In viaggio con Nacer
«Tunisi era ancora una città di secondo piano quando la dinastia degli Almohadi, proveniente dal Marocco, nel 1159 la scelse come capitale dell’Ifriqiya.»
Nacer, questo elegante ex professore riconvertito in guida turistica, ci sta illustrando la storia della medina, l’antico nucleo della capitale.
«A renderla prospera furono poi gli Hafsidi, che la svilupparono e ampliarono. Dietro ogni edificio si nasconde un vero capolavoro architettonico. Ogni volta che vi entro, mi immergo completamente nella sua atmosfera. Oggi è stata riscoperta dai giovani, che frequentano i salons de thé o fanno della musica e si respira un’aria di libertà. Trenta o quarant’anni fa invece, je me souviens bien, si stava spopolando dei suoi abitanti originari: i contadini che arrivavano in città occupavano queste belle case, spesso senza poterle mantenere. Dal 1979, grazie al riconoscimento UNESCO, ci sono stati importanti sforzi da parte dello Stato e della cooperazione internazionale, inoltre molti privati acquistano e restaurano gli edifici, trasformandoli in alberghi e strutture ricettive. Ecco, voilà, il futuro della medina di Tunisi è promettente.»


Il promettente futuro di Tunisi
Mi inoltro nel labirinto di stradine strette e tortuose, passeggio per il mercato organizzato per mestieri, scambio qualche battuta estemporanea con i venditori, sbircio nel cortile della Moschea Zitouna, ammiro fontane, piastrelle colorate, decorazioni in stucco e legno scolpito.
Nel centro di Tunisi si incontra una certa animazione, ma nulla ci segnala che è il 24 dicembre, tranne una ragazza vestita da Babbo Natale che corre sui pattini. L’unica chiesa cattolica attiva nella capitale è la Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli, ma la cosa non deve stupire, visto che siamo in uno dei Paesi con meno cristiani al mondo. L’ingresso è transennato e per entrare bisogna sottoporsi ai controlli di sicurezza. All’interno ci sono pochi fedeli; una statuetta di Gesù bambino è abbandonata sui banchi di legno pronta per occupare il posto d’onore nella leggendaria mangiatoia.
Consumo un ottimo couscous al pesce in un ristorante stracolmo di gente che fuma, dove l’aria è irrespirabile. Anche qui, come pure in hotel, un guardiano munito di metal detector staziona presso la porta.




Il Museo del Bardo, uno dei più prestigiosi di tutto il Mediterraneo, è ospitato in un meraviglioso palazzo che è stato la residenza dei Bey di Tunisi durante il periodo ottomano. Percorrendo le sue sale restaurate, il visitatore è invitato a ripercorrere la storia della Tunisia dalla preistoria fino all’epoca arabo-musulmana. In particolare, sarà colpito da quella che viene considerata la più grande collezione di mosaici romani al mondo (in realtà, se la gioca con il bellissimo museo Zeugma di Gaziantep, in Turchia).
Una grande targa nell’atrio ricorda i nomi delle vittime dell’attentato del 18 marzo 2015. Quel giorno due terroristi armati giunti nei pressi del Parlamento tunisino aprirono il fuoco contro un autobus di turisti appena arrivati per visitare l’adiacente museo; poi inseguirono i visitatori all’interno, sparando nelle sale. Oltre ai due attentatori, uccisi dalle forze speciali, persero la vita 21 turisti di diverse nazionalità e un agente di sicurezza tunisino; decine i feriti.
Gli autori del massacro erano cittadini tunisini radicalizzati e addestrati all’estero, probabilmente in Libia, dove circolavano armi e combattenti. L’attentato fu rivendicato dall’ISIS, che intendeva danneggiare il turismo e destabilizzare la Tunisia, colpendo il modello di transizione democratica che il Paese aveva avviato.




«Nel 2011» spiega Nacer, «la cosiddetta Rivoluzione del Gelsomino, che inaugurò la Primavera araba, aveva decretato la fine del regno di Ben Ali. Il poco democratico ex presidente, al potere dal 1987, prese l’aereo e andò in Arabia Saudita, dove in seguito morì. Allora il popolo prese in mano il proprio destino. Approfittando del vuoto di controllo, tornarono in patria tutti gli oppositori, compresi gli estremisti islamici.»
Alle elezioni del 2011, il partito islamista Ennahda prese quasi il 40% dei voti. «I tunisini» commenta l’ex professore «delle volte hanno una forma di stupidità o,voilà, immaturità politica: avevano la falsa convinzione che, siccome sono dei religiosi, avrebbero temuto Dio e fatto del bene, non sarebbero stati corrotti e tutto il resto.»
Per fortuna non sono riusciti a cancellare diritti garantiti da decenni come il divorzio, l’aborto e il divieto di poligamia, anche grazie a una combattiva opposizione. «Da allora il consenso elettorale per gli estremisti man mano è diminuito, e adesso gli islamisti non hanno più molta voce in capitolo.» Inoltre, come abbiamo visto, dopo l’attentato al Bardo lo Stato ha rafforzato la sicurezza, soprattutto nei siti culturali e turistici, e la Tunisia ha riaffermato il suo rifiuto del terrorismo. Oggi, a distanza di dieci anni, il turismo è in crescita costante.

Il caffè delle delizie di Sidi Bou Said
Sidi Bou Said è un villaggio situato a nord-est della capitale, famoso per il suo caratteristico stile architettonico: case bianche con porte e finestre azzurre, vicoli lastricati e fioriti, terrazze panoramiche che offrono una vista spettacolare sulla baia di Tunisi.
Qui, secondo qualcuno, si percepirebbe ancora l’atmosfera di un borgo mediterraneo autentico, ma probabilmente chi lo afferma non ci è venuto durante le vacanze invernali, al tramonto, nel momento in cui – tra l’altro – frotte di crocieristi sono sguinzagliate tra i vicoli e le terrazze della cittadina. La folla si accalca nelle strade in salita, ma anche presso i negozi di bambalouni fritti e, naturalmente, nel Café Sidi Chabaane, ribattezzato “Café des Délices” dal cantante e attore francese Patrick Bruel in un suo brano di qualche anno fa.
Omar ha una bancarella nella zona del parcheggio e mi offre uno sgabello per riposarmi; quando mi siedo, si affretta a dirmi che con questo presidente il Paese è sicuro. «Ti giuro, ti giuro, Tunisia non ce l’ha terrorismo! Dopo la primavera araba arriva Fratelli Musulmani. Loro terroristi ma ora tutti in galera. Tunisia belisima e sicura… Ti giuro!»




In effetti, quando l’attuale presidente Kaïs Saïed è stato eletto, nel 2019, sembrava una brava persona. Aveva però ben poco potere, poiché la Tunisia aveva introdotto un sistema semi-presidenziale che limitava fortemente il margine d’azione del capo dello Stato. Nel 2021 ha sciolto il parlamento (che era diventato, ci ha detto Nacer, estremamente inefficiente) e si è attribuito unilateralmente pieni poteri costituzionali (decisione accolta con entusiasmo dalla popolazione, che non sapeva cosa la aspettava). Non pago, nel 2022 ha sospeso la Costituzione del 2014 e ne ha fatta adottare – tramite un contestato referendum – una nuova, caratterizzata da un forte esecutivo.
Alle elezioni parlamentari del 2022-2023, ha votato solo l’11,22% degli aventi diritto, accogliendo l’invito al boicottaggio lanciato da buona parte dei partiti d’opposizione (sembra quasi la trama del Saggio sulla lucidità di Saramago). Secondo la nuova legge elettorale, inoltre, non era consentito ai candidati di presentarsi affiliati ad un partito. A scanso di equivoci, i leader dei due principali partiti critici nei confronti del presidente (compreso Ennahda) sono stati messi agli arresti – senza contare le centinaia di giornalisti, blogger, avvocati e semplici cittadini che sono in carcere per reati d’opinione.
Considerato da molti un autocrate, il presidente è stato rieletto nel 2024 per un secondo mandato tramite un’elezione descritta come non del tutto limpida. Infine, ci informa Nacer, «ha sciolto tutte le municipalità, l’equivalente dei vostri comuni, creando disordine a tutti i livelli. In nome dell’anti-islamismo sta cancellando la democrazia. Per fortuna non ha più di due mandati: nel 2029 va via.» Mi fa tenerezza il fiducioso ottimismo di quest’uomo.

Carthago delenda est
A partire dal XII secolo a.C., nell’attuale Tunisia arrivarono i Fenici. Secondo la leggenda fu Didone, la regina Elissa, a fondare Cartagine, dando origine a una civiltà destinata a dominare il Mediterraneo per quasi sette secoli. La città diventò un potente centro commerciale e militare, fino a scontrarsi con Roma nelle tre guerre puniche.
«Dopo la prima guerra, nel 218 a.C.» chiarisce Nacer, «Cartagine tornò ad attaccare Roma sotto la guida di Annibale, che condusse campagne straordinarie fino alla sconfitta definitiva nel 202 a.C., nella battaglia di Zama, non lontano da qui. Proprio in questa zona recenti scavi condotti in una collaborazione tra archeologi tunisini e italiani hanno portato alla luce testimonianze della guerra punica: alcuni reperti quest’anno sono stati esposti al Colosseo di Roma.»
Visto che fu distrutta dopo la terza guerra punica, della vecchia Cartagine non è rimasto granché: alcune tracce di mura, fondazioni e case (soprattutto sulla collina di Byrsa), diverse necropoli sparse in varie zone della città e il famoso porto militare perfettamente circolare.


Accanto ad esso sorge il Tophet, il luogo più rilevante del sito. «Non so se avete letto il romanzo di Flaubert, Salammbô» esordisce Nacer davanti alle stele votive di questo santuario a cielo aperto. «Lui aveva avuto tanti problemi con il suo capolavoro Madame Bovary perché era stato condannato per aver attenté ai valori di pudore, e questo l’ha spinto a un certo momento di abbandonare questi temi e di scrivere romanzi storici. Così nel 1852 ha deciso di dedicare un romanzo a Salambò, la figlia di Amilcare Barca. Per la sua volontà di essere réaliste ha passato un soggiorno a Cartagine e studiato molti dettagli, che delle volte sono leggende. Parla molto della guerra dei mercenari.» La guida si riferisce al conflitto nel quale le milizie mercenarie che si erano ribellate dopo la prima guerra punica, furono distrutte dalle truppe regolari cartaginesi.
«C’è soprattutto un episodio del massacro dei bambini» prosegue tornando al libro di Flaubert «in cui racconta come Annibale è stato salvato. Perché Annibale, un bambino di una famiglia aristocratica, doveva essere sacrificato, ma Hamilcar non voleva perdere suo figlio, allora l’ha sostituito con il bambino di uno schiavo. La scena è che c’è il giudice che partiva e dietro Hamilcar che teneva il figlio dello schiavo. Dietro di loro lo schiavo implorava Hamilcar, allora il giudice ha chiesto: “Ma cosa vuole questo?” “Non tenetene conto, è un pazzo”, gli hanno risposto, e così Hannibal è stato salvato. Quindi Flaubert è partito dall’idea che i cartaginesi sgozzavano i bambini, ma la polemica rimane ancora.»
Nacer intende dire che nel Tophet sono state ritrovate urne contenenti resti di bambini, ma non sappiamo con certezza se si trattasse di sacrifici rituali oppure di sepolture legate all’alta mortalità infantile dell’epoca. In ogni caso, su Google Maps il Tophet si chiama “Salammbo sacrificial structure”; poco lontano sorgono il parc Salammbo e la plage Salammbo. Lungo la costa invece hanno dedicato una spiaggia ad Amilcare e una ad Annibale.

La Tunisia romana
Sotto il dominio romano il territorio dell’attuale Tunisia fu profondamente trasformato: divenne il granaio dell’impero, si svilupparono grandi opere idrauliche e nacquero città ricche e prospere. Le loro rovine, incredibilmente ben conservate, sono disseminate in tutta la Tunisia. Vista la mia totale incompetenza, sono molto contenta di affidarmi a Nacer, il mio Virgilio.
Per quanto riguarda la Cartagine romana, spiccano le monumentali Terme di Antonino, situate vicino al mare: oggi ne rimangono solo le fondamenta poiché prima le distrussero i vandali e poi gli arabi riutilizzarono le macerie per costruire Tunisi. Bulla Regia sorprende per le sue domus scavate nel terreno — una soluzione architettonica per sfuggire al caldo estivo, con piani sotterranei decorati da mosaici ancora visibili. Thugga è forse il sito più spettacolare: ha conservato quasi intatto il suo tessuto urbano, con il Capitolium che domina la città, il teatro affacciato sulla campagna e le terme. Lo visitiamo quasi in solitudine, al tramonto, scarpinando parecchio.




A Sufetula, più a sud, si trova il foro meglio conservato del Paese, con un Campidoglio costituito da tre templi affiancati e un gran numero di basiliche paleocristiane con fonti battesimali adorni di mosaici.
Il fiore all’occhiello del turismo tunisino è El Jem grazie al suo anfiteatro monumentale – il terzo più grande dopo il Colosseo di Roma e quello di Capua. Thysdrus, come si chiamava un tempo, era una città molto ricca grazie all’olio d’oliva, esportato in tutto l’Impero. «I tunisini hanno l’olio d’oliva nell’anima» commenta Nacer mentre entriamo. «Quest’anno ne abbiamo prodotte 500 mila tonnellate, mai così tante prima d’ora». Il “colosseo” di El Jem poteva ospitare circa 35.000 spettatori ed era destinato a spettacoli pubblici per far divertire la plebe. «Queste due aperture servivano per far entrare le bestie selvatiche» spiega Nacer, «utilizzate nei giochi o gare sia contro i gladiatori professionisti sia contro gli schiavi che volevano mettersi alla prova per ottenere la libertà. Da questa parte potete scendere giù. Una parte dei gradini è stata restaurata, infatti oggi l’anfiteatro viene utilizzato anche per eventi culturali: ad esempio nel mese di agosto ospita il Festival di Musica Sinfonica.»




LA MANO DI FATIMA
Una piacevole pausa tra tutti questi ruderi romani è rappresentata da Testour, un villaggio che porta ancora forti tracce andaluse, annunciato da un notevole monumento a forma di ramo da cui pendono due melagrane. «La storia dietro a questo luogo è molto interessante» dichiara Nacer. «Sappiamo che la caduta di Granada avvenne nel 1492, ma la presenza araba in Spagna era cominciata sette secoli prima. Durante tutto questo periodo ci fu una forte… volià… rivalità con la Chiesa cristiana, che voleva riconquistare il territorio e ristabilire il cristianesimo. La prima ondata di migrazione dei Mori, les Maures, segnò l’arrivo dei primi Andalusi in Nordafrica. Dopo la caduta di Granada, musulmani ed ebrei che erano rimasti in Spagna dovettero scegliere se convertirsi o accettare l’esilio: molti continuarono a praticare la loro fede di nascosto.»
A questo proposito il professore ci consiglia di leggere il romanzo La mano di Fatima dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones. «Comunque» dice riprendendo il filo del discorso, «nel 1602, il re di Spagna Filippo III decise di cacciare definitivamente i musulmani convertiti. Questa ultima ondata di migrazione coinvolse circa 60.000 persone, che furono accolte qui a braccia aperte. Il Bey di Tunisi, consapevole delle loro abilità nell’agricoltura e nell’artigianato, li distribuì tra Tunisi, Cap Bon e altre zone lungo i principali fiumi, creando villaggi come Testour. Ancora oggi si può notare il minareto andaluso con il curioso orologio che funziona al contrario».
Il centro storico è molto grazioso: è venerdì e anche la moschea è piena; sulla via principale molte bancarelle vendono formaggi. La piazza quadrata mi sembra identica a quella di Santa Gertrudis de Fruitera, a Ibiza.




Tozeur: oasi e guerre stellari
Ciò che colpisce subito di Tozeur è l’architettura tradizionale, caratterizzata da motivi geometrici intagliati nei mattoni, che si ritrova praticamente ovunque: nella piccola medina – con i suoi vicoli stretti, i cortili interni e le porte decorate dai colori sgargianti – e anche nella città nuova. Ci troviamo al sud della Tunisia, ai margini del Sahara: intorno all’abitato si estendono vastissimi palmeti.
Pure Tozeur ebbe il suo periodo romano, ma non ha lasciato molte tracce. «Fondamentalmante» chiosa Nacer, «per secoli è rimasta una città di passaggio per le grandi carovane, finché nel XIX secolo diventò predominante la produzione dei datteri, in particolare i rinomati Deglet Nour». Siamo alla fine del periodo della raccolta e il mercato ne è inondato: questi frutti sono in vendita praticamente ovunque. Insieme alle onnipresenti arance, vengono proposti in grandi quantità in tutti i buffet degli alberghi del sud, luoghi giganteschi e affollatissimi che dimostrano quanto si stia sviluppando il turismo sahariano.




Tozeur è la base ideale per visitare le oasi di montagna. Partiamo molto presto per Chebika, in un fitto nebbione. Quando le jeep raggiungono la cosiddetta “Perla del deserto”, il sole basso illumina sapientemente la roccia gialla e il percorso turistico è ancora poco frequentato. Ci inoltriamo sul sentiero scosceso diretti a una cascatella incorniciata da rigogliosi palmeti: il luogo comincia ad affollarsi, le bancarelle occupano tutto lo spazio possibile, i selfie e le foto di gruppo abbondano, musica techno proviene da una potente cassa portatile.
Nell’oasi di Tamaghza, famosa per la sua “grande cascata”, mi viene offerto un tè alle erbe di montagna, amarissimo, da un venditore che mostra di apprezzare il mio sorriso. Poco lontano c’è anche l’antico villaggio omonimo, abbandonato dopo la violenta alluvione del 1969, che osserviamo dalla terrazza di uno stupendo hotel de charme.
Ormai giunti a ridosso del confine con l’Algeria, attraversiamo un ennesimo rigoglioso palmeto e giungiamo all’antica Midès: qui è presente un punto panoramico affacciato su un profondo canyon. Anche la vecchia Midès fu abbandonata per le stesse ragioni degli altri “villaggi fantasma” della zona. Alcune scene del film Il paziente inglese furono girate in questo suggestivo paesaggio desertico.




La seconda parte della gita odierna presenta un interesse ancora maggiore per i cinefili. Aggirata la depressione salata (chott) di el-Gharsa, percorriamo a grande velocità una pista fuoristrada e giungiamo al sito di Ong Jmal, dove sono state girate altre scene del già citato film di Anthony Minghella. Ci arrampichiamo su una maestosa roccia a forma di cammello insieme a decine di altri turisti, mentre alcuni bambini pretendono soldi per fotografare le volpi del deserto spelacchiate che tengono in braccio.
Poi, con un breve percorso sulle dune, ci rechiamo presso uno dei set di Star Wars, salvato dall’avanzata della sabbia del deserto che altrimenti lo avrebbe facilmente ricoperto. Non essendo appassionata della saga, mi sono dovuta informare: Mos Espa è uno spazioporto immaginario, ispirato dall’architettura locale, situato sul pianeta di Tatooine. Nel film è la città natale di Anakin Skywalker (il futuro Darth Vader), che vive come schiavo insieme a sua madre, ma poi a quanto pare viene liberato. Correggetemi se sbaglio.



Chott e datteri
Eee per un istante… ritorna… la voglia di vivereee… ad un’altra velocitààà, canticchio al sorgere del sole davanti a un palmeto che si specchia nell’acqua della piscina. Il cielo è tutto arancione.
Lasciamo Tozeur per dirigerci verso il Chott el Djerid, uno dei più grandi laghi salati del Nord Africa. Se in passato rappresentava un ostacolo naturale per gli spostamenti e le campagne militari, oggi è attraversato da una strada rialzata che percorriamo comodamente per raggiungere Douz. In estate le temperature possono superare i 50 °C, ma adesso fa piuttosto freddo, inoltre è uno dei pochi momenti dell’anno in cui è presente dell’acqua. Il paesaggio è piatto e abbagliante, uno spettacolo molto bello pure senza miraggi.




Prima di arrivare a Kèbili, facciamo una piccola deviazione per raggiungere una misteriosa struttura in cemento quasi del tutto avvolta da una densa nube. La guida spiega che tutte queste oasi che circondano il lago devono la loro esistenza alle falde sotterranee: un tempo erano naturali, ma ora – in seguito al progressivo esaurimento delle acque fossili – si ricorre alla perforazione artesiana, scavando a profondità che possono superare i mille metri. Questa costruzione non è altro che un sistema di raffreddamento dell’acqua fossile, attorniata dal vapore prodotto dall’acqua bollente. Il pozzo, infatti, scavato nel 2000 a 600 metri di profondità, contiene acqua a circa 70°C: percorrendo un complesso sistema labirintico, la temperatura viene ridotta di circa 20°C, così – una volta raggiunto il palmeto – può irrigare le piante a temperature più miti. In inverno, a quanto pare, alcune persone approfittano di questa acqua calda per fare il bagno.




Siamo a sud del lago salato, a due passi dal deserto del Sahara. «Qui non vediamo palmeti tradizionali, ma artificiali, creati dall’uomo» annuncia Nacer. «Tutti questi piccoli villaggi che attraversiamo sono considerati centri di insediamanto di tribù nomadi di un tempo che si sono sedentarizzati dalla coltura dei datteri, fonte di lavoro e ricchezza economica per la zona. La Tunisia è tra i maggiori produttori ed esportatori.»
Poi ci spiega nei dettagli come funziona il ciclo produttivo, dalla fine di febbraio – quando bisogna impollinare manualmente i grappoli femmina – all’autunno, quando inizia la raccolta, «un lavoro intenso che richiede molta manodopera. La raccolta è una festa per la gente perché, voilà, dopo sforzi di mesi e mesi si può usufruire del frutto. Adesso, finita la raccolta, c’è la potatura: bisogna togliere i rami secchi e preparare il tronco. Non c’è riposo.»
A questo punto ci fermiamo nell’area turistica di Douz, da dove si può fare l’esperienza del deserto di dune (a piedi, in dromedario oppure, purtroppo, in quad).

I granai dei Berberi
Arriviamo all’ora del tramonto a Matmata, quando il sole rende biscottato il paesaggio arido e roccioso, colorando di un color ocra più intenso le colline spoglie. Questo villaggio a sud della Tunisia è famoso soprattutto per le sue abitazioni trogloditiche berbere, scavate direttamente nel terreno intorno a un cortile circolare profondo anche dieci metri. Le stanze sono costruite così per motivi climatici, infatti all’interno la temperatura resta relativamente stabile tutto l’anno. Ulteriori vani, utilizzati come magazzini, sono raggiungibili tramite una corda e dei gradini ricavati nel muro.
Una di queste era la casa di Luke Skywalker su Tatooine. «Fino agli anni ’80 non c’era cemento, erano tutti buchi» dichiara Nacer: «è ciò che ha convinto George Lucas a venire a girare qui. L’hotel Sidi Driss di Matmata fu la prima struttura usata come quartier generale, nel 1974, ma ci sono molti altri siti. C’è anche un piccolo museo dedicato al film, un dinaro l’ingresso.»
La disastrosa alluvione del 1969 colpì anche queste zone, come gran parte del Paese: molte famiglie furono trasferite in un villaggio moderno, tuttavia alcune abitazioni tradizionali sono ancora abitate o usate come strutture turistiche. Dormiamo in un hotel gigantesco e frequentatissimo, che riproduce questo tipo di residenze, con alcune parti del mobilio ricavate direttamente nelle pareti intonacate.




Le abitazioni rupestri non si trovano solo a Matmata, ma in tutto il Jebel Dahar, l’arido massiccio alle cui pendici stanno arroccati numerosi villaggi berberi che esploreremo durante la giornata: tutti luoghi che hanno ispirato la saga di Guerre stellari.
A Toujane arriviamo presto, quando alcuni abitanti, ben coperti, stanno cominciando ad accendere i fuochi per cucinare o preparare il caffè. Facciamo una rinvigorente passeggiata sulla strada panoramica, osservando le tipiche case in pietra e fango, alcune delle quali parzialmente scavate nella roccia. Dei bambini giocano, gli ovini sono nei recinti, alcune bancarelle espongono miele e tappeti.
Nacer ci comunica che un tempo il nomadismo era molto diffuso da queste parti, ma siccome i nomadi non erano facili da controllare, i francesi durante il protettorato hanno incoraggiato la loro sedentarizzazione.
In realtà ancora oggi molti abitanti della regione sono seminomadi, ossia si spostano secondo le stagioni: «In autunno, dopo le prime piogge, partono per la pianura della Gefara, nei terreni ereditati dagli antenati, mentre i bambini rimangono per andare a scuola. I genitori vanno in auto, o noleggiano un mezzo di trasporto con le tende e tutto ciò che gli serve, comprese le loro pecore e capre. Laggiù devono arare i terreni, seminare l’orzo eccetera; a fine dicembre tornano a casa. A febbraio-marzo ripartono per la tosatura dei montoni; se è piovuto, il deserto è pieno d’erba e gli animali pascolano. Ad aprile tornano a casa, e tra maggio e giugno riscendono in pianura per tagliare l’orzo (tutto verde, bellissimo). A metà giugno smontano e tornano per passare i quattro mesi estivi a casa, al riparo dal caldo.»




«I nomadi, secoli fa» continua Nacer mentre compiamo un altro tratto di strada, «partivano in carovane, una tribù intera, e dovevano caricare tutti i loro averi: grano orzo datteri pane olio d’oliva. Ma a quel tempo c’era il nomadismo guerriero, che compiva razzie. Voilà! Non facevano altro che dare l’assalto alle tribù nomadi che incontravano per rubargli i loro averi. Allora i nomadi hanno pensato di mettere al riparo i loro beni in un posto sicuro e continuare senza mai compromettere i loro spostamenti, quindi hanno costruito i ksour. Questi granai collettivi hanno soddisfatto dei bisogni vitali del tempo, dal XIII fino al XVI-XVII secolo. I beni venivano custoditi da membri della tribù armati che a turno proteggevano il granaio da un eventuale assalto, mentre gli altri membri della tribù continuavano i loro spostamanti. Per tribù grandi un ksar non bastava, per cui ne costruivano tanti.»
Dopo una quarantina di minuti arriviamo a Ksar Hallouf, che sorge in una zona leggermente sopraelevata ed è in gran parte abbandonato. «I ksour come questo sono color della terra» precisa Nacer, «così da mimetizzarsi con il paesaggio; sono strutture chiuse con una sola porta d’ingresso, formate da camerette sovrapposte. Oggi molti sono autentici come questi, ma non più utilizzati come granai.» Mentre ci godiamo questa location in totale solitudine, arriva una folta comitiva di motociclisti italiani che appestano l’aria e contemporaneamente ci assordano.




Ho letto da qualche parte che intorno alla città di Tataouine esiste una “via degli ksour”, paragonabile alla “via delle kasbah” nel Marocco meridionale: secondo lo scrivente lo ksar meglio conservato e più attraente si trova a Chenini. Nel villaggio (evidentemente compreso in tutti gli itinerari turistici), su una placca composta da piastrelle colorate troviamo scritto in molte lingue, tra cui un italiano piuttosto approssimativo: “È il più berbero dei villaggi, ed è anche il più visitato. Le case col tetto formato da ksour si confondono con le pareti della montagna con la sua moschea tutta bianca, offre un bel panorama. Bisogna fare una visita alla moschea sotterranea, alla tomba dei Sette Dormenti, all’oleificio primitivo e al panificio trogloditico”. Affrontando i ripidi sentieri e schivando i numerosi negozi di artigianato locale, si raggiungono delle belle terrazze panoramiche.
L’ultimo villaggio berbero si chiama Douiret ed è situato su un altopiano roccioso: una posizione strategica che offre una vista sulla valle e sui monti circostanti, particolarmente affascinante al tramonto. Oggi è in parte abbandonato, ma alcune famiglie mantengono viva la tradizione, come questi ragazzi che hanno dato vita a un hotel. Infatti, anche se alcune case rupestri della regione sono state dotate di elettricità e acqua corrente, la maggior parte delle famiglie si è trasferita in città, in nuovi condomini che a volte sono freddi d’inverno e richiedono aria condizionata d’estate, ma in cambio sono fornite di fornelli elettrici, lavatrici e altri comfort moderni.




Tataouine è il capoluogo del governatorato più grande e spopolato della Tunisia, nonché la città più meridionale del Paese. Nacer racconta che «i turisti francesi non vedono l’ora di fotografare il cartello con il nome di Tataouine. Per loro infatti “ti mando a Tataouine” equivale a dire “ti mando all’inferno”, perché qui c’era il centro dei bataillons disciplinaires dell’Africa, che serviva da prigione per i soldati francesi. I più duri venivano mandati qui per subire le pene peggiori, tipo spaccare le pietre sotto il sole d’estate. Questi battaglioni dell’esercito di terra, molto temuti, furono istituiti dopo l’occupazione dell’Algeria ed erano usati per far fronte alle rivolte delle tribù berbere anche in Marocco e Tunisia. C’è una famosa canzone, dal livello linguistico molto basso, che cantavano camminando per venire a Tataouine. Faceva così: “Esiste in terra africana un battaglione i cui soldati sono dei tipi che non hanno fortuna, ce ne infischiamo, zaino sul dorso, nella polvere da Gafsa a Médenine…” L’omosessualità era molto diffusa.»
In città c’è un mercato molto vivace: essendomi dedicata a fotografare gli interessanti personaggi che ho incontrato, non ho avuto il tempo di assaggiare le “corna di gazzella”, il dolce che, secondo Nacer, «fa la fama di Tataouine».




LA LIBIA, UN PAESE SPRECATO
Mentre ci rimettiamo in marcia, a un certo punto la guida ci chiede se abbiamo fatto caso alle rivendite illegali di benzina, così numerose qui nel sud-est: «I camion grandi hanno il doppio serbatoio, lo riempiono di benzina e lo svuotano qui. Costa pochissimo e la gente che la porta, libici e tunisini, stanno guadagnando tantissimo. Ora in effetti c’è più controllo, per cui il prezzo è aumentato: un barile costa 50 dinari, prima 20 dinari. Il margine di guadagno è comunque molto alto. Però si chiude un occhio…» commenta con disappunto.
Poi ci illustra la situazione politica attuale in Libia: «Da una parte ci sono gli Emirati con il generale Haftar in possesso della parte est (Cirenaica, Bengasi), mentre l’ovest, qui vicino, è nelle mani di un governo pro-turco guidato dai Fratelli Musulmani e sostenuto dal Qatar. Anche a Tripoli non è sempre tranquillo, ogni tanto si spara: quando ci sono scontri, i confini vengono chiusi dalle autorità tunisine. A Est invece la situazione è più stabile. Il Paese è quasi diviso in due. Prima, con Gheddafi, era unita, c’era sicurezza. Io ho girato tutto il territorio con la mia macchina, ma ora non si può più: da 10 anni non ho più messo piede in Libia. Invece i libici arrivano molto in Tunisia, dappertutto, perché soffrono. Povera popolazione! Uno dei paesi più ricchi del Nord Africa…»
Racconto a Nacer che sono rimasta molto sorpresa ieri sera, vedendo su un canale satellitare una pubblicità del turismo in Libia, che ho visitato circa vent’anni fa. «Turisticamente, la Libia è molto ricca» risponde. «Ghadames è favolosa, il deserto sontuoso, grotte preistoriche, rovine archeologiche romane e greche, il patrimonio architettonico fascista che non trovano più a Roma…. cose che in Tunisia non ci sono… Ma il turismo non è mai stato sviluppato, Gheddafi non ha fatto niente per il suo Paese. In 20 anni di governo potevano diventare come gli Emirati, che non hanno niente se non il petrolio. La Libia ha molto di più, ma non c’è né educazione né sanità: un Paese sprecato.»

Qayrawan, la città santa
«Abbiamo dato l’addio senza ritorno a un anno consumato, il 2025, come tutti gli altri anni» ci accoglie la nostra guida la mattina di Capodanno, «un anno che sul piano politico, umanitario e climatico non ha dato molte soddisfazioni. Ciò che oggi ci dà da sperare sinceramante è che l’anno nuovo sia migliore per portare soprattutto pace. Ci sono popoli che stanno soffrendo, come gli ucraini e i palestinesi, privi di tutto, che vivono in questi campi tra freddo e malattie. Sarebbe auspicabile che i nostri politici smettessero di essere così hypocrites.
A livello individuale, ognuno di noi ha avuto soddisfazioni e delusioni, e spera che l’anno che comincia gli porti, voilà, più cose belle che brutte, piacevoli sorprese: è quello che spero e speriamo tutti.»
Fra un’ora arriveremo a Qayrawan, capoluogo di governatorato. «La sua fama» ci ragguaglia Nacer «è costituita dalla grande moschea: la sua presenza la fa la quarta città santa dell’Islam dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme. Gli Omayyadi, arrivando dall’Oriente, nel 670 d.C. hanno fatto di Qayrawan il loro quartiere generale, ponendo le prime basi della moschea. Hanno scelto questa città a metà strada tra la costa e la montagna dei Berberi e qui hanno fermato le carovane, per questo si chiama così: Kairouan. Fa parte dell’UNESCO perché è la prima base della presenza arabo-musulmana nella parte occidentale dell’impero, infatti da qui è iniziata la conquista di Algeria, Marocco e Spagna. Insomma, voilà, è stata un trampolino. A dire il vero» commenta poi, sconsolato, «l’unità del Maghreb non c’è mai stata: l’Algeria e il Marocco sono divisi, tra Tunisia e Libia ci sono stati sempre alti e bassi…»

Giunti a Qayrawan, per prima cosa visitiamo il Mausoleo di Sidi Abid el Ghariani, compagno e amico del Profeta, sepolto in questa città. «La zaouia è composta dalla sala dove c’è il sarcofago del santo con la cupola sopra, dalla sala per la preghiera e dalla scuola coranica. Fu fatto costruire nel XVIII secolo dal Bey: ognuno di loro cercava di lasciare la sua impronta. È simile alla moschea di Testour, con elementi architettonici che riflettono l’influenza andalusa, come abbiamo visto nel Bardo: stucco scolpito, cupole, pannelli di ceramica nelle pareti, giallo predominante, motivi geometrici o floreali…. è l’arte arabo-musulmana… Voilà.»
Nel frattempo ci siamo spostati nel cortile, di fronte alla stanza della tomba, dove non possiamo entrare. «Vi dicevo che questa è la sala del santone, sarcofago e tutto. Bisogna credere in questi discorsi, rivolgersi al nome o memoria del santone per chiedere favori, desideri… usanze adottate da genti contadine. Qayrawan è famosa per la lana dei tappeti: le ragazze avevano tutte un telaio e ogni ragazza doveva donare un tappeto al mausoleo per la ricerca di uno sposo o altro. E poi, fino a pochi anni fa, le persone venivano qui con il bambino e gli infermieri gli facevano la circoncisione. Ora è stato vietato dal ministero della salute: vengono qui, fanno la visita con il bambino vestito col copricapo e il resto, e poi vanno all’ospedale.»
Una volta entrati nella sala della preghiera, Nacer ci parla del Ministero degli affari religiosi, che decide a livello nazionale il tema della preghiera del venerdì: «In tutti i paesi arabi esiste questo Ministro, serve a calmierare lo spirito integralista… Se si lascia ognuno libero di dire quello che vuole come hanno fatto nel 2011… voilà! Ovviamante hanno dovuto controllare.»

Più tardi, nel grande cortile assolato della moschea di Qayrawan, Nacer prosegue la sua lezione: «L’architettura della grande moschea è molto massiccia, diversa dalle altre: così ne vedrete solo in Andalusia. La moschea che vediamo oggi infatti non risale al VII secolo. Il primo e il secondo livello del minareto furono costruiti dagli Aghlabidi, il terzo invece risale al XIV secolo – periodo degli Hafsidi, si riconosce dalla cupola. Nel XVIII furono aggiunte delle cose dallo stesso Bey che fece costruire il mausoleo. Dopo gli Omayyadi e gli Abbasidi, ogni Paese ha cominciato ad avere la propria dinastia: nel IX secolo questa era la capitale degli Aghlabidi, che conquistarono la Sicilia e realizzarono un capolavoro idraulico per risolvere il problema dell’approvvigionamento d’acqua: i bassins des Aghlabides, che abbiamo visto mentre entravamo in città. Questa è la regione più calda della Tunisia.»
All’interno della moschea si trova uno degli altari più antichi del Nord Africa, risalente al VII secolo, e una foresta di colonne di epoca romana e bizantina, distribuite in 17 navate. Nel cortile ci sono gli accessi alle cisterne sotterranee: il terreno è in discesa, così ogni goccia d’acqua piovana viene convogliata qui e filtrata, trattenendo tutti i corpi estranei e lasciando scendere solo l’acqua pulita.



UNA VIA TOLLERANTE
Nel tragitto verso la costa è il momento di approfondire insieme a Nacer un argomento che mi sta molto a cuore: il sufismo. «Va fatta una distinzione importante» attacca il professore: «Islam è la religione, mentre islamismo è un’altra cosa: c’entra dentro la politica, l’ideologia, il fanatismo odioso. Non si può in nome di una religione commettere quello che commettono questi fondamentalisti con lo scopo di arrivare al potere e avere il controllo.
Tutte le religioni sono una fonte di divisione. I musulmani sono divisi tra sciiti e sunniti: tutto il problema consiste nel possesso del potere dopo la morte di Maometto. I califat sunniti consideravano Abu Bakr per essere il successore del profeta, gli sciiti invece hanno proposto il nome di Ali, cugino e genero del profeta, marito della figlia Fatima. Tutta la differenza è lì: due compagni del profeta. La maggioranza ha confermato il nome di Abu Bakr.
Inoltre, per gli sciiti l’imam è una guida spirituale che decide a nome di tutti, che supera il presidente della repubblica, ossia la politica. Per i sunniti invece non c’è intermediario tra l’individuo e Dio: la guida è solo religiosa e facilita la comprensione della fede.»
E fin qui era la premessa, ora entriamo nel vivo: «Il sufismo è una tendenza esoterica mistica dell’Islam nata in Oriente tra il VII e l’VIII secolo d.C. Contribuì a diffonderlo in Tunisia Sidi Bou Said, il santo da cui prende il nome la cittadina che abbiamo visitato all’inizio del viaggio. Il sufismo consiste nella ricerca di una connessione diretta e intima con Dio attraverso canti, balli, meditazione e altre pratiche spirituali. Ad esempio i dervisci rotanti, les derviches tourneurs, spettacoli molto belli, i migliori provengono da Siria e Turchia. Oppure il dhikr, la pratica del ricordo di Allah attraverso la ripetizione di una formula, voilà.
Adesso i sufisti si organizzano in comunità, le tariche, le vie, ognuna con un maestro spirituale. Amore e bellezza non sono parole: comment dire… sono il principio di base dei sufi. Personalmente ammiro molto il sufismo perché sono tolleranti e poi cercano la bellezza della vita, la purezza, cercano un comportamento individuale giusto, invece i fondamentalisti islamici sono in guerra con i sufi, li considerano eretici e cercano di distruggere i mausolei che gli sono dedicati.»

Luci e ombre del Mare Nostrum
La costa mediterranea della Tunisia si estende per oltre 1.100 km ed è rinomata per le sue località balneari, ma al di là delle spiagge dorate e delle acque cristalline ci sono ben altri problemi.
Il tratto di litorale intorno a Sfax è il più vicino all’isola di Lampedusa: da qui negli ultimi anni decine di migliaia di disperati hanno tentato la traversata verso l’Italia, affrontando una rotta considerata tra le più pericolose al mondo. Tuttavia, da quando il controllo delle frontiere è diventato più duro, il numero dei viaggi è fortemente diminuito: due anni fa, infatti, Italia e Tunisia hanno stretto un accordo per contrastare l’immigrazione irregolare. «Il nostro presidente ha il consenso popolare perché usa il populismo» commenta la guida, «non a caso è amico della Meloni, che è stata qui a Cartagine con belle foto souvenir. Ora anche noi abbiamo adottato politiche migratorie: il rafforzamanto della guardia costiera e la lotta ai trafficanti».
Nell’ambito del cosiddetto Piano Mattei, l’Italia si è impegnata inoltre a concedere permessi di soggiorno ai lavoratori tunisini e a investire denaro per affrontare le cause economiche della migrazione.

«Ora molti subsahariani» continua Nacer, «entrano da Algeria e Libia e passano tempo nelle foreste a Sfax. È un problema anche per i proprietari degli uliveti: a ottobre stava per iniziare la raccolta e c’erano migliaia di subsahariani. Allora gli è stata offerta la scelta del rimpatrio volontario, mentre altri sono a Tunisi nei centri, voilà.» Secondo molti osservatori, nella gestione tunisina delle frontiere si stanno usando metodi repressivi e commettendo numerose violazioni dei diritti umani.
Ma non è l’unica criticità da queste parti. «Le fabbriche chimiche in Tunisia trattano principalmante il fosfato» dice il professore, «che viene trasformato in prodotti per l’agricoltura presso gli stabilimenti di Sfax. Col vento l’odore si percepisce anche da lontano. La presenza di queste industrie ha avuto un forte impatto sull’ambiente anche nel Golfo di Gabès, noto per la sua ricchezza di pesce e per la foresta di posidonia, perché parte dei rifiuti industriali finisce nell’acqua. Gabès, città a vocazione agricola turistica, ha visto così compromessa la propria immagine. C’è stato un forte movimanto di contestazione e scioperi generali per chiedere di trovare soluzioni e rispettare i diritti dei cittadini a una vita sana.»

L’Università di Sousse
A nord-ovest si trova la zona costiera più turistica del Paese. La medina di Sousse, patrimonio UNESCO, è molto affollata il primo gennaio, visto che in Tunisia è un giorno festivo. A differenza di altre medine visitate, ha un’aria più occidentale, pur conservando i vicoli stretti e tortuosi e il classico suq con spezie, tessuti, ceramiche, profumi. Oltre alla Grande Moschea, dall’aspetto quasi militare, uno dei monumenti principali è il Ribat, la fortezza-monastero dell’VIII–IX secolo, simbolo della città: salendo i gradini di pietra fino alla cima della torre di guardia, si può osservare un panorama molto bello che spazia fino al Mediterraneo. A nord della città si estende Port El Kantaoui, una marina artificiale dall’aria più internazionale e vacanziera. Alloggiamo nel quartiere della corniche nord, dove ci sono hotel e pensioni di varie categorie, ristoranti e caffè rivolti ai turisti, molto tranquilli in questa stagione.
Sousse inoltre è la sede di una delle università più grandi e riconosciute del Paese. La guida ci spiega che per iscriversi all’università è indispensabile il baccalauréat, cioè il diploma liceale, che si sostiene al termine del settimo e ultimo anno di scuola secondaria. «L’esame dura una settimana intera e la preparazione è così importante che nel mese di giugno non si parla d’altro. La percentuale di promossi non ha mai superato il 50%, a differenza della Francia dove arriva al 90%.» A proposito di giovani, secondo Nacer «in Tunisia il processo di invecchiamanto è già iniziato e diventa preoccupante. Dopo 50 anni di politica di pianificazione famigliare, il tasso di fecondità è sceso a 1,7 e siamo diventati uno dei Paesi più vecchi dell’Africa.»




Cap Bon, il giardino della Tunisia
E infine, ecco il Cap Bon: «il giardino della Tunisia» dichiara il professore. «Qui si coltivano agrumi, in particolare arance destinate all’esportazione, e la campagna circostante è molto produttiva. La zona ha ispirato artisti e scrittori come Gide, Paul Klee, Flaubert, e ha ospitato personalità politiche.» Mentre entriamo ad Hammamet, infatti, intravediamo la villa di Craxi (ancora in possesso della famiglia), mentre la sua semplice tomba è ben visibile sotto le mura della medina. «Questa è la città più turistica, balneare, d’estate è pienissima, anche perché è vicina a Tunisi. D’inverno, invece, è molto più tranquilla, quasi dormiente.» Il centro storico è bianco e blu, molto grazioso nonostante il vento criminale che agita le palme.
Lungo la costa orientale di questa penisola si trovano i siti archeologici di Pupput, Neapolis e Kerkouane, che non sono previsti nel nostro tour: essi sono al centro di un programma di cooperazione recentemente avviato dai ministri della cultura italiano e tunisino, sempre nella cornice del Piano Mattei per l’Africa. Le ultime due tappe prima del ritorno alla capitale sono la fortezza di Kelibia, dall’alto della quale si può vedere l’isola di Pantelleria (distante un’ottantina di chilometri in linea d’aria), e le suggestive grotte di Haouaria. «Grotte puniche non naturali» puntualizza Nacer «perché le hanno fatte i cartaginesi più di 2000 anni fa per estrarre le pietre necessarie alle loro costruzioni, compreso il marmo usato anche a Roma.»




«Il tour ha coperto una gran parte del territorio: i siti archeologici romani; il deserto roccioso, salato e sabbioso; le oasi di montagna e sahariane; le case trogloditiche…» sono le parole con cui Nacer sta avviando il suo discorso di congedo. «Spero che torniate in Italia con bei ricordi. Un viaggio è una lezione di vita, che deve veramante servire per aggiustare la propria visione del mondo e dell’umanità. Anche se siamo vicini, apparteniamo a due culture diverse, ma questa diversità non deve essere un motivo per allontanarci. Antoine de Saint Exupery dice nel romanzo Terre des hommes: “Se sei differente da me, fratello, anziché nuocermi mi arricchisci”. Tutti i viaggi, tutte le esperienze che uno fa devono essere un’occasione per arricchirsi. Se mai avessi sbagliato, vi prego di scusarmi. Ecco. Voilà.»
Il mio vicino di posto, in aereo, è uno studente tunisino di una gentilezza d’altri tempi, con occhi luccicanti che mi ricordano uno dei motivi della mia vecchia infatuazione per la cultura arabo-musulmana. Erano tanti anni che mancavo dall’Africa settentrionale e da allora ho un po’ smarrito quell’entusiasmo delle prime volte. Tuttavia, percorrere la Tunisia con Nacer, ascoltando il suo delizioso accento francese, è stato un privilegio che ha alleviato almeno in parte la mia nostalgia.





