I PROCESSI DI NORIMBERGA

Itinerario nella Franconia bavarese

Il palcoscenico del regime

Ci troviamo all’interno del vasto e desolato Dutzendteich, a sud di Norimberga, ai piedi delle tribune del campo Zeppelin. La monumentale struttura giace oggi in uno stato di profondo degrado. Una guida turistica ci sta spiegando che Albert Speer la progettò ispirandosi all’altare di Pergamo, ma in scala maggiorata. Poi ci mostra una stampa d’epoca: Adolf Hitler è inquadrato di spalle sul podio, di fronte a una folla oceanica. Un secondo scatto documenta le adunate notturne, illuminate dai fari della contraerea puntati verso il cielo, mentre l’ultima immagine risale al 1945: l’esercito americano, che ha appena conquistato la città, fa saltare in aria la gigantesca svastica di pietra, riducendola in frantumi.

Norimberga incarna perfettamente l’intera traiettoria del Terzo Reich. La città dove nel 1935 vennero emanate le leggi razziali sarebbe diventata, dieci anni dopo, la sede del tribunale militare internazionale che processò i criminali di guerra. Ma già nel 1927 Hitler l’aveva scelta come sede delle grandi adunate del regime: lo Zeppelinfeld è una delle poche strutture completate all’interno dell’immenso distretto monumentale creato per ospitarle.

Per l’estrazione e il trasporto della pietra e del granito, l’architetto Speer sfruttò il lavoro coatto dei prigionieri nei campi di concentramento. Lo scoppio della seconda guerra mondiale interruppe i cantieri e le aree logistiche furono riconvertite sia in campi di detenzione per i militari catturati, sia in snodi per la deportazione degli ebrei della Franconia verso i centri di sterminio dell’Europa orientale.

In occasione dei raduni la città ospitava fino a un milione di partecipanti, provenienti dalla Germania e dall’estero, ma l’evento era studiato per raggiungere la maggioranza della popolazione tedesca anche a distanza. Il ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, si prodigò per diffondere apparecchi radiofonici a basso costo, garantendo la trasmissione in diretta dei discorsi. Centinaia di giornalisti ricevevano l’accreditamento ufficiale per seguire gli eventi, la cui narrazione era sottoposta a rigide direttive governative. La macchina mediatica nazista sfruttò anche l’impatto visivo della fotografia e dei cinegiornali, calcolando rigorosamente ogni inquadratura. La svolta coreografica avvenne con il film Il trionfo della volontà, diretto da Leni Riefenstahl per documentare la manifestazione del 1934.

«Per decenni, i fotogrammi e le fotografie di regime» leggo su un pannello del Dokumentationszentrum Reichsparteitagsgelände, «sono stati riprodotti in modo acritico all’interno di saggi accademici, documentari e libri di testo scolastici, perpetuando il mito della propaganda onnipotente e della totale seduzione del popolo tedesco. Gli storici contemporanei evidenziano come questa estetica continui a influenzare la percezione del nazionalsocialismo». Il museo è allestito presso la Kongresshalle, un moderno Colosseo in granito attualmente interessato da giganteschi lavori di ristrutturazione e ampliamento; per questo motivo i visitatori entrano da un accesso secondario e il celebre cuneo di Günther Domenig, conficcato nel Palazzo dei Congressi, è temporaneamente impacchettato e inaccessibile.

Nel percorso espositivo apprendo che, secondo Speer, la grandiosità dei nuovi edifici avrebbe dovuto lasciare rovine capaci di testimoniare la grandezza del Terzo Reich nei secoli a venire. Le cose sono andate diversamente.
Nel dopoguerra, la Kongresshalle venne impiegata come area di stoccaggio e deposito merci prima di diventare museo, mentre lo Zeppelinfeld ha ospitato gare automobilistiche e poi festival musicali all’aperto.
La gigantesca Luitpold Arena è stata quasi totalmente smantellata per diventare un parco pubblico, lo stadio ha subito diverse ristrutturazioni e una parte del sito è stata destinata all’edilizia popolare. La Große Straße, progettata per le parate della Wehrmacht, fu convertita dalle truppe americane in pista d’atterraggio militare e adesso serve da parcheggio per la fiera cittadina: in questi giorni, infatti, accoglie le auto dei visitatori diretti alla tradizionale Herbstvolksfest, la grande festa popolare d’autunno.

Il bunker dell’arte

Le bombe alleate che tra il gennaio e il febbraio del 1945 piovvero su Norimberga ridussero in cenere oltre il novanta per cento del centro storico medievale; eppure, una parte inestimabile del patrimonio culturale locale riuscì incredibilmente a salvarsi. Muovendosi d’anticipo, già nell’estate del 1940 il regime nazista aveva iniziato a riconvertire le antiche cantine sotterranee del castello imperiale, utilizzate per secoli per la fermentazione della birra. Questi tunnel, situati a ventiquattro metri di profondità, vennero isolati e dotati di complessi sistemi di ventilazione per garantire le condizioni climatiche ideali alla conservazione delle tele e delle sculture.

Accompagnati da una guida, visitiamo i gelidi e umidi cunicoli che oggi costituiscono l’Historischer Kunstbunker. Qui vennero nascosti capolavori come i lavori di Albrecht Dürer e le storiche insegne del Sacro Romano Impero, sottratte a Vienna nel 1938 e recuperate nel 1945 dai Monuments Men dell’esercito statunitense per essere restituite all’Austria.
Il rifugio protesse anche i beni culturali requisiti nelle altre città europee occupate, come l’imponente Altare di Santa Maria a Cracovia. Per i monumenti impossibili da trasferire sottoterra si optò invece per soluzioni in loco: la trecentesca Schöner Brunnen, la fontana monumentale sulla piazza del mercato principale, fu interamente murata nel 1942 all’interno di un involucro protettivo in mattoni.

La parte finale del tragitto sotterraneo attraversa gli alloggi un tempo destinati ai rifugiati e al personale di guardia, per poi concludersi in una piccola sala cinematografica. Sullo schermo scorrono filmati dell’epoca, aperti dalla trascrizione ufficiale dell’ordine di emergenza che la protezione civile diffondeva prima dei bombardamenti: «È scattato l’allarme generale».

Poco prima di riemergere in superficie, i documenti esposti illustrano il dibattito istituzionale del dopoguerra sulla riprogettazione degli spazi urbani distrutti. La prima mostra edilizia tedesca del dopoguerra fu allestita proprio all’interno della Kongresshalle incompiuta nell’area dei raduni.

Sulle tracce di Hitler

Dopo il conflitto, la Germania ha vissuto un lungo e tormentato dilemma esistenziale: radere al suolo i colossi architettonici del regime o trasformarli in scomodi monumenti al proprio fallimento? Questa situazione di paralisi cominciò a essere scalfita a partire dagli anni sessanta. Quando aumentò il numero dei turisti che visitavano l’area «sulle tracce di Hitler», inizialmente le istituzioni cittadine sperarono che questo fenomeno si esaurisse da solo. Ben presto, però, la necessità di fare i conti con la memoria prevalse.

Nove anni dopo il Centro di Documentazione nella Kongresshalle, nel 2010 fu aperto il Memoriale dei Processi di Norimberga presso il Palazzo di Giustizia. All’inaugurazione ufficiale parteciparono i rappresentanti delle quattro potenze vincitrici della seconda guerra mondiale; tra loro vi era anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, un dettaglio che oggi sembrerebbe paradossale. Dodici anni dopo, infatti, oltre tre quarti delle nazioni dell’ONU hanno condannato ufficialmente l’invasione militare dell’Ucraina proprio basandosi su quei “principi di Norimberga” concepiti all’epoca anche grazie ai giuristi sovietici, che reputarono i leader politici e militari penalmente responsabili del crimine supremo: la pianificazione e la conduzione di una guerra d’aggressione.

Il cuore della visita è la celebre Sala 600, il luogo in cui ventuno alti gerarchi nazisti sedettero sul banco degli imputati per rispondere, per la prima volta nella storia, di crimini contro l’umanità. Le fotografie mostrano i loro volti accigliati, completamente privi di quella spavalderia che sfoggiavano ai raduni degli anni ’30. Le cuffie che indossano ci ricordano che proprio a Norimberga nacque la traduzione simultanea moderna, grazie allo sforzo ingegneristico di IBM.
Come mostra il plastico in scala esposto nel museo, l’aula venne completamente trasformata per il processo: la parete di fondo venne abbattuta per inserire una grande tribuna sopraelevata destinata ai giornalisti e al pubblico, mentre le quattro bandiere degli alleati vennero posizionate alle spalle dei banchi dei giudici.
Fino a pochi anni fa, quest’aula ha continuato a funzionare normalmente, ospitando i dibattimenti quotidiani della corte d’assise bavarese.

Per incastrare gli imputati di fronte alle loro responsabilità, l’accusa non si affidò solo alle testimonianze. Come mostrano le casse di legno da trasporto esposte nel museo, l’esercito statunitense setacciò l’intero territorio del Reich per requisire e catalogare prove documentali incontestabili. Fu proprio la meticolosa e burocratica precisione tedesca a condannare il regime: i rapporti ufficiali registravano freddamente lo sterminio di centinaia di migliaia di ebrei o gli agghiaccianti esperimenti medici condotti sulle cavie umane.
Fu così che, durante il dibattimento, si codificò il concetto di “crimini di guerra” – legato alla violazione delle convenzioni, al lavoro coatto e alle deportazioni –, dando vita al diritto internazionale moderno.
Quell’eredità si ritrova oggi impressa lungo la Via dei Diritti Umani, una candida sfilza di pilastri che conduce all’ingresso del Museo Nazionale Germanico.

Il vento dell’Est

In Maximiliansplatz, la piazza più grande di Bamberga, alcune decine di persone stanno manifestando sotto il sole cocente sventolando cartelloni e bandiere con le scritte «antifa» e «democrazia», sotto lo sguardo vigile della polizia. Un ragazzo che regge uno striscione viola con lo slogan «aufstehen gegen Rassismus» («opporsi al razzismo») mi spiega che si sono radunati per contestare il partito di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), oggi presente in piazza con uno stand informativo. Incuriosita, mi dirigo sotto il loro ombrellone azzurro per raccogliere un po’ di materiale propagandistico.

La retorica dei dépliant è un concentrato di radicalismo identitario. Nel primo opuscolo il linguaggio inclusivo viene descritto come «l’espressione linguistica del conformismo ideologico di un’intera generazione che, paradossalmente, si ritiene la più illuminata e tollerante a memoria d’uomo».
Sulla crisi climatica, il partito nega qualsiasi correlazione tra emissioni di CO₂ e riscaldamento globale, invocando lo stop alla decarbonizzazione. L’allarmismo ecologista, a loro dire «messo in scena dai media», starebbe distruggendo l’economia del Paese: le leggi sulle rinnovabili hanno fatto impennare i prezzi dell’elettricità e la dipendenza da approvvigionamenti esteri limita la libertà nazionale.

Sul fronte migratorio le richieste sono perentorie: controlli serrati alle frontiere, espulsione immediata dei richiedenti asilo respinti e stop ai matrimoni di convenienza.
C’è spazio persino per la cannabis: opponendosi alla legalizzazione ricreativa da poco approvata in Germania, l’AfD ne chiede l’inclusione tra i farmaci ordinari, attribuendole improbabili proprietà di contrasto ai sintomi del Covid.

Già la sera precedente, in un bar di Norimberga, un residente mi aveva confidato come molti elettori socialdemocratici stessero votando AfD per protesta contro le politiche migratorie. Particolarmente invisa è la storica decisione di Angela Merkel che, nel 2015, accolse un milione di rifugiati siriani. «La gente non tollera che i profughi non possano lavorare subito a causa del loro status», mi era stato spiegato, «senza contare i timori per l’infiltrazione di fondamentalisti islamici».

Una tensione esasperata anche dai recenti fatti di cronaca: solo pochi giorni prima, il 23 agosto 2024, un attacco con coltello ha sconvolto Solingen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. La strage, costata la vita a tre persone, è stata compiuta da un siriano di 26 anni arrivato in Germania nel 2022 e beneficiario di protezione sussidiaria.

Un altro interlocutore di origine rumena mi offre una chiave di lettura diversa sul successo della destra radicale nei territori della ex DDR. Spiega che i cittadini dell’Est erano abituati alla parità di genere – una delle poche eredità positive del sistema comunista – e che dopo la riunificazione si sono scontrati con il modello più conservatore della Germania Ovest. Inoltre, a trent’anni dalla caduta del Muro, i ruoli apicali nelle istituzioni restano saldamente in mano ai tedeschi occidentali.

Catapultata senza transizioni in un’economia di mercato globalizzata e destabilizzante, la popolazione orientale sconta anche un profondo trauma storico. Nella ex DDR il regime comunista aveva imposto il mito dello Stato antifascista, scaricando ogni colpa storica sull’Ovest. Questo ha privato l’Oriente di quel lungo e tormentato percorso di rielaborazione del passato nazista avvenuto sul versante occidentale — lo stesso che ho studiato nel Palazzo di Giustizia di Norimberga.

In più, in questo periodo caratterizzato da inflazione e deindustrializzazione, le narrazioni complottiste attecchiscono facilmente. I miti delle «élite globaliste», la profonda sfiducia nella democrazia parlamentare, la contestazione degli aiuti militari a Kiev e l’ostilità verso la NATO costituiscono una piattaforma di disinformazione che l’AfD condivide, paradossalmente, con il nuovo partito di sinistra conservatrice di Sahra Wagenknecht. Argomenti capaci di infiammare gli animi e far diventare paonazzi i miei vicini di tavolo davanti a un boccale di birra.

Le alternative per la Germania

A circa un’ora di treno da Norimberga sorge Würzburg, rinomata meta turistica situata all’inizio della celebre “Strada romantica”. Anche questo centro, in appena venti minuti di bombardamento, fu raso quasi del tutto al suolo: un dramma che le valse il soprannome di «tomba sul Meno». Il suo monumento più importante, la Residenz — l’antico palazzo dei principi vescovi —, è stato fedelmente ricostruito nel dopoguerra, tornando al suo originario splendore barocco.

Oltre che per la sua architettura, Würzburg è famosa nel mondo per il Silvaner, il tipico vino bianco secco della Franconia. Proprio stasera le vie del centro ospitano la festa della vendemmia, mentre splendidi vigneti ricoprono i colli circostanti. Questa storica filiera vitivinicola è però seriamente minacciata dai cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno portato a un aumento significativo delle temperature e a prolungati periodi di siccità.

Di fronte alla crisi, la comunità locale è diventata un modello virtuoso di adattamento attraverso piani d’azione radicali. I progetti per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2040 sono partiti con largo anticipo rispetto al resto del Paese; Würzburg è stata inoltre la prima città della Baviera a istituire un assessorato all’ambiente guidato da un vero e proprio “sindaco per il clima”, integrando la transizione ecologica direttamente nei processi deliberativi comunali. Un approccio che rappresenta l’esatta antitesi al negazionismo ecologista riscontrato negli opuscoli dell’AfD a Bamberga.

Poco più a sud, Rothenburg ob der Tauber incarna invece il prototipo perfetto del borgo medievale tedesco, racchiuso all’interno di una cerchia muraria in pietra rimasta intatta. Il regime nazista nutriva una vera e propria ossessione per questa cittadina, al punto da eleggerla a “comunità ideale” dello spirito germanico e ad archetipo della purezza identitaria ariana. Oggi, grazie a una meticolosa ricostruzione, l’impatto delle distruzioni belliche sembra del tutto invisibile. Le strade sono invase da turisti provenienti da tutto il mondo, affascinati dalle facciate colorate a graticcio e in fila davanti ai celebri negozi di articoli natalizi aperti tutto l’anno.

Anch’io mi sono rifugiata per qualche ora in questa rassicurante Germania fiabesca, cercando una temporanea distrazione dalla violenza della storia e dalle profonde complessità del presente.


ALTRA EUROPA CENTRO-ORIENTALE

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