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MADE IN VIETNAM

Full immersion nell’Asia emergente

Benché la fissazione per i luoghi rimasti arcaici e arretrati pervada la fantasia dei viaggiatori, in molti Paesi del mondo tante cose sono profondamente mutate negli ultimi vent’anni e bisogna farsene una ragione. Se nel 1995 il Vietnam aveva un tasso di disoccupazione del 25%, oggi è sceso all’1,3%. Certo, in molte fabbriche le condizioni di lavoro sono inaccettabili e gli stipendi medi equivalgono addirittura a meno della metà di quelli dei lavoratori cinesi, ma d’altra parte è proprio questo il motivo per cui tante multinazionali hanno spostato qui la produzione. Fatto sta che la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà è scesa all’11% e in media i vietnamiti possiedono un cellulare e mezzo a cranio.

La baia di Ha Long

Secondo i dati forniti dal governo, circa dieci milioni di turisti stranieri hanno visitato il Vietnam nel 2016, oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente. La crociera nella baia di Ha Long è una delle attività più gettonate: non a caso, quando ho cercato di prenotarla era tutto fully booked e ho ottenuto una cabina solo perché una coppia poco dopo ha disdetto.
Abbiamo trascorso circa 24 ore in un elegante galeone, mangiando elaborati piatti di pesce e navigando tra le stupefacenti isolette che spuntano nella baia, in compagnia di turisti non solo del Nord del mondo come un tempo, ma anche dei Paesi emergenti.

L’organizzazione della gita segue uno schema standard e le attività hanno una scansione vagamente militaresca. 12:30: check-in. 13:00: specially prepared lunch. 15:30: escursione in kayak tra i faraglioni. 16:30: swimming time (ma ormai il sole è quasi scomparso e fa troppo freddo). 18:00: sunset party on the sundeck in warm and romantic atmosphere (in pratica un bicchiere di pessimo vino di Dalat bevuto sul ponte, dove spira una brezza sostenuta). 19:00: cooking class (come avvolgere verdure e pesce dentro a un foglio di carta di riso). 19:30: special dinner. 20:00: relax singing karaoke (dove ho dovuto cantare “Careless whisper” per omaggiare George Michael, una delle mie icone adolescenziali, scomparso proprio quel giorno) or squid fishing (ci hanno dato gli strumenti per pescare ma lo spirito ecologista ha fatto sì che l’unico calamaro che abbia abboccato sia stato ributtato in mare – tra l’altro già morto – dal mio vicino di cabina norvegese).

Il giorno dopo alle sei e mezza di mattina una voce baldanzosa ci ha svegliato urlando alcune frasi corroboranti alla filodiffusione della barca. Dopo la colazione ci hanno portato alla Surprise cave, dove c’è una massa indescrivibile di gente incolonnata, tutti appena scesi come noi da una delle centinaia di barche più o meno di lusso che affollano la baia. Ammirate le concrezioni e stalattiti a forma di coccodrillo o di dito medio, segue la visita alla Pearl farm dove abbiamo assistito alle operazioni necessarie per coltivare le ostriche e produrre le perle (in vendita nel negozio attiguo).

E infine altre 4 ore di autobus per tornare ad Hanoi, con un’unica sosta anche questa volta in uno di quei magazzini enormi sulla strada, circondati da un cortile pieno zeppo di statue a forma di lady Buddha o di delfino. Qui si può utilizzare la toilette, farsi un caffè o acquistare souvenir o snack a prezzi europei: la maggior parte dei clienti è costituita dai turisti stranieri che compiono l’itinerario Hanoi-Ha Long i quali apparentemente non mostrano alcun disagio a spendere 4 euro per un pacco di biscotti. D’altra parte stiamo parlando di gente che – come me, d’altra parte – aveva sborsato la bellezza di 130 dollari per una gita di un giorno e mezzo (senza contare l’esoso costo delle bevande extra).
Durante il tragitto appare evidente quanto le risaie stiano cedendo il passo sempre di più ai parchi industriali. Impressionante la quantità di scooter nei parcheggi degli stabilimenti Samsung e Canon di Bac Ninh.

Alle 8 di sera ho preso il treno ad Hanoi e ne sono scesa a Huè dopo 14 ore (la maggior parte delle quali trascorse beatamente a dormire in una comoda cuccetta).
Rileggendo le descrizioni che Tiziano Terzani riportava dal suo viaggio in un treno vietnamita non ho riconosciuto nulla, e pensare che risalgono a poco più di vent’anni fa e non a un secolo o due. Intanto la stazione di Hanoi non ha affatto un «soffocante odore di latrina», non ci sono centinaia di passeggeri ad aspettare il treno «bivaccando sulle scalinate, nei corridoi e lungo i binari» e a differenza di Terzani abbiamo trovato facilmente il nostro vagone. Il treno all’epoca era lentissimo, «sporco, povero, primitivo» e privo di acqua nei gabinetti, i finestrini erano muniti di inferriate per difendersi dai banditi, i sedili di legno erano ricoperti da una stuoia di paglia.
Quello che ho preso io invece (prenotato su internet), non è molto diverso dai treni italiani, ha bagni dotati di acqua corrente e un livello di pulizia standard. Ad ogni fermata non mi è sembrato di notare l’assalto delle folle urlanti di donne, bambini, venditori, mendicanti e mutilati (che, anche se dormivo, sicuramente mi avrebbero svegliato), nessuna bigliettaia è arrivata «con un pentolone per distribuire ramaiolate di minestra in untuose ciotole di alluminio» e alla fermata non è giunto nessun ometto con una bacinella d’acqua che funge da lavandino portatile. Fuori dal finestrino non scorrono poveri villaggi e capanne («miseri tetti di paglia sorretti da quattro pali di bambù»), la gente non è vestita di stracci e i bambini non sono scalzi.
L’unica cosa in comune tra questo treno e quello di cui raccontava Terzani è la canzone patriottica che hanno diffuso in tutti i vagoni verso le 7, seguita dalla comunicazione di servizio proferita dalla «voce melliflua di una donna».

Huè e Hoi An: the rainy days 

Nel Vietnam centrale ho trascorso quattro giorni in cui non ha praticamente mai smesso di piovere. In particolare, la giornata trascorsa a Huè, sotto un cielo perennemente bianco da cui precipitano scrosci continui, è stata di una mestizia senza fine.
L’attrattiva principale di questa località è la cittadella imperiale, che ricorda il glorioso periodo, durato circa un secolo e mezzo, in cui questa era la capitale del Vietnam. Oggi, a causa degli ingenti danni ricevuti durante l’offensiva del Têt, ne resta in piedi solo una piccola parte. Huè si trovava infatti in una posizione alquanto sfortunata: faceva parte del Vietnam del sud ma era molto vicina al confine, pertanto nel 1968 fu colpita sia dai bombardamenti americani sia dalle forze comuniste nord vietnamite. Dopo la guerra, inizialmente, questi luoghi furono trascurati perché secondo il regime comunista vincitore si trattava di simboli di un regime feudale e reazionario, successivamente però molte aree storiche sono state restaurate e in seguito il sito è entrato nella lista del Patrimonio UNESCO.
L’altra gita che di solito i turisti non perdono a Huè è la crociera sul Fiume dei Profumi, tuttavia le abbondanti precipitazioni non invitano a salire su una barca.

Per raggiungere Hoi An non è una malvagia idea prenotare un’escursione organizzata, che prevede alcune soste in luoghi di interesse insieme ad una guida squisita e logorroica, ad un prezzo veramente abbordabile. La prima sosta avviene presso Lang Co beach, una lingua di sabbia di diversi chilometri affacciata sul mare turchese. Purtroppo, nelle giornate invernali piovose e ventose, le esotiche palme sventolano vigorose e una coltre di nuvole grigie copre la spiaggia assolutamente deserta, al punto che non verrebbe in mente a nessuno non solo di tuffarsi ma proprio di fermarsi. Il villaggio di pescatori non è proprio pervenuto causa nebbia.
Ed eccoci al Passo delle nubi, il più alto del Paese con i suoi quasi 500 metri di altitudine: esso a quanto pare offre panorami così belli che di solito vale la pena rinunciare al nuovo tunnel e percorrere questa via tortuosa e piena di curve e angoli ciechi (nota per l’elevato numero di incidenti mortali), allungando così di un’oretta la strada. Qualcuno afferma che la vista a 360° spazi dalle candide spiagge bagnate dal mar Cinese Meridionale alle verdi montagne alla moderna città di Danang, ma, per quanto mi riguarda, ho percepito soltanto la pungente umidità della nuvola dentro alla quale ci trovavamo e i richiami degli invadenti venditori ambulanti, seppur semivisibili.

Le Montagne di marmo, il piatto forte della gita odierna, sono cinque monticelli scoscesi che rappresentano ognuno l’elemento naturale di cui portano il nome (fuoco, legno ecc.) e sono tutti ricchi di grotte naturali al cui interno si trovano santuari buddisti. Lungo la via che conduce all’ingresso sono schierati i negozi che vendono le gigantesche statue di marmo tradizionalmente fabbricate qui a Danang. Quindi un ascensore ci conduce comodamente in cima alla montagna d’acqua da dove si può ammirare un grandioso panorama che arriva fino al mare. Presso i luoghi di culto sono apparecchiate sontuose libagioni consistenti in elaborate pietanze ben impiattate, magnifica frutta tropicale, maialini arrosto interi, bevande alcoliche, oche vive e quant’altro.

Hoi An è una di quelle località di cui il turista che non aborre i luoghi troppo turistici è destinato ad innamorarsi perdutamente. Il centro storico è chiuso al traffico e si può girare tranquillamente a piedi, e quando le precipitazioni diventano davvero abbondanti, offre una grandissima scelta di ristoranti e caffetterie deliziosissimi dove rifugiarsi.
Questo pittoresco centro fluviale è stato uno dei principali porti internazionali del Sud Est asiatico. Le sue costruzioni sono un misto di stili e molte di loro sono ancora in buono stato: la città infatti è stata solo sfiorata dalla guerra americana (anche se purtroppo è stata spesso funestata da tornadi e alluvioni autunnali).
Fabrizio, il comproprietario di questo cafè in centro, è un archeologo toscano che da parecchi anni si occupa delle rovine del vicino sito di My Son, il luogo di culto dei sovrani del regno Champa. Mentre bevo qualcosa nel suo ameno giardino, mi parla bene della fama degli archeologi italiani nel mondo e mi racconta del turismo in Vietnam, che non essendo rivolto prettamente ai backpackers incentiva limitatamente la diffusione di droghe e prostituzione. Mi fa notare quanto sia raro vedere persone che chiedono l’elemosina e bimbi che lavorano, ma non mi nasconde del tutto la natura poco democratica del Vietnam, che è tuttora una repubblica socialista monopartitica. I suoi figli, a scanso di equivoci, frequentano una scuola privata.

Hoi An è ricca di negozi di artigianato vario, gioielli, abiti su misura e soprattutto lanterne, realizzate a mano in seta e stecche di bambù. Queste ultime creano un effetto di enorme suggestione, quando però posizioni quella lampada a forma di loto nella tua casa italiana, il risultato è ben più misero. La sera le vie di Hoi An diventano ancora più romantiche, quando le mille lanterne si accendono di tutti i colori e centinaia di candeline vengono lasciate scivolare sul fiume insieme ai desideri espressi da chi le ha comprate.
Hoi An è una cittadina piena di delizie ma purtroppo anch’essa ha una pecca (almeno nella stagione delle piogge): è letteralmente invasa dai ratti. Io ho viaggiato in molti paesi di vari continenti, eppure non avevo mai visto così tanti roditori: essi sfrecciano veloci davanti alle porte o addirittura dentro i locali adibiti ad attività commerciali, sul bordo di imbarcazioni romanticamente cullate dal fiume, nelle strade e tra i tavolini dei bar.

In tour nel Vietnam del Sud

Il Vietnam del sud ha due stagioni: quella calda e quella caldissima. Il 31 dicembre, uscendo dall’aeroporto internazionale di Ho Chi Minh City, vengo accolta dai 32 gradi tipici della stagione invernale, la più secca.
La vecchia Saigon è una metropoli trafficata e rumorosa, e lo è ancor di più in occasione dei festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Nelle vie del centro, tra i grattacieli, sciamano fiumane di pedoni, auto e moto, in alcune piazze sono stati organizzati concerti e djset, sulla facciata del palazzo del Municipio viene proiettato uno spettacolo di luci, per farsi il selfie con la statua di Ho Chi Minh bisogna mettersi in coda, la stucchevole canzone “Happy new Year” degli Abba risuona ovunque. Il Distretto 1 è pieno di ostelli, bar, ristoranti e negozi e non mi sembra così diverso dalle aree turistiche di Bangkok; lo sguardo ammiccante delle ragazze fuori dai centri massaggi dimostra che forse Fabrizio era stato un po’ ottimista nella sua disamina sul puritano turismo vietnamita.
La notte di Capodanno è impossibile dormire a causa del baccano infernale che arriva dalla strada: alle 4, sconfitta nella mia battaglia con il sonno, sono seduta sul marciapiede a mangiare un riso e pollo accompagnato dall’ennesima Saigon Beer. Vado a letto così tardi che la mattina dopo non sento minimamente la sveglia e apro gli occhi di soprassalto ad un orario in cui, teoricamente, sarebbero già dovuti venire a prendermi per la gita organizzata. Per fortuna la flessibilità degli orari vietnamiti mi permette di aggregarmi lo stesso al gruppo assemblato per questo one day trip.

Il Cao Dai Holy See di Tay Ninh è il luogo di culto per eccellenza di questa recente religione che mescola elementi di dottrine religiose orientali e occidentali. Per i caodaisti le manifestazioni del divino (come dire i nostri santi) sono tantissime e disparate: Krishna, Mosè, Buddha, Confucio, Gesù, Maometto, sant’Antonio Abate, ma anche i francesissimi Giovanna d’Arco e Victor Hugo. L’esterno del tempio è coloratissimo ed è praticamente una cattedrale cattolica sotto acido; all’interno l’effetto allucinatorio sincretico ha avvolto le colonne portanti di dragoni verdi, ha dipinto il soffitto con un cielo azzurro pieno di nuvole e stelle e ha posizionato, al posto dell’altare, un gigantesco globo blu con un inquietante occhio divino al centro. In occasione della cerimonia di mezzogiorno il pavimento è ricoperto di fedeli vestiti di bianco ordinatamente seduti a gambe incrociate, mentre gli officianti indossano abiti di colori sgargianti e portano un copricapo anch’esso decorato con l’occhio divino. Durante il rituale le preghiere sono accompagnate dai gong, dalle campane e dai tamburi, mentre un gruppo suona strumenti tradizionali sul palco accanto al quale i turisti scalzi ammirano lo spettacolo (chiedendosi – in particolare quelli che hanno dormito poco – se si tratta di sogno o realtà).

I Cu Chi Tunnels sono una rete di cunicoli che fungevano da rifugio antiaereo, deposito di armi e vie di rifornimento per i Viet Cong durante la guerra. Per anni, migliaia di persone hanno vissuto sottoterra, emergendo solo dopo il tramonto, e vivendo una ben triste esistenza: l’aria era stantia, il cibo e l’acqua scarseggiavano e la malaria si diffondeva rapidamente attraverso gli stretti passaggi infestati da insetti e parassiti.
Per infilarsi nei piccoli ingressi del tunnel, mimetizzati sotto le foglie, si richiedevano doti di contorsionismo, come ci mostrano oggi queste turiste minute che si posizionano sorridenti all’imbocco per la classica foto ricordo. La gran parte dei cunicoli è andata perduta, ma una sezione è stata conservata e, se non si soffre di claustrofobia, si può percorrerla strisciando (e bestemmiando quando il visitatore davanti si ferma per farsi un selfie).

Per proteggersi dai nemici, nel terreno erano posizionate trappole micidiali costituite da pali di bambù che si conficcavano nelle tenere carni americane. Inoltre se un invasore riusciva a superare queste insidie ​​e entrare nella città sotterranea, i Viet Cong rispondevano con una manciata di scorpioni o con un serpente ben assestato in faccia (esperienza che per fortuna ci viene risparmiata). Le visite si concludono con l’opportunità di sparare in un poligono di tiro, ed ecco spiegato come mai durante tutta la visita la giungla echeggiava sinistramente di colpi di arma da fuoco.
Io e questi due turisti gallesi (i soli esponenti della vecchia Europa del gruppo, in netta minoranza rispetto ad asiatici ed americani) siamo molto perplessi. È moralmente lecito ridere della tragedia che ha decimato un popolo e intrattenere i turisti con battute così volgari e omofobe? È una trovata divertente allestire un poligono di tiro dentro ad un monumento che dovrebbe ricordare a molti un dramma nemmeno troppo antico? Il quarantenne che fa da guida – il cui padre (filo americano) subito dopo la guerra ha abbandonato il paese per sempre – è stato sempre così o si è assuefatto al livello culturale dei suoi clienti? E perché continua a ridere dicendo ItaliaMafiaDonCorleone?

Anche nel tour nel Delta del Mekong veniamo accolti da un giovane pimpante che racconta improbabili aneddoti conditi da un umorismo discutibile: è palese che queste guide turistiche abbiano imparato l’inglese guardando pessimi film americani e si sforzino di scimmiottare lo strascinato accento USA, con la complicazione che sono incapaci di pronunciare diverse consonanti. Nonostante avessi richiesto un’escursione in small group, la maggior parte dei mezzi di locomozione su cui mi hanno fatta salire in questi due giorni erano grandi autobus affollati di giovani.
Il programma è piuttosto serrato e prevede visite a mercati (galleggianti e non), laboratori di carta di riso, dolcetti al cocco e noodles, merende a base di frutta tropicale, pranzi scenografici, navigazione su instabili piroghe guidate da donne col cappello a cono, l’immancabile cooking class. In uno dei tanti giardini tropicali ho ritrovato quel discutibile tour leader di Cu Chi, che mi ha offerto un bicchiere di rice wine (che lui, con la sua ben nota goliardia, definisce “happy water“). Ho assaggiato anche un saporito boccone di topo al barbecue, sfiziosa prelibatezza che ho poi ritrovato sul menu di un ristorantino di Can Tho (in questo caso fritto con cipolle). Inutile dire che tra tutti questi impegni non abbiamo avuto il tempo di visitare casa Duong, l’elegante dimora resa celebre dal film L’amante.
Il Delta del Mekong resta ancora oggi uno dei luoghi più poveri del paese, ma le cose stanno cambiando anche qui. Uno dopo l’altro i traghetti che collegano le due rive dei corsi d’acqua stanno scomparendo, sostituiti da ben più comodi ponti. Ancora qualche anno e anche i celebri mercati galleggianti non avranno più ragione di esistere.

La guerra americana

Stenderemo il tappeto rosso davanti a voi perché abbandoniate il Vietnam. Poi quando avremo finito di combattere sarete di nuovo i benvenuti qui, perché avremo bisogno della vostra tecnologia e dei vostri aiuti.

Ho Chi Minh, messaggio agli americani

Il “museo dei residuati bellici” di Ho Chi Minh City è dedicato a quella che noi abbiamo sempre chiamato Guerra del Vietnam, ma che qua è definita giustamente “guerra americana”. Subito nel cortile ci si imbatte in una ghigliottina (simpatico souvenir dei francesi), in altri strumenti di tortura e in una cella ricostruita, con tanto di statua di prigioniero in catene. Quindi ci informano in merito alle carceri vietnamite (come quella dell’isola di Phu Quoc) usate per imprigionare i «soldati patrioti», i quali «resistettero eroicamente per la libertà del paese».
Entrando nell’edificio leggo che la guerra di aggressione americana è finita da più 40 anni, ma gli effetti rimangono ancora oggi. Non solo ha causato milioni di morti e feriti nei 30 anni di svolgimento, ma non si possono dimenticare le decine di migliaia di persone colpite da mine e altro materiale esplosivo dopo il 1975. I vietnamiti, sottolineano i curatori, nonostante tutti gli ostacoli, non hanno mai mollato e continuano a combattere per superare le difficoltà e vivere la loro vita con ottimismo, cercando di essere membri produttivi della società, tanto che sono diventati degli esempi positivi anche fuori dal paese. Attraverso le storie delle vittime della guerra, il museo vuole mostrare che il Vietnam e i suoi abitanti nel periodo postbellico hanno ricostruito  «una nuova e bellissima nazione».
Tutti tranne i milioni di cittadini del sud che dopo la riunificazione furono considerati collaboratori e traditori e finirono nei campi di rieducazione, o furono deportati nelle campagne, oppure fuggirono all’estero. Ma questo naturalmente non viene scritto sui pannelli del museo.

Nelle sale molto materiale testimonia il supporto di tutti i paesi del mondo al Vietnam brutalmente aggredito, compresa l’Italia. Anche tanti americani hanno protestato contro la guerra e proprio a loro Ho Chi Minh indirizzò un telegramma in occasione del Capodanno 1968, ribadendo che il governo americano non soltanto stava distruggendo il Vietnam, ma allo stesso tempo mandava a morire i suoi giovani soldati e dilapidava insensatamente miliardi di dollari. Un cartellone molto ironico presenta in inglese e vietnamita la frase tratta dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, in cui si sostiene che tutti sono uguali e tutti hanno diritto alla vita, alla libertà e al conseguimento della felicità. Arrivando ai giorni nostri, una foto rappresenta l’incontro di Obama con il segretario del partito comunista vietnamita, avvenuto nel 2015.

Molte immagini di fotografi famosi sono appese alle pareti, fra cui la celebre “Napalm Girl”, scattata non lontano dal tempio Cao Dai, mentre lunghi elenchi e cartine tengono il conto dei danni arrecati dagli americani a cose e persone. La cosa curiosa è che il materiale sembra provenire quasi tutto dall’estero: soprattutto da riviste e agenzie americane. La sala dedicata alle armi chimiche, e in particolare all’utilizzo spropositato dell’agente orange, è adatta solo agli stomaci forti. Alle 12 suona una specie di allarme e tutti se ne vanno: uno dei guardiani mima l’ora di pranzo.

Nel 1975 la fine del governo filo-americano e la riunificazione del Vietnam furono segnate dai due carri armati dell’esercito di liberazione che sfondarono il cancello di ingresso del Palazzo presidenziale, il cuore politico di Saigon. Oggi due repliche dei mezzi sono posizionate nei giardini del complesso, che è stato trasformato in un museo. 

Per le strade, gli abitanti della metropoli conducono la solita vita di sempre: praticano tai chi e arti marziali nei parchi, giocano a badminton, seduti sulle loro minuscole sedioline si ingozzano di phở presso i baracchini. E forse, ipnotizzati dal loro smartphone, non si chiedono più in nome di cosa sono morti i loro antenati – anche perché la maggior parte dei vietnamiti di oggi sono nati dopo il 1975 e per loro sono fatti molto lontani.
Ai lati delle strade, migliaia di coloratissimi manifesti di propaganda celebrano “calorosamente” la festa nazionale della Repubblica socialista del Vietnam, l’86° anniversario della rivoluzione vietnamita o il 55° anniversario della tradizionale giornata della polizia antincendio. Le parole governative invitano gli scolari a studiare e i membri del partito a competere per ottenere risultati eccellenti. I giovani col caschetto antinfortunistico, i soldati col fucile, i marinai col binocolo, gli scolari e le maestre davanti alla lavagna, tutti questi personaggi disegnati sui cartelloni svolgono il loro compito con convinzione, circondati da falci e martelli, stelle gialle, campi di girasoli, tralicci della corrente. E in alto, dentro a un fiore di loto, campeggia la faccia da tenero nonnino di Ho Chi Minh.

Hanoi: the North Face

Il mausoleo di Ho Chi Minh si trova ad Hanoi, nella scenografica piazza Ba Dinh. Nonostante lui stesso nel suo testamento avesse chiesto di essere cremato, la sua salma fu ugualmente imbalsamata ed esposta in questo monumento in granito dove quotidianamente molti visitatori, organizzati in lunghe file, attendono di osservarlo per pochi secondi.
Del complesso del mausoleo fa parte anche il palazzo presidenziale, un giallissimo edificio in stile rinascimentale costruito inizialmente per il governatore generale d’Indocina. Ho Chi Minh si rifiutò di andarci ad abitare, scegliendo piuttosto un modesto appartamento nei paraggi. In seguito fu eretta la palafitta in legno – circondata da un rasserenante giardino – dove il leader visse e lavorò per alcuni anni. Questa sobria ma elegante abitazione oggi fa parte del percorso di visita insieme alla pagoda ad una sola colonna e al museo di Ho Chi Minh, una grande struttura di cemento ornata dal simbolo della falce e martello. La vastità e il vuoto della piazza, uniti all’austero stile architettonico sovietico e alle esercitazioni in corso di vari plotoni di soldati in divisa verde, danno al visitatore l’impressione di un balzo nel tempo all’epoca della cortina di ferro.

Un altro monumento storico significativo della capitale è il carcere di Hoa Lo, ospitato in un edificio costruito dai colonizzatori alla fine dell’Ottocento per detenere i prigionieri politici vietnamiti. Era una delle più grandi prigioni di tutta l’Indocina, dotata di mura alte e spesse e di rete elettrica ad alta tensione per impedire le fughe. Nella sezione dedicata al periodo francese, i visitatori odierni possono ammirare la stanza della solita ghigliottina, ancora con equipaggiamento originale, e gli alloggi per i prigionieri. Sui pannelli si legge che i «patrioti e i soldati rivoluzionari vietnamiti» detenuti vivevano in condizioni disumane ed erano sottoposti a infinite torture, ma nonostante ciò hanno continuato indefessi a «studiare clandestinamente teoria politica e non hanno mai perso la voglia di combattere fino al loro ultimo respiro contro l’occupazione del Paese».

Dal 1964 al 1973 una parte della prigione è stata utilizzata per rinchiudere i piloti americani che venivano abbattuti e catturati. Secondo le testimonianze di molti ex prigionieri, essi erano detenuti in condizioni pietose, con poco cibo e scarsa igiene; inoltre, almeno nei primi anni, venivano crudelmente torturati. Il governo vietnamita tuttavia ha sempre negato e ancora oggi sostiene che gli americani venivano trattati benissimo: le immagini esposte li mostrano mentre giocano a scacchi e a biliardo, fanno giardinaggio, mangiano generose porzioni di cibo. Non solo: secondo i curatori del museo il soprannome che gli avevano sarcasticamente affibbiato gli americani, “Hanoi Hilton”, sarebbe la prova che i detenuti consideravano gli alloggi simili a quelli di un hotel. Tra l’altro, ironia della sorte, una parte del carcere è stata smantellata e ora al suo posto sorge davvero un hotel a cinque stelle.

Tra Hanoi e Ho Chi Minh City ci sono più di 1600 chilometri, una distanza maggiore di quella che separa Aosta da Reggio Calabria. In confronto al Vietnam del sud, saltano subito agli occhi le differenze: la gente ha la pelle più chiara, i tratti somatici più raffinati e soprattutto non parla come Paperino. La capitale stessa, rispetto a Saigon, ha un aspetto più grazioso: i tanti parchi e i laghi, i ponti sul fiume Rosso, gli edifici coloniali le donano un’atmosfera più quieta e romantica.
Di sera, al centro del lago Hoan Kiem, spunta giallastra la pagoda della tartaruga, il monumento simbolo della città, e tutto intorno il fiero popolo vietnamita è allegramente affaccendato nella penombra: chi mangia su tavolini e sedioline in formato casa delle bambole, chi gioca a badminton senza racchetta, chi solleva pesi sulle apposite panchette, chi sfreccia nelle strade su skateboard luminosi.

Anche qui di giorno c’è molto traffico, gli sgabelli invadono i marciapiedi, le ciotole di phở fumano, i motorini riempiono le carreggiate, i negozi di articoli da regalo sfoggiano appariscenti piramidi di dolci e composizioni di fiori e frutta.
E poi c’è un numero incredibile di negozietti che vendono piumini imbottiti di colori sgargianti: è vero che in inverno le temperature possono scendere anche sotto i 15 gradi, ma non siamo certo a Canazei. Giubbotti e zainetti hanno prezzi stracciati e sfoggiano marchi famosi come “The North Face”, a dimostrare che si tratta di capi usciti in qualche modo più o meno losco dalle fabbriche del paese.

Devo dire che il mio piumino griffato made in Vietnam color verde mela è stato molto utile al ritorno, poiché l’Italia meridionale era sotto la morsa del gelo, gli aeroporti erano chiusi per neve e il rientro è stato una lunga, ma calda, odissea.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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