COME VOGLIAMO VIVERE INSIEME?

Il cuneo della Germania Est

Le frontiere dell’Oder

Słubice e Francoforte sull’Oder sono due città gemelle, anzi: una “città doppia”. Per andare dall’una all’altra ci vogliono appena cinque minuti a piedi attraverso il ponte che le collega. La particolarità è che appartengono a due Stati diversi.
Un tempo Słubice era semplicemente il quartiere orientale della tedesca Frankfurt. Dopo la seconda guerra mondiale il fiume Oder diventò la nuova frontiera e l’area fu assegnata alla Polonia: la popolazione tedesca venne espulsa e la città fu ripopolata da polacchi, molti dei quali profughi a loro volta dalle regioni orientali.

Se durante il periodo comunista il confine era sbarrato ai normali cittadini, oggi le due città collaborano strettamente, condividendo persino le linee degli autobus.
Tuttavia di recente, per contrastare l’immigrazione irregolare, la Germania ha reintrodotto i controlli di polizia dal suo lato del ponte, imitato a ruota dalla Polonia, che ha piazzato pure lei il suo posto di blocco. I poliziotti effettuano perquisizioni a campione concentrandosi su auto e furgoni e non si interessano ai pedoni come me.

In confronto alla banale Francoforte, Słubice mi è apparsa subito come un enorme mercato a cielo aperto pieno di benzinai e grandi scritte in tedesco (zigaretten, alkohol, friseur). Ogni giorno infatti decine di residenti di Frankfurt attraversano il ponte e vengono qui a comprare prodotti che costano meno. Anche i barbieri, i centri estetici e i dentisti di Słubice lavorano quasi esclusivamente con clienti tedeschi.
Il flusso però non è a senso unico: anche i polacchi tornano a casa con borse piene di elettrodomestici, detersivi e cosmetici di marca acquistati in Germania per la qualità superiore o la maggiore convenienza.

Al ristorante di Słubice sono circondata da tavoli dove si parla quasi solo tedesco e i camerieri passano da una lingua all’altra senza sforzo. Al momento del conto accettano indifferentemente euro o złoty.
Lo shopping va avanti indisturbato pure se la moneta polacca ha subito forti fluttuazioni e i prezzi sono lievitati. «Ci stiamo preparando all’euro», mi ha detto il cameriere con infondato ottimismo.

A meno di mezz’ora di treno da Francoforte, il paesaggio pianeggiante dell’Oderbruch si interrompe davanti a un pendio. Sorge qui il Memoriale delle Alture di Seelow, il luogo in cui nella primavera del 1945 ha avuto luogo la più vasta e sanguinosa battaglia della seconda guerra mondiale su territorio tedesco. Qui l’Armata Rossa sferrò l’offensiva finale contro le linee difensive naziste, che aprì ai sovietici la strada definitiva verso Berlino.

Con la fine della contrapposizione tra Est e Ovest, anche questo memoriale si è trovato di fronte a un complesso lavoro di reinterpretazione storica. Come nel resto dell’Europa centrale e orientale, il dibattito si concentra su un dilemma fondamentale: la fine della guerra deve essere ricordata come la liberazione dal nazismo o piuttosto come l’inizio di una nuova occupazione comunista?

Sulla cima della collina, vicino al cimitero di guerra, svetta una gigantesca statua bronzea del soldato sovietico. All’interno del museo viene invece illustrato il condizionamento culturale esercitato dall’URSS mediante film, romanzi e celebrazioni forzate. Il regime della Germania Est (DDR) giustificava l’alleanza e la “fedeltà incrollabile” verso l’Unione Sovietica esaltando il suo contributo decisivo nella sconfitta del Terzo Reich, in quella che i russi definiscono “Grande Guerra Patriottica”.

I rapporti ufficiali dell’epoca, esposti nelle bacheche, rivelano lo scontento della popolazione locale, negli anni ottanta, per l’obbligo di partecipare a parate e raduni propagandistici, mentre i problemi della vita quotidiana venivano ignorati e i segni dei bombardamenti restavano visibili sulle facciate delle case.
Nel registro del museo, una nota scritta a mano il 29 aprile 1990 descrive lo smarrimento di quel periodo cruciale: l’anonimo visitatore definisce il clima politico dell’Ovest una «frenesia pan-germanica» e invoca la necessità di riflettere su quel passato e conservare l’amicizia con l’URSS affinché non scoppi mai più un conflitto. Non possiamo negare che per anni questo sia avvenuto.

Esami di riparazione

Il Museo di Storia Militare di Dresda è ospitato in un vecchio arsenale dell’Ottocento dentro cui l’architetto Daniel Libeskind ha conficcato un gigantesco cuneo di acciaio e vetro. Un’operazione parecchio simbolica in una città completamente distrutta dai bombardamenti del ’45.

Per essere un museo militare, è quantomeno originale. Invece di esaltare la forza delle armi, espone debolezze e interrogativi e affronta gli aspetti più umani dei conflitti.
Un pannello subito avverte: «Dolore, paura, orrore e lutto sono sensazioni che non possono essere mostrate in un museo». Eppure, in qualche modo, loro ci riescono.
Tra protesi, sistemi di protezione e bunker, film e moda, i curatori si interrogano anche sui giocattoli di guerra, dai soldatini di piombo ai videogiochi, indagando il confine sottile tra beneficio e danno educativo.

Il tema si sta concretizzando proprio in questi mesi nella “guerra dei gamers” descritta nel nuovo reportage di Cecilia Sala dall’Ucraina: qui l’ottanta per cento dei soldati russi colpiti viene ucciso tramite droni telecomandati e i nerd esperti di joystick sono diventati i combattenti migliori al fronte, superando i militari anziani.
L’esercito ucraino ha persino introdotto una piattaforma digitale che funziona con un sistema a punti. I piloti caricano i video delle loro azioni e – in base alla difficoltà dell’obiettivo – il software assegna dei crediti con cui i reparti acquistano nuovi equipaggiamenti su una sorta di Amazon bellico.
L’unica consolazione è pensare che un soldato russo vivo vale più punti di uno morto.

Il percorso cronologico del museo parte dal Medioevo per arrivare ai giorni nostri. Nella sezione finale spiegano che, per evitare derive autoritarie, nel dopoguerra l’esercito dell’Ovest è stato vincolato al concetto di “guida interiore”, in base al quale i soldati hanno il dovere morale di disobbedire a ordini che violano i diritti umani.
Spinta da un forte senso di colpa storico, la Germania ha costruito la propria identità sul rifiuto della forza, riducendo man mano il budget militare.

Affrontato con onestà il punto critico della riunificazione del 1990 (vissuta da molti come un’umiliante annessione militare occidentale), il museo non nasconde le contraddizioni generate dalla «cultura della ritrosia», sollecitando esplicitamente il dibattito.

Quando i soldati combattevano in Afghanistan, ad esempio, i politici evitavano la parola “guerra”, preferendo definizioni ipocrite come “intervento umanitario”: anche la cancelliera Merkel ha parlato ben poco di questa “missione di pace”.

Finché il 24 febbraio 2022, mentre i carri armati russi entravano in Ucraina, il generale Alfons Mais scrisse su LinkedIn: «La Bundeswehr, l’esercito che ho l’onore di comandare, si trova lì più o meno a mani vuote».
A causa del persistente tabù sull’invio di armi all’estero, la Germania offrì inizialmente al Paese invaso solo cinquemila elmetti protettivi: il sindaco di Kiev lo definì «uno scherzo». Un vecchio elmetto, esposto in una bacheca accanto alle parole di Mais, simboleggia quell’estrema esitazione tedesca.

A quel punto è arrivata la Zeitenwende, la svolta epocale: un fondo speciale da cento miliardi di euro e l’impegno a spendere il due per cento del PIL per la difesa, come la NATO chiedeva da vent’anni.
Un cambio di rotta storico che ha ovviamente ridestato i vecchi fantasmi espansionistici – che la Germania oggi non persegue affatto, ma che sono cinicamente cavalcati dall’internazionale della disinformazione: il tabù del riarmo è diventato il bersaglio preferito della guerra ibrida di Mosca.

Anche i media hanno la loro responsabilità: quando la Germania annuncia, che ne so, l’acquisto di missili Tomahawk, tendono a dare la notizia con toni sensazionalistici come se Hitler fosse resuscitato.
È lo stesso meccanismo psicologico analizzato nella mostra temporanea ospitata nel museo, dedicata alle Wunderwaffen, le Armi miracolo. Qui ci raccontano la propaganda mistificatrice del Terzo Reich, che negli ultimi anni di guerra sfornava slogan farlocchi su mirabolanti armi tecnologiche che avrebbero dovuto ribaltare le sorti del conflitto.

La vetrina del museo che più mi ha colpita presenta un manifesto ufficiale della Bundeswehr che promuove l’immagine dell’esercito come garante della democrazia e della libertà di espressione, il cui slogan recita: «Combattiamo anche affinché tu possa essere contro di noi». Accanto, una famosa operazione di “adbusting” realizzata da attivisti antimilitaristi. Le parole del manifesto satirico sono: «Non tutti i soldati sono nazisti… Ma una quantità pazzesca sì», con l’obiettivo di denunciare gli scandali legati alla presenza di reti di estrema destra all’interno dei reparti della Bundeswehr.

Un museo militare che mostra apertamente queste controversie devo dire che mi ha fatto un certo effetto. Con i venti nazionalisti che soffiano, spazi espositivi del genere rischiano di diventare un miraggio.

Tutto diventa rabbia

Nell’ultima sala del Forum di Storia Contemporanea di Lipsia, un grande murale panoramico dominato dalla scritta «Wir sind das Volk», Noi siamo il popolo, riassume l’evoluzione delle manifestazioni di piazza in Germania, mostrando come la frase simbolo della Rivoluzione pacifica del 1989 abbia cambiato significato nel tempo.
Dopo le proteste su temi socio-economici degli anni duemila e i cortei anti-migranti del 2015, si arriva ai blocchi stradali contro le restrizioni Covid e, l’anno dopo, ai cartelli che contestano le sanzioni alla Russia con lo slogan: «Non congeliamo per la vostra politica».
Nella stessa sala è esposto un cappello di carta stagnola fatto in casa, raccolto su una strada di Lipsia dopo un corteo del 2020: il correlativo oggettivo della deriva complottista anti-Covid. Accanto c’è una finta lapide in pietra nera su cui sono incisi l’epitaffio della democrazia federale (1990-2020) e le libertà sospese dai decreti sanitari.

Una copertina di Der Spiegel fotografa il momento in tre parole: «Alles wird Wut», Tutto diventa rabbia.

A chiudere il percorso, un monitor interattivo registra i voti di quasi novantamila visitatori alla domanda: «Per cosa scenderesti in piazza oggi?». Se la richiesta di migliori condizioni di lavoro guida la classifica con il trentaquattro per cento, un quarto degli intervistati sceglie l’opzione sovranista: «Prima il nostro Paese».

Per unire i puntini e capire come si è giunti dalle manifestazioni contro una dittatura vera a quelle contro una presunta, si possono cercare degli indizi nella mostra permanente “La nostra storia. Dittatura e democrazia dopo il 1945”.

Qui la parabola della DDR viene raccontata in chiave pop: gli arresti politici, il razionamento, la censura, la propaganda, l’industrializzazione forzata, ma anche il ruolo paritario delle donne e i rassicuranti riti di regime.

Quindi si arriva al nodo centrale: le conseguenze concrete della riunificazione.
Intanto, come nota di colore, fino alla fine del 1989 ogni cittadino dell’Est che arrivava nella Repubblica Federale riceveva un regalo di benvenuto di cento marchi. Subito dopo è arrivato il trauma economico vero e proprio, iniziato quando a ritmi record quasi tutte le aziende statali vennero privatizzate. Poiché i prodotti dell’Est non potevano competere sul mercato globale, l’apparato industriale in breve collassò provocando milioni di licenziamenti. Ecco la foto di un’altra piazza: quella delle proteste operaie contro la disoccupazione.
Un’immagine della celebre statua di Marx ed Engels a Berlino Est commenta gli eventi; sul piedistallo qualcuno ha scritto: «Siamo innocenti».

La mostra non risparmia le polemiche sulla cancellazione della memoria storica, attuata distruggendo tonnellate di libri di produzione socialista e centinaia di case della cultura, né le critiche ai costi enormi per modernizzare le infrastrutture orientali.

Un Lenin pietrificato è seduto tra le targhe delle strade che cambiano nome e la pubblicità della mucca viola Milka. Forse anche lui ha deciso di emigrare all’Ovest.

Un’installazione raccoglie diverse prime pagine e titoli provocatori (principalmente di tabloid come la Bild o il Berliner Kurier) che hanno alimentato il dibattito pubblico e gli stereotipi reciproci. «Pensioni dell’Est decisamente troppo alte!» e «Niente lavoro perché è una Ossi» sono alcune delle notizie, ma non manca l’ironia: «Ingiusto! Vera neve solo per l’Est di Berlino».

Un pannello conclusivo espone i principali motivi per cui molti tedeschi dell’Est (gli “Ossis”) guardano al passato con sentimenti contrastanti: il divario economico tra le due Germanie è tuttora forte in quanto a ricchezza e salari, mentre i ruoli di massima responsabilità del Paese sono occupati in stragrande maggioranza da cittadini occidentali.

Il tutto è corroborato da una serie di grafici colorati dell’Istituto Allensbach presentati su un grande schermo ricurvo: se all’Ovest la fiducia nelle istituzioni è rimasta alta per tre decenni, all’Est diminuisce costantemente. Oggi meno della metà dei cittadini orientali si dice soddisfatta della democrazia tedesca.
«Le emozioni e le esperienze di quei giorni plasmano ancora oggi gli stati d’animo e i sentimenti» commentano i curatori.

Il viaggio si chiude con una parete piena di fogliettini scritti a mano intitolata: «DDR: Un tema ancora attuale?» Una domanda squisitamente retorica, alla luce della formidabile avanzata elettorale dell’estrema destra e dei populismi nelle regioni orientali.

Il platte è sexy

Una vera e propria fissazione si è impossessata dei curatori dei musei in Sassonia: il Plattenbau. La costruzione di questi tipici palazzoni prefabbricati faceva parte del piano abitativo del partito unico della DDR, il SED, per rimediare alla crisi edilizia e sostituire i centri storici in decadenza. Per l’epoca, servizi come il riscaldamento centralizzato, il bagno in casa e l’acqua calda corrente rappresentavano un lusso ambito.

L’esposizione “Platte Ost / West” allo Stadtmuseum di Dresda analizza la storia della standardizzazione industriale dal 1945 a oggi, sottolineando che questi complessi residenziali non dominano solo i paesaggi dell’Est, ma anche quelli dell’Ovest. «Erano e sono tuttora la casa di centinaia di migliaia di persone. Tuttavia, questi edifici hanno spesso una cattiva reputazione: si dice che siano monotoni, grigi, cupi e che ospitino fasce sociali svantaggiate». L’immagine di un “Tetris-Plattenbau” è accompagnata a loop dalla musica del celebre videogioco.
La mostra presso il Forum di Lipsia è nata invece per celebrare i cinquant’anni dalla posa della prima pietra di Leipzig-Grünau, uno dei quartieri simbolo dell’ex DDR, e si concentra sulla vita quotidiana in questi condomini.

Proprio a Grünau oggi si sperimenta il futuro di queste strutture: dopo anni di abbandono post-riunificazione, in alcuni blocchi si abbattono le pareti interne per ridisegnare gli spazi, creando ambienti adatti al co-housing.

Il tema è di stringente attualità in quanto, di fronte a una grave carenza di case a prezzi accessibili, architetti e politici stanno riscoprendo l’edilizia modulare e prefabbricata come la via più rapida ed ecologica per dare una risposta abitativa di massa, proseguendo idealmente la linea aperta nel dopoguerra.

La vicina Chemnitz rappresentò il terreno ideale per applicare questa filosofia su scala monumentale. Dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, infatti, nel 1953 la città – ribattezzata Karl-Marx-Stadt – fu ridisegnata da zero per diventare il modello urbano per la classe operaia della DDR.

Nello Schloßbergmuseum questa metamorfosi viene descritta attraverso una serie di plastici e mappe. Si passa dall’anello di mura difensive del Cinquecento al tessuto fittissimo del 1930, dove tra i grandi magazzini d’avanguardia spicca il Kaufhaus Schocken di Erich Mendelsohn, miracolosamente sopravvissuto alle bombe. Nel 1964, l’antico centro storico fu definitivamente sostituito da piazze smisurate e grandi blocchi prefabbricati, che rappresentavano allora l’apice della modernità e dell’uguaglianza socialista.

In seguito, strutture pubbliche come l’avveniristica stazione degli autobus del 1969 e il maestoso complesso della Stadthalle (1974) dimostrarono l’evoluzione del regime: superata la fase stalinista, lo Stato socialista passò ad applicare le forme del modernismo e del brutalismo.

E arriviamo ai giorni nostri, quando la deindustrializzazione degli anni novanta ha svuotato le fabbriche e trasformato i quartieri-simbolo, come il gigantesco complesso residenziale Fritz-Heckert-Gebiet, in «ghetti grigi» afflitti da disoccupazione e declino demografico.
La mostra fotografica di Christian Sünderwald documenta gli edifici abbandonati e scomparsi a Chemnitz, simboli di un declassamento urbano che è stato vissuto in tutto l’Est come l’ennesimo schiaffo alla propria esistenza. Non è un caso se oggi, all’ombra di quei grandi complessi residenziali, i voti di protesta raccolgono le percentuali più alte del Paese.

L’obbligo della memoria

Il titolo è «Viaggio a Buchenwald». Il tema scritto a mano è la cronaca della gita scolastica obbligatoria al famigerato campo di concentramento: la partenza all’alba, i fiori deposti per il leader comunista Ernst Thälmann, la visita al crematorio e lo sconcerto davanti alle scarpe dei bambini. L’esperienza viene giudicata «molto triste».
È la pagina del quaderno di una scolara della Germania dell’Est del 1955, esposta in una bacheca del museo sulla DDR di Lipsia.

Le visite ai lager in Germania Est seguivano la narrazione ufficiale del regime, secondo cui i campi erano monumenti alla resistenza eroica dei prigionieri comunisti contro il militarismo e il capitalismo nazista dell’Ovest.
Nella stessa sala troviamo il bozzetto della scultura bronzea che Fritz Cremer realizzò per il memoriale del lager. I curatori spiegano che il partito unico costrinse l’artista a modificare l’opera perché i prigionieri non dovevano apparire come vittime sofferenti, bensì come intrepidi “vincitori antifascisti”.

Al memoriale di Buchenwald arrivo con un normale autobus cittadino da Weimar. L’ingresso è gratuito, ma ogni giorno c’è una visita guidata in inglese a un costo calmierato. Alex è un giovane volontario che svolge questo compito con grande passione; è così coinvolto che in alcuni luoghi particolarmente macabri preferisce non entrare con noi.

Percorriamo la strada asfaltata che collegava il comando delle SS al cancello d’ingresso del campo, il cosiddetto Caracho-Weg. «In tedesco significa muoversi a grandissima velocità» spiega Alex, «con un termine che probabilmente deriva dallo slang degli internati comunisti spagnoli. Appena arrivati, i prigionieri esausti dovevano percorrere questa strada di corsa sotto i colpi, i morsi dei cani e le urla delle guardie». Aggiunge che nel museo potremo vedere il cartello in legno decorato che indicava graficamente l’obbligo di correre: «Le SS ordinarono al detenuto politico Bruno Apitz di intagliarlo per loro» spiega.

«Dal 1945 al 1950, i sovietici utilizzarono parti dell’ex lager come campo di internamento» dice poi Alex, indicando la baracca che serviva come edificio amministrativo della direzione. «In totale, quasi trentamila persone furono detenute qui. La storia del campo speciale sovietico fu mantenuta segreta nella DDR, anzi era severamente vietato parlarne». Non tutti erano ex nazisti, anzi la maggioranza erano oppositori politici anticomunisti e adolescenti innocenti: migliaia di loro sono morti per fame e malattie, sepolti in fosse comuni nei boschi circostanti.

Giungiamo al cancello d’ingresso dove spicca il terrificante motto «Jedem das Seine», A ciascuno il suo. I gerarchi imposero che fosse rivolto verso l’interno, leggibile dai prigionieri durante l’appello. Fu incaricato di disegnarlo Franz Ehrlich, detenuto politico nonché esponente del Bauhaus. Ehrlich trasformò l’ordine in un atto di sfida, utilizzando proprio lo stile tipografico della corrente artistica che il regime nazista aveva bandito come “arte degenerata”. Le SS non se ne accorsero e approvarono il progetto. Ehrlich, sopravvissuto ai lager, diventò uno degli architetti di punta della DDR, lavorando nei ritagli di tempo come informatore segreto per la Stasi.

Cent’anni dopo, il Bauhaus è di nuovo sotto attacco: l’estrema destra di Alternative für Deutschland, definendolo un’architettura della globalizzazione che nega l’identità nazionale, promette di tagliare i finanziamenti pubblici all’istituto in caso di vittoria elettorale.

A questo proposito, Alex è demoralizzato: i sondaggi danno l’AfD al quaranta per cento nelle prossime elezioni del Land Sassonia-Anhalt, di cui è originario. Nel programma del partito, troviamo aberrazioni come le classi separate per studenti con disabilità, i testi scolastici scelti dal Land, la remigrazione dei cittadini stranieri, l’abolizione del diritto costituzionale all’asilo, il contrasto contro gli “stili di vita non riproduttivi” e l’uscita dagli accordi di Parigi sul clima.

Nel memoriale incrociamo numerose scolaresche: secondo l’esperienza personale della guida, molti ragazzi sono vicini agli ambienti dell’estrema destra e ostentano apertamente il fatto di fregarsene dei lager.
«Insomma, tutta questa cultura della memoria che avete in Germania non ha funzionato?» chiedo. Alex non risponde: è avvilito.

Mentre ci dirigiamo al vecchio crematorio, si sofferma sul tragico destino degli omosessuali. Non solo – come le altre “categorie dimenticate” – vennero esclusi dalle leggi di risarcimento, ma in entrambe le Germanie molti di loro dopo la liberazione furono nuovamente incarcerati come criminali comuni.
Bisognerà attendere la radicale ristrutturazione del memoriale, dopo la riunificazione, per vedere finalmente allestite mostre permanenti dedicate al genocidio dei Rom, dei Sinti, dei Testimoni di Geova e degli omosessuali, appunto, categorie quasi totalmente ignorate fino ad allora.

Su questa collina dell’Ettersberg il tempo cambia in modo repentino: a un certo punto si scatena un temporale improvviso, accompagnato da un vento fortissimo che sferza gli alberi e gli scarni resti delle baracche, quasi tutte demolite all’epoca della DDR. Ho appena il tempo di salutare Alex e rifugiarmi nel museo.

All’Est la narrazione su Buchenwald ruotava intorno all’eroica rivolta armata dei prigionieri comunisti dell’11 aprile 1945. Nell’esposizione permanente ci spiegano che in realtà la coraggiosa insurrezione dei detenuti (non solo comunisti) avvenne quando le SS stavano già fuggendo, e fu un’operazione supportata dalla Terza Armata statunitense.
Quando sono stati aperti gli archivi, sono emerse anche altre zone d’ombra: gli “eroici” leader comunisti del campo (che svolgevano un ruolo di tramite tra le SS e i prigionieri), per salvare i compagni di partito inseriti nelle liste di trasferimento verso i campi di sterminio, non esitavano a cancellare i loro nomi sostituendoli con quelli di altri sfortunati detenuti.

Buchenwald sorge a soli dieci chilometri da Weimar. Alex sin dall’inizio ci aveva ripetuto che i cittadini dell’epoca sapevano perfettamente cosa succedeva sulla collina: vedevano il fumo del crematorio, incrociavano i prigionieri nei lavori forzati per le industrie locali, vendevano cibo e bevande alle SS. Ma scelsero di chiudere gli occhi.
Subito dopo la liberazione, il generale americano Patton costrinse circa mille cittadini di Weimar a visitare il lager per vedere di persona i cadaveri e gli orrori che avevano avuto luogo lì. Molti di loro dichiararono di non aver mai saputo nulla. In quell’occasione, a ogni visitatore venne consegnato un foglietto di istruzioni, dove ogni capoverso iniziava con lo stesso imperativo: «Erinnere Dich», ricorda. Ricorda i forni, ricorda il piccolo campo, ricorda il sangue.

Il giorno dopo, a Weimar, mentre cammino dall’ex quartier generale nazista (il Gauforum) alla stazione, noto dei grandi ritratti fotografici in bianco e nero collocati ai lati della strada.
Sono i volti dei sopravvissuti di Buchenwald che compongono la mostra «Die Zeugen», I Testimoni, inaugurata in occasione del centenario della fondazione del Bauhaus, il cui museo sorge proprio accanto al monumentale Gauforum. Questa era la strada che i prigionieri di Buchenwald percorrevano a piedi o sui camion, sotto gli occhi della popolazione civile.
Nei sette anni successivi all’installazione, molti di questi ritratti sono stati vandalizzati e sfregiati, costringendo più volte il comune di Weimar – la città del Bauhaus, di Goethe e di Schiller – a ripararli.

Le condizioni di Weimar

Alla fine del percorso del Bauhaus-Museum di Weimar c’è una sala dedicata a Hannes Meyer, direttore della scuola dal 1928 al 1930, incentrata sulla domanda: «Come vogliamo vivere insieme?»
I visitatori sono invitati a riflettere su temi caldissimi come la globalizzazione, l’emergenza abitativa, la sostenibilità delle città e l’automazione. In questo modo il museo ripropone il Bauhaus come un laboratorio di pensiero critico dalla forte impronta sociale e politica, dimostrando che le domande sollevate un secolo fa sul vivere comune sono esattamente le stesse con cui ci confrontiamo oggi.

Nel 1930, per motivi politici, Meyer venne licenziato dalla direzione e tre anni dopo l’intera esperienza del Bauhaus fu chiusa definitivamente sotto le pressioni del nazismo. La crisi economica del 1929 e l’iperinflazione provocarono la perdita di fiducia nel Parlamento, accelerando il collasso che ha poi portato al Terzo Reich. La Repubblica di Weimar – che aveva incarnato i valori del pluralismo, del cosmopolitismo e della modernità – crollò dopo quattordici anni.

Di fronte al Teatro Nazionale, dove venne firmata la prima costituzione democratica tedesca, la Haus der Weimarer Republik racconta la storia di questo tracollo.

Cent’anni dopo, quell’ostilità nei confronti del Bauhaus si ripresenta con dinamiche analoghe, mostrando una chiara linea di continuità ideologica. È uno dei parallelismi al centro della seconda sezione del museo, dedicata alle sfide odierne della democrazia.

La mostra evidenzia come nei media e nel discorso sociale si parli frequentemente di “condizioni di Weimar”. Come accadde all’indomani del crollo della Borsa di Wall Street, nell’attuale clima di crescente incertezza molte persone non sono più propense a trovare un compromesso, lo considerano un segno di debolezza e pretendono dalla politica risposte più nette.
«Negli ultimi anni, a quanto pare, il populismo ha guadagnato molto terreno in Germania e in altre parti del mondo» si legge infatti tra le sale. «Piuttosto che alle ideologie, i populisti odierni si appellano a un ritorno a quello che definiscono “buonsenso”. Ed è proprio questo che dobbiamo usare per contrastare l’ascesa del populismo».

Il percorso espositivo sottolinea come le pari opportunità vengano ancora oggi messe in discussione e rileva che sulla digitalizzazione della vita quotidiana «molti politici mostrano una mancanza di consapevolezza e di conoscenza simile a quella che i politici della Repubblica di Weimar dimostrarono a loro tempo nei confronti dei nuovi media della fotografia e della radio». La tecnologia cambia, ma il fine delle campagne ibride lanciate da Mosca e Pechino resta lo stesso: distruggere la democrazia.

Numerose domande dalla risposta non semplice vengono poste al pubblico: «Qual è la forma di governo giusta per gestire il cambiamento climatico?», oppure: «Come possiamo ristabilire la fiducia nelle istituzioni dello Stato?», ma ce n’è una che vorrei rivolgere io ai curatori: «Come pensate di contrastare il populismo con il buonsenso?»

Il mio viaggio nella Germania Est termina al Deutsch-Deutsches Museum di Mödlareuth, un minuscolo villaggio di cinquanta abitanti al confine tra la Turingia e la Baviera, ribattezzato “Little Berlin” dagli americani.
Qui per quarant’anni un muro, un fossato e il filo spinato hanno segnalato la frontiera invalicabile fra le due Germanie. Oggi invece possiamo liberamente passare da un lato all’altro del paese, ma le differenze restano: Mödlareuth ha due CAP, prefissi separati e i bambini vanno in scuole diverse. Nella zona turingia ci si saluta con la frase “Guten Tag”, in quella bavarese con “Grüß Gott”. E soprattutto, gli abitanti votano separati, esprimendo orientamenti politici opposti.

Nel museo, vedendo i filmati della storica manifestazione di lunedì 9 ottobre 1989 a Lipsia, mi viene da piangere. «Noi siamo il popolo», «Resistenza!», «Noi restiamo qui!» e «Gorbi Gorbi!» gridavano le decine di migliaia di persone scese in piazza sfidando il regime comunista.

Dal ponte che collega Francoforte a Słubice fino a questo ruscello che per decenni ha separato due mondi opposti, l’interrogativo di Hannes Meyer continua a non trovare risposta: «Come vogliamo vivere insieme?»


ALTRA EUROPA CENTRO-ORIENTALE

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