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PRIMA CHE FACCIA DI NUOVO BUIO

A Vienna finisce l’estate

«Chi viaggia senza incontrare l’altro non viaggia, si sposta», ebbe a dire la citatissima scrittrice ed esploratrice francese Alexandra David-Néel. Be’, mi ha sorpreso scoprire che molti amanti dei viaggi in solitaria rivendichino il fatto di non voler incontrare nessuno nei paesi che visitano, anzi, partono da soli proprio per non avere a che fare con la gente. Contenti loro, ma non condivido affatto la loro impostazione: in un mondo in cui, piuttosto che la complessità e l’analisi pacata, vigono la semplificazione e il tifo da stadio, viaggiare dovrebbe essere ancora di più un modo per farsi raccontare i fatti da chi li vive e non da chi ci specula sopra.

I giorni trascorsi a Vienna sono stati particolarmente favorevoli alla socialità. Quando sono arrivata erano circa le 11 di sera, faceva piuttosto caldo e non avevo per niente sonno. Nei pressi della stazione centrale l’unico bar che avevo adocchiato aveva appena chiuso. Gli ultimi avventori erano ancora lì seduti a uno dei tavoli e quando ho chiesto loro di indicarmi una birreria mi hanno invitata ad andare con loro in centro. Ed eccomi a vivere la mia prima notte viennese, che dopo la mezzanotte – anche d’estate – è tristemente relegata nei locali al chiuso. In ogni caso, alle 4 ero ancora al bancone a parlare dei disastrosi esiti economici del periodo Covid e dell’attuale politica europea con il titolare di un jazz club; poi come niente sono arrivate le 5, la metropolitana ha riaperto e sono tornata in hotel.
Il giorno dopo, in uno dei bar allineati lungo il vacanziero Donaukanal, ho conosciuto Mateus, questo ragazzo carinziano che, tra un cliente e l’altro, mi voleva raccontare per forza la storia dei due tipi che da Vienna sono riusciti ad arrivare in treno in Corea del Nord, e che poi mi ha comunicato con amarezza che il suo locale avrebbe chiuso definitivamente dopo pochi giorni. Quando gli ho parlato del mio tour in Slovacchia, ha opinato che in realtà non è tanto che gli slovacchi amano l’Italia (come gli stavo dicendo io), quanto che amano qualunque paese che non sia il loro.
Un altro personaggio interessante l’ho conosciuto a Grinzing. Avevo un bel ricordo di questo sobborgo, ma risale agli anni Novanta: questa volta mi è sembrata nient’altro che una tipica destinazione di viaggi di gruppo, piena di grandi autobus parcheggiati lungo la strada. Non a caso questo spagnolo che ho conosciuto era il tour leader di una comitiva latino-americana e stava mangiando da solo il cibo poco allettante di questa tipica vineria di Grinzing. Io me ne sarei anche tornata subito in centro, se non fosse stato che dovevo caricare il cellulare, così nell’attesa avevo ordinato un bicchiere di pessimo vino rosso. Quando il gruppo ha terminato la cena, sono salita anch’io sull’autobus che ci portava in centro, mentre Gonzalo prendeva il microfono e dava qualche coordinata ai messicani, cileni, ecuadoregni del suo gruppo, molti dei quali non avevano ancora capito in quale Stato si trovassero, visto che la tabella di marcia era piuttosto serrata: il giorno dopo sarebbero andati a Lubiana, il giorno prima erano in Germania e io capisco che questo possa creare parecchia confusione.

Attraverso i prestigiosi musei viennesi posso ripercorrere la storia del Paese: la mitica epopea degli Asburgo al Kunsthistorisches Museum, la vita quotidiana di Mozart nella casa-museo in Domgasse 5, il Modernismo del primo Novecento al Museo Leopold.
Vado a commemorare alcuni di questi celebri personaggi nei due principali cimiteri di Vienna, parchi in cui si va anche a fare jogging, dove con un po’ di fortuna si può incontrare un cerbiatto come è accaduto a me. Nel cimitero di Hietzing riposano tra gli altri Gustav Klimt e Otto Wagner, nel Zentralfriedhof lo scrittore Arthur Schnitzler, ma anche celebri compositori come Beethoven, Brahms e Schubert e la pop star degli anni Ottanta Falco. Per raggiungerlo ho preso la linea del tram 71: quando un viennese dice «Er hat den 71er genommen» («Ha preso il 71») usa una metafora per comunicare che la persona in questione è giunta al capolinea.

Nel 1918 i principali protagonisti del Modernismo viennese erano quasi tutti morti: Gustav Klimt, il suo dotatissimo discepolo Egon Schiele, l’altro grande pittore espressionista Richard Gerstl; solo Kokoschka visse fino a più di 90 anni. Insomma, il fertile suolo della Vienna fin de siècle rimase completamente incolto. L’Impero finì e nacque la repubblica, l’instabilità economica incoraggiò l’autoritarismo e le ideologie fasciste fino all’Anschluss.
Cento anni dopo è stata inaugurata la Casa della storia austriaca (Haus der Geschichte Österreich), il primo museo di storia contemporanea del Paese. Per molto tempo l’Austria si presentò come vittima del nazismo, senza fare riferimento ai tanti austriaci che avevano sostenuto il regime o avevano preso parte ai crimini nazisti; oggi la parte di responsabilità dell’Austria non è più oggetto di dibattito, ma l’ideologia di estrema destra si sta nuovamente diffondendo in ampi settori della società. A questo proposito il museo assegna una grande importanza al “Mare di Luci” del 1993, quando circa 300.000 persone si riunirono nella Heldenplatz di Vienna e in diverse altre città per prendere posizione contro il razzismo e l’esclusione; era accaduto infatti che il Partito della Libertà aveva annunciato un’iniziativa popolare che chiedeva di fermare l’immigrazione e di introdurre leggi discriminatorie nei confronti dei migranti. Questo movimento mise in luce le tendenze razziste nella società e l’inasprimento della situazione giuridica per i migranti sotto il governo di coalizione socialdemocratico-partito popolare (nonostante ciò, le rivendicazioni contenute nell’iniziativa popolare sono poi state in parte realizzate negli anni successivi, pure da altri partiti). 
Anche il direttore del Burgtheater, il sontuoso teatro rinascimentale sito sulla Ringstrasse, con il suo programma per la prossima stagione vuole lanciare un chiaro segnale contro le tendenze di destra e autoritarie in Europa, infatti sulla facciata del teatro c’è scritto nero su rosso: «Svegliamoci, prima che faccia di nuovo buio».

Le temperature crollano e io non ho nulla di pesante nello zaino: per fortuna ho un volo nel pomeriggio. Inoltre, grazie alle quattro ore di ritardo con cui siamo partiti, Ryanair mi ha mandato piuttosto rapidamente un bel regalino di 250 euro, ben superiore alla cifra che avevo speso per i biglietti.


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