolazione! Uno dei paesi più ricchi del Nord Africa…»
Racconto a Nacer che sono rimasta molto sorpresa ieri sera, vedendo su un canale satellitare una pubblicità del turismo in Libia. «Turisticamente, la Libia è molto ricca» risponde il professore. «Ghadames è favolosa, il deserto sontuoso, grotte preistoriche, rovine archeologiche romane e greche, il patrimonio architettonico fascista che non trovano più a Roma…. cose che in Tunisia non ci sono. Ma il turismo non è mai stato sviluppato, Gheddafi non ha fatto niente per il suo Paese. Potevano diventare come gli Emirati, che non hanno niente se non il petrolio. La Libia ha molto di più, ma non c’è né educazione né sanità: un Paese sprecato».

Qayrawan, la città santa

«Abbiamo dato l’addio senza ritorno a un anno consumato, il 2025, come tutti gli altri anni» ci accoglie la nostra guida la mattina di Capodanno, «un anno che sul piano politico, umanitario e climatico non ha dato molte soddisfazioni. Ciò che oggi ci dà da sperare sinceramante è che l’anno nuovo sia migliore per portare soprattutto pace. Ci sono popoli che stanno soffrendo, come gli ucraini e i palestinesi, privi di tutto, che vivono in questi campi tra freddo e malattie. Sarebbe auspicabile che i nostri politici smettessero di essere così hypocrites. A livello individuale, ognuno di noi ha avuto soddisfazioni e delusioni, e spera che l’anno che comincia gli porti, voilà, più cose belle che brutte, piacevoli sorprese: è quello che spero e speriamo tutti».

Fra un’ora arriveremo a Qayrawan. «La sua fama» ci spiega Nacer nell’autobus «è costituita dalla grande moschea: la sua presenza la rende la quarta città santa dell’Islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme. Gli Omayyadi, arrivando dall’Oriente nel 670 d.C., hanno fatto di Qayrawan il loro quartier generale, ponendo le prime basi della moschea. Hanno scelto questo punto a metà strada tra la costa e la montagna dei Berberi e qui hanno fermato le carovane, per questo si chiama così: Kairouan. Fa parte dell’UNESCO perché è la prima base della presenza arabo-musulmana nella parte occidentale dell’impero, infatti da qui è iniziata la conquista di Algeria, Marocco e Spagna. Insomma, voilà, è stata un trampolino. A dire il vero» commenta poi, sconsolato, «l’unità del Maghreb non c’è mai stata: l’Algeria e il Marocco sono divisi, tra Tunisia e Libia ci sono stati sempre alti e bassi…»

Giunti a Qayrawan, per prima cosa visitiamo il Mausoleo di Sidi Abid el Ghariani, celebre mistico sufi e santone della città. «La zaouia è composta dalla sala dove c’è il sarcofago del santo con la cupola sopra, dalla sala per la preghiera e dalla scuola coranica», spiega la nostra guida. «Fu fatto costruire nel diciottesimo secolo dal Bey: ognuno di loro, sapete, cercava di lasciare la sua impronta. È simile alla moschea di Testour, con elementi architettonici che riflettono l’influenza andalusa, come abbiamo visto al Bardo: stucco scolpito, cupole, pannelli di ceramica nelle pareti con il giallo predominante, motivi geometrici o floreali…. è l’arte arabo-musulmana… Voilà».

Nel frattempo ci siamo spostati nel cortile, di fronte alla stanza della tomba, dove non possiamo entrare. «Vi dicevo che questa è la sala del santone, sarcofago e tutto», riprende Nacer. «Bisogna credere in questi discorsi, rivolgersi alla memoria del santone per chiedere favori, desideri… usanze adottate da genti contadine. Qayrawan è famosa per la lana dei tappeti: le ragazze avevano tutte un telaio e ogni ragazza doveva donare un tappeto al mausoleo per la ricerca di uno sposo o altro. E poi, fino a pochi anni fa, le persone venivano qui con il bambino e gli infermieri gli facevano la circoncisione. Ora è stato vietato dal Ministero della Salute: vengono qui, fanno la visita con il bambino vestito col copricapo e il resto, e poi vanno all’ospedale».

Nella sala della preghiera, Nacer ci parla del Ministero degli Affari Religiosi, che decide a livello nazionale il tema della preghiera del venerdì: «In tutti i Paesi arabi esiste questo ministro, serve a calmierare lo spirito integralista… Se si lasciasse ognuno libero di dire quello che vuole come hanno fatto nel 2011… voilà! Ovviamante hanno dovuto controllare».

Più tardi, nel grande cortile assolato della moschea di Qayrawan, Nacer prosegue la sua lezione: «L’architettura della grande moschea è molto massiccia, diversa dalle altre: così ne vedrete solo in Andalusia. La moschea che vediamo oggi, en effet, non risale al settimo secolo. Il primo e il secondo livello del minareto furono costruiti dagli Aghlabidi, il terzo invece risale al quattordicesimo secolo – periodo degli Hafsidi, si riconosce dalla cupola. Nel diciottesimo furono aggiunte delle cose dallo stesso Bey che fece costruire il mausoleo. Dopo gli Omayyadi e gli Abbasidi, ogni Paese ha cominciato ad avere la propria dinastia: nel nono secolo questa era la capitale degli Aghlabidi, che conquistarono la Sicilia e realizzarono un capolavoro idraulico per risolvere il problema dell’approvvigionamento d’acqua: i bassins des Aghlabides, che abbiamo visto mentre entravamo in città. Questa è la regione più calda della Tunisia».

All’interno della struttura si trovano uno dei mihrab più antichi del Nord Africa e una foresta di colonne di epoca romana e bizantina, distribuite in diciassette navate. Nel cortile ci sono gli accessi alle cisterne sotterranee: il terreno è in discesa, così ogni goccia d’acqua piovana viene convogliata qui e filtrata, trattenendo tutti i corpi estranei e lasciando scendere solo l’acqua pulita.

Nel tragitto verso la costa è il momento di approfondire insieme a Nacer un argomento che mi sta molto a cuore: il sufismo.
«Va fatta una distinzione importante» attacca il professore: «Islam è la religione, mentre islamismo è un’altra cosa: c’entra dentro la politica, l’ideologia, il fanatismo odioso. Non si può in nome di una religione commettere quello che commettono questi fondamentalisti con lo scopo di arrivare al potere e avere il controllo. Tutte le religioni sono una fonte di divisione. I musulmani sono divisi tra sciiti e sunniti: tutto il problema consiste nel possesso del potere dopo la morte di Maometto. I califat sunniti consideravano Abu Bakr per essere il successore del profeta, gli sciiti invece hanno proposto il nome di Ali, cugino e genero del profeta, marito della figlia Fatima. Tutta la differenza è lì: due compagni del profeta. Inoltre, per gli sciiti l’imam è una guida spirituale che decide a nome di tutti, che supera il presidente della repubblica, c’est-à-dire la politica. Per i sunniti invece non c’è intermediario tra l’individuo e Dio: la guida è solo religiosa e facilita la comprensione della fede».

E fin qui era la premessa, ora entriamo nel vivo.
«Il sufismo è una tendenza esoterica mistica dell’Islam nata in Oriente tra il settimo e l’ottavo secolo dopo Cristo. Contribuì a diffonderlo in Tunisia Sidi Bou Said, il santo da cui prende il nome la cittadina che abbiamo visitato all’inizio del viaggio. Il sufismo consiste nella ricerca di una connessione diretta e intima con Dio attraverso canti, balli, meditazione e altre pratiche spirituali. Ad esempio i dervisci rotanti, les derviches tourneurs, spettacoli molto belli, i migliori provengono da Siria e Turchia. Oppure il dhikr, la pratica del ricordo di Allah attraverso la ripetizione di una formula, voilà. Adesso i sufisti si organizzano in comunità, le tariche, le vie, ognuna con un maestro spirituale. Amore e bellezza non sono parole: comment dire… sono il principio di base dei sufi. Personalmente ammiro molto il sufismo perché sono tolleranti e poi cercano la bellezza della vita, la purezza, cercano un comportamento individuale giusto, invece i fondamentalisti islamici sono in guerra con i sufi, li considerano eretici e cercano di distruggere i mausolei che gli sono dedicati».

Luci e ombre del Mare Nostrum

La costa mediterranea della Tunisia si estende per oltre millecento chilometri ed è rinomata per le sue località balneari, ma al di là delle spiagge dorate e delle acque cristalline ci sono ben altri problemi.
Il tratto di litorale intorno a Sfax è il più vicino all’isola di Lampedusa: da qui negli ultimi anni decine di migliaia di disperati hanno tentato la traversata verso l’Italia, affrontando una rotta considerata tra le più pericolose al mondo. Tuttavia, da quando il controllo delle frontiere è diventato più duro, il numero dei viaggi è fortemente diminuito: due anni fa, infatti, Italia e Tunisia hanno stretto un accordo per contrastare l’immigrazione irregolare.
«Il nostro presidente ha il consenso popolare perché usa il populismo» commenta la guida con una smorfia, «non a caso è amico della Meloni, che è stata qui a Cartagine con belle foto souvenir. Ora anche noi abbiamo adottato politiche migratorie: il rafforzamanto della guardia costiera e la lotta ai trafficanti».
Nell’ambito del cosiddetto Piano Mattei, l’Italia si è impegnata inoltre a concedere permessi di soggiorno ai lavoratori tunisini e a investire denaro per affrontare le cause economiche della migrazione.

«Ora molti subsahariani» continua Nacer, «entrano da Algeria e Libia e passano tempo nelle foreste a Sfax. È un problema anche per i proprietari degli uliveti: a ottobre stava per iniziare la raccolta e c’erano migliaia di persone tra gli alberi. Allora gli è stata offerta la scelta del rimpatrio volontario, mentre altri sono a Tunisi nei centri, voilà.» Secondo molti osservatori, nella gestione tunisina delle frontiere si stanno usando metodi repressivi e commettendo numerose violazioni dei diritti umani.

Ma non è l’unica criticità da queste parti. «Le fabbriche chimiche in Tunisia trattano principalmante il fosfato» dice il professore, «che viene trasformato in prodotti per l’agricoltura presso gli stabilimenti di Sfax. Col vento l’odore si percepisce anche da lontano. La presenza di queste industrie ha avuto un forte impatto sull’ambiente anche nel Golfo di Gabès, noto per la sua ricchezza di pesce e per la foresta di posidonia, perché parte dei rifiuti industriali finisce nell’acqua. Gabès, città a vocazione agricola turistica, ha visto così compromessa la propria immagine. C’è stato un forte movimanto di contestazione e scioperi generali per chiedere di trovare soluzioni e rispettare i diritti dei cittadini a una vita sana».

L’Università di Sousse

Risalendo la costa verso nord si incontra la zona litoranea più turistica del Paese. La medina di Sousse è molto affollata il primo gennaio, visto che in Tunisia è un giorno festivo. A differenza di altre medine visitate, ha un’aria più occidentale, pur conservando i vicoli stretti e tortuosi e il classico suq. Oltre alla Grande Moschea, dall’aspetto quasi militare, uno dei monumenti principali è il Ribat, la fortezza-monastero simbolo della città: salendo i gradini di pietra fino alla cima della torre di guardia, si gode un panorama che spazia fino al Mediterraneo. Alloggiamo nel quartiere della corniche nord, tra hotel e pensioni di varie categorie, ristoranti e caffè rivolti ai turisti, insolitamente tranquilli in questa stagione.

Sousse inoltre è la sede di una delle università più grandi del Paese. Nacer ci spiega che per iscriversi è indispensabile il baccalauréat, il diploma liceale che si sostiene al termine del settimo e ultimo anno di scuola secondaria.
«L’esame dura una settimana intera», racconta il professore con la foga di chi quell’ambiente lo conosce bene, «e la preparazione è così importante che nel mese di giugno non si parla d’altro. La percentuale di promossi non ha mai superato il cinquanta per cento, a differenza della Francia dove arriva al novanta.» A proposito di giovani, secondo la nostra guida la realtà è amara: «In Tunisia il processo di invecchiamanto è già iniziato e diventa preoccupante. Dopo cinquant’anni di politica di pianificazione familiare, il tasso di fecondità è sceso a 1,7: siamo diventati uno dei Paesi più vecchi dell’Africa».

Cap Bon, il giardino della Tunisia

E infine, ecco il Cap Bon. «Il giardino della Tunisia», dichiara il professore guardando i campi che scorrono oltre il vetro. «Qui si coltivano agrumi, in particolare arance destinate all’esportazione, e la campagna circostante è molto produttiva. La zona ha ispirato artisti e scrittori come Gide, Paul Klee, Flaubert, e ha ospitato personalità politiche.»
Mentre entriamo ad Hammamet, infatti, intravediamo la villa di Craxi, ancora in possesso della famiglia, mentre la sua semplice tomba è ben visibile sotto le mura della medina.
«Questa è la città più turistica, balneare, d’estate è pienissima, anche perché è vicina a Tunisi», aggiunge Nacer. «D’inverno, invece, è molto più tranquilla, quasi dormiente, voilà». Il centro storico è bianco e blu, molto grazioso nonostante il vento criminale che agita le palme.
Lungo la costa orientale di questa penisola si trovano i siti archeologici di Pupput, Neapolis e Kerkouane, non previsti nel nostro tour: essi sono al centro di un programma di cooperazione recentemente avviato dai ministri della cultura italiano e tunisino, sempre nella cornice del Piano Mattei per l’Africa. Le ultime due tappe prima del ritorno alla capitale sono la fortezza di Kelibia – dall’alto della quale si può vedere l’isola di Pantelleria – e le suggestive grotte di Haouaria.
«Grotte puniche non naturali» puntualizza Nacer «perché le hanno fatte i cartaginesi più di duemila anni fa per estrarre le pietre necessarie alle loro costruzioni».

«Il tour ha coperto una gran parte del territorio: i siti archeologici romani; il deserto roccioso, salato e sabbioso; le oasi di montagna e sahariane; le case trogloditiche…» sono le parole con cui Nacer sta avviando il suo discorso di congedo. «Spero che torniate in Italia con bei ricordi. Un viaggio è una lezione di vita, che deve veramante servire per aggiustare la propria visione del mondo e dell’umanità. Anche se siamo vicini, apparteniamo a due culture diverse, ma questa diversità non deve essere un motivo per allontanarci. Antoine de Saint-Exupery dice nel romanzo Terre des hommes: “Se sei differente da me, fratello, anziché nuocermi mi arricchisci”. Tutti i viaggi, tutte le esperienze che uno fa devono essere un’occasione per arricchirsi. Se mai avessi sbagliato, vi prego di scusarmi. Ecco. Voilà.» 


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