I fantasmi della storia nell’epoca del disagio globale


I fantasmi di Phnom Penh
Il film horror è iniziato a Phnom Penh presso il Museo del genocidio di Tuol Sleng, ma le raccapriccianti vicende dei Khmer rossi mi hanno poi accompagnato in ogni anfratto della Cambogia.
Questo centro di detenzione fu allestito in un edificio scolastico e utilizzato come “centro di rieducazione” da questi paranoici comunisti cambogiani, che vi imprigionarono e torturarono famiglie intere, accusate di avere tramato contro il regime: la maggior parte di loro non ne conosceva il motivo.


I prigionieri erano sottoposti a violentissimi interrogatori e torture irripetibili affinché confessassero al partito, il temibile Angkar, i loro crimini inesistenti. Gli stessi torturatori furono a loro volta eliminati da altri aguzzini che ne presero il posto quando iniziarono le purghe tra i quadri del partito.
Le condizioni degli internati erano spaventose: razioni alimentari da fame, nessuna cura medica, celle stipate fino all’inverosimile e prigionieri perennemente incatenati, senza gabinetti né possibilità di lavarsi. Da qui era praticamente impossibile uscire vivi: alla fine si contarono circa diciottomila vittime registrate nel centro, a fronte di appena dodici sopravvissuti, oggi ritratti in grandi pannelli nel cortile del museo.


Le sale oggi contengono migliaia di foto scattate dai carnefici alle loro vittime: le donne hanno tutte lo stesso taglio di capelli, infatti sia gli uomini sia le donne dovevano portarli corti.
Tutta la popolazione era obbligata a vestirsi di nero: gli immigrati dalle città (il cosiddetto “popolo nuovo”) dovevano tingere i propri abiti con coloranti naturali che però, con il sudore, tornavano ai colori originali; alla popolazione rurale, invece, vennero consegnati completi neri veri e propri. Una parte del museo è dedicata proprio ai vestiti ritrovati nel campo, una testimonianza drammaticamente concreta.




E pensare che i Khmer rossi, quando nell’aprile del 1975 erano entrati nella capitale, furono accolti con entusiasmo dalla popolazione, che non ne poteva più né delle bombe americane sui “santuari” dei vietcong, né del governo del palindromo Lon Nol, il ministro andato al potere con l’appoggio degli Stati Uniti.
Ma l’euforia si trasformò ben presto in sconforto quando gli abitanti furono obbligati a lasciare la città per essere deportati nelle campagne. L’obiettivo era realizzare il folle proposito di trasformare il Paese in una repubblica socialista agraria: un mondo dove il denaro non aveva più valore, le scuole non avevano più senso, i legami famigliari venivano brutalmente recisi e le persone erano considerate niente più che bestie da soma.
In meno di due anni il regime impose una collettivizzazione integrale ed eliminò ogni distinzione sociale, annientando i ceti più agiati e colti (il solo fatto di portare gli occhiali era una condanna a morte automatica). Le tecniche agricole erano a dir poco antiquate e le opere di irrigazione mediocri: il riso cominciò presto a mancare, la gente moriva di fame e si ammalava di colera, malaria e dissenteria, mentre i medicinali erano vietati. In meno di quattro anni fu massacrato circa un quarto della popolazione. Qualcuno dice un terzo.


Nella periferia sud di Phnom Penh sorge il Choeung Ek Genocidal Center, il più noto dei famigerati “killing fields” del Partito Comunista della “Kampuchea democratica”. In questo ex frutteto venivano spediti a bordo di un camion i prigionieri di Tuol Sleng e di altri “centri di rieducazione” per l’esecuzione finale: una volta giunti sul posto venivano costretti a scavarsi la fossa da soli e poi venivano uccisi dalle guardie dei Khmer rossi che, in molti casi, non avevano più di tredici anni.
Qui sono state scoperte decine di fosse comuni contenenti migliaia di cadaveri, ma altre attendono ancora di essere portate alla luce: si presume che in totale ce ne possano essere fino a diecimila. Molte sono visibili, e non è raro imbattersi in ossa, denti o brandelli di vestiti delle vittime affiorati in superficie, soprattutto dopo le forti piogge.
Uno stupa commemorativo con le pareti in plexiglass custodisce alcune migliaia di teschi umani, prova inconfutabile del modo in cui venivano effettuate le esecuzioni. Per risparmiare munizioni, infatti, si utilizzavano armi improvvisate come martelli, machete, mazze di legno o attrezzi agricoli. In alcuni casi, i bambini e i neonati venivano soppressi sbattendoli violentemente contro gli alberi o infilzandoli con le baionette davanti alle loro madri. Intanto, gli altoparlanti diffondevano musica rivoluzionaria a tutto volume per coprire le grida di agonia.

Questa scioccante esperienza museale è organizzata perfettamente: lo Stato ha appaltato la gestione del sito a una società privata giapponese. Ci sono persino audioguide in italiano dalla traduzione e pronuncia ineccepibili. I contenuti sono interessanti e per niente retorici: ci fanno ascoltare i racconti dei sopravvissuti, intervallati dalla musica, e ci invitano a sederci in un luogo ameno a riflettere su quanto accaduto.
Il fatto è che noi visitiamo musei e memoriali, leggiamo libri e guardiamo film su tutte le tragedie della storia; ci commuoviamo, ci chiediamo come sia stato possibile, a volte siamo morbosamente attratti da strumenti di tortura, celle, ceppi e teschi. Eppure, le carneficine e i massacri – che siano definiti genocidi o meno – continuano a ripetersi, ancora e ancora. E noi restiamo impotenti di fronte alla violenza che gli esseri umani stanno subendo anche in questo preciso momento.

Esplorando il centro della capitale, l’avvincente spettacolo asiatico mi distrae dagli orrori della storia: moto cariche di merce, peluche giganti che parlano, barbieri a bordo strada, accrocchi di fili elettrici, studenti in divisa.
Man mano che il sole cala, si accendono le luci delle barche turistiche e dei ponti, che si mischiano alle luminarie di Natale e di fine anno. Salgo su uno dei tanti rooftop bar per ammirare lo spettacolo del fiume Tonle Sap che si incontra con il Mekong. Sul lungofiume, intanto, impazza la moda dell’aerobica.




Il Palazzo Reale è una struttura maestosa molto simile al suo omologo di Bangkok: visto che è la sede della corte, i visitatori possono accedere a ben pochi edifici, tra cui la Sala del Trono e la Pagoda d’Argento, eccezionalmente risparmiata dai saccheggi dei Khmer rossi.
L’attuale sovrano cambogiano è Norodom Sihamoni, sul trono dal 2004 dopo l’abdicazione di suo padre Sihanouk. Il monarca visse buona parte della giovinezza a Praga, dove studiò danza, musica e teatro; nel 1975 si trasferì con il padre in Corea del Nord, ospite di Kim Il Sung, per studiare cinematografia. L’anno successivo fu obbligato dai Khmer rossi a tornare a Phnom Penh con la famiglia finché, con l’occupazione vietnamita, non vennero trasferiti in Cina. In seguito, per quasi due decenni ha insegnato danza classica a Parigi, dove ha fondato la sua compagnia di ballo.
Questa sua passione, unita al fatto di essere celibe, ha alimentato molti pettegolezzi sulla sua sessualità. Qualche anno fa su Facebook apparve una fotografia in cui il suo volto era stato photoshoppato su un’immagine porno gay, accompagnata dalla scritta: «Il re della Cambogia è gay». Il sovrano non ha mai confermato, ma si è espresso pubblicamente a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.




Dopo una bella dormita, alle nove di mattina mi siedo al bancone vicino alla minuscola piscina e ordino un caffellatte. Accanto a me il sudanese che vive in questa guesthouse già da qualche mese sta chiacchierando con un trentenne pelato con una lunga barba nera, occhiali da sole, orecchini e ciondoli d’argento.
Non appena l’amico se ne va, costui si gira dalla mia parte e si presenta: è palestinese, ma adesso vive qui a Phnom Penh. Inoltre parla sei lingue compreso il russo e l’ucraino perché la sua ex moglie è ucraina (e ancora oggi vive a Mariupol insieme al loro figlioletto).
Il mio nuovo amico è molto arrabbiato con Zelens’kyj e con gli americani e gli europei che lo sostengono, mentre in fondo Putin non sta facendo altro che difendere i russofoni dell’Est da tutte le angherie che subiscono. Appurato che la democrazia per lui è una parola vuota, cerco un argomento che spieghi la mia avversione nei confronti delle autocrazie, ma nessuno dei diritti umani cui faccio riferimento riscuote il suo interesse. Solo quando menziono le questioni di genere si accalora, spiegandomi che lui i gay non li vuole proprio vedere davanti agli occhi, visto che la vita è fondata sulla riproduzione e loro, con la loro stessa esistenza, smentiscono questo presupposto. Ovviamente anch’io, non avendo avuto figli, ho vissuto una vita inutile. Per fortuna sono donna e dunque, anche se fossi lesbica (dubbio che gli è rimasto), sarebbe meno grave degli uomini. Mentre beve whisky a Phnom Penh fumando una sigaretta dopo l’altra, quest’uomo ripete a memoria gli stessi slogan di Mosca contro l’Occidente decadente. Quando si accomiata, la cameriera mi comunica che aveva passato la notte al club e mi chiede se mi fossi accorta che era ubriaco.

Cambogia sale e pepe
Kampot si trova nell’estremo sud della Cambogia, a circa centocinquanta chilometri da Phnom Penh. Una distanza breve sulla carta, ma che richiede ore di viaggio per via del traffico caotico della capitale, congestionata da milioni di motorini.
Ad accogliere i viaggiatori all’ingresso della città c’è una grande rotonda con un enorme durian di pietra illuminato: un bizzarro monumento che ricorda come questo frutto, dall’odore penetrante ma pregiatissimo, sia il re dell’agricoltura locale.


Kampot è stata a lungo un importante snodo commerciale e ha attirato lavoratori da tutto il sud-est asiatico; fino agli anni Cinquanta era un elegante luogo di villeggiatura per l’élite cambogiana e per i francesi.
Se di giorno mantiene un fascino rétro, di sera mostra le sue contraddizioni. Nella via principale si allineano alcuni girls bar, per lo più semivuoti, animati solo da gruppi di ragazze e da qualche sparuto cliente occidentale attempato. L’inglese che gestisce un negozio di kebab ricorda con nostalgia la Kampot pre-Covid, quando il turismo era prevalentemente familiare e non c’erano locali equivoci.

Mi sono allontanata in una zona più periferica, quando sento della musica ricercata provenire da un piccolo bar: quattro persone siedono ad uno dei tavolini posizionati nel piccolo dehors. L’unica donna è cambogiana, mentre i tre uomini sono tutti turchi: uno è il titolare, un altro insegna kite surf in zona e infine c’è un suo amico che è venuto a trovarlo.
Quando il discorso vira sul capo del governo Hun Sen, la cambogiana ammette di non essere interessata alla politica e di non votare. Il titolare del bar, che sarebbe suo marito, invece è uno che è scappato dalla Turchia per motivi politici e non condivide affatto il suo punto di vista. Dopo questo breve incidente, la conversazione prosegue tra scelte musicali e ricordi di viaggio.
Di fronte al bar c’è una casa dove ricevono alcune prostitute e c’è sempre un discreto viavai. Al titolare questa cosa non piace affatto, ma la moglie alza le spalle e gli dice di non impicciarsi per non rovinare i rapporti di buon vicinato. Lui non ci sta: «Ho abbandonato per sempre il mio Paese in nome della democrazia! Bisogna combattere per le cose in cui si crede». I due non si parlano per un po’ e intuisco che non è la prima volta che bisticciano su argomenti di questo tipo.
Il disinteresse per la politica comunque sembrerebbe abbastanza condiviso nel Paese, visto che al potere c’è lo stesso “uomo forte” da trentasette anni, che tra l’altro era un comandante dei Khmer rossi rifugiatosi in Vietnam per sfuggire alle epurazioni di Pol Pot. Le autocrazie mettono radici nell’indifferenza generale.
Per fortuna arriva una loro amica completamente sbronza che monopolizza l’attenzione e la serata prende una piega più leggera.

Il mezzo di trasporto più diffuso in Cambogia è il remork-moto, comunemente chiamato tuk-tuk, ma diverso dagli Ape Piaggio usati in Thailandia o in India. Trattandosi di motociclette con un piccolo rimorchio dotato di tettuccio, sono molto più spaziosi e offrono una maggiore visibilità esterna. Esplorare la provincia di Kampot a bordo di un remork significa sobbalzare per ore su strade sterrate e polverose, attraversando una campagna punteggiata di palme, mucche magre, casolari colorati e risaie.
Lungo il percorso incontriamo le imbarcazioni dei pescatori ormeggiate alla foce del fiume Prek Kampong Kandal e le distese delle saline, con i loro grandi magazzini di legno per lo stoccaggio del sale. Poco distante, la grotta di Phnom Chhngok custodisce un tempietto sacro del VII secolo dedicato a Shiva, protetto da una stalattite a forma di testa di elefante.


Ma il vero tesoro della regione è il pepe. Aziende agricole moderne come La Plantation producono oggi una varietà biologica rinomata in tutto il mondo, illustrando ai visitatori i metodi di coltivazione e offrendo degustazioni di pepe di vari colori. I Khmer rossi avevano eradicato tutte le piantagioni per imporre la monocoltura del riso e solo dal 2010 il pepe di Kampot ha riacquistato il suo prestigio, ottenendo il marchio di Indicazione Geografica Protetta (IGP).
Una statua a forma di granchio ci dà il benvenuto a Kep. Qui gli stabilimenti balneari sono strutture aperte, dove centinaia di amache dondolano all’ombra di grandi tendoni. Il cuore della cittadina è il Crab Market, un mercato coperto e coloratissimo gestito quasi esclusivamente da donne. Tra i banchi si contratta il prezzo dei granchi freschi, dei molluschi laccati con salse dolciastre e di ostriche economiche aperte al momento, da consumare a pochi passi dai barbecue.




Il suono della libertà
Il viaggio verso Sihanoukville si snoda su strade dissestate, che diventano ben asfaltate solo all’ingresso della città, dove compaiono subito enormi palazzi moderni con insegne in cinese. Il kebabbaro britannico di Kampot me l’aveva detto che Sihanoukville aveva venduto l’anima alla Cina. Tutto è iniziato quando il governo cambogiano ha aperto le porte ai progetti della “Nuova Via della Seta” e creato una zona economica speciale: quella che un tempo era una tranquilla località di mare si è trasformata in un polo industriale con un grande porto, centrali a carbone, resort, centri commerciali e decine di casinò. Nel giro di pochi anni, i prezzi sono quadruplicati e la criminalità è aumentata moltissimo.
Poco prima della pandemia, il divieto sul gioco d’azzardo ha spinto centinaia di migliaia di cittadini cinesi a lasciare la città. Sihanoukville si è svuotata, riempiendosi di palazzi di cemento mai finiti che sono stati presto trasformati in centri di detenzione per le truffe digitali. In queste strutture, le mafie cinesi riciclano miliardi di dollari all’anno in criptovalute grazie alla corruzione delle autorità cambogiane, che chiudono gli occhi in cambio di tangenti. Al loro interno, migliaia di giovani del Sud-Est asiatico, attirati con finti annunci di lavoro, vengono sequestrati e costretti a compiere truffe online sotto minaccia di tortura.
Oggi Sihanoukville è una città fantasma che attira quasi solo videoblogger in cerca di reportage distopici. Per me, fortunatamente, è solo una tappa obbligata per prendere il traghetto verso Koh Rong.

Considerando l’andazzo generale, me l’aspettavo molto peggio quest’isola. E invece, sebbene il villaggio principale di Koh Touch sia diventato un susseguirsi di piccoli hotel e ristoranti, basta camminare per pochi minuti per trovare pressoché deserte le esotiche distese di sabbia candida, bagnate da un mare turchese e trasparente. L’atmosfera è semplice e rilassata e per un paio di giorni mi sono tenuta alla lontana da cumuli di teschi o altre testimonianze dei crimini polpottisti.
L’attività principale dell’isola è l’escursione in longtail boat: una giornata scandita da sessioni di snorkeling, pesca, degustazione di frutta fresca e relax su lingue di finissima sabbia bianca. Al tramonto, quando il buio avvolge la spiaggia, si torna in mare per assistere allo spettacolo della bioluminescenza: basta muovere le braccia nell’acqua per vederla riempirsi di infinite scintille luminose.


In questo tipo di destinazioni, caratterizzate da palme diagonali e ragazze che la danno per cinquanta dollari, bazzicano numerosi personaggi singolari, che hanno abbandonato i loro Paesi cosiddetti occidentali oppure che fanno avanti e indietro in attesa di decidere che piega dare alla loro vita. Per esempio c’è Marco, un francese di origine siciliana, che da alcuni mesi vive in Indocina.
Il mio interlocutore è ossessionato dal traffico mondiale di bambini, che secondo lui farebbe parte di un complotto mondiale. Secondo lui devo assolutamente guardare il film The sound of freedom: «Parla di un ex agente federale degli Stati Uniti che lascia il suo lavoro e si dedica al salvataggio di bambini vittime della tratta di esseri umani». Marco non è l’unico a promuovere questa pellicola: lo hanno fatto anche i sostenitori di QAnon e certi ambienti della destra conservatrice statunitense. Secondo questa gente, un’élite globale di pedofili satanisti si dedica a torturare i bambini affinché producano una sostanza che funziona come elisir di lunga vita. Ecco, non mi convince moltissimo.

C’è un’altra cosa che non va giù a Marco: «Ormai in Francia non puoi più permetterti di corteggiare una ragazza! Qualunque cosa fai ti accusano di maschilismo, o addirittura di averle picchiate o violentate. Sai quanti ne conosco… Invece qui in Asia non ci sono questi problemi, per fortuna». Penso al trentenne veneto che ho conosciuto ieri, il quale preferisce fare sesso a pagamento con le cambogiane perché si annoia a corteggiare le ragazze.
Marco invece ha una fidanzata thailandese, una donna indipendente, che ha studiato e fa l’avvocato. «Sai, le donne del Sud Est asiatico sono forti: ecco perché qui non ci sono femminicidi». Non condivido, ma resto in silenzio. Ordiniamo un altro giro di Angkor beer.
«Comunque, la cosa più tragica è che abbiamo smesso di credere in Dio». Annuisco. «Sai qual è l’unica soluzione? Il buddismo. Quant à moi, dopo aver letto la Bhagavadgītā, non credo più nella democrazia».
Mi congedo senza rimpianti da questo altro grottesco esempio di disagio globale a spasso per la Cambogia.

La ciotola di riso della Cambogia
Nel minivan che mi conduce a Battambang, quasi tutti i passeggeri passano il tempo scrollando velocemente i video di TikTok: ricette, skincare, esplosioni, canzoni e vestiti di tendenza. Fuori dal finestrino, invece, scorre una Cambogia di tutt’altro genere: case con il portico, gigantografie del primo ministro e innumerevoli tappeti di riso steso ad essiccare sull’asfalto. Essendo al centro di una pianura agricola straordinariamente fertile, questa regione è chiamata “la ciotola di riso della Cambogia”, e dicembre è il periodo del raccolto.
Appena arrivata, rifiuto l’offerta di un autista disoccupato che per convincermi a fare un tour mi mostra la foto di un topo al barbecue. Mi affido invece a Dj tuktuk driver, che guida con allegria il suo remork diretto verso il Phnom Sampeau, una collina calcarea situata a dodici chilometri dalla città.


Giunti sul posto, Dj mi comunica che la strada è troppo ripida per il suo mezzo e che dovrò proseguire a piedi. Circa a metà della salita, un portale dà accesso alle Grotte dell’Eccidio, un ennesimo luogo della memoria dei crimini dei Khmer rossi. Delle statue rappresentano uomini baffuti impegnati a torturare le loro vittime nei modi più efferati, mentre una scalinata conduce a una caverna profonda dove un Buddha dorato giace sdraiato accanto a uno stupa pieno di teschi e ossa delle vittime locali.




Dal complesso di templi dorati sulla sommità, la vista spazia sulla campagna illuminata diagonalmente dal tramonto. Da qui, una strada in discesa mi riporta alla base della collina giusto in tempo per lo spettacolo naturale che ha luogo ogni sera al crepuscolo.
Una folla di turisti si è radunata su sedie di plastica e attende sgranocchiando snack sotto un grande Buddha di pietra. All’orario stabilito, una fitta nuvola nera costituita da milioni di “pipistrelli dalle labbra rugose” esce da una vasta grotta scavata nella fessura della montagna e si avvia in un unico flusso compatto in cerca di cibo. Sono mammiferi preziosi per l’economia locale: divorando gli insetti dannosi all’agricoltura, impediscono che vengano distrutte più di duemila tonnellate di riso all’anno.




Il giorno successivo, ritrovo Dj tuktuk driver per un tour dei dintorni. Stavolta condivido il rimorchio con una turista olandese piuttosto laconica, vestita con un abitino rétro a fiorellini. Procedendo tra le risaie giungiamo al Bamboo train, un mezzo di trasporto costituito solo da quattro ruote e un pianale di legno, oggi trasformato in un’esperienza turistica di cui i locali vanno molto orgogliosi.
Durante la giornata il gioviale Dj ci mostra la statua del leggendario “re gigante” che fondò la città lanciando una mazza e ci accompagna presso il villaggio di Pheam Ek a degustare rondelle di banana fritte e sticky rice cotto nel bambù. Ci guida poi tra templi decorati in oro fino al Wat Somrong Knong, un antico monastero usato come centro di detenzione dai Khmer rossi e per questo definito con l’abusato nome di “killing field”.




Sotto il regime di Pol Pot il culto buddista venne soppresso, le pagode distrutte e i monaci costretti ai lavori forzati o eliminati; una sorte toccata a tutte le religioni, inclusi i pochi cattolici, la cui cattedrale a Phnom Penh fu completamente rasa al suolo.
Oggi, l’aia centrale del complesso è interamente occupata dal riso che sta seccando accanto ad alcuni sacchi colorati già pieni. Pochi metri più in là sorge il “Pozzo delle ombre”, col solito stupa pieno di ossa. Le parole incise su un pannello spiegano che in questa prigione morirono diecimila persone, elencano i nomi dei boia e descrivono particolari raccapriccianti come le torture con serpenti velenosi.


I bassorilievi che circondano la struttura illustrano l’evacuazione forzata di Battambang, i matrimoni di massa, la confisca delle biciclette, gli affogamenti e gli stupri. Accanto, la statua di un cambogiano con la classica divisa nera, la sciarpetta rossa e bianca, il cappellino e i sandali neri in copertone, recita il motto più celebre del regime: «Quando si strappano le erbacce, bisogna rimuovere le radici e tutto il resto».
Battambang rimase fino all’ultimo uno dei capisaldi dei Khmer rossi nell’area. Dj tuktuk driver, che ha quasi cinquant’anni, è nato in un campo profughi in Thailandia, dove i suoi genitori erano riusciti a rifugiarsi a piedi per scampare al massacro. Ho pensato a lui leggendo le parole incise sul pannello del monastero: «L’intera portata della tragedia cambogiana non sarà mai conosciuta. I khmer, persone gentili, ottimiste e capaci di perdonare, ora cammineranno con fiducia attraverso il pozzo delle ombre per restaurare questa bellissima terra».




I fantasmi dell’Impero Khmer
Angkor è uno dei siti archeologici più importanti del mondo: con una buona pianificazione si possono vedere i templi imperdibili persino in un solo giorno; se ci si organizza male come me, si può finire per visitarne solo una piccola parte in tre giorni, contrattando fino allo sfinimento con una serie di driver molto insistenti che spuntano letteralmente ovunque.

Per il primo giorno opto per l’unico tour di gruppo di tutto il viaggio: partiamo alle quattro di mattina per trovarci al sorgere del sole davanti ad Angkor Wat, il più grande edificio sacro esistente al mondo e simbolo nazionale del Paese. Quando arriviamo è ancora buio, ma sono già tutti schierati con i cellulari puntati verso la nota silhouette che si specchia nelle vasche rituali. Mi riferiscono che questa folla è circa un decimo dei turisti che visitavano il sito prima del Covid.
Questo tempio induista del XII secolo, convertito in seguito in centro buddista, doveva fungere anche da mausoleo per il re Suryavarman II, che però non fu mai sepolto qui, visto che morì in una fallimentare spedizione militare.




La tappa successiva è l’imponente cittadella fortificata di Angkor Thom. Sotto il regno del re Jayavarman VII si passò dall’induismo al buddismo, ecco perché il tempio Bayon, al centro della cittadella, è decorato con duecentosedici enormi ed enigmatici volti caratterizzati da un gelido sorriso. Mentre passeggi per il sito, ce ne sono sempre almeno una decina che ti fissano come una specie di Grande Fratello ante litteram.
Nella realtà cambogiana, non è Budda che ti osserva, bensì il sistema di monitoraggio internet centralizzato implementato dal governo sul modello del Great Firewall cinese.

Sulle pareti esterne sono scolpiti con finezza quadretti di vita quotidiana del XII secolo e scene di guerra, che mi ricordano i bassorilievi realizzati nel killing field di Battambang per ricordare le atrocità dei Khmer rossi. Tiziano Terzani si chiedeva se le antiche rappresentazioni di violenze fossero una profezia, un ammonimento «o semplicemente una constatazione sulla immutabilità della vita che è sempre gioia e violenza, piacere e tortura». I parallelismi tra i due periodi non finiscono qui: anche per realizzare i giganteschi edifici di Angkor fu necessario deportare e ridurre in schiavitù intere moltitudini di individui, e in entrambi i regimi fu abolito l’uso del denaro.
Sotto un sole ormai cocente raggiungiamo l’affollato Ta Prohm, celebre set del film Tomb Raider: le radici di giganteschi ficus abbracciano e strangolano le pietre millenarie come enormi tentacoli di polpi. Lasciato intenzionalmente in balia della giungla, ha l’aspetto selvaggio che dovevano avere tutti gli edifici del sito quando vi giunsero i primi esploratori.




La visita fai da te si rivela più complicata del previsto a causa dei fraintendimenti con il driver dovuti ai nomi dei vari templi, facilmente confondibili. Quando riesco a raggiungere i templi di Roluos, i più antichi ancora esistenti, apprendo che i laghi artificiali che li circondano facevano parte di un complesso sistema idraulico fondamentale per l’irrigazione del riso, alla base dell’economia dell’impero. Questo sistema, realizzato con tanta perizia dagli antichi khmer, fu poi distrutto da quegli inetti dei Khmer rossi, i quali costrinsero milioni di persone inesperte a costruire dighe e canali che poi in gran parte si rivelarono inutili o ingegneristicamente sbagliati.




Nel floating village di Kompong Phluk, che sorge ai margini del lago Tonle Sap, le case sono costruite su pali alti alcuni metri, del tutto visibili ora che siamo all’inizio della stagione secca. Scendiamo dal battello e ci dirigiamo alla scuola, organizzata su due turni: le ciabattine allineate lungo i corridoi sono dei bambini più piccoli, che ora stanno facendo lezione, mentre i ragazzi più grandi hanno già finito e stanno giocando in giro facendo un lieto rumore.
Una guida turistica mi spiega che i fogli appesi al muro mostrano i candidati delle scorse elezioni. Ci ridiamo su, pensando che il potere è appena passato dal vecchio primo ministro a suo figlio, in una vera e propria successione di famiglia. Il loro partito ha eliminato ogni opposizione e cancellato la libertà di espressione, vincendo così con l’82% dei voti.
Questo risultato ha fatto felice soprattutto la Cina, che ha investito moltissimo nelle infrastrutture del Paese. Questa finta democrazia serve a Pechino per controllare le rotte commerciali, e alla popolazione locale per rassegnarsi a un nuovo ordine mondiale, dove l’Occidente e le sue regole non contano più nulla.




Problemi di memoria
Con l’ascesa al potere dei Khmer rossi, anche Siem Reap entrò nel distopico mondo polpottista. Anzi, da queste parti la guerra tra i partigiani comunisti e i governativi era in corso già dal 1970 e mise per lungo tempo a rischio i tesori di Angkor, causando inoltre un brusco stop al turismo che già negli anni Sessanta era abbastanza diffuso.
I teschi e le ossa ritrovati dopo il regime nelle campagne e dentro ai pozzi oggi sono esposti nelle abituali teche di vetro del Wat Thmey Pagoda, un ennesimo monastero trasformato in prigione. In questi locali una collezione di dipinti naif racconta la storia di Sum Rithy, che fu portato qui quando aveva ventun anni e, nonostante le indicibili torture che subì, riuscì a sopravvivere perché era un abile meccanico di motori. Prima del Covid Sum Rithy trascorreva gran parte del suo tempo qui, per vendere il suo libro; adesso si è trasferito a Phnom Penh e presiede l’ingresso del Choeung Ek Genocidal Center.
Quando avevo visitato quel “campo della morte”, nella capitale, all’uscita avevo incontrato un signore gentile con un banchetto di libri. «Good mo’ning madàm, I su’vived killing fields» mi disse. Io avevo appena sentito per quasi due ore la storia dei modi orribili in cui i Khmer rossi hanno ucciso, torturato, umiliato, distrutto un popolo e mi trovavo davanti a una persona che affermava di essere stato una vittima di tutto ciò… Sono rimasta senza parole come a Sarajevo quando incontrai un sopravvissuto ai campi di prigionia serbi.
Era Sum Rithy e il libro che avevo comprato per dieci dollari si intitola Sopravvivere al genocidio nella terra di Angkor.

Dopo due settimane di viaggio, l’impressione è che il governo cambogiano incoraggi turisti e scolaresche a visitare i monumenti alla memoria, ma non mancano i segnali contrari. Prima di tutto, l’élite del paese ha ventilato più volte l’ipotesi di chiudere il Museo del genocidio di Phnom Penh e di occultare le fosse comuni riesumate; ben più grave il fatto che la stragrande maggioranza dei carnefici sia rimasta impunita.
Negli anni Duemila fu istituito un tribunale speciale in collaborazione con l’Onu e nel 2018 furono condannati all’ergastolo alcuni dei principali responsabili dello sterminio come Nuon Chea (“Fratello Numero 2”), Khieu Samphan (il capo di Stato della Kampuchea Democratica) e “Duch” (l’ex-direttore del centro di detenzione S-21), mentre Ieng Sary (“Fratello Numero 3”) era morto in prigione prima che il procedimento si concludesse. Hun Sen dichiarò che non avrebbe permesso ulteriori processi perché avrebbero causato instabilità.

Il “Fratello Numero 1” Saloth Sar, alias Pol Pot (il dittatore meno interessato al culto della personalità del mondo), non è mai è stato arrestato o processato. Nel gennaio 1979 emigrò in Thailandia, da dove guidò la guerriglia dei Khmer rossi contro i vietnamiti e i sovietici (con il sostegno perfino degli Stati Uniti) e poi formò addirittura un nuovo governo, incredibilmente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nel 1997 ordinò l’uccisione del suo successore nonché ex braccio destro, Son Sen, e poi fu messo ai domiciliari dal nuovo capo militare dei Khmer rossi. Fu trovato morto nel suo letto appena cominciò a circolare la notizia che stava per essere consegnato a un tribunale internazionale, e fu cremato prima che fosse effettuata un’autopsia. La sua tomba si trova tuttora ad Anlong Veng, l’ultima sua base, vicino al confine thailandese.

L’ultimo messaggio della Cambogia
Siem Reap è la città a più rapida espansione di tutto il Paese, infatti con i suoi circa duecentocinquantamila abitanti è diventata la seconda più grande dopo la capitale. La località offre centri massaggi, locali pacchiani con musica assordante, mercati, ristoranti raffinati e un numero considerevole di girls bar: un posto particolarmente adatto a ospitare una folta comunità di expat, che apparentemente passano il tempo giocando a biliardo o bevendo sofisticati cocktail nei locali più alla moda.
Osservo sempre con curiosità i bianchi che vivono in Asia, chiedendomi se abbiano qualcosa da nascondere o se, semplicemente, si godano la vita in aree geografiche dove l’estate dura tutto l’anno.


A Siem Reap ho alloggiato in una singola da dodici dollari in una struttura elegante con la piscina. Sulla carta sembra un affare, ma qualcosa non torna. Intanto il titolare, un sudafricano che indossa ridicoli pantaloni a sbuffo, mi propone con entusiasmo un tour di Angkor, senza sapere nemmeno dove si trovino i templi. La luce del corridoio non funziona, in tre giorni non si affaccia nemmeno una cameriera, la mattina il ristorante è sempre deserto. Anche se sembra provvisto di molte camere, vedo pochissimi clienti in giro.
Per questo sono molto perplessa quando, alle undici della mia ultima sera, nel giardino semibuio incontro un giovane dalla fluente chioma corvina che si lamenta con me perché tutte le stanze sono occupate. Non comprendo perché stia cercando una stanza a quest’ora, visto che a Siem Reap ci abita.
Hakeem si mostra subito fin troppo amichevole e, con una rapidità sospetta, mi fa alcuni giochi con le carte. Nonostante tutto, poiché i bravi prestigiatori mi hanno sempre incuriosito, cedo alle sue insistenze e andiamo a bere una birra insieme. Mi racconta che si occupa di antiquariato ed è di New York, però non ha affatto un accento americano. Forse perché ha vissuto a lungo a Dubai? Oppure perché è di origine metà italiana e metà turca? La musica inutilmente alta dei locali di Pub street non aiuta.
Chiedo che tipo di opere commercia: per tutta risposta prova a baciarmi. Hakeem è piuttosto belloccio, tuttavia sembra un tipo tutt’altro che affidabile: sono costretta a congedarmi da lui.


Non conoscerò mai l’identità né le intenzioni di questo mercante d’antichità notturno. E forse è giusto che, dopo i fantasmi della storia e i deliri geopolitici degli espatriati, il viaggio si chiuda davanti a un gioco di prestigio.