Un franco-siculo in un’isola cambogiana
Mi trovo a Koh Rong, una graziosa isola tropicale dotata di spiagge candide, palme diagonali e ragazze che la danno per 50 dollari. In questo tipo di destinazioni bazzicano numerosi personaggi singolari, che hanno abbandonato da anni i loro Paesi cosiddetti occidentali oppure che fanno avanti e indietro in attesa di decidere che piega dare alla loro vita. Per esempio c’è Marco, un francese di origine siciliana, che da alcuni mesi vive in Indocina.
Il mio interlocutore è ossessionato dal traffico mondiale di bambini, che secondo lui farebbe parte di un complotto mondiale (e infatti – indovinate un po’ – non ce lo dicono). Secondo lui devo assolutamente guardare il film The sound of freedom: «parla di un ex agente federale degli Stati Uniti che lascia il suo lavoro e si dedica al salvataggio di bambini vittime della tratta di esseri umani». Marco non è l’unico a promuovere questa pellicola: lo hanno fatto anche i sostenitori di QAnon e certi ambienti della destra conservatrice statunitense. Secondo questa gente, un’élite globale di pedofili satanisti si dedica a torturare i bambini affinché producano una sostanza che funziona come elisir di lunga vita. Ecco, non mi convince moltissimo.
C’è un’altra cosa che non va giù a Marco: «Ormai in Francia non puoi più permetterti di corteggiare una ragazza! Qualunque cosa fai ti accusano di maschilismo, o addirittura di averle picchiate o violentate. Sai quanti ne conosco… Invece qui in Asia non ci sono questi problemi, per fortuna». Penso al trentenne veneto che ho conosciuto ieri, il quale preferisce fare sesso a pagamento con le cambogiane perché si rompe le palle a corteggiare le ragazze. Marco invece ha una fidanzata thailandese, una donna indipendente, che ha studiato e fa l’avvocato. «Sai, le donne del Sud Est asiatico sono forti: ecco perché qui non ci sono femminicidi». Ordina un’altra birra Angkor. «Comunque, la cosa più tragica è che abbiamo smesso di credere in Dio». Annuisco. «Sai qual è l’unica soluzione? Il buddismo. Quant à moi, dopo aver letto il Bhagavadgītā, non credo più nella democrazia».
Mi congedo pensando al filo invisibile che lega un film americano, le donne asiatiche, il buddismo e la democrazia.






