Un viaggio a rimorchio della memoria
A causa della combinazione di voli che avevo acquistato, il viaggio in direzione Phnom Penh è stato piuttosto impegnativo. Sono atterrata nella capitale cambogiana alle 11 del mattino dopo 31 ore consecutive senza vedere un letto.
Nell’ultimo breve volo sono letteralmente crollata dal sonno, ma poi sono stata accolta dal tipico odore dell’Asia (un mix di bruciato, fiori, incensi, spezie, acqua stagnante) e definitivamente risvegliata dai famosi sorrisi cambogiani.

Luci e ombre di Phnom Penh
Avevo prenotato una singola in una guesthouse semplice e accogliente nel centro di Phnom Penh, dove mi sono rifocillata al bar, di fronte alla piccola piscina. Poi, nonostante la stanchezza e anche un inizio di raffreddore, siccome non sono una che va all’altro capo del mondo e passa la giornata a dormire, mi sono attivata per visitare il Museo del genocidio di Tuol Sleng, un edificio scolastico che fu utilizzato come “centro di rieducazione” dai Khmer rossi.
Comincia così il film dell’orrore che mi ha accompagnato per tutto il viaggio e che narra le raccapriccianti vicende di questi paranoici comunisti cambogiani che in meno di quattro anni massacrarono circa un quarto (qualcuno dice un terzo) della popolazione cambogiana.


IL REGIME DEI KHMER ROSSI
Quando nel 1954 l’Indocina era diventata indipendente dalla Francia, al vertice dello Stato cambogiano c’era il fascinoso Norodom Sihanouk, un sovrano dispotico ma abile nel tenere il Paese fuori dalla guerra del Vietnam. Nel ’69 la Casa Bianca fece bombardare i cosiddetti “santuari”, luoghi cambogiani da cui partivano i vietcong per compiere incursioni nel Vietnam del Sud; l’anno dopo ci fu un colpo di stato di destra, guidato dal Ministro della Difesa Lon Nol, che andò al potere con l’appoggio degli Stati Uniti. Sihanouk invece si rifugiò a Pechino e decise di allearsi con i cambogiani filovietnamiti e con i suoi ex-nemici: i Khmer rossi.
I bombardamenti e la guerra civile tra le opposte fazioni proseguirono finché nell’aprile 1975, subito dopo che l’ambasciata americana ebbe fatto evacuare i suoi dipendenti, i Khmer rossi entrarono a Phnom Penh, accolti con inevitabile entusiasmo dalla popolazione, che non ne poteva più né delle bombe americane né del governo del palindromo Lon Nol che aveva fatto crescere terribilmente l’inflazione, la corruzione e la miseria. L’euforia si trasformò ben presto in sconforto perché gli abitanti furono obbligati a lasciare immediatamente la città e furono deportati nelle campagne, al fine di realizzare il folle proposito di trasformare il Paese in una repubblica socialista agraria, dove il denaro non aveva più valore, le scuole non avevano più senso, i legami famigliari venivano brutalmente recisi e le persone erano considerate niente più che bestie da soma.
In meno di due anni il regime impose una collettivizzazione integrale ed eliminò totalmente le distinzioni sociali, annientando i ceti più agiati e colti (il solo fatto di portare gli occhiali poteva portare automaticamente alla morte). Le tecniche agricole erano a dir poco antiquate e le opere di irrigazione realizzate mediocri, per cui il riso venne ben presto a mancare, la gente moriva di fame e si ammalava di colera, di malaria, di dissenteria, mentre le medicine erano vietate.
In questo carcere di Phnom Penh, conosciuto come centro di detenzione S-21, furono imprigionate e torturate famiglie intere, accusate di avere tramato contro il regime, anche se la maggior parte di loro non conosceva o comprendeva le ragioni che motivavano l’accusa. I prigionieri erano sottoposti a violentissimi interrogatori e torture irripetibili affinché confessassero al partito (il temibile Angkar) i loro crimini inesistenti. Gli stessi torturatori che lavoravano qui furono a loro volta eliminati da altri aguzzini che presero il loro posto quando cominciarono a intensificarsi le purghe tra i quadri del partito.
Le condizioni degli internati erano spaventose: ricevevano razioni alimentari da fame e nessuna cura medica, le celle erano stipate fino all’inverosimile e i prigionieri erano perennemente incatenati, non c’erano gabinetti né alcuna possibilità di lavarsi. Da qui in particolare era praticamente impossibile uscire vivi, infatti alla fine si sono contate circa 18 mila vittime (più di mille dei quali bambini), mentre i sopravvissuti furono solo dodici, oggi ritratti in grandi pannelli nel cortile del museo.




Il complesso di edifici di Tuol Sleng fu scoperto nel gennaio 1979 durante l’invasione vietnamita e già l’anno dopo fu convertito in un museo per testimoniare i crimini del regime appena destituito, infatti la struttura era stata mantenuta come fu lasciata dai Khmer rossi in fuga, con le aule trasformate alla bell’e meglio in celle.
Lavate via le tracce di sangue e coperti alcuni graffiti sui muri, le sale del museo oggi contengono migliaia di foto scattate dai carnefici alle loro vittime. Le donne hanno tutte lo stesso taglio di capelli, infatti sia gli uomini sia le donne dovevano portarli corti.
Tutta la popolazione era obbligata a vestirsi di nero: gli immigrati dalle città (il cosiddetto “popolo nuovo”) dovevano tingere con coloranti naturali i propri vestiti, che però con il sudore tornavano ai loro colori originali, mentre alla popolazione rurale vennero consegnati dei completini neri per davvero. Una parte del museo è dedicata appunto ai vestiti ritrovati nel campo, che testimoniano in maniera concreta i crimini che hanno avuto luogo qui.




Dopo il museo mi sono diretta verso il centro piena di entusiasmo e di curiosità nei confronti di questa capitale che non avevo mai visitato. Lo spettacolo asiatico, come al solito avvincente, mi distrae dagli orrori della storia: moto cariche di merce, peluche giganti che parlano, barbieri a bordo strada, accrocchi di fili elettrici, studenti in divisa.
Man mano che il sole cala, si accendono tutta una serie di luci, comprese quelle delle barche turistiche e dei ponti in lontananza, che poi si mischiano a quelle che celebrano il Natale e la fine dell’anno; ci sono infatti tante decorazioni natalizie, nonostante si tratti di un Paese buddista. Salgo su uno dei tanti rooftop bar per ammirare lo spettacolo del fiume Tonle Sap che si incontra con il Mekong. Sul lungofiume impazza la moda dell’aerobica.



Oltre ai teschi accatastati in teche di vetro presenti in ogni dove, l’altro fil rouge di un viaggio in Cambogia è costituito dai remork-moto, comunemente chiamati tuk tuk, ma in realtà molto diversi dai mezzi usati ad esempio in Thailandia o in India. Si tratta infatti di motociclette con un piccolo rimorchio dotato di tettuccio: rispetto ai classici Ape Piaggio sono molto più spaziosi e la visibilità dell’esterno è maggiore. L’offerta è straordinariamente ampia e dovunque andassi c’era sempre almeno un driver che mi apostrofava con le dolci parole «tuk tuk?»
Ne provo subito uno per recarmi al Museo nazionale, che ha sede in un elegante edificio rosso terracotta con un bel giardino e ospita una meravigliosa collezione di sculture khmer risalenti al periodo preangkoriano e angkoriano. All’epoca la cultura locale era influenzata dalle due religioni più importanti dell’India, il brahmanesimo e il buddismo, per questo la maggior parte delle statue raffigurano divinità induiste come Visnu, Ganesh o Shiva.



Le altre attrattive principali della capitale si trovano tutte a poca distanza e sono raggiungibili a piedi. Il mercato nuovo (Psar Thmei), ospitato in un edificio in stile art déco che sembra una ziggurat babilonese; il tempio Wat Phnom, che ospita la sorridente statua di Lady Penh, la donna leggendaria che ha dato il nome a questa città; l’affascinante mercato russo, dove ho mangiato il num banh chok, una zuppa di noodles che ha tra gli ingredienti i fiori di banana.




Il Palazzo Reale è una struttura maestosa (molto simile al suo omologo di Bangkok) caratterizzata dai classici tetti khmer e da ricche decorazioni dorate. Visto che è sede della corte reale, i visitatori possono accedere a ben pochi edifici, tra cui la Sala del Trono, utilizzata per le incoronazioni e altre cerimonie, e la Pagoda d’Argento, che si chiama così per il pavimento ricoperto da 5000 piastrelle d’argento del peso di un chilo ciascuna. Essendo uno dei pochi posti risparmiati dalle gigantesche rapine effettuate dai Khmer rossi, all’interno si trovano molte autentiche testimonianze della ricchezza e dello splendore dell’antica civiltà khmer, come un Buddha di smeraldo realizzato in cristallo Baccarat e un Buddha d’Oro di novanta chili ornato da 2086 diamanti.
IL RE DELLA CAMBOGIA
La Cambogia è una monarchia costituzionale elettiva in cui il re viene scelto da un consiglio speciale e resta in carica per tutta la vita; nonostante sia il capo dello stato, ha solo un potere formale e simbolico. L’attuale re si chiama Norodom Sihamoni ed è sul trono dal 2004, dopo l’abdicazione di suo padre (il già citato Sihanouk, che ha regnato in maniera non continuativa sin dal 1941). Il suo nome è la combinazione delle prime due sillabe dei nomi dei genitori e ha un passato molto interessante.
Visse infatti buona parte della sua giovinezza a Praga, dove studiò danza, musica e teatro; nel 1975 si trasferì insieme al padre in Corea del Nord, ospite di Kim Il Sung, dove studiò cinematografia. L’anno dopo fu obbligato dai Khmer rossi a tornare a Phnom Penh dove rimase confinato nel Palazzo Reale con la famiglia, finché non furono portati in Cina quando la capitale fu occupata dai vietnamiti. Due anni dopo si trasferì a Parigi dove visse per quasi due decenni insegnando danza classica e dirigendo la compagnia di ballo che aveva fondato. Nel 1990 diventò direttore generale e artistico di una società cinematografica e recitò come protagonista in uno dei film del padre, mentre nel 1993 fu nominato delegato della Cambogia presso l’UNESCO a Parigi.
Anche se molto meno carismatico del padre e in gran parte soggetto ai capricci del potentissimo primo ministro Hun Sen, ha dimostrato di essere un monarca gentile e rispettoso, svolgendo i suoi doveri con dedizione e vivendo una vita semplice.
L’amore di Sihamoni per il balletto, unito al fatto che è stato sempre scapolo, ha alimentato molti pettegolezzi sulla sua sessualità: qualche anno fa ad esempio su Facebook è apparsa una fotografia in cui il volto di Sihamoni era stato photoshoppato su un’immagine porno gay; accanto c’era la scritta «Il re della Cambogia è gay». Se il re della Cambogia fosse davvero gay, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti per i diritti LGBT, ma finora ha sempre negato, limitandosi a dire che è a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.




Il più noto dei famigerati “killing fields” del Partito Comunista della “Kampuchea democratica” si chiama Choeung Ek Genocidal Center e si trova nella periferia sud di Phnom Penh: per andarci assoldo per dodici dollari un guidatore di remork.
In questo ex-frutteto venivano spediti a bordo di un camion i prigionieri della già citata prigione di Tuol Sleng e di altri “centri di rieducazione”: una volta giunti sul posto venivano costretti a scavare da soli la propria fossa e poi venivano uccisi da guardie dei Khmer rossi che in molti casi non avevano più di tredici anni. Qui sono state scoperte decine di fosse comuni contenenti migliaia di corpi, ma altre attendono di essere portate alla luce (si presume che in totale ce ne possano essere fino a 10.000). Molte di esse sono visibili e infatti non è raro imbattersi nelle ossa, nei denti o nei brandelli di vestiti delle vittime sparsi sulla superficie, soprattutto dopo forti piogge.
Uno stupa commemorativo con le pareti in plexiglass è occupato da alcune migliaia di teschi umani, prova inconfutabile del modo in cui venivano effettuate le esecuzioni: per risparmiare munizioni, si utilizzavano infatti armi improvvisate come martelli, machete, coltelli, asce, mazze di legno, attrezzi agricoli. In alcuni casi, i bambini e i neonati venivano soppressi sbattendoli violentemente contro gli alberi o infilzandoli con le baionette davanti alle loro madri. Gli altoparlanti diffondevano musica rivoluzionaria a tutto volume per coprire le grida di agonia.

La scioccante esperienza “museale” è organizzata molto bene e mi ha molto colpito il fatto che ci siano addirittura le audioguide in italiano, che già in Europa sono molto rare, figuriamoci qui. La traduzione e la pronuncia sono perfette e anche i contenuti sono interessanti e per niente retorici: ci fanno ascoltare i racconti delle vittime, intervallati dalla musica, e ci invitano a sederci in un posto ameno e a riflettere su quanto è accaduto.
Il fatto è che noi visitiamo musei, memoriali, leggiamo libri e vediamo film su tutte le tragedie della storia, ci commuoviamo, ci chiediamo come è stato possibile, a volte siamo morbosamente attratti dagli strumenti di tortura, celle, ceppi, teschi e tutte le carneficine e i massacri (che siano definiti genocidi oppure no) succedono di nuovo e di nuovo e tutti siamo impotenti di fronte alla violenza che certi popoli subiscono anche in questo momento in cui sto scrivendo.

Cambogia sale e pepe
Kampot si trova nell’estremo sud della Cambogia e dista circa 150 km da Phnom Penh. Il tragitto in minivan dura quasi quattro ore, almeno una delle quali impiegata per districarsi dai milioni di motorini che affollano le strade della capitale all’ora di punta. L’ultima parte del viaggio avviene dopo il tramonto: sulla strada circolano diversi camioncini con rimorchio dove le persone viaggiano in piedi, stipate una accanto all’altra, mentre ai margini della carreggiata altri gruppi attendono nell’oscurità che un altro cassone vuoto li raccolga.
Poco prima di raggiungere la stazione finale di Kampot, attraversiamo una rotonda al centro della quale campeggia un grosso durian di pietra che di sera si illumina e che ci ricorda che questo frutto, puzzolente ma pregiatissimo, è prodotto in grandi quantità da queste parti.


Questa provincia è sempre stata ricca proprio grazie all’esportazione dei prodotti dell’agricoltura e inoltre, essendo situata al confine con il Vietnam, Kampot era un importante snodo commerciale e una città cosmopolita che attirava lavoratori del sud-est asiatico. Anche dopo la fondazione del nuovo porto di Sihanoukville, alla fine degli anni ’50, rimase un luogo di villeggiatura dell’elite cambogiana e dei coloni francesi – fino all’avvento del regime dei Khmer rossi, naturalmente. Fu opera loro la distruzione del vecchio ponte francese che collegava due quartieri della città, ma oggi esso è stato ricostruito e appare, festosamente illuminato, a pochi passi dalla semplice guesthouse dove ho preso una stanza.
Nel ristorante dove sono andata a cena rimango delusa dall’assenza del granchio nel menu (che non si parla d’altro quando si cita Kampot), però la zuppa di frutti di mare è accompagnata da generosi grani del celebre pepe locale. In una delle vie centrali sorgono decine di girls bar, uno accanto all’altro, tutti semivuoti se non fosse per alcuni gruppetti di ragazze scosciate e qualche sparuto bianco, in genere attempato e quasi sempre ubriaco. L’inglese che gestisce un negozio di kebab si lamenta della presenza dei suddetti bar equivoci in un posto di villeggiatura frequentato da famiglie: prima del Covid non c’erano.

Una delle attrazioni turistiche della zona è la stazione climatica del monte Bokor, oggi in abbandono, fondata negli anni Venti dai coloni francesi: anch’essa fu occupata dai Khmer rossi, i quali non la abbandonarono neanche dopo la caduta del regime di Pol Pot, infatti vi rimasero accampati per altri vent’anni continuando la guerriglia armata. Mi è dispiaciuto molto non averla visitata, ma avendo solo una giornata da spendere qui ho preferito un altro itinerario: per effettuarlo ho assoldato un guidatore di remork, un simpatico giovanotto con cui ho trascorso diverse ore sobbalzando sulle vie ben poco asfaltate di questa provincia.
Dopo una breve sosta nei pressi di alcune imbarcazioni di pescatori, ormeggiate dove il fiume Prek Kampong Kandal sta per sfociare nel Golfo del Siam, costeggiamo una lunghissima serie di saline e ci fermiamo qualche minuto per entrare di persona in uno dei magazzini di legno. A questo punto, in una nuvola di terra e polvere, ci addentriamo nella campagna (palme, mucche magre, casolari colorati, orti e risaie) fino alla Phnom Chhngok cave. Percorrendo una lunga scalinata si raggiunge una grotta che contiene un tempietto sacro del VII secolo, dedicato a Shiva, e diverse stalattiti, tra cui quella a forma di testa di elefante.



La tappa successiva è La plantation, una modernissima azienda agricola che produce pepe biologico. Nella visita guidata gratuita ci vengono illustrati i metodi di coltivazione, raccolta e lavorazione delle diverse varietà.
Nell’azienda si coltivano anche molti altri prodotti e inoltre dispone di un ristorante e di un negozio dove si possono acquistare souvenir abbastanza cari (guadagni comunque reinvestiti per la comunità): qui ci sediamo a un tavolo per effettuare la degustazione. Io non avrei mai creduto che si potessero degustare i grani di pepe da soli, e infatti assaggio solo il pepe verde e quello rosso e quando arriva quello bianco me la svigno.
I Khmer rossi all’epoca distrussero tutte le coltivazioni per sostituirle con le risaie, ma poi l’attività è ripresa e anzi dal 2010 il pepe di Kampot ha ottenuto il marchio di Indicazione Geografica Protetta.



Una statua a forma di granchio ci dà il benvenuto a Kep. Costeggiamo tutti gli stabilimenti balneari che qui sono delle strutture aperte, dentro le quali sono allestite centinaia di amache all’ombra di tettoie o tendoni.
Finalmente è giunto il momento di assaporare le specialità del Crab Market, un luogo molto colorato popolato quasi esclusivamente da donne. Dopo una serie di contrattazioni acquisto un granchio, due spiedini di molluschi laccati con una salsa dolciastra e una confezione di sette ostriche che costano solo tre dollari: arrivata alla quinta, mi sovviene che forse mangiare ostriche crude in un mercato cambogiano potrebbe riservarmi brutte sorprese e regalo le ultime due alle donne che lavorano al barbecue.




Il tragitto da Kampot a Sihanoukville è per la maggior parte una strada scassata dove il minivan saltella che è una bellezza, tranne l’ultimo tratto, ben asfaltato, dove appaiono modernissimi fabbricati con scritte in mandarino. Il kebabbaro britannico di Kampot me l’aveva detto che Sihanoukville aveva venduto l’anima alla Cina, ed ecco qui davanti ai miei occhi il nuovo scintillante porto internazionale di Stueng Hav, la centrale elettrica a carbone e i camion cisterna dell’azienda petrolifera. Da quando il governo cambogiano ha aperto le porte alla Nuova Via della Seta istituendo una zona economica speciale, sono sorte infrastrutture di ogni genere, fabbriche, resort e centri commerciali che hanno del tutto trasformato la rilassante meta balneare che c’era un tempo. In pochi anni il costo della vita è cresciuto a dismisura, il tasso di criminalità è aumentato e soprattutto sono stati aperti decine di casinò.
Adesso però la situazione è nuovamente cambiata, mi aveva detto il kebabbaro di Kampot. Dopo il divieto di gioco d’azzardo imposto dal governo poco prima del Covid, infatti, centinaia di migliaia di cinesi se ne sono andati e le autorità cambogiane hanno cominciato a rilasciare licenze per casinò virtuali. Da qui ha avuto origine una serie di incredibili truffe digitali gestite dalla mafia cinese: rispondendo ad annunci di reclutamento che promettevano stipendi molto elevati, centinaia di migliaia di persone nel sud-est asiatico sono state detenute in grandi strutture e costrette a intraprendere frodi online rivolte a stranieri, spesso sotto minaccia di tortura e violenze. Insomma ora Sihanoukville è piena di edifici lasciati a metà, il crimine dilaga e i turisti latitano – tranne i videoblogger che vengono qui appunto per mostrare come è cambiata la città. In ogni caso non avevo nessuna intenzione di fermarmi qui, ci sono venuta solo per prendere il traghetto diretto all’isola di Koh Rong.

Considerando l’andazzo generale, me l’aspettavo molto peggio Koh Rong. E invece, anche se il villaggio principale (Koh Touch) è diventato un susseguirsi di hotel, ristoranti e bar, basta camminare pochi minuti per trovare le esotiche distese di sabbia candida pressoché deserte, persino in alta stagione, dove in un battibaleno ti servono una meravigliosa insalata di frutta al prezzo di meno di due euro. L’acqua del mare è turchese e trasparente, bar e ristoranti sono molto semplici, ci sono alcune postazioni di massaggio e girls bar non troppo sfacciati, e soprattutto per un paio di giorni non dovrei rischiare di incappare in cumuli di teschi o altre testimonianze dei crimini polpottisti.




L’attività principale di Koh Rong è la gita in longtail boat, che prevede sessioni di snorkelling, pesca, degustazione di frutta fresca, sosta a Long Beach (una distesa di finissima sabbia bianca lunga sette km), pranzo a base di pollo e riso e infine, dopo il veloce tramonto sulla spiaggia, di nuovo in mare per lo spettacolo della bioluminescenza, che possiamo goderci muovendo il più possibile gli arti mentre nuotiamo.
Durante l’escursione ho socializzato con dei ragazzi italiani che di solito trascorrono i mesi invernali in Indocina e che in particolare resteranno dieci giorni a Koh Rong. Per loro il Paese migliore dove svernare è la Thailandia: è da lì che sono partiti per Sihanoukville, percorrendo strade terrificanti.
La sera ci organizziamo per cenare insieme, ma io comunque ne ho già abbastanza del breve lungomare di Koh Touch, dell’Irish pub, dei ventenni ubriachi, del beer pong e dei girls bar, che poi – ora che vi presto attenzione – non sono nemmeno così pochi. Insomma, nonostante le sconfinate baie di sabbia impalpabile, le altalene che dondolano cullate dalla brezza e la rigogliosa natura tropicale (seppur infestata dalle zanzare), io non so se passerei dieci giorni a Koh Touch.


La ciotola di riso della Cambogia
Nel minivan che mi conduce a Battambang, quasi tutti i miei compagni di viaggio passano il tempo scorrendo velocissimamente i video di TikTok (ricette, skincare, esplosioni, vestiti, cantanti), mentre fuori dal finestrino scorrono immagini di tutt’altro genere: case col portico, palme, gigantografie del primo ministro e soprattutto tappeti di riso steso ad essiccare. Essendo al centro di una zona agricola molto fertile, questa regione è chiamata “la ciotola di riso della Cambogia” e ora siamo appunto nel periodo del raccolto.
Appena arrivata a destinazione, un driver disoccupato mi propone un tour della città e, credo per allettarmi, mi mostra una foto di un bel ratto al barbecue che avrei potuto assaggiare nell’escursione. Non rientrando la carne di topo nei miei gusti culinari, declino l’offerta e proseguo a piedi fino alla pensione fricchettona dove avevo prenotato una stanza. Il tedesco che la gestisce mi organizza subito l’escursione alla bat cave.


Ed eccomi su un ennesimo remork che mi conduce sobbalzando verso il Phnom Sampeau, una collina calcarea situata a dodici chilometri da Battambang. Giunti sul posto, il driver mi comunica che la strada è troppo ripida per lui e quindi me la devo fare a piedi. Circa a metà percorso in salita, un portale dà accesso a una strada che sale fino alle Grotte dell’Eccidio, un ennesimo luogo della memoria dei crimini dei Khmer rossi, illustrati da alcune statue che rappresentano uomini baffuti impegnati a torturare le loro vittime nei modi più efferati. Una scalinata conduce a una caverna dove un Buddha dorato giace sdraiato accanto a un monumento commemorativo che contiene i teschi e le ossa delle vittime locali.




Già la vista spazia sulla campagna illuminata diagonalmente dal tramonto, ma non è ancora finita: mi aspetta un’ultima faticata prima di raggiungere la sommità, dove sorge un affascinante complesso di templi dorati, il panorama è mozzafiato e circolano numerose scimmie. Da qui una strada in discesa mi riporta al punto di partenza in tempo per lo spettacolo naturale che ha luogo ogni sera verso il crepuscolo.
Una folla di turisti si è radunata su sedie di plastica schierate lungo la strada alla base della collina e, sgranocchiando degli snack sotto al grande Buddha di pietra, attende di vedere la fitta nuvola costituita da milioni di pipistrelli che all’orario stabilito esce da una vasta grotta scavata nella parete del Phnom Sampeau e si avvia in un unico sciame nero in cerca di cibo. Si tratta dei “pipistrelli dalle labbra rugose”, che hanno una funzione preziosa e insostituibile: mangiare gli insetti dannosi all’agricoltura, impedendo che distruggano più di 2000 tonnellate di riso all’anno.




Intanto, alla guesthouse, sullo schermo TV è stato impostato il video “New Year 2024 countdown” e il tedesco e sua moglie cambogiana stanno arrostendo la carne al barbecue, mentre le casse sparano musica elettronica al massimo volume. Mi servo anch’io al ricco buffet che hanno preparato, ma la serata stenta a decollare: i due belgi ultraquarantenni stanno per i fatti loro, la ragazza bella e scollata fuma un joint dopo l’altro senza dare confidenza, i tre o quattro ragazzi meno che ventenni non credo nemmeno che parlino inglese.
Mi dirigo allora verso il fiume Sangker dove è stata organizzata una grande festa: sul palco si alternano vari cantanti e gruppi, intervallati da lunghissimi intrattieni dei due ridanciani presentatori; intorno bancarelle di ogni genere, chioschi di cibo e bevande, un luna park che definire vintage è poco, lanterne che prendono il volo dopo che il messaggio è stato accuratamente scritto sulla carta, fuochi d’artificio di tutte le dimensioni. Insomma, una fantastica immersione nella cultura locale.




Per il tour dei dintorni di Battambang, il primo dell’anno, condivido il rimorchio con una turista olandese piuttosto laconica, vestita con un abitino retrò a fiorellini. Procedendo tra le risaie giungiamo al Bamboo train, un mezzo di trasporto costituito solo dalle ruote e da un pianale di legno, che è stato trasformato in un’esperienza turistica abbastanza dimenticabile, di cui i locali sono tuttavia molto orgogliosi. Il mezzo prende subito velocità sull’unico binario che si dirige nel nulla della campagna; quando dalla direzione opposta arriva un bamboo train uguale al nostro, i conducenti frenano, ci fanno scendere, smontano l’accrocchio e poi lo rimontano dopo che l’altro mezzo è passato. Infine, prima di tornare indietro, ci fanno riposare per dieci minuti davanti a delle povere bancarelle.



Il Wat Somrong Knong è un monastero usato come “security center” dai Khmer rossi e per questo definito con l’abusato nome “killing field“. Tra le altre scelleratezze, costoro soppressero il culto buddista, distrussero le pagode e le statue di Buddha e forzarono a lavorare i monaci, eliminando quelli che non rinunciavano alla tonaca, infatti alla fine del regime la maggior parte di loro erano morti. Naturalmente lo stesso trattamento fu riservato alle altre religioni, infatti anche i pochi cattolici furono sterminati e ad esempio la cattedrale di Phnom Penh fu completamente rasa al suolo.
Oggi il complesso presenta una pagoda principale, diversi stupa, statue e antiche rovine. L’aia centrale è completamente occupata dal riso che sta seccando al sole e da alcuni sacchi colorati già pieni, il museo delle torture è chiuso perché il primo dell’anno è festa nazionale e infine c’è un grande monumento commemorativo al centro del quale sorge un ennesimo stupa pieno di teschi e ossa, definito “Pozzo delle ombre”.


Le parole incise su un pannello spiegano che in questa prigione morirono 10.008 persone, elencano i nomi dei guardiani e dei boia del carcere e come al solito si soffermano sui particolari più raccapriccianti, tipo il cannibalismo o i serpenti velenosi utilizzati per uccidere i prigionieri. «L’intera portata della tragedia cambogiana non sarà mai conosciuta» concludono, «i resti di alcune vittime di questo genocidio potrebbero non essere mai recuperati, né i loro assassini identificati, ma i khmer, persone gentili, ottimiste e capaci di perdonare, ora cammineranno con fiducia attraverso il pozzo delle ombre per reclamare la loro antica cultura e restaurare questa bellissima terra, affinché diventi di nuovo il leggendario paradiso delle apsaras celesti».
I bassorilievi che circondano il monumento illustrano altre atrocità compiute dai khmer rossi: l’evacuazione di Battambang, i matrimoni forzati celebrati tramite cerimonie di massa, le uccisioni di bambini effettuate davanti ai loro genitori, gli affogamenti, gli interrogatori, lo svuotamento degli ospedali, la confisca delle biciclette, gli stupri ecc.
Una statua rappresenta un cambogiano con la classica divisa nera, la sciarpetta rossa e bianca, il cappellino e i sandali neri in copertone, sotto cui è incisa la più famosa frase del regime: «Quando si strappano le erbacce, bisogna rimuovere le radici e tutto il resto». Battambang rimase fino all’ultimo uno dei capisaldi dei Khmer rossi nell’area. Dj tuktuk driver, che ha quasi 50 anni, è nato in un campo profughi thailandese dove i suoi genitori erano riusciti a rifugiarsi.




Durante la giornata Dj tuktuk driver (che poi sarebbe lo stesso di ieri) ci ha mostrato anche la statua del leggendario “re gigante”, che fondò Battambang lanciando una mazza che finì proprio qui, e alcuni templi buddisti, tra cui un bel complesso decorato in oro e rosso con i tetti sorretti da mani gigantesche. Presso il villaggio di Pheam Ek (specializzato nella produzione di rice paper), abbiamo assaggiato specialità come gli involtini primavera, le banana chips, il rice wine (una bevanda alcolica fermentata distillata dal riso, che avevo già assaggiato in Vietnam) e infine lo sticky rice, cotto dentro un pezzo di canna di bambù con latte di cocco e fagioli.




L’Impero Khmer
Siem Reap è la più popolare destinazione turistica della Cambogia perché è il principale punto di accesso ad uno dei siti archeologici più importanti del Sud-est asiatico. Per visitare il gigantesco complesso di Angkor ho acquistato online il pass per tre giorni, ma esistono anche i biglietti giornalieri e quelli settimanali. Se uno si organizza bene, può vedere tutti i templi imperdibili perfino in un solo giorno, mentre se si organizza male come me può visitarne solo una piccola parte in tre giorni, contrattando fino allo sfinimento con una serie di driver molto insistenti che spuntavano letteralmente ovunque.

Per il primo giorno opto appunto per l’unico tour di gruppo di tutto il viaggio: partiamo alle quattro di mattina, in tempo per prelevare altri partecipanti in vari quartieri di Siem Reap, permettere loro di acquistare il biglietto e infine trovarsi al sorgere del sole davanti al tempio di Angkor Wat, il più grande edificio sacro esistente al mondo, nonché il simbolo nazionale della Cambogia. Quando arriviamo è ancora buio, ma stanno già tutti schierati con i cellulari e le fotocamere puntati verso la nota silhouette che si specchia in una delle due vasche rituali. A me sembra che ci sia una discreta folla, ma mi riferiscono che si tratta di circa un decimo dei turisti che visitavano il sito prima del Covid.
Questo tempio induista del XII secolo è il meglio conservato di Angkor: oltre ad essere un luogo di culto dedicato a Vishnu, pare che dovesse fungere anche da mausoleo per il monarca che lo fece realizzare: il re Suryavarman II però non fu mai sepolto qui, visto che morì in battaglia durante una fallimentare spedizione per sottomettere una popolazione vicina.




Terminata la faccenda del sorgere del sole, ci dirigiamo verso l’edificio, scoprendo con sorpresa che anticamente era dipinto con henné rosso, mentre le cupole erano totalmente bianche. Quindi la guida ci mostra alcuni dei chilometrici bassorilievi che ornano il complesso e che attingono alle storie dei più grandi poemi epici induisti. In particolare la cosiddetta “zangolatura dell’Oceano di latte” raffigura una specie di tiro alla fune tra demoni e semidei che per mezzo del re serpente Vasuki agitano o “frullano” l’oceano primordiale per ottenere l’elisir dell’immortalità; in questa operazione viene diffuso anche un pericoloso veleno, che per fortuna viene ingoiato da Shiva, salvando l’umanità ma in cambio rendendo la nota divinità di colore azzurro.

Per salire al piano superiore del tempio ci sono delle gradinate in pietra molto ripide su cui di recente hanno piazzato delle scale in legno un po’ più comode e dotate di ringhiera. Nel labirinto di gallerie intercomunicanti ci sono molte statue buddiste perché Angkor Wat successivamente fu convertito nel più grande centro buddista Theravada in Cambogia. Per uscire ripercorriamo il percorso che abbiamo fatto al buio, attraversando il “ponte arcobaleno” ornato dagli immancabili Naga, serpenti a sette teste simbolicamente associati ai sette colori dell’iride.
Dopo il regno di Suryavarman II ebbe luogo un periodo di conflittualità con il popolo cham, a cui mise fine il re Jayavarman VII, l’artefice degli altri due templi previsti nella visita odierna. Entriamo nell’imponente cittadella fortificata di Angkor Thom attraverso la porta meridionale, che ci accoglie con il primo dei faccioni giganti che rappresentano il “Bodhisattva della compassione”, che ha il compito di insegnare agli umani a raggiungere il Nirvana. Sotto il regno di Jayavarman infatti si passò dall’induismo al buddismo Mahayana, ecco perché anche il tempio Bayon, situato al centro esatto della cittadella, è decorato con 216 enormi ed enigmatici volti, caratterizzati da un gelido sorriso e, forse non a caso, molto somiglianti al re: mentre passeggi per il sito, ce ne sono almeno una decina che ti fissano come una specie di Grande fratello ante litteram.

Sulle pareti esterne spiccano dei bassorilievi che illustrano scene di guerra tra i khmer e i cham, alternate a deliziosi quadretti di vita quotidiana nella Cambogia del XII secolo. Osservando queste pietre finemente scolpite secoli fa, penso ai bassorilievi realizzati nel “killing field” di Battambang per ricordare le atrocità compiute dai Khmer rossi, con una evidente predilezione per i dettagli morbosi. Tiziano Terzani si chiedeva se le antiche scene di violenza e tortura fossero una profezia, un ammonimento «o semplicemente una constatazione sulla immutabilità della vita che è sempre gioia e violenza, piacere e tortura ».
I parallelismi tra i due periodi cruciali per la storia cambogiana non finiscono qui, se è vero che per realizzare i giganteschi edifici e le riserve d’acqua fu necessario deportare e ridurre in schiavitù intere moltitudini di individui, e se pensiamo che in entrambi i regimi fu abolito l’uso del denaro.



Le temperature si sono alzate parecchio quando ci dirigiamo all’affollato Ta Prohm, celebre set del film Tomb Raider con Angelina Jolie. Il suo fascino – ma anche la sua probabile condanna – sta nella presenza di giganteschi ficus le cui radici abbracciano, e anzi strangolano, le pietre millenarie, come enormi tentacoli di polpi. Alcuni corridoi sono diventati impraticabili, perché ostruiti da blocchi di pietra che le radici hanno strappato dalla loro sede originaria, i bassorilievi sulle pareti sporgenti sono ricoperti da uno strato di licheni, muschi e piante rampicanti, mentre dei cespugli spuntano dai tetti dei portici.
Poiché è stato intenzionalmente lasciato per buona parte in balia della giungla, secondo qualcuno ha l’aspetto selvaggio che dovevano avere tutti gli edifici del sito quando vi giunsero i primi esploratori.

L’indomani, dopo aver visitato il modernissimo Museo Nazionale di Angkor, ho incontrato il tuktuk driver assoldato per andare prima di tutto a Banteay Srei. Peccato che lui aveva capito Banteay Samrè, che non avevo mai sentito nominare e che è da tutt’altra parte, e insomma alla fine non sono andata in nessuno dei due. Ripiego dunque sul tempio-montagna di Pre Rup: a causa della colorazione rossastra che risalta particolarmente alla luce del tardo pomeriggio, era un punto molto apprezzato da cui ammirare il tramonto, ma adesso che è stato vietato non c’è nessuna ragione per tenermelo per ultimo.
I fraintendimenti con il driver non sono finiti, infatti salta un altro tempio che volevo visitare. Il malumore mi passa di fronte al bellissimo spettacolo fuori dal tempio buddhista di Neak Pean: delle ninfee colorate spuntano dall’acqua tra i riflessi delle nuvole e del cielo. E infine mi porta al complesso della Spada Sacra, uno dei più vasti e affascinanti di Angkor, anch’esso commissionato dal sovrano che fece costruire Angkor Thom. Dopo la morte di Jayavarman VII l’impero khmer fu saccheggiato dai thailandesi e cominciò a declinare, l’induismo tornò a essere la religione ufficiale e molte sculture buddiste che adornavano i templi hindu furono danneggiate. La corte khmer si trasferì prima nella giungla e poi a Phnom Penh, e nel frattempo Angkor fu abbandonata agli elementi naturali e ai pellegrini.



I templi di Roluos sono i più antichi ancora esistenti: Preah Ko e Bakong, come gli altri templi-montagna dell’area (compreso Angkor Wat), rappresentano delle riproduzioni in miniatura dell’universo, in quanto la parte centrale sopraelevata rappresenta il Monte Meru (la casa degli dei dell’induismo) e il fossato l’oceano. I laghi artificiali (“baray“) che li circondano furono i primi realizzati ad Angkor e col tempo diventarono parte di un complesso sistema di opere idrauliche fondamentali per l’irrigazione delle immense coltivazioni di riso alla base dell’economia dell’impero. Il sistema idraulico realizzato con tanta perizia dagli antichi khmer fu poi distrutto da quegli inetti dei Khmer rossi, i quali costrinsero milioni di persone quasi sempre inesperte a lavorare forzatamente per la costruzione di dighe, canali e serbatoi che poi in gran parte sono risultati inutili, fatti male o proprio sbagliati dal punto di vista ingegneristico.



La visita dei templi di Roluos l’ho accoppiata al floating village di Kompong Phluk, dove il driver mi conduce percorrendo strade completamente ricoperte di terra rossa. Alla biglietteria mi vengono chiesti ben 40 dollari per visitare il villaggio in una barca privata, quindi mi do da fare per trovare qualcuno con cui condividere la gita, che poi purtroppo sono due tedeschi parecchio noiosi.
In questo villaggio nei pressi del lago Tonle Sap le case sono costruite su pali alti alcuni metri, interamente sommersi nella stagione delle piogge. Al momento però siamo all’inizio della stagione secca e le strutture in legno sono del tutto visibili. Navighiamo sul fiume limaccioso fino a raggiungere il lago: da una palafitta adibita a bar è possibile (pagando altri sei dollari) fare un giro in canoa tra le mangrovie.




Al ritorno ci fanno scendere per visitare il vero e proprio villaggio, dove ora si può camminare a piedi, mentre nella stagione delle piogge è necessaria la barca. La scuola accanto al monastero è organizzata su due turni: i bambini più piccoli stanno facendo lezione ai piani superiori dell’edificio (le loro ciabattine sono tutte allineate lungo i corridoi aperti), mentre i ragazzi più grandi giocano in giro facendo un lieto romore.
Una guida turistica incrociata per caso mi spiega che quei fascicoli di fogli A4 appesi al muro riportano i nomi e le minuscole foto dei candidati alle scorse elezioni. «Hun Sen non è più il presidente del consiglio! Ma non cambia proprio nulla» aggiunge ridendo, «visto che il nuovo capo del governo è suo figlio!» Hun Sen era un comandante dei Khmer rossi che, quando costoro salirono al potere, disertò; in seguito si rifugiò in Vietnam per sfuggire alle epurazioni ordinate da Pol Pot. Ha governato per ben 37 anni e ora il suo partito – che in tutti questi anni ha eliminato ogni opposizione e ha soffocato la libertà di espressione – «ha ottenuto l’82% dei voti, aprendo la strada a una successione dinastica». La Cina, che ha fatto enormi investimenti e progetti infrastrutturali nel paese, ha naturalmente accolto con gioia i risultati delle elezioni.




Problemi di memoria
Con l’ascesa al potere dei Khmer rossi, anche Siem Reap entrò nel distopico mondo polpottista. Anzi, da queste parti la guerra tra i partigiani comunisti e i governativi era in corso già dal 1970 e mise per lungo tempo a rischio i tesori di Angkor, causando inoltre un brusco stop al turismo che già negli anni Sessanta era abbastanza diffuso.
I teschi e le ossa ritrovati dopo il regime nelle campagne e dentro ai pozzi oggi sono esposti nelle abituali teche di vetro del Wat Thmey Pagoda, un ennesimo monastero trasformato in prigione. In questi locali una collezione di dipinti naif racconta la storia di Sum Rithy, che fu portato qui quando aveva 21 anni e, nonostante le indicibili torture che subì, riuscì a sopravvivere perché era un abile meccanico di motori. Prima del Covid Sum Rithy trascorreva gran parte del suo tempo qui, per vendere il suo libro; adesso si è trasferito a Phnom Penh e presiede l’ingresso del Choeung Ek Genocidal Center.
Quando avevo visitato quel “campo della morte”, nella capitale, all’uscita avevo incontrato un signore gentile con un banchetto di libri. «Good mo’ning madàm, I su’vived killing fields» mi disse. Io avevo appena sentito per quasi due ore la storia dei modi orribili in cui i Khmer rossi hanno ucciso, torturato, umiliato, distrutto un popolo e mi trovavo davanti a una persona che affermava di essere stato una vittima di tutto ciò… Sono rimasta senza parole come a Sarajevo quando incontrai un sopravvissuto ai campi di prigionia serbi.
Era Sum Rithy e il libro che avevo comprato per dieci dollari si intitola “Sopravvivere al genocidio nella terra di Angkor”.
Dopo due settimane di viaggio, l’impressione è che il governo cambogiano incoraggi turisti e scolaresche a visitare i monumenti alla memoria, ma non mancano i segnali contrari. Prima di tutto, l’élite del paese ha ventilato più volte l’ipotesi di chiudere il Museo del genocidio di Phnom Penh e di occultare le fosse comuni riesumate; ben più grave il fatto che la stragrande maggioranza dei carnefici sia rimasta impunita. Negli anni Duemila fu istituito un tribunale speciale in collaborazione con l’Onu e nel 2018 furono condannati all’ergastolo alcuni dei principali responsabili dello sterminio come Nuon Chea (“Fratello Numero 2”), Khieu Samphan (il capo di Stato della Kampuchea Democratica) e “Duch” (l’ex-direttore del centro di detenzione S-21), mentre Ieng Sary (“Fratello Numero 3”) era morto in prigione prima che il procedimento si concludesse. Hun Sen ebbe a dichiarare che non avrebbe permesso ulteriori processi, sostenendo che avrebbero causato instabilità.

Per quanto riguarda invece il “Fratello Numero 1” Saloth Sar, alias Pol Pot (il dittatore meno interessato al culto della personalità del mondo), non è mai è stato arrestato o processato. Nel gennaio 1979 emigrò in Thailandia, da dove guidò la guerriglia dei Khmer rossi contro i vietnamiti e i sovietici (con il sostegno perfino degli Stati Uniti) e poi formò addirittura un nuovo governo, incredibilmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nel 1997 ordinò l’uccisione del suo successore nonché ex braccio destro, Son Sen, e poi fu messo ai domiciliari dal nuovo capo militare dei Khmer rossi. Fu trovato morto nel suo letto appena cominciò a circolare la notizia che stava per essere consegnato a un tribunale internazionale, e fu cremato prima che fosse effettuata un’autopsia. La sua tomba si trova tuttora ad Anlong Veng, l’ultima sua base, vicino al confine thailandese.






