LUOGHI MAI SENTITI NOMINARE

La piccola Slovacchia

La cortina di ferro di Bratislava

Il castello di Devin sorge su una collina a pochi chilometri da Bratislava, da cui la vista, nei giorni limpidi, si spinge fino alle Alpi austriache. Le sue scenografiche rovine raccontano secoli di assedi, dai carolingi fino alla distruzione definitiva per mano dei soldati napoleonici.
Ai tempi della Guerra Fredda la Cortina di ferro passava proprio da qui: per decenni, molti slovacchi hanno tentato la fuga verso l’Occidente osservando il fiume Morava che si getta nel Danubio. Simbolicamente, all’indomani del crollo del Muro, centomila persone si radunarono presso la fortezza nella marcia “Ahoj, Európa” (“Ciao Europa”) per tagliare il filo spinato e attraversare il confine.

All’imbrunire, il silenzioso e ordinato centro storico fa da sfondo a un improbabile pub crawl. Il tour leader prende fin troppo alla lettera il termine crawl (strisciare), ma stasera gli va male: io e gli altri quattro ventenni del gruppo non abbiamo alcuna intenzione di sbronzarci. A parte i suoi tentativi di riempirci i bicchierini di orrendi liquori locali, la cosa sospetta è che la guida ci conduce in più di un locale che osserva il giorno di chiusura settimanale, meravigliandosi ogni volta pur sostenendo di condurre questi giri praticamente ogni sera. Decidiamo di seminarlo mentre tenta di trascinarci in posti sempre più equivoci.

L’indomani mi reco all’abbagliante fortezza bianca che domina la città. Il palazzo, nato nel decimo secolo come dimora dei sovrani d’Ungheria e rimodellato da Maria Teresa d’Austria, dal 1993 ospita il Museo Nazionale e il Parlamento slovacco.
Da quassù lo sguardo spazia sulla Città Vecchia e il Danubio, soffermandosi sullo scenografico ponte d’acciaio che conduce al sobborgo di Petržalka. Proprio in queste aree periferiche, al confine con l’Austria, la Cortina di ferro era difesa da una fitta linea di bunker fortificati degli anni Trenta, originariamente costruiti contro l’espansionismo nazista e poi riconvertiti dal regime comunista in avamposti militarizzati.
A causa dei violenti sventramenti urbanistici degli anni settanta, del vecchio quartiere ebraico di Bratislava non è rimasto granché; ancora in piedi sono invece le architetture del realismo socialista: il palazzo dell’emittente radiofonica Slovenský rozhlas – a forma di piramide rovesciata –, la facoltà di chimica con i bassorilievi d’epoca e l’iconico Centro commerciale Prior.

Il museo dell’olocausto di Sered’

Sered’ fu sede di un campo di lavoro e concentramento dove vennero rinchiusi oltre sedicimila ebrei, poi deportati nei lager: dal 2016 questi edifici ospitano il Múzeum holokaustu v Seredi, dedicato alla storia della Shoah.

Nel periodo tra le due guerre in Slovacchia vivevano circa centoquarantamila persone di origine ebraica. Nel 1938 il governo collaborazionista di Jozef Tiso annunciò che bisognava risolvere la questione e in molte città cominciarono a diffondersi atti antisemiti. Intanto alcune regioni meridionali passarono all’Ungheria, che risolse per conto suo la faccenda con i circa quarantamila ebrei che già ci vivevano, ai quali si aggiunsero i tanti slovacchi deportati oltre confine. Nel 1941 le leggi furono rafforzate, diventando le più severe di tutta Europa, e il Ministero degli Interni ordinò la creazione di centri per il lavoro coatto; uno di questi sorse proprio a Sereď.

L’anno dopo ebbe luogo la prima ondata di deportazioni, nelle quali più di cinquantamila persone furono destinate ai vari campi di sterminio polacchi. Dopo la repressione dell’insurrezione nazionale slovacca e l’arrivo delle unità tedesche, la macchina della persecuzione scelse la linea radicale: nel settembre del 1944 riaprì il sito, che in questa seconda fase divenne un campo di concentramento. Il comandante era Alois Brunner, che Adolf Eichmann descrisse come il suo “uomo migliore”. Da qui oltre undicimila persone furono spedite nei lager.

Nelle baracche ricostruite che costituiscono il complesso, le esposizioni mostrano le condizioni di detenzione e lavoro forzato a cui sottostavano i deportati, mentre una sezione è dedicata alle vittime e a coloro che rischiarono la vita per aiutarle. Nelle circa due ore trascorse all’interno non incontro nessun altro visitatore.

La mostra dal titolo “Memoria come riferimento” è stata inaugurata l’8 maggio 2023, festa nazionale in cui si commemora la vittoria sul fascismo. «Abbiamo vinto il fascismo e il nazismo?» si chiedono i curatori sul grande pannello nero. «Ufficialmente sì, con la sconfitta nella seconda guerra mondiale». Il testo aggiunge poi un monito su come i regimi totalitari possano arrivare al potere sfruttando proprio i canali democratici: l’Olocausto infatti non è avvenuto da un giorno all’altro, ma è stato preceduto da una crisi sociale che ha aperto lo spazio al populismo.

Sul tema si innestano le importanti parole di Sandra Polovková, direttrice di Post Bellum – un’associazione che documenta le testimonianze dei sopravvissuti ai totalitarismi: «Negli ultimi anni stiamo vivendo una crisi di valori e di autorità, un conflitto militare ai nostri confini, la divisione della società tra vaccinati e non vaccinati, conservatori e liberali, un antisemitismo senza fine». La studiosa evidenzia come le moderne tecnologie aprano lo spazio a un’incontrollabile sirena di disinformazione, di cui si fida più di un terzo dei cittadini slovacchi: «Le pratiche dell’inizio del totalitarismo non differiscono poi tanto l’una dall’altra. Possono sfruttare qualsiasi crisi per guadagnare potere». L’invito finale è a rimuovere le giustificazioni retoriche e a unirsi nella difesa dei diritti di tutti, con una consapevolezza semplice: «Siamo tutti umani, anche se abbiamo opinioni diverse».

Il museo dell’insurrezione di Banská Bystrica

Arrivo in questa ridente cittadina della Slovacchia che si chiama Banská Bystrica. Bisogna sempre avere una scusa valida per visitare queste località che nessuno di noi ha mai sentito nominare prima, e io ce l’ho.

Appena entro in ostello un ragazzo belloccio con una grandissima valigia mi saluta calorosamente – poi scopro che lì dentro custodisce l’amplificatore, infatti poco dopo si mette a suonare la chitarra a cappello nella piazza principale. Quindi arriva un tunisino che, appena scopre la mia nazionalità, reagisce come se avesse visto una celebrità. Nonostante sia carico di borse, molla tutto all’istante e si siede a raccontarmi la sua storia: ha vissuto a Firenze per tanti anni, poi si è sposato con una slovacca e si è trasferito a Bratislava, ma non fa altro che pensare all’Italia.

Finalmente scatta il mio turno per il check-in. Il receptionist, invece di registrarmi, comincia a parlare di cucina italiana e mi fa vedere un video in cui un famoso ristoratore del parmense spiega la preparazione delle lasagne: secondo il giovane slovacco così sono più semplici, con pochi strati e col ragù cotto per circa quattro ore. Poi, dopo diversi minuti di filmato, prende il telefono e mi mostra delle foto della pizza napoletana, che lui fa a casa e comunque non ha niente da invidiare rispetto all’originale. Mentre scorre le immagini di altri cibi italiani in cui lui eccelle, si affaccia un tedesco, il quale mi comunica in italiano di aver studiato la mia lingua all’università, annunciando che anche lui si dedica con profitto alla gastronomia nostrana.

Il fatto è che io non vedo l’ora di farmi una doccia dopo un’intera giornata a sudare nei trentasei gradi di questa calda estate mitteleuropea, mentre l’impiegato col cavolo che ricopia i dati del mio documento. Mi rivolgo dunque a loro nella lingua più bella del mondo, che “sembra che cantate quando parlate”: «Beh, ragazzi, adesso basta!»

A differenza di molti che giungono qui per passare la notte nella famosa discoteca “Ministry of Fun”, io sono in città per visitare il Museo dell’Insurrezione nazionale slovacca, allestito all’interno di un massiccio edificio in cemento armato, composto da due ali connesse da un ponte. Oggi l’area è piena di soldati in divisa: i lavori fervono in vista della grande celebrazione di martedì prossimo, 29 agosto, giorno di festa nazionale. Fu in quella data che nel 1944 venne proclamata l’insurrezione generale contro l’occupazione tedesca e contro il governo collaborazionista di Jozef Tiso, a cui presero parte varie fazioni. Anche dopo che la rivolta fu stroncata dai tedeschi, la guerriglia continuò fino alla liberazione della Slovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1945.

Nei locali del complesso è conservata una vasta documentazione storica sul periodo compreso tra il 1918 e il 1948: si nota ad esempio una postazione in cui il visitatore viene invitato a immedesimarsi in un soldato in trincea, accanto a una presentazione a tutto schermo dedicata ai totalitarismi europei tra le due guerre. Benito Mussolini fu d’ispirazione anche per la Slovacchia, dove si impose un governo guidato dal sacerdote cattolico Jozef Tiso – presidente del Partito Popolare Slovacco di Hlinka -, che adeguò la nuova Costituzione ai modelli dell’Italia fascista e della Spagna franchista, bandì i partiti indesiderati e utilizzò ogni mezzo per reprimere gli oppositori.

Alla fine del percorso sono esposti gli oggetti personali appartenuti ad alcuni partecipanti alla resistenza, perseguitati durante il successivo regime filosovietico cecoslovacco. Dopo il febbraio 1948, costoro subirono ritorsioni e ingiustizie o finirono dritti in prigione, dove «confrontarono le loro opinioni» con gli ex membri della Guardia di Hlinka e con i rappresentanti del deposto regime fascista di Tiso. I nazionalisti slovacchi sostennero che l’insurrezione fosse stata un complotto contro la nazione, poiché uno dei suoi obiettivi principali era rovesciare lo Stato nazionale per ristabilire la Cecoslovacchia, in cui si sentivano soggiogati dai cechi.

Chiedo a un impiegato del museo dove posso trovare testimonianze storiche sul periodo comunista, ma mi risponde che non ce ne sono. Mi devo accontentare del bassorilievo accanto all’ingresso del palazzo delle poste.

Tre incontri a Košice

Mi trovo al tavolo all’aperto di un caffè nel centro di Košice, la seconda città più grande della Slovacchia. A darmi appuntamento qui è stato Martin, che ho conosciuto ieri sera alla Tabačka Kulturfabrik, un bel locale molto affollato dove suonava un bravo dj. Questo ragazzo poco più che ventenne è originario di Bratislava, ma poi la madre si è risposata e si sono trasferiti in questa città. Il padre, lui, non l’ha mai conosciuto. Studia arte all’università e il suo sogno più grande sarebbe vivere in Italia, infatti non fa altro che parlare del suo viaggio in Sicilia dell’anno scorso: a parte aver incontrato Madonna a Taormina, ha letteralmente adorato il fatto che i siciliani si godono la vita. E questo è ciò che lui intende fare: godersi la vita.

Mentre beviamo – Milano-Torino lui, caffè shakerato io -, Martin mi spiega che la Slovacchia è molto più cara degli Stati vicini, in particolare dell’Ungheria, per questo molti suoi connazionali acquistano casa oltre confine o ci vanno a fare la spesa. «Orbán non ci ama molto» aggiunge, «ha detto che gli slovacchi sono praticamente una parte dell’Ungheria». I rapporti fra le due etnie nel tempo sono comunque migliorati, visto che l’attuale premier ad interim è un membro della minoranza ungherese – un fatto impensabile fino a poco tempo fa.

Alla nostra conversazione partecipa anche il gestore del bar, suo amico: avendo vissuto in Spagna, è convinto che parlandomi in castigliano io lo capisca alla perfezione. Sua moglie è ucraina e lui si trasferirebbe molto volentieri in quella terra perché la considera bellissima, ma al momento il conflitto lo impedisce. Anzi, moltissimi profughi si sono rifugiati qui: «In tutti i Paesi ci sono i poveri e i ricchi. I meno abbienti si sono trasferiti a Košice o in altre piccole città, mentre i più facoltosi hanno preferito emigrare a Vienna o Berlino».

Nel frattempo al tavolino accanto si è seduto un altro conoscente del ragazzo il quale, tra un sorso e l’altro di caffè, interviene per ricordarmi che il 30 settembre ci saranno le elezioni e che il favorito è di nuovo Robert Fico, intenzionato a bloccare la fornitura di armi a Kiev. Fico – che si legge “Fizo” e quando lo pronuncio all’italiana ridono tutti a crepapelle – è stato primo ministro quasi ininterrottamente dal 2004 al 2018; si dimise in seguito all’omicidio di un giornalista che indagava sulle connessioni tra il governo slovacco e la ‘Ndrangheta.
«L’evento risale al marzo 2018: due giorni dopo, in Italia, Roberto Fico è stato nominato Presidente della Camera: una coincidenza incredibile. Comunque, la gente ha poca memoria. Se va avanti così, io dico che l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte del territorio, a meno che Stati Uniti e Russia non si concentrino sulla Cina lasciando perdere l’Europa».

La politica slovacca si sta rivelando parecchio intrigante. Chiedo allora notizie su Peter Pellegrini, che ho visto spesso sui manifesti elettorali e che mi è rimasto impresso a causa del cognome italiano. «Adesso è a capo di una formazione di orientamento socialdemocratico», dice Martin, «mentre prima faceva parte dello stesso schieramento di Fico. Quest’ultimo ha deciso di cavalcare le tendenze nazionaliste e populiste così di moda, sfruttando la rabbia che l’opinione pubblica ora prova a causa della crisi economica. A proposito, what about the Meloni government in Italy?»

In circa tre ore di tour della città, questa guida turistica paffuta e dall’ironia discutibile si concentra sulle architetture medievali, sulle aree archeologiche, sulla cultura degli ebrei e perfino sul cibo tipico, ma poco sulla storia del Novecento. Quando le domando se esista qualche lascito del periodo comunista, risponde che vista la guerra in corso non le sembra corretto discutere l’argomento: «Comunque» taglia corto «non è rimasto granché dell’epoca».

La sera sto tornando all’appartamento che ho affittato, quando da una finestra sul ballatoio scorgo un ragazzo che mi saluta con una certa emozione: «Ciao, come stai? Sono Paolo, ho imparato un poco italiano quando lavoravo in Croazia».
Paolo – che in realtà si chiama Pavol – è il figlio della padrona di casa e di parole italiane non ne conosce molte altre. Si è laureato in storia pochi mesi fa e ci tiene a mostrarmi la sua tesi sulla Rutenia subcarpatica, regione che per un breve periodo felice fece parte della prima Cecoslovacchia; dopo la seconda guerra mondiale fu inglobata nell’URSS e oggi fa parte dell’Ucraina. «Purtroppo nessuno dei due stati ha mai riconosciuto la sua autonomia», spiega Pavol sconsolato.
Parliamo un po’ di vari temi storici e politici – «What about the Meloni government in Italy?» -, e alla fine, su questo balcone sgarrupato, sotto un cielo pieno di stelle, conclude sospirando: «Speriamo che Trump non vinca le prossime elezioni, se no noi siamo spacciati».

Il contributo più importante del malinconico Pavol è stato rivelarmi l’esistenza di un Museo delle vittime del comunismo, nuovo di zecca e situato in centro. Il mio programma prevedeva di lasciare Košice di buon’ora per dirigermi verso gli Alti Tatra, ma rimando la partenza e alle otto di mattina sono già in via Moyzesova presso il Múzeum obetí komunizmu. Tomáš mi accoglie negli spazi espositivi, non enormi, ma sobri e tecnologicamente all’avanguardia; apprezzo in particolare la stampa sulle pareti che raffigura una rete bianca su fondo nero, in alcuni punti slabbrata per simboleggiare il tentativo di romperla.
Tomáš ha studiato storia e italiano, lingua che è ben contento di usare con me; fino a poco tempo fa lavorava alla Regione, ma ha scelto di licenziarsi appena è venuto a conoscenza del progetto. Quando gli faccio notare che nessuno conosce questa struttura – compresi i dipendenti dei musei di Sered’ e Banská Bystrica, e persino la guida turistica locale che mi aveva risposto in maniera così assurda –, ammette che il governo non ha mai voluto approfondire la tematica perché al potere sono rimaste le stesse persone dell’era sovietica. «Un po’ come voi in Italia con il fascismo… A proposito, che mi dici del governo Meloni?»
Poi continua: «Considera che in Cecoslovacchia dopo il ‘68 il regime fu molto più pesante rispetto all’Ungheria; qui c’era una vera e propria occupazione. Robert Fico e altri politici negli anni novanta erano gli unici ad avere i capitali necessari per fondare dei partiti. D’altra parte sia Fico sia lo stesso Orban prima erano più liberali; poi hanno verificato il livello di disinformazione di una fetta consistente dell’opinione pubblica e si sono buttati su quella parte».

Un mondo di ladri

Il viaggio si conclude attraversando due storiche località di villeggiatura del Paese. Dalla stazione di Štrba un treno a cremagliera conduce a Štrbské Pleso, l’insediamento più alto dei Carpazi slovacchi. La cittadina prende il nome da un lago di origine glaciale circondato dalle montagne.
Nel tardo pomeriggio raggiungo la moderna città di Poprad per passare la notte. In un ristorante del centro condivido il tavolo con Petra e le sue due amiche. Chiacchieriamo del più e del meno per un po’, mentre anche loro mangiano e io finisco la birra scura. Quando domando quali siano le loro intenzioni di voto alle imminenti elezioni, Petra risponde che la politica non le interessa. «Sono tutti ladri», interviene l’amica. Allora gli dico che devono andare a votare, altrimenti poi non possono lamentarsi dei politici che vanno al potere. Mi danno ragione.
Più tardi, mi imbatto in un locale all’aperto da cui proviene della musica. Due quarantenni mi offrono da bere, durante la pausa mi presentano il batterista della band e dopo pochi minuti mi viene dedicata la canzone “Il mondo” di Jimmy Fontana.

La seconda tappa è Piešťany, nota per i fanghi termali solforici. Gli stabilimenti e gli hotel in stile Art Nouveau sono concentrati nel grande parco dell’isola sul fiume Váh: all’ingresso del ponte che conduce qui c’è una statua in bronzo che raffigura un paziente nell’atto di spezzare in due una stampella.
Poco distante, nel centro storico, si fanno notare le architetture funzionaliste edificate nel primo dopoguerra e la Casa delle Arti, un teatro in cemento in stile brutalista. In un ristorante incontro un gruppo di italiani, in città per la riabilitazione dei loro figli disabili.

La mattina dopo, al bar della stazione, scambio le ultime chiacchiere con due fratelli. Alle dieci del mattino, il novanta per cento dei clienti è ancora ubriaco.


ALTRA EUROPA CENTRO-ORIENTALE

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