La piccola Slovacchia
La Slovacchia è un Paese non molto turistico, privo di una capitale prestigiosa come Praga o Budapest e con un popolo dall’identità per molti indistinguibile da quella ceca. Dopo tanti decenni di convivenza all’interno della Cecoslovacchia, nel 1993 – con la pacifica dissoluzione chiamata “divorzio di velluto” – ha ottenuto l’indipendenza. Sono passati esattamente trent’anni e sono qui per la prima volta.

La cortina di ferro di Bratislava
Per vedere il luogo in cui passava la Cortina di ferro raggiungo subito il castello di Devin, poco distante da Bratislava: è da qui che molti slovacchi nel tempo hanno cercato di fuggire in Occidente. Sempre qui, all’indomani del crollo del Muro, nella marcia dal titolo “Ahoj, Európa” (“Ciao Europa”), circa centomila persone hanno tagliato il filo spinato e marciato attraverso il confine.
Il castello inizialmente fu edificato per difendersi dai carolingi, decisi a conquistare l’Europa orientale. Più volte ricostruito e rimaneggiato, venne definitivamente distrutto dai soldati napoleonici quando l’esercito imperiale austriaco fu sconfitto a Wagram; subito dopo il territorio di Pressburg – l’odierna Bratislava – fu temporaneamente dominato dai francesi.
Dall’alto della collina su cui sorgono le scenografiche rovine, si vede il fiume Morava che si getta con entusiasmo nel Danubio; intorno si apre una magnifica vista che nei giorni di bel tempo può spingersi fino alle Alpi austriache.



All’imbrunire sono nel piccolo centro storico di Bratislava, silenzioso e ordinato, per partecipare a un pub crawl. Evidentemente il nostro tour leader ha preso alla lettera il termine crawl – che significa strisciare, gattonare -, ma purtroppo stasera gli va male: io e gli altri quattro ventenni presenti non abbiamo nessuna intenzione di sbronzarci. A parte i suoi tentativi di riempirci i bicchierini di orrendi liquori locali, la cosa sospetta è che la guida ci conduce in più di un locale che osserva il giorno di chiusura settimanale, meravigliandosi ogni volta pur sostenendo di condurre questi giri praticamente ogni sera. A un certo punto ci liberiamo del tipo, che ormai ha toccato il fondo del barile portandoci in posti sempre più equivoci. La serata si rivela molto divertente, anche perché i due ragazzi olandesi ci raccontano la loro impresa di arrivare a Bratislava con l’autostop.




Il Castello di Bratislava, con la sua abbagliante bianchezza, domina la città dall’alto di un’altura. Sorse nel decimo secolo come dimora del re di Ungheria – all’epoca in cui la città si chiamava Pozsony – e nel corso del tempo ha subito diversi rifacimenti, tra cui quello ad opera di Maria Teresa d’Austria. Dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco e ospita il Museo Nazionale.
Da quassù si possono ammirare bei panorami sulla Città vecchia e sul Danubio, e in particolare lo scenografico ponte d’acciaio che collega Bratislava al sobborgo di Petržalka. A causa dei grossi sventramenti urbanistici avviati a partire dagli anni settanta, del vecchio quartiere ebraico non è rimasto granché. Ancora in piedi sono invece le architetture del realismo socialista: il palazzo dell’emittente radiofonica Slovenský rozhlas – a forma di piramide rovesciata -, la facoltà di chimica con i bassorilievi d’epoca e l’iconico Centro commerciale Prior.



Il museo dell’olocausto di Sered’
Sered’ fu sede di un campo di lavoro e concentramento dove vennero rinchiusi oltre sedicimila ebrei, poi deportati nei lager: dal 2016 questi edifici ospitano il Múzeum holokaustu v Seredi, dedicato alla storia della Shoah in Slovacchia. Per raggiungere questa località prendo il treno con cambio a Trnava: il museo in linea d’aria si trova proprio accanto alla stazione, ma la mancanza di mezzi pubblici mi costringe a un tragitto a piedi di almeno mezz’ora sotto il sole cocente.
Nel periodo tra le due guerre in Slovacchia vivevano circa centoquarantamila ebrei. Nel 1938 il governo collaborazionista di Jozef Tiso annunciò che bisognava risolvere la questione ebraica e in molte città cominciarono a diffondersi atti antisemiti. Intanto alcune regioni meridionali passarono all’Ungheria, che risolse per conto suo la faccenda con i circa quarantamila ebrei che già ci vivevano, ai quali si aggiunsero i tanti slovacchi deportati oltre confine.
Nel 1941 le leggi antiebraiche furono rafforzate, diventando le più severe di tutta Europa, e il Ministero degli Interni ordinò la creazione di centri per il lavoro coatto; uno di questi sorse a Sereď.

L’anno dopo ebbe luogo la prima ondata di deportazioni, nelle quali più di cinquantamila persone furono destinate ai vari campi di sterminio polacchi. Dopo la repressione dell’insurrezione nazionale slovacca e l’arrivo delle unità tedesche, la macchina della persecuzione scelse la linea radicale: nel settembre del 1944 riaprì il sito di Sereď, che in questa seconda fase divenne un campo di concentramento. Il comandante era Alois Brunner, che Adolf Eichmann descrisse come il suo “uomo migliore”. Da qui oltre undicimila ebrei furono spediti nei lager.
Nelle baracche ricostruite che costituiscono il complesso, le esposizioni mostrano le condizioni di detenzione e lavoro forzato a cui sottostavano i deportati, mentre una sezione è dedicata alle vittime e a coloro che rischiarono la vita per aiutarle. Nelle circa due ore trascorse all’interno non incontro nessun altro visitatore.




La mostra dal titolo “Memoria come riferimento” è stata inaugurata l’8 maggio 2023, festa nazionale in cui si commemora la vittoria sul fascismo. «Abbiamo vinto il fascismo e il nazismo?» si chiedono i curatori sul grande pannello nero. «Ufficialmente sì, con la sconfitta nella seconda guerra mondiale». Il testo aggiunge poi un monito su come i regimi totalitari possano arrivare al potere sfruttando proprio i canali democratici: l’Olocausto infatti non è avvenuto da un giorno all’altro, ma è stato preceduto da una crisi sociale che ha aperto lo spazio al populismo.
Sul tema si innestano le importanti parole di Sandra Polovková, direttrice di Post Bellum – un’associazione che documenta le testimonianze dei sopravvissuti ai totalitarismi: «Negli ultimi anni stiamo vivendo una crisi di valori e di autorità, un conflitto militare ai nostri confini, la divisione della società tra vaccinati e non vaccinati, conservatori e liberali, un antisemitismo senza fine». La studiosa evidenzia come le moderne tecnologie aprano lo spazio a un’incontrollabile sirena di disinformazione, di cui si fida più di un terzo dei cittadini slovacchi: «Le pratiche dell’inizio del totalitarismo non differiscono poi tanto l’una dall’altra. Possono sfruttare qualsiasi crisi per guadagnare potere». L’invito finale è a rimuovere le giustificazioni retoriche e a unirsi nella difesa dei diritti di tutti, con una consapevolezza semplice: «Siamo tutti umani, anche se abbiamo opinioni diverse».

Il museo dell’insurrezione di Banska Bystrica
Arrivo in questa ridente cittadina della Slovacchia che si chiama Banska Bystrica. Bisogna sempre avere una scusa valida per visitare queste località che nessuno di noi ha mai sentito nominare prima, e io ce l’ho.
Appena entro in ostello un ragazzo belloccio con una grandissima valigia mi saluta calorosamente – poi scopro che lì dentro custodisce l’amplificatore, infatti poco dopo si mette a suonare la chitarra a cappello nella piazza principale. Quindi arriva un tunisino che, appena scopre la mia nazionalità, reagisce come se avesse visto una celebrità. Nonostante sia carico di borse, molla tutto all’istante e si siede a raccontarmi la sua storia: ha vissuto a Firenze per tanti anni, poi si è sposato con una slovacca e si è trasferito a Bratislava, ma non fa altro che pensare all’Italia.
Finalmente scatta il mio turno per il check-in. Il receptionist, invece di registrarmi, comincia a parlare di cucina italiana e mi fa vedere un video in cui un famoso ristoratore del parmense spiega la preparazione delle lasagne: secondo il giovane slovacco così sono più semplici, con pochi strati e col ragù cotto per circa quattro ore. Poi, dopo diversi minuti di filmato, prende il telefono e mi mostra le foto della pizza napoletana, che lui fa a casa e comunque non ha niente da invidiare rispetto all’originale. Mentre scorre le immagini di altri cibi italiani in cui lui eccelle – come la pasta alla carbonara – si affaccia un tedesco, il quale mi comunica in italiano di aver studiato la mia lingua all’università, annunciando che anche lui si dedica con profitto alla gastronomia nostrana. Il fatto è che io non vedo l’ora di farmi una doccia dopo un’intera giornata a sudare nei trentasei gradi di questa calda estate mitteleuropea, mentre l’impiegato col cavolo che ricopia i dati del mio documento. Mi rivolgo dunque a loro nella lingua più bella del mondo – che «sembra che cantate quando parlate» – dicendo: «Beh, ragazzi, adesso basta!»


A differenza di molti che giungono qui per passare la notte nella famosa discoteca “Ministry of Fun”, io sono in città per visitare il Museo dell’Insurrezione nazionale slovacca, allestito all’interno di un massiccio edificio in cemento armato, composto da due ali connesse da un ponte. Oggi l’area è piena di soldati in divisa: fervono infatti i lavori in vista della grande celebrazione di martedì prossimo, 29 agosto, giorno di festa nazionale. Fu in quella data che nel 1944 venne proclamata l’insurrezione generale contro l’occupazione tedesca e contro il governo collaborazionista di Jozef Tiso, a cui presero parte varie fazioni. Anche dopo che la rivolta fu stroncata dai tedeschi, la guerriglia continuò fino alla liberazione della Slovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1945.
Nei locali del complesso è conservata una vasta documentazione storica sul periodo compreso tra il 1918 e il 1948: si nota ad esempio una postazione in cui il visitatore viene invitato a immedesimarsi in un soldato in trincea, accanto a una presentazione a tutto schermo dedicata ai totalitarismi europei tra le due guerre. Benito Mussolini fu d’ispirazione anche per la Slovacchia, dove si impose un governo fascista guidato dal sacerdote cattolico Jozef Tiso – presidente del Partito Popolare Slovacco di Hlinka -, che adeguò la nuova Costituzione ai modelli dell’Italia mussoliniana e della Spagna franchista, bandì i partiti indesiderati e utilizzò ogni mezzo per reprimere gli oppositori.



Alla fine del percorso sono esposti gli oggetti personali appartenuti ad alcuni partecipanti alla resistenza, perseguitati durante il successivo regime filosovietico cecoslovacco. Dopo il febbraio 1948, infatti, costoro subirono ritorsioni e ingiustizie o finirono dritti in prigione, «dove confrontarono le loro opinioni con gli ex membri della Guardia di Hlinka e con i rappresentanti di Ludak». I nazionalisti slovacchi infatti sostennero che l’insurrezione fosse stata un complotto contro la nazione, poiché uno dei suoi obiettivi principali era rovesciare lo Stato nazionale per ristabilire la Cecoslovacchia, in cui gli slovacchi si sentivano soggiogati dai cechi.
Chiedo a un impiegato del museo dove posso trovare testimonianze storiche sul periodo comunista, ma mi risponde che non ce ne sono. Mi devo accontentare del bassorilievo accanto all’ingresso del palazzo delle poste.




Tre incontri a Košice
Mi trovo al tavolo all’aperto di un caffè nel centro di Košice, la seconda città più grande della Slovacchia. A darmi appuntamento qui è stato Martin, che ho conosciuto ieri sera alla Tabačka Kulturfabrik, un bel locale molto affollato dove suonava un bravo dj. Questo ragazzo poco più che ventenne è originario di Bratislava, ma poi la madre si è risposata e si sono trasferiti qui. Il padre, lui, non l’ha mai conosciuto. Martin studia arte all’università e il suo sogno più grande sarebbe vivere in Italia, infatti non fa altro che parlare del suo viaggio in Sicilia dell’anno scorso: a parte aver incontrato Madonna a Taormina, ha letteralmente adorato il fatto che i siciliani si godono la vita. E questo è ciò che Martin intende fare: godersi la vita.
Mentre beviamo – Milano-Torino lui, caffè shakerato io -, Martin mi spiega che la Slovacchia è molto più cara dei Paesi vicini, in particolare dell’Ungheria, per questo molti slovacchi acquistano casa oltre confine o ci vanno a fare la spesa. «Orban non ci ama molto» aggiunge, «ha detto che gli slovacchi sono praticamente una parte dell’Ungheria». I rapporti fra le due etnie nel tempo sono comunque migliorati, visto che l’attuale premier ad interim è un membro della minoranza ungherese – un fatto impensabile fino a poco tempo fa.
Alla nostra conversazione partecipa anche il gestore del bar, amico di Martin: avendo vissuto in Spagna, è convinto che parlandomi in castigliano io lo capisca alla perfezione. Sua moglie è ucraina e lui si trasferirebbe molto volentieri in quel Paese perché lo considera bellissimo, ma al momento il conflitto lo impedisce. Anzi, moltissimi ucraini si sono rifugiati in Slovacchia: «In tutti i Paesi ci sono i poveri e i ricchi. I meno abbienti si sono trasferiti a Košice o in altre piccole città, mentre i più facoltosi hanno preferito emigrare a Vienna o Berlino».



Nel frattempo al tavolino accanto si è seduto un altro conoscente di Martin il quale, tra un sorso e l’altro di caffè, interviene per ricordarmi che il 30 settembre ci saranno le elezioni e che il favorito è di nuovo Robert Fico, intenzionato a bloccare la fornitura di armi all’Ucraina. Fico – che si legge “Fizo” e quando lo pronuncio “Fico” ridono tutti a crepapelle – è stato primo ministro quasi ininterrottamente dal 2004 al 2018; si dimise in seguito all’omicidio di un giornalista che indagava sulle connessioni tra il governo slovacco e la ‘Ndrangheta. «L’evento risale al marzo 2018: due giorni dopo, in Italia, Roberto Fico è stato nominato Presidente della Camera: una coincidenza incredibile. Comunque, la gente ha poca memoria. Se va avanti così, io dico che l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte del territorio, a meno che Stati Uniti e Russia non si concentrino sulla Cina lasciando perdere l’Europa».
La politica slovacca si sta rivelando parecchio intrigante. Chiedo allora a Martin notizie su Peter Pellegrini, che ho visto spesso sui manifesti elettorali e che mi è rimasto impresso a causa del cognome italiano. «Adesso è a capo di un partito di orientamento socialdemocratico, mentre prima faceva parte dello stesso partito di Fico. La separazione è dovuta anche al fatto che Fico ha deciso di cavalcare le tendenze nazionaliste e populiste così di moda, sfruttando la rabbia che l’opinione pubblica ora prova a causa della crisi economica. A proposito, what about the Meloni government in Italy?»



In circa tre ore di tour della città, questa guida turistica paffuta e dall’ironia discutibile si concentra sulle architetture medievali, sulle aree archeologiche, sulla cultura degli ebrei e perfino sul cibo tipico, ma poco sulla storia del Novecento. Quando le domando se esista qualche lascito del periodo comunista, risponde che vista la guerra in corso non le sembra corretto discutere l’argomento: «Comunque» taglia corto «non è rimasto granché dell’epoca».
La sera sto tornando all’appartamento che ho affittato, quando da una finestra sul ballatoio scorgo un ragazzo che mi saluta con una certa emozione: «Ciao, come stai? Sono Paolo, ho imparato un poco italiano quando lavoravo in Croazia».
Paolo – che in realtà si chiama Pavol – è il figlio della padrona di casa e di parole italiane non ne conosce molte altre. Pavol si è laureato in storia pochi mesi fa e ci tiene a mostrarmi la sua tesi sulla Rutenia subcarpatica, regione che per un breve periodo felice fece parte della prima Cecoslovacchia; dopo la seconda guerra mondiale fu inglobata nell’URSS e oggi fa parte dell’Ucraina. «Purtroppo nessuno dei due stati ha mai riconosciuto la sua autonomia», spiega Pavol sconsolato.
Parliamo un po’ di vari temi storici e politici – «What about the Meloni government in Italy?» -, e alla fine, su questo balcone sgarrupato, sotto un cielo pieno di stelle, conclude sospirando: «Speriamo che Trump non vinca le prossime elezioni, se no noi siamo spacciati».




Il contributo più importante del malinconico Pavol è stato rivelarmi l’esistenza di un Museo delle vittime del comunismo, nuovo di zecca e situato in centro. Il mio programma prevedeva di lasciare Košice di buon’ora per dirigermi verso gli Alti Tatra, ma rimando la partenza e alle otto di mattina sono già in via Moyzesova presso il Múzeum obetí komunizmu. Tomáš mi accoglie negli spazi espositivi, non enormi, ma sobri e tecnologicamente all’avanguardia; apprezzo in particolare la stampa sulle pareti che raffigura una rete bianca su fondo nero, in alcuni punti slabbrata per simboleggiare il tentativo di romperla, quella rete.
Tomáš ha studiato storia e italiano, lingua che è ben contento di usare con me; fino a poco tempo fa lavorava alla Regione, ma ha scelto di licenziarsi appena è venuto a conoscenza del progetto. Quando gli faccio notare che nessuno conosce questa struttura – compresi i dipendenti dei musei di Sered’ e Banská Bystrica, e persino la guida turistica locale che mi aveva risposto in maniera così assurda -, Tomáš ammette che il governo non ha mai voluto approfondire la tematica perché al potere sono rimaste le stesse persone dell’era comunista. «Un po’ come voi in Italia con il fascismo… A proposito, che mi dici del governo Meloni?»
Poi continua: «Considera che in Cecoslovacchia dopo il ‘68 il regime fu molto più pesante rispetto all’Ungheria; qui c’era una vera e propria occupazione. Robert Fico e altri politici negli anni novanta erano gli unici ad avere i capitali necessari per fondare dei partiti. D’altra parte sia Fico sia lo stesso Orban prima erano più liberali; poi hanno verificato il livello di disinformazione di una fetta consistente dell’opinione pubblica e si sono buttati su quella parte».

Un salto negli Alti Tatra
Dalla stazione di Štrba un treno a cremagliera mi conduce a Štrbské Pleso, l’insediamento più alto della Slovacchia, situato a circa milletrecento metri di altitudine. Ci troviamo negli Alti Tatra, la catena montuosa al confine con la Polonia che costituisce la porzione più elevata dei Carpazi. Questo centro di villeggiatura già dagli anni settanta dell’Ottocento è dotato di strutture ricettive, vie di comunicazione e stabilimenti termali specifici per le malattie respiratorie. In occasione dei Campionati Mondiali di sci nordico del 1970 furono realizzati nuovi alberghi, una funivia e due trampolini; inoltre venne ricostruita la ferrovia a trazione elettrica, mentre negli anni successivi sorsero numerosi impianti di risalita.

Lasciata la piccola stazione ferroviaria molto vintage, entro nell’ufficio del turismo – pieno di animali impagliati – dove mi consigliano un certo impianto di risalita, che io però non prendo: sono più attratta dalla Tatras tower, un sofisticato edificio dotato di una passerella pedonale di legno a spirale che conduce ad una piattaforma panoramica. Dall’alto si notano la bella cornice delle montagne circostanti e un grande trampolino per il salto con gli sci.
La cittadina prende il nome da un lago di origine glaciale considerato una delle quattro meraviglie naturali della Slovacchia, intorno al quale tutti passeggiamo, chi in senso orario chi in senso antiorario. Molti cartelli informano sugli edifici, sulle personalità e sugli eventi sportivi legati a Štrbské Pleso, come ad esempio una maratona di zumba.




Nel tardo pomeriggio, con la Ferrovia elettrica dei Tatra, raggiungo la moderna città di Poprad, dove passo la notte in un anonimo albergo accanto alla stazione. Dopo aver ascoltato un paio di brani di questo gruppo rock abbastanza âgé che suona su un grande palco, mi siedo in un locale del centro e ordino da mangiare. Una mezz’ora dopo il locale si riempie, così una donna mi chiede in inglese di condividere il tavolo con lei e le sue due amiche. Io e Petra chiacchieriamo del più e del meno per un po’, mentre anche loro mangiano e io finisco la birra scura. Quando domando quali siano le loro intenzioni di voto alle prossime elezioni, Petra risponde che a lei la politica non interessa. «Sono tutti ladri», interviene l’amica. Allora gli dico che devono andare a votare, altrimenti poi non possono lamentarsi dei politici che vanno al potere. Mi danno ragione.
Poi, forse non sono nemmeno le dieci, se ne vanno a casa. Io invece faccio una passeggiata nel paese e mi imbatto in un locale all’aperto da cui proviene della musica. Sul terrazzo al primo piano suona infatti una band che fa ballare tutti con canzoni tradizionali ma anche internazionali. Qui conosco due amici che mi offrono da bere; durante la pausa mi presentano il batterista e dopo pochi minuti mi viene dedicata la canzone “Il mondo” di Jimmy Fontana.




Le terme di Piešťany
Tra le varie località termali slovacche, a Bratislava mi avevano suggerito Piešt’any, famosa per i fanghi naturali terapeutici. Le sorgenti minerali calde e il fango solforico hanno notevoli effetti sui disturbi della locomozione e sono indicati anche per la cura di altre patologie: non a caso all’ingresso del ponte che conduce all’Isola termale c’è una statua in bronzo che raffigura un paziente nell’atto di spezzare in due una stampella.
La prima struttura terapeutica risale al 1822 e si chiama Bagno Napoleone. In seguito sorsero altri stabilimenti e hotel in stile Art Nouveau, tutti concentrati nel grande parco di quest’isola del fiume Vah. Il mio trattamento a base di fango solforico lo ricevo nell’elegante stabilimento Irma, che forma un unico complesso con il prestigioso hotel Thermia Palace.
Nell’edificio c’è una mostra dedicata al pittore e designer ceco Alfred Mucha, il quale tra gli anni Venti e gli anni Trenta frequentava questo centro. Mucha è l’autore di un grande dipinto di forma pentagonale realizzato appositamente per la grande sala da pranzo dell’albergo: nel 2000 l’opera fu rubata, quattro anni dopo venne ritrovata e infine, una volta restaurata, è stata ricollocata nella sua sede originaria.


Il centro storico è raccolto sull’altra sponda del fiume, collegato da un ponte pedonale degli anni Trenta. L’arteria principale è intitolata ai direttori delle terme nel periodo di Mucha e presenta bellissime architetture Art nouveau. In città si fanno notare i complessi alberghieri Jalta ed Eden, due strutture funzionaliste vicine, edificate nel primo dopoguerra. La Casa Terapeutica Slovan risale al 1906 e originariamente era sede del Grand Hotel Royal: negli anni ottanta venne chiusa e da allora non è stata presa alcuna decisione sulla sua ristrutturazione, per cui appare oggi tristemente in abbandono. L’edificio più sorprendente della città è la Casa delle Arti, un teatro in cemento in stile brutalista.




In un ristorante di Piešt’any incontro un gruppo di italiani: sono qui per la riabilitazione dei loro figli, ragazzi disabili. La mattina dopo, prima di prendere il treno, mentre bevo il caffè scambio due chiacchiere con due fratelli che alle dieci meno un quarto sono ancora ubriachi – come il novanta per cento dei clienti del bar della stazione, d’altra parte.





