La colonia primogenita


Un viaggio senza notifiche
Eccomi qua, sono una dei duemila turisti che nel 2024 hanno viaggiato in Eritrea, il che la colloca al non invidiabile quinto posto della classifica dei Paesi meno visitati al mondo. Il mio aereo, proveniente dal Cairo e atterrato ad Asmara nel cuore della notte, è pieno di eritrei della diaspora che tornano a casa per le vacanze di Natale: altri bianchi non ce ne sono. L’aeroporto è aperto solo tre giorni alla settimana, in cui sono concentrati gli sporadici voli che collegano l’Eritrea con Dubai, Istanbul e poco altro.

Le valigie sono accatastate senza ordine in una grande sala scarsamente illuminata. Quelle provenienti da Milano non sono arrivate – evento così prevedibile che a Roma mi ero tenuta stretta il mio bagaglio a mano quando un’impiegata della compagnia aerea aveva insistito per farmelo imbarcare. Il “duty free” è uno spartano magazzino dove si stagliano imponenti muraglie di scatoloni di pasta Barilla, olio Coppini, birra Heineken, tutti prodotti provenienti dagli Emirati Arabi o altri Paesi vicini, poiché con l’Europa vige un ferreo embargo.

L’hotel di Asmara è dotato di un bar/ristorante al chiuso e di alcuni tavolini all’aperto, ha molti comodi divani e due grandi schermi, uno sintonizzato perennemente su Al Jazeera e l’altro prevalentemente dedicato alle partite di calcio e ai documentari sugli animali selvaggi. Diversi ospiti sono clienti fissi della caffetteria dell’albergo e nel corso dei giorni in cui ho soggiornato qui sono diventati familiari come i divani grigi, la foto incorniciata del Presidente e gli orologi delle più importanti città del mondo con gli orari tutti sbagliati.
Per esempio c’è questa donna sempre molto accappottata con cappello e sciarpa, che ha vissuto quarantasette anni in Germania. La sua storia è che il marito tedesco, già forte bevitore, prima era diventato novax e poi era entrato in un gruppo di neonazisti: fu in quel periodo che cominciò a maltrattarla, incoraggiando anche il suo entourage del quartiere a tormentarla e minacciarla in vari modi, finché lei non aveva deciso di divorziare e tornare in Eritrea. E ora, ogni volta che la incontro ripete la stessa frase: «Tedeschi cattivi, italiani cuore grande».


Poi c’è l’avvocato Mikele, un distinto signore con i capelli bianchi e i baffi che sorbisce il suo makiato pieno fino all’orlo. Ai suoi tempi si studiava anche italiano a scuola, ma lui non lo ha più praticato e dunque conversiamo in inglese. Tutte le persone istruite lo parlano abbastanza bene perché è in questa lingua che si tengono le lezioni dalle superiori in poi.
«Perché non possiamo essere amici noi e l’Italia?» si interroga Mikele. «Se non ci sono gli accordi non possiamo importare niente da voi…» Quindi mi racconta speranzoso che l’anno scorso il Presidente Isaias Afewerki è venuto a Roma per incontrare la Meloni. In quell’occasione si è parlato di programmi di investimento, ma anche ad esempio degli ascari (i soldati eritrei arruolati forzatamente dall’Italia), che secondo Isaias – molti lo chiamano così, visto che i cognomi nell’onomastica eritrina non esistono – possono diventare un ponte per la cooperazione tra i due Paesi, se solo il governo italiano si decidesse ad aprire gli archivi.

In Eritrea gli stranieri non possono acquistare una SIM card, che è riservata ai residenti, ma comunque internet mobile è assente. Negli internet point e in alcuni alberghi si può acquistare un’ora di connessione, ma non è detto che funzioni nel vero senso del termine (di certo non si può usare WhatsApp, che è proprio vietato). La disconnessione forzata rende arduo un viaggio in solitaria, ma dà la possibilità di immergersi pienamente nella vita eritrea e nelle sue storie, come quelle di Mikele e della donna freddolosa.
La notte del nostro arrivo è andata via l’elettricità, ma al mattino è tutto in regola. Mi vengono serviti rapidamente un’omelette e un succo di guava; le comande relative al settore caffetteria accumulano invece sempre un certo ritardo, forse a causa delle ragazze che stanno sempre a chiacchierare.

Gli eroi di Cheren
Munito del permesso governativo, senza il quale è impossibile recarsi in qualunque luogo dell’Eritrea all’infuori della capitale, il nostro gruppetto parte per Cheren, percorrendo una delle strade costruite nel periodo coloniale, che ci farà scendere di alcune centinaia di metri fino a raggiungere la seconda città più grande del Paese. La deviazione per Filfil è impraticabile poiché la strada è crollata: «Non a caso l’avevamo costruita noi, mica gli italiani!» ironizza l’ingegnere che ci fa da guida.
Il paesaggio naturale è avvincente non solo per la presenza di montagne, campi terrazzati, acacie nane, eucalipti, fichi d’India e gigantesche euforbie, ma anche per i cammelli e gli asini sempre stracarichi, nonché per gli occasionali, vivaci babbuini. Rare le auto (la benzina costa due euro al litro), sporadici i bus strapieni, un po’ più frequenti i camion. Ogni tanto capita di avvistare dei ciclisti professionisti, impeccabili con i loro completini aderenti in lycra.

Fu a Cheren, nei primi mesi del 1941, che si decretò l’inizio della fine dell’Africa Orientale Italiana. In una delle battaglie più sanguinose della Seconda guerra mondiale, tra le file dei valorosi militari sconfitti dai britannici si sono stimati oltre dodicimila morti, dei quali solo tremila “nazionali”: la maggior parte dei caduti furono infatti i soldati indigeni.
Nel cimitero di guerra italiano ed eritreo riposano attualmente i resti di italiani e ascari: «popolazioni italiane e native unite in un solo pensiero di fede». Passeggiando tra le lapidi bianchissime, accarezzate da splendide cascate di bouganville fucsia e rosse, troviamo nome e cognome soltanto degli italiani, mentre sulle tombe degli ascari c’è sempre scritto IGNOTO. In realtà anche metà dei nostri connazionali non poterono essere riconosciuti, visto che le autorità inglesi di occupazione per circa un anno non acconsentirono al recupero dei resti dei caduti.
Nel cimitero inglese, dall’altra parte della città, hanno avuto degna sepoltura sia i soldati britannici sia quelli del Commonwealth come gli indiani del Punjab, i sikh e i senegalesi.



Su una collina ai margini della città sorge il Santuario della Madonna di Dearit, «un luogo sacro preghiera e di accoglimento e non di divertimento o scenario per fotografare», dove «bisogna comportarsi con descenza nel vestirsi e nell’agire». Una piccola statua della Madonna nera vestita di rosa è stata messa dentro al tronco di questo grande baobab in omaggio a dei soldati italiani che, a quanto sembra, si salvarono dai bombardamenti inglesi nascondendosi proprio qui dentro.
Nel centro di Cheren, accanto alla chiesa di Sant’Antonio, un lungo dipinto murale nei toni del blu racconta l’epopea della guerra di liberazione dall’Etiopia, la più lunga lotta d’indipendenza d’Africa: trent’anni di combattimenti conclusi nel 1991, seguiti due anni dopo da un plebiscito in cui il novantotto per cento della popolazione votò per la definitiva separazione. Le immagini dei “tegadelti”, i combattenti di entrambi i sessi con i pantaloncini cortissimi diventati iconici, sono ovunque nel Paese («più succinti erano gli shorts, più coraggioso era il soldato», scrive Michela Wrong). Alla pace vera e propria, firmata l’8 luglio 2018 dopo un lungo periodo di “guerra non guerra”, non ha ancora fatto seguito una tranquillità reale: le dispute di confine, mai chiaramente demarcato, continuano a covare sotto la cenere.



I mercati di Cheren
Ogni lunedì a Cheren si tiene un pittoresco mercato del bestiame. L’Eritrea è ancora un Paese per lo più rurale e l’economia è basata principalmente sull’agricoltura di sussistenza e sull’allevamento di ovini e bovini.
Il mercato è dedicato in primis ai dromedari, che qui sono molto chiari, quasi bianchi. Poi c’è l’area dei bovini, ancora molto usati come animali da traino, infatti alcuni venditori stanno mostrando l’efficienza di una coppia di buoi aggiogati a un aratro che credo di aver visto sul libro di storia del Medioevo.


Man mano che raggiungiamo la zona più elevata della vasta area aumentano sempre di più le capre con il loro caratteristico odore: da quassù si può ammirare con un unico colpo d’occhio il grande numero di animali presenti, nonché l’eleganza dei compratori con i loro camicioni immacolati, zuccotti, turbanti e occasionali bastoni sulle spalle.
Mi viene offerto un chai in una specie di bar ai margini del mercato, sotto una rudimentale tettoia: a caval donato non si guarda in bocca, ma avrei assaggiato anche il caffè scenograficamente versato dal bricco di terracotta in un bicchiere poggiato sul tavolino accanto a me.


Il lunedì il letto del fiume ospita il coloratissimo mercato generale e in città c’è molta animazione: soprattutto le donne attirano la mia attenzione, sia le islamiche di cui si vedono soltanto gli occhi, sia le ortodosse con lo scialle bianco in garza di cotone.
Non esistendo lo streaming, molti negozi vendono film scaricati via bluetooth; in alcune attività commerciali mi mostrano i coupon che il governo concede ogni mese ai cittadini per acquistare a prezzi scontati carburante, olio da cucina e altri beni di base. La vecchia stazione ferroviaria italiana oggi è dismessa.




Sulla via del ritorno facciamo tappa in un villaggio di tucul abitato dai Bilen, una delle nove etnie dell’Eritrea. All’interno di un’abitazione, divisa da una tenda tra zona giorno e zona notte, incontriamo una madre cinquantenne e la bellissima figlia diciottenne, entrambe intente nelle faccende di casa, mentre i bambini sono a scuola. Come vuole la tradizione, le donne Bilen sposate si riconoscono per il caratteristico gioiello sulla fronte. In questa specifica capanna, inoltre, la croce e le immagini sacre alle pareti rivelano la fede cristiana della famiglia, sebbene l’etnia Bilen comprenda anche una forte componente islamica.


Il futuro dell’Eritrea
La strada per la Valle dei Sicomori si snoda dalla capitale in direzione sud-est, attraverso la rotabile aperta nel 1903 dal regio corpo di truppe coloniali «per promuovere la prosperità della colonia governando Ferdinando Martini» (come leggiamo su un masso tondeggiante al lato della carreggiata).
Ogni tanto ci dobbiamo fermare a un posto di blocco: dopo il controllo delle carte, di solito uno degli uomini che stazionano nei pressi si alza e va ad abbassare il cordino per farci passare. Probabilmente anche loro stanno svolgendo quelle mansioni obbligatorie nell’ambito del cosiddetto servizio nazionale, di cui abbiamo tanto sentito parlare. L’ONU chiede da tempo all’Eritrea di abolire questo sistema di lavori forzati, non pagati e senza una fine certa, che viola le convenzioni sui diritti umani.
Ci addentriamo nella campagna per vedere da vicino mezzi militari arrugginiti, ma anche edifici crivellati dai colpi di arma da fuoco all’epoca della guerra di liberazione.



A Dekemhare possiamo prendere un ottimo caffè o una fresca birra Asmara nel bar Imperiale o nell’attiguo bar Castello, prima di dirigerci a piedi alla chiesa cattolica, gestita dai cappuccini. A mezzogiorno e mezzo i ragazzi sciamano fuori da scuola con le magliette dello stesso colore turchese, parecchio entusiasti della nostra presenza; uno studente mi mostra un quaderno con i caratteri del complicato alfabeto ge’ez. I giovani eritrei sembrano abbastanza ferrati in inglese: secondo qualcuno la lingua tigrina è così difficile che allena moltissimo gli studenti nell’apprendimento delle lingue straniere.



Poco prima di entrare ad Adi Keyh costeggiamo il gigantesco College of Arts and Social Sciences, uno dei sette istituti di alta formazione che dal 2003 hanno sostituito l’Università nel Paese.
Intorno alle sei le strade della città sono piene di bambini e ragazzi di tutte le età, vestiti con i colori dell’istituto che frequentano. In Eritrea la scuola di base è gratuita ed obbligatoria per sette anni, ma le strutture scolastiche sono insufficienti ad accogliere tutti gli allievi in età dell’obbligo, dunque il doppio turno è una consuetudine molto diffusa. Mentre sono lì in mezzo alla strada, all’imbrunire, che passeggio circondata da centinaia di giovani, un ragazzino mi dà un piccolo buffetto sui capelli e subito dopo, con la coda dell’occhio, mi accorgo che il piccolo riceve un calcio ben assestato da un anziano.
Ogni volta mi dimentico che in Africa i bambini sono figli di tutti: a chiunque è permesso rimproverarli duramente e perfino dargli uno schiaffone. «A scuola per fortuna gli insegnanti più giovani non usano più il bastone» mi spiegano: «al massimo umiliano davanti a tutti lo studente indisciplinato.»
A questo proposito, mi viene raccontato un episodio che ha come protagonisti i membri di una famiglia della diaspora, che ora vivono in Inghilterra. Una volta sono venuti in Eritrea per le vacanze e la figlia tredicenne era depressa, stava sempre col cappuccio calato e non voleva parlare con nessuno (un comportamento che nonni e zii locali non sapevano spiegarsi). I genitori erano disperati: ogni tentativo di aiuto portava la ragazza a chiudersi di più in se stessa e inoltre avevano paura che chiamasse la polizia e li denunciasse. Insomma, per farla breve, dopo due mesi di vacanza qui è guarita.

Adi Keyh è la base per visitare ciò che resta di Kohaito, importante snodo sulla rotta commerciale che portava dall’antico porto di Adulis ad Axum. Ci troviamo su un affascinante altopiano ai margini della Rift Valley: una bella passeggiata sul bordo della vasta gola di Adi Alauti ci conduce a delle pitture rupestri risalenti a migliaia di anni fa.
Poco distante ci sono le rovine del tempio precristiano di Mariam Wakiro. «È ancora quasi tutto da scavare, ma il governo recalcitra perché dimostrare che sono rovine del famoso regno di Axum vorrebbe dire dare un merito all’Etiopia», afferma la guida. Non sono certa di aver capito bene, ma quando chiedo delucidazioni lui diventa una sfinge.


L’autista del pulmino già da un po’ era alla ricerca di un gommista, ma aveva trovato tutte le officine chiuse a causa del giorno festivo. Prima di lasciare Adi Keyh e affrontare le tre ore di viaggio verso Asmara, però, non potendo più rimandare, ha telefonato all’addetto e l’ha fatto venire ad aprire l’attività.
Nell’attesa che si svolgano tutte le fasi del lavoro, socializzo con alcuni bambini molto espansivi. «China! China!» mi gridano in coro sfregando pollice e indice, e a nulla vale spiegargli che vengo dall’Italia: per loro infatti questa parola ormai ha preso il significato di “straniero”. I cinesi sono sempre più numerosi sul territorio (da qualche anno gestiscono le miniere d’oro del sud-est) e hanno questa usanza, sempre sconsigliata dagli abitanti del posto, di dare i soldi ai bambini.

Sistemato il problema agli pneumatici, ci mettiamo sulla via del ritorno. Lungo un tornante, l’apparizione del nostro pulmino spaventa un dromedario, il quale si getta nella boscaglia, scappando dal ragazzino che lo stava pascolando ai margini della strada. «Maledetti China!», ci grida dietro il piccolo, in tigrino.
La divertente scenetta fa venire in mente alla guida una storiella molto popolare tra i bambini eritrei. Un autobus si ferma per far scendere un asino, il quale paga il biglietto e se ne va. L’autobus prosegue e alla fermata successiva scende una gallina, ma senza pagare il biglietto. Infine è il turno di un cane, il quale paga, ma non gli danno il resto. Ecco perché adesso le galline (come il dromedario) scappano appena vedono un automezzo. Gli asini invece, che hanno la coscienza pulita, proseguono pacificamente per la loro strada. «E i cani?» chiedo io. «Lo inseguono per avere il resto».

Eritrei bella gente
Il Medebar Market di Asmara è un ex caravanserraglio dove viene riciclato di tutto: pneumatici, lamiera, lattine, pezzi di ferro, frigoriferi, assi di legno, parti di container. Il recupero e il riuso sono essenziali in questo Paese così isolato ed è per questo che qui, nei laboratori o all’aperto sotto il sole, gli uomini per tutto il giorno martellano, tagliano, dipingono, assemblano, utilizzando utensili e accessori a dir poco artigianali. Tuttavia, nonostante il caldo e le difficili condizioni di lavoro, sono tutti allegri.
«Italiani?» mi rivolge la parola un falegname con un sorriso sornione. «Dopo tanto tempo, siete di nuovo qua?»
Effettivamente siamo di nuovo qua proprio per vedere con i nostri occhi cosa è rimasto della vecchia “colonia primogenita”, acquisita dal governo italiano nel 1890 e battezzata con il nome che ha ancora adesso.


Il colonialismo è una macchia nella coscienza dell’Europa e i libri di storia ci hanno insegnato che anche gli italiani non sono stati sempre “brava gente”. Furono i nostri antenati a creare, molto prima del Fascismo, uno dei primi esperimenti di apartheid della storia, quando trasformarono la parte centrale di Asmara in un campo recintato riservato soltanto agli italiani: i “sudditi coloniali” furono spinti fuori e vi potevano accedere solo se in possesso di un lasciapassare. La segregazione vigeva anche negli spazi urbani, nei bar e ristoranti, negli autobus e perfino a scuola, dove l’amministrazione italiana cercò di limitare l’accesso all’istruzione degli eritrei alla quarta elementare. «L’unico posto dove non c’era questo era il mercato, dove si incontravano tutti: italiani, greci, eritrei eccetera» mi ha detto Phil, un antropologo che ho conosciuto al Museo nazionale.

Inoltre i coloni italiani si distinsero per altri comportamenti eccepibili: nazionalizzarono le terre portate via ai contadini, mandarono un cospicuo numero di eritrei a combattere e morire sotto il tricolore e infine, considerando che i nomi di alcune particolari torture sono ancora oggi in italiano, si può facilmente immaginare cosa avveniva nelle carceri. Esposti nel Museo nazionale ci sono degli enormi scarponi di ferro, pesantissimi, utilizzati in epoca coloniale nel famigerato campo di concentramento italiano di Nocra, un’isola del mar Rosso: con queste calzature addosso, impossibili da togliere, se i prigionieri avessero provato a scappare sarebbero affogati.


Nonostante tutto ciò, a giudicare dal caloroso benvenuto che abbiamo ricevuto ovunque, il mito degli “italiani brava gente” sembrerebbe fare ancora una certa presa sul cuore eritreo. «L’Italia è nostra madre» mi ha detto, addirittura, un quarantacinquenne che lavora nell’azienda tessile Dolce Vita Eritrea, filiale del bergamasco Gruppo Zambaiti. «Gli italiani hanno fatto palazzi, strade, ferrovie… e anche i cervelli! Abbiamo la stessa voglia di fare festa, lo stesso amore per la famiglia…» Concetti simili hanno espresso molti degli eritrei che ho incontrato, alcuni dei quali ci tenevano a parlare male degli inglesi che, dopo aver sconfitto l’Italia, come bottino di guerra hanno smantellato il sistema industriale e rubato o distrutto ciò che era rimasto della vecchia colonia.

La più grande sorpresa di questo viaggio sono stati appunto gli eritrei, «la popolazione più simpatica del mondo». Fu Pasolini a definirli così quando, alla fine degli anni Sessanta, nel corno d’Africa effettuò i sopralluoghi per il film Il fiore delle Mille e una notte. Degli eritrei diceva che «sorridono subito», sono amichevoli, spiritosi e virili, «senza né troppa dolcezza né eccessivo servilismo»; ne apprezzava naturalmente la bellezza (corpi asciutti, «teste di statue», lineamenti perfetti, occhi che brillano «di una luce stupenda e senza profondità»), ma soprattutto la «grazia», che consisteva «soprattutto in un ingenuo e quasi gioioso distacco dalle cose». Pasolini rimase così folgorato dagli eritrei che scelse tra loro molti attori del suddetto film – tra l’altro li fece doppiare in salentino, creando un effetto piuttosto grottesco –, ma dopo averci lavorato ci tenne a ridimensionare il suo entusiasmo perché alcuni di loro erano diventati invadenti e rompiscatole.

Massaua, la città apocalittica
La strada statale che collega Asmara a Massaua in poco più di cento chilometri precipita dai 2400 metri dell’altopiano fino al livello del mare e con i suoi tornanti e dirupi è molto panoramica. Parallela ad essa scorre la ferrovia, una “stupefacente prodezza” costruita dagli italiani e oggi inattiva se non per un breve tratto rivitalizzato a fini turistici.

A un certo punto appare il ponte sul fiume Dessèt, che porta inciso il motto della Brigata Aosta «custa lon ca custa» (costi quel che costi, in torinese), riferito all’acquisto della baia di Assab. Poco oltre, su un colle circondato dalle tipiche montagne piatte, sorge il monumento che commemora le centinaia di «italiani qui valorosamente caduti» nella battaglia di Dogali del 1887.
Non è l’unico monumento che ricorda con retorica marziale le sconfitte italiane: sull’obelisco ornato di fasci littori del Sacrario di Adua, qualche giorno prima avevamo letto: «O Italia per te ridenti gittammo l’anima al fato nero».


Massaua fu occupata dagli italiani dopo Assab e divenne per un breve periodo la capitale del possedimento d’oltremare. La città è costituita da due isolette collegate alla terraferma da dighe: la prima si chiama Taulud e ospita il Memoriale per le vittime della battaglia di Massaua e il Grand hotel Dahlak. Di proprietà di un italiano settantenne, apparentemente è una struttura abbastanza lussuosa, con un’ampia hall in stile coloniale che crea grandi aspettative, ma i più dettagli raccontano una storia di decadenza: la piscina è vuota, le stanze necessiterebbero di importanti restauri e l’acqua va e viene.

Sulla stessa isola sorge il palazzo imperiale di Hailé Selassié, costruito alla fine dell’Ottocento quando il controllo della costa fu ceduto dagli Ottomani all’Egitto: inizialmente infatti fungeva da sede del governatore Werner Munzinger, un avventuriero svizzero a capo del principato egiziano. Oggi è poco più di un rudere, ma non abbastanza malridotto da nascondere la magnificenza orientale di un tempo.


Sulla seconda isola sorgono il porto più importante dell’Eritrea e la città vecchia, una «piccola città apocalittica, di struttura completamente araba». Così la descrisse Pasolini, che la definì «una cosa stupenda»: «il centro affastellato e stretto, con le sue casucce coi portici, azzurrine, gialline, insomma intonacate di quei tristi colori di biancheria sporca che danno all’europeo sensuale e avventuroso, senza mezzi termini, l’ebbrezza dell’esotico realistico». Oggi dà l’impressione di essere stata appena bombardata, e invece alcuni edifici sono in macerie da più di trent’anni: Massaua infatti fu teatro di pesanti scontri, con molte vittime e gravi danni, durante la guerra d’indipendenza, e ancora oggi ben poco è stato ristrutturato. Alla fine degli anni Sessanta la città non aveva ancora subito i bombardamenti etiopi, ma forse mostrava ancora qualche eredità del terribile terremoto che l’aveva devastata nel 1921. Chi lo sa. In ogni caso, nel primo pomeriggio si percepisce la «soffocante aria corruttrice dell’apocalisse tropicale» di cui parlava il poeta: il sole è cocente perfino a dicembre e le vie sono deserte.




Mentre vagabondiamo senza meta, apprezzando le temperature via via più clementi, veniamo invitati a una festa di battesimo. Ci fanno accomodare sulle sedie di plastica all’aperto insieme ad amici e parenti, ci viene offerta l’injera da mangiare con le mani e un idromele piuttosto selvatico; il viso della bambina battezzata campeggia nelle foto plastificate appese tra i festoni (la faccia è duplicata, infatti inizialmente avevo capito che si festeggiassero due gemelle). L’invitato Mikele all’epoca della guerra d’indipendenza era un giovane soldato, come si vede nella foto che ci mostra sul cellulare, dove compare insieme ai suoi commilitoni imbracciando un fucile. Mikele lavora come giardiniere nel nostro hotel, ma quando lo incontro il giorno dopo non ricorda nulla del nostro incontro, durante il quale – va detto – era piuttosto su di giri.
La sera mi aggiro tra i vicoli di questa città fantasma, completamente bui se non fosse per una serie di «bar cattivi» e «disperati night clubs», adornati di lucine e dotati di grandi altoparlanti da cui proviene musica ritmata ad alto volume. Con queste parole li aveva descritti Pasolini, il quale – anche lui – rimase folgorato dalla Massaua by night, quando all’epoca i marinai scesi dalle navi ballavano sotto i portici con le «donne di vita eritree», «bellissime e infantili», ma non brave a ballare quanto le altre donne africane.


L’isola che non c’è niente
Alle nove del mattino siamo sul piccolo molo del Grand Hotel Dahlak ad aspettare la barca che ci condurrà nel paradiso incontaminato delle isole Dahlak. Tuttavia, in perfetto stile africano, per circa quattro ore nulla accade.
Finalmente arriva l’imbarcazione insieme ai tre marinai della Dancalia che costituiscono il nostro equipaggio, inizialmente un po’ recalcitranti. Una volta lasciato il porto, non si vede altro che il vasto, monotono mare. Circa un’ora e mezza dopo avvistiamo una striscia di terra: questa isola piattissima di nome Dahret sarà il posto dove trascorreremo quasi quattro giorni.
Mi tuffo con slancio tipicamente meridionale ad esplorare i fondali a pochi metri dalla costa, ma ben presto il sole invernale comincia a calare, e così le temperature. Rimpiangerò molto questa nuotata: in serata si alza il vento, durante la notte gocce di pioggia picchiettano sulla tenda e restiamo bloccati come naufraghi sotto una poco allegra coltre di nubi. Il mare è agitato, non ci sono alberi, l’avifauna non è niente di speciale e il periplo dell’isola a piedi dura appena una mezz’ora. Attendiamo con ansia l’orario dei pasti come un diversivo — alle sette e mezza abbiamo già finito di cenare, compreso il 31 dicembre, quando sintonizziamo l’ora del capodanno sul fuso orario di Dacca, tanto nessuno avrebbe potuto contattarci per farci gli auguri.

Quando finalmente le condizioni meteo lo consentono, ci allontaniamo per lo snorkeling: pesci colorati, grosse tartarughe difficili da avvistare in un fondale non sempre limpido, e a un certo punto un pescecane che sonnecchia seminascosto dagli scogli, davanti al quale me la do a gambe.
Le altre isole esplorate non sono molto diverse dalla nostra; solo a Dohul, una delle poche abitate, ci accoglie un gruppetto annoiato di donne e bambini che comunque si disperde dopo poco.

Sembrava ormai certo che l’unico pesce che avremmo mangiato alle Dahlak sarebbe stato il tonno in scatola, e questa sarebbe stata un’inaccettabile beffa. Mentre siamo di ritorno dall’ultima escursione, ormai a poche decine di metri dalla riva, insisto con il pescatore Afar affinché cali di nuovo la lenza come estremo tentativo. Il primo pesce misura solo una trentina di centimetri, ma i partecipanti sulla barca si scatenano comunque in grida di giubilo. La seconda preda è un gobbo bello grosso, pulito e cucinato subito per cena.
Tra le provviste avanzate, si fanno notare le decine di bottiglie d’acqua Gulfa, un’acqua dal sapore scandaloso. La prima volta che l’ho bevuta, ho pensato che qualcuno l’avesse usata per lavarsi i denti. Poi la proprietaria del ristorante “Il sicomoro” mi ha fatto notare che attraversano il mar Arabico in un container, a temperature elevatissime, insieme a vari prodotti che le donano quell’aroma inconfondibile. Le acque etiopi e sudanesi, che non devono percorrere tanta strada, sono potabili, ma tutte sono carissime: un litro e mezzo costa minimo due euro.

Prima di riprendere la statale andiamo nella periferia di Massaua a trovare una famiglia di etnia Rashaida, minoranza nomade islamica originaria della penisola arabica. Il capofamiglia è un ventisettenne che indossa un camicione bianco, mentre sua moglie e la suocera usano il velo integrale. Ci accomodiamo sui tappeti colorati della loro tenda insieme a bambini e caprette e ci viene offerto un ottimo caffè accompagnato da popcorn.
Sulla strada del ritorno entriamo dentro una grossa nuvola, dalla quale spuntano qua e là pezzi di case e campanili: «Questo è il Medio Piano, che in gennaio praticamente non si vede» aveva scritto Pasolini, «perché si riempie di nuvole, così che pare di essere in mezzo a un triste e catastrofico nebbione europeo».


Asmara, la piccola Roma
Asmara fu occupata dall’Italia dopo Assab e Massaua e nel 1897, per via del suo clima favorevole, fu scelta come nuova capitale. Oltre cinquant’anni di presenza coloniale hanno lasciato tracce indelebili sul territorio e sugli stili di vita eritrei, e anche i coloni, quando si sono dedicati alla modernizzazione di Asmara, ci hanno tenuto a riprodurre in terra africana l’ambiente più italiano possibile. Per questo ancora oggi la città ci appare così familiare, con le insegne nella nostra lingua (Bar Zilli, Farmacia centrale, Dentista), i barbieri, i gelatai, l’ufficio postale, le vecchie FIAT, i campanili, i capannoni industriali abbandonati e le scritte sui tombini (Acquedotto di Asmara – Fonderia Montini – Brescia).


Asmara è «un esempio eccezionale di primo modernismo urbano dell’inizio del ventesimo secolo e della sua applicazione in un contesto africano» (come si legge nella dichiarazione dell’UNESCO), dove troviamo un incredibile numero di opere architettoniche di pregio. «Quando gli italiani sono arrivati hanno avuto una grandissima libertà di costruire. Mentre in Italia c’erano dei vincoli alla realizzazione di opere e palazzi, qui avevano come un foglio bianco su cui potevano sbizzarrirsi», mi ha detto Phil, l’antropologo sagace del Museo nazionale.


Fra i primi edifici realizzati si annoverano la cattedrale e il teatro dell’opera, il cui foyer è oggi un frequentato bar affacciato sulla centralissima Harnet Avenue (il vecchio corso Mussolini). La maggior parte delle opere architettoniche iconiche di Asmara furono però realizzate dopo la conquista dell’Etiopia: il Cinema Roma, la Casa del Fascio, il Cinema Impero e soprattutto la ex stazione di servizio Fiat Tagliero, un edificio in stile futurista a forma di aeroplano dotato di due specie di ali in cemento non sostenute da niente, su cui si può camminare. Inoltre in città sono presenti diverse ville in stile “coloniale italiano”, alcune di esse attualmente sedi di ambasciate o residenze di diplomatici.


Nel cimitero italiano di Asmara riposano numerosi soldati caduti eroicamente nell’adempimento del dovere, tra cui un «tenente prode e leale, padre integerrimo e camerata cordiale» e una «medaglia d’oro con 17 vittorie aeree che raggiunse nel cielo degli eroi il padre caduto sul Carso». Ma ci sono soprattutto civili, chi sepolto in una cappella di famiglia chi in una tomba singola.
Troviamo qui i resti dell’uomo che «nella maliosa terra d’Affrica venne con i primi vessilli d’Italia» e del defunto che è «•ato in Firenze e •orto in Asmara» perché alcune lettere si sono staccate.

Nella “piccola Roma” si trovano facilmente gli archivi del Corriere Eritreo degli anni della colonia, dove avrei trascorso giorni interi a leggere le notizie della storia e soprattutto la piccola cronaca quotidiana di un tempo che fu (che fu anche nostro). Questo piccolo tesoro è presente ad esempio nelle stanze dell’Albergo Italia e presso l’istituto di cultura Casa degli italiani, dove hanno finalmente riavviato i corsi di lingua.



Il viaggio nel tempo è reso più verosimile dai molti anacronismi dell’Eritrea odierna: poiché bancomat e carte di credito non funzionano, si paga in contanti con banconote lacere; nel famoso bowling di Asmara i birilli abbattuti vengono riposizionati manualmente, i punti si scrivono su un foglio di carta, i giovani giocano alla PlayStation e i più anziani giocano a boccette o a stecca; e soprattutto dovunque, sensazione ben strana, ben pochi stanno con il cellulare in mano.


Nei bar la gente beve deliziosi makiati e cappuccini, nei ristoranti si mangiano la pizza e la pasta, ma l’italiano ha regalato molte altre parole al tigrino: finestra, porta, tavola, martello, cemento, municipio, biro, forchetta. Cucchiaio, invece, si dice “manca”: secondo una storiella che mi è stata raccontata cominciarono ad usarla quando una governante indigena fraintese le parole del suo datore di lavoro italiano, il quale non voleva insegnarle come si dicesse cucchiaio, bensì voleva dirle che quella posata, appunto, mancava.
Fino a tre anni fa c’era ad Asmara una prestigiosa scuola italiana, ma il governo eritreo l’ha chiusa insieme a tutti gli istituti privati e stranieri, creando indignazione sia nel nostro Paese sia tra le migliaia di studenti eritrei, anche giovanissimi, che la frequentavano.


In un “cocktail lounge” molto affollato durante il week-end ho conosciuto due ragazze ventenni che hanno imparato lì l’italiano. Quando ho chiesto a un avventore molto socievole come mai le ragazze che vedevo nel locale – a differenza dei maschi – fossero così giovani, mi ha detto che i ragazzi stanno tutti al militare, mentre le donne un po’ più grandi non escono perché stanno a casa con i figli. Lui – ci ha tenuto a dire, cercando di abbracciarmi – non è così conservatore, infatti sua moglie lavora e certe sere anche lei esce con le amiche.
Questo è l’unico posto dell’Eritrea dove ho visto fumare le sigarette elettroniche, che pensavo non esistessero proprio; l’autista che mi ha accompagnato all’aeroporto poi mi ha detto con aria di sufficienza che non frequenta questo bar perché ci vanno solo i figli di papà.

Infine qui ho conosciuto un ragazzo di ventisette anni, non ancora sposato, il cui più grande sogno è viaggiare per il mondo; in particolare ci terrebbe a visitare il Colosseo, perché vuole capire come è possibile che le persone morivano per far divertire gli altri. Quando gli ho sussurrato con tono vagamente interrogativo che ora non è un’opzione quella di viaggiare, ha ribattuto: «No, però… Inshallah! I governi non durano per sempre».