Dieci minuti in un taxi montenegrino
Sono a Perast ad aspettare l’autobus insieme a un uomo taciturno e a due donne che hanno appena scoperto, con grande entusiasmo, di essere entrambe russe. A un certo punto si accosta un taxi: concordano il prezzo della corsa per Cattaro e io mi aggiungo all’equipaggio senza essere stata invitata.
«Milletrecentocinquanta gradini, duecentottanta metri fino alla cima, e che vista meravigliosa! L’ingresso oggi è gratuito, ma tra qualche giorno costerà quindici euro a persona». Il tassista, che parla russo perfettamente, sta consigliando caldamente la fortezza alle russe e al turco, marito di una delle due. «Vi avverto: c’è una vista davvero magnifica su tutta la città vecchia e sulla baia. E oggi è arrivata la nave da crociera».
Io l’ho percorsa stamattina quella scalinata, ma non ho proseguito oltre la Chiesa di Nostra Signora del Rimedio, anche perché di viste sulla città ne avevo abbastanza dopo tutta la strada fatta dal Lovćen.
Nastya, la russa sposata con il turco, confessa di non aver mai imparato l’inglese. Ora vive a Istanbul, ma è originaria di Kazan, «la terza capitale della Russia». L’altra, Monika, viene presentata al tassista, a cui viene raccontato come si sono conosciute alla fermata dell’autobus.
«Hanno detto che Kazan è una città molto bella», fa il tassista.
«Sì, è molto bella, ma ora a causa della guerra ci sono molti droni che volano in giro».
«Ci sono droni che volano sopra Kazan?»
«Sì, moltissimi. Volano dritti dritti in città».
«Stanno bombardando gli ucraini, vero?»
«Sì, i miei genitori vivono a Kazan, e a ottobre la casa accanto alla mia è stata bombardata dagli ucraini».
«Quindi, non è particolarmente sicuro a Kazan adesso… Sono passati tre anni, giusto?»
«Quattro. Quattro anni di guerra. Erano quattro anni a febbraio».
«Chi avrebbe potuto immaginarsi una cosa del genere?»
«Sì, come la prima guerra mondiale. E non c’è niente da fare».
«Orribile».
«In ogni caso, in un certo senso si vive in pace… Siamo in una guerra del ventunesimo secolo».
«Già».
«Ma non è l’Ucraina, è l’America».
«L’America?»
«L’Ucraina è solo una pedina, amico mio. Ucraina e Russia sono un solo popolo».
«Infatti, nei miei ventiquattro anni di lavoro con turisti russi e ucraini, non ho mai incontrato una famiglia che non fosse imparentata. Russia-Ucraina, Russia-Ucraina, tutti parenti».
«È tutto causato dalla politica. E dai soldi», sentenzia Nastya. «Gli ucraini hanno bombardato Donetsk e il Donbass per otto anni. Hanno tradito i loro fratelli e le loro sorelle, tutto qui. E poi dicono in TV che la Russia è cattiva. Dove siamo cattivi? Ci hanno bombardato per otto anni e noi abbiamo reagito. Per quanto tempo ancora potevamo rimanere in silenzio? Scusate, tutti i Paesi fanno così. Non voglio ciò che non è mio, ma scusate, io devo proteggere ciò che è mio».
«Certo, è sempre così».
«Sì, certo, forse in certi momenti siamo anche delle bestie [zveri in russo], ma non siamo stati i primi a iniziare la guerra».
«Sì, sì, lo so, è giusto…», il tassista, come sempre, dà ragione su tutta la linea a Nastya. Poi, come se niente fosse, fa: «Vedete dritto davanti a voi, amici, dove c’è un pezzo delle antiche mura della città? Vi mostrerò dove iniziano le scalinate». Spiega loro che ci vogliono circa trenta minuti per raggiungere la fortezza, assicura falsamente che non è per nulla faticoso, ma suggerisce comunque di portare almeno un litro e mezzo di acqua. A proposito: Nastya indossa scarpe con i tacchi a spillo.
«Cos’altro c’è da vedere nella città vecchia oltre a questo?»
«Nella città vecchia si trova la Cattedrale cattolica di San Trifone, che è più antica di Notre-Dame. Fu costruita nel 1166 sulle fondamenta di una chiesa dell’809».
«Lui sa tutto» commenta Monika, che fino a questo momento non ha aperto bocca.
«Poi ci sono diverse piazze e tutte le case antiche in stile architettonico veneziano. Ville, palazzi, chiese. Ma in sostanza, la città vecchia di Kotor, a parte i bastioni, è simile a Budva». Questo glielo dice perché Nastya conosce bene Budva, avendone lodato poco prima la vibrante vita notturna.
«Nel quindicesimo secolo, signorina, nella città vecchia di Kotor c’erano trentacinque chiese e sette monasteri. Ora ne restano solo sei. Gli altri sono andati distrutti durante il terremoto o durante la guerra».
«Conosci molto bene la città e il Paese» interviene nuovamente Monika.
«Eh be’, ventiquattro anni di lavoro con i turisti… Ah, oggi è domenica, i negozi e le boutique sono chiusi in Montenegro».
«È ovvio» commentano all’unisono le due russe.
Mi lasciano di fronte allo Shopping Centre Kamelija, rigorosamente chiuso, e proseguono verso le scalinate. Li saluto, chiedendomi come farà Nastya ad affrontare i milletrecentocinquanta gradini di pietra con i suoi tacchi a spillo.






