UN PALESTINESE A PHNOM PENH

Gli incontri delle nove di mattina

Dopo una bella dormita, alle nove di mattina mi siedo bella bella al bancone vicino alla minuscola piscina e ordino un caffellatte. La temperatura è salita e il sole splende. Accanto a me il sudanese che vive in questa guesthouse già da qualche mese sta chiacchierando con un tizio pelato con una lunga barba nera, occhiali da sole, orecchini e ciondoli d’argento.
Non appena l’amico se ne va, costui si gira dalla mia parte e si presenta. Scopro nell’ordine che è palestinese, ma adesso vive qui a Phnom Penh; parla sei lingue compreso il russo e l’ucraino perché la sua ex moglie è ucraina (e ancora oggi vive a Mariupol insieme al loro figlioletto).
Il mio nuovo amico è molto arrabbiato con Zelens’kyj e con gli americani e gli europei che lo sostengono, mentre in fondo Putin non sta facendo altro che difendere i russofoni dell’Est da tutte le angherie che subiscono. Appurato che la democrazia per lui è una parola vuota, cerco un argomento che spieghi la mia avversione nei confronti delle autocrazie, ma nessuno dei diritti umani cui faccio riferimento riscuote il suo interesse. Solo quando menziono le questioni di genere si accalora, spiegandomi che lui i gay non li vuole proprio vedere davanti agli occhi, visto che la vita è fondata sulla riproduzione e loro, con la loro stessa esistenza, smentiscono questo presupposto. Ovviamente anch’io, non avendo avuto figli, ho vissuto una vita inutile. Per fortuna sono donna e dunque, anche se fossi lesbica (dubbio che gli è rimasto), sarebbe meno grave degli uomini.
Durante questa conversazione, il palestinese continua a bere il suo whisky fumando una sigaretta dopo l’altra. Io sono in un bagno di sudore. Quando alle dieci e mezzo il tizio si accomiata, la cameriera mi comunica che il Nostro aveva passato la notte al club e mi chiede se mi fossi accorta che era ubriaco.


DISAGIO GLOBALE

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