Vacanza ayurvedica in Kerala


La spiaggia di Kovalam
Thiruvananthapuram è la capitale dello stato federale del Kerala e conta circa settecentocinquantamila abitanti. A quanto pare, la maggior parte di loro era accatastata oltre la transenna degli arrivi dell’aeroporto internazionale, certificato ISO, alle quattro della mattina del mio sbarco in India meridionale.
Kovalam Beach, situata a circa dieci chilometri a sud, accolse in un letto umido la viaggiatrice reduce da ventiquattro ore di transiti aeroportuali, tra film in hindi sottotitolati, partite di tetris in alta quota, polli speziati nelle vaschette, annunci del comandante, paradossali controlli di sicurezza e smoking lounge anguste.


In tarda mattinata, uscendo in avanscoperta, provai quella magnifica sensazione di shock termico tipica di chi si risveglia in estate senza aver vissuto la primavera. A un’estremità di Lighthouse Beach stava di guardia un faro a strisce orizzontali bianche e rosse, sul quale mi arrampicai grazie a una scala a chiocciola. Dall’alto osservai il panorama, realizzando che quella località balneare era costituita da una stretta fascia sabbiosa, modellata in tondeggianti insenature affiancate, sulla quale si affacciavano ristoranti di pesce, bar, negozi di vestiti, hotel e centri ayurvedici, mentre l’interno era interamente occupato da superbi palmeti. Il mare, le barche di legno dipinto e la moschea gialla scintillavano all’unisono.


Tornata sulla terra, una matrona che gestiva un negozio di gioielli mi salutò ammiccante, sorridendo. Constatato il mio disinteresse nei confronti dei preziosi, mi propose un rilassante massaggio ayurvedico, eseguito da una giovane terapista che aveva studiato a Singapore. Anche la negoziante e sua figlia parteciparono al trattamento, da allieve diligenti, dividendosi alcune parti del mio corpo.
Al bar della spiaggia ordinai qualcosa di fresco e scorsi il Divino Otelma: il noto personaggio televisivo, quasi irriconoscibile senza i suoi eclatanti abiti di scena, sedeva a un tavolino con le gambe mollemente accavallate bevendo una bibita con la cannuccia. Per la cena, consumata in uno dei ristoranti lungo la spiaggia, indossai una gonna nuova, di seta verde squillante, ricamata a motivi di piccoli pavoni – simbolo di qualcosa che ho poi dimenticato. Il pesce non sapeva di niente.

Jungle bells
Sono le otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense a quest’ora s’inghirlandano di vischio e d’agrifoglio, le finestre s’illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale della terra, una quinta stagione senza nome ch’io chiamerei Euforia.
Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India
Da Alleppey partivano le migliori crociere sulle backwaters – un fitto intrico di placidi canali che si dipana parallelamente alla costa del Kerala per diverse centinaia di chilometri. Il barcone di giunco che mi accolse era dotato di un ampio patio nel quale i passeggeri, stravaccati su poltrone e divani, si godevano quella suprema sensazione di pace, silenzio e abbandono a cui probabilmente i keralesi sono abituati da sempre.
Trascorsi la giornata di Natale cullata dalle onde, riscaldata dal sole e ipernutrita dai pasti serviti dai cuochi di bordo. Nell’estasi del momento, non potei fare a meno di pensare ai miei amici e parenti che – sfasati di quattro ore e mezza – celebravano la santa festività a latitudini molto superiori alla mia. Dopo aver dato fondo al riso, al dal, al pesce, alle rondelle di banana fritte e all’intera dotazione di caffè della houseboat, venne tagliato solennemente un cubo che un tempo era un panettone Maina.


Lungo le rive dei canali la vita scorreva al rallentatore. Moschee, chiese, templi, case e scuole. Mangrovie, banani, palme, ninfee e risaie. Canoe che trasportavano merci, houseboat affollate di turisti intenti a fotografare, imbarcazioni colorate occupate da suore che salutavano. Pescatori che vendevano aragoste blu, bambini che si rincorrevano e giovani che camminavano con il dhoti sollevato. Chilometri di vestiti stesi ad asciugare, sacchi in bilico sulle teste, pubblicità della Vodafone. E poi, donne che si lavavano i capelli, facevano il bucato, sorridevano o stavano sedute a fare niente.
Il panorama cambiò colore assecondando il graduale calare del sole, finché non arrivò la sera.



Il risveglio mattutino fu indimenticabile: il sole sorgeva dietro i palmeti e l’acqua era ferma, piena di riflessi. Da lontano, se ci si metteva in ascolto, un canto dolcissimo si spandeva nell’aria. Non sono ancora convintissima che quella melodia quasi impercettibile fosse reale: probabilmente me la stavo soltanto immaginando.
Comunque sia, fu un vero peccato dover tornare sulla terraferma e salire sul bus che si sarebbe arrampicato verso le prime propaggini dei monti Ghati occidentali.


Ho voglia di tè
Tekkadi è un posto turistico: un alberghetto ai confini del Kerala con lo stato di Madras, in mezzo a una foresta, sulle rive di un grande lago artificiale. Ci si va perché dicono che vi siano degli animali selvaggi: tanto è vero che nel programma turistico è previsto un giro in barca sul lago all‘alba, ora in cui le bestie vanno ad abbeverarsi. In realtà, non abbiamo visto proprio niente, e l’ingenuo piacere di vedere delle belve in libertà ho dovuto demandarlo all’Africa.
Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India
La strada che dal mare si dirigeva a Thekkady si dimostrò lunga e tortuosa; poiché avevamo in programma la visita alla fabbrica di tè di Vandiperiyar Town, ci concedemmo soltanto le soste indispensabili per evitare di arrivare tardi al Parco Nazionale di Periyar.
Comunque, indipendentemente dai chilometri e dalle condizioni del manto stradale, nessuno spostamento in minibus è durato meno di cinque ore. Durante il tragitto si soffrivano, alternativamente o in contemporanea, caldo, freddo, mal d’auto con conseguenti nausea e vomito, schiacciamento dell’osso sacro, dolori alle ginocchia, gonfiore ai piedi, fame, sete, necessità impellente di una toilette, punture di zanzara e asfissia da gas di scarico. A bordo del pulmino erano frequenti i casi di nervosismo o di vera e propria isteria, con conseguenti sfuriate all’autista incolpevole. Il conducente, a seconda dei momenti, andava troppo piano o troppo forte, si posizionava al centro della carreggiata o rasente agli altri mezzi; non trovava l’hotel, assicurava di sapere dove fosse ma non lo sapeva, si fermava a chiedere informazioni e chiedeva male, sbagliava strada, tornava indietro, scuoteva la testa, sorrideva e infine diceva di aver capito – anche se non era vero. Si fermava di nuovo a chiedere e questa volta chiedeva bene, ma nonostante questo non trovava la struttura; parcheggiava dove non poteva e i vigili gli fischiavano, procedeva e non parcheggiava dove avrebbe potuto, mentre i passeggeri gli intimavano di accostare quando ormai non era più possibile. Eccetera eccetera.

Fuori dal finestrino scorrevano rapidamente eucalipti altissimi, piante di cardamomo e alberi della gomma, incisi e trasudanti bianco lattice. Man mano che salivamo di quota ci inoltrammo sempre più tra le piantagioni di tè: lucidi cespugli bassi che ricoprivano tutta la superficie collinare, ordinatamente intervallati da corridoietti di passaggio che suddividevano le aree in scaglie.
Giunti a Vandiperiyar, scoprimmo che la factory gestita dalla irlandese Connemara, come tutte le domeniche, era chiusa: non potemmo assistere alla lavorazione del tè. Ripiegammo su un vicino giardino delle spezie, ma la lezione di botanica – tra ragni giganti e piante esotiche – riscosse scarso interesse.
La località registrava il tutto esaurito in quei giorni di vacanze natalizie e dunque gli hotel e i ristoranti erano pieni – un’ottima notizia per i keralesi, che nel settore stavano investendo speranze e denaro –, ma per lo stesso motivo il parco non riusciva a far fronte alle richieste di visite guidate: non c’era posto nemmeno per le escursioni del mattino presto.




As close to heaven as it gets
La strada tra Thekkady e Munnar si snodava tra i verdissimi e squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni di tè, che si potevano attraversare a piedi, evitando possibilmente di essere presi a bastonate dai guardiani. Le aree di sosta erano predisposte in base alla presenza di una cascatella oppure di un panorama a perdita d’occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate, era possibile acquistare ananas sbucciati e latte di cocco presso i baracchini che spuntavano sulla strada. Qui folti gruppi di parenti indiani si fermavano a mangiare, attrezzati con pentoloni enormi, padelle di alluminio e piatti di ceramica: non consumavano semplici panini, ma elaborati pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si scattavano foto o riprendevano con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno comprava una pannocchia o una borsa; la maggior parte stava in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche – abbigliamento maschile che lì batteva dieci a zero la più tipica gonna pareo.




Munnar presentò il solito brulicante spettacolo umano: dal vigile che dirigeva il traffico con un ombrello viola ai signori che non rispettavano la fila per il bancomat, dai venditori di essenze e profumi alle donne in sari che aspettavano l’autobus, fino a tutti quelli che trasportavano scatole e sacchi, intrecciavano corone di fiori, affettavano cipolle o scrivevano sms.
Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggevano dall’alto la cittadina, posizionati a corona uno accanto all’altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si osservava il predominante induismo convivere pacificamente con le fedi islamica e cristiana. Il tempio induista era coloratissimo, festoso e ricoperto di altorilievi che rappresentavano il pantheon di divinità: il panciuto Ganesh con la testa di elefante mono-zanna, il preservatore Visnu dotato di quattro braccia e il creatore Brahma, barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano.


La Chiesa cristiana era meno allegra e colorata, anche se, percorrendo le strade dello Stato, era frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L’unica cosa ridente invece, lì sul sagrato, era il presepe: una variopinta accozzaglia di neve d’ovatta, cammelli di legno, palme di cartone, foto ritagliate di case europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri. Come sfondo, un albero di Natale a grandezza naturale, un gigantesco poster di Babbo Natale e un’enorme fotografia che raffigurava imponenti catene montuose innevate.


L’hotel si trovava a diversi chilometri dalla città, isolato da tutto, dunque non avevo altra scelta: cenai nello squallido ristorante al piano di sotto. Era uno di quei self-service con i vassoi di metallo con coperchio, nei quali purtroppo giacevano il solito riso lesso, i soliti spezzatini di corvo piccantissimi, i soliti mischioni di teste di pesce e la solita zuppetta acquosa di mais – da condire con una salsa a scelta tra quelle rosso sangue, marrone o giallone. Che fosse masala o curry, feci fatica a distinguerle a causa dell’immediata anestetizzazione di tutto l’apparato preposto al gusto. Nonostante la temperatura rigida – eravamo a circa duemilacinquecento metri di altitudine – avrei fatto volentieri una passeggiata digestiva nella semideserta strada su cui si affacciava l’albergo, se non fosse stato che la direzione mi aveva messo in guardia, preventivamente, dall’allontanarmi troppo a causa dei pericolosi elefanti selvatici che mi avrebbero potuto aggredire.
«Elephant’s coming?» chiesi circospetta al guardiano notturno. Rispose come tutti gli indiani: dondolando la testa con ritmo dolce e cadenzato, come disegnando il simbolo dell’infinito nell’aria con il mento. Questo movimento nel linguaggio del corpo indiano significa un’affermazione, ma poiché dire no o non so risulta per cultura poco educato, e poiché questo cenno è simile a quello occidentale per dire no, in pratica il messaggio non è mai molto chiaro.
«Insomma, hai detto sì o no?» mi veniva da urlare all’omino. «Questi benedetti elefanti ci sono o no? E se ci sono, sono effettivamente pericolosi?» Dopo il consueto sforzo sovrumano necessario per decifrare l’indo-inglese, mi sembrò di capire che: 1) Gli elefanti, se passavano, passavano almeno cinque o sei chilometri più avanti; 2) Alle undici di sera avevano altro da fare e si palesavano soltanto ai primi chiarori del giorno; 3) Erano soliti abbeverarsi placidamente in loro private pozze d’acqua e non ti cagavano di striscio.
Era finito da poco questo ieratico sermone tranquillizzante, quando si udirono in lontananza due barriti gemelli: il dialogo terminò definitivamente e me ne andai a dormire.

Cochin: voglio vederti danzare
Dopo le temperature alpine di Munnar, l’arrivo a Cochin – seppur preceduto da lunghe ore di acclimatamento in bus – inizialmente creò un certo disagio. Il tipico traffico indiano poi, tra camion troppo grandi per certe microstradine a senso unico, galline, mucche, capre, pedoni carichi di mercanzia e strombazzate continue, mi fece quasi pentire di aver lasciato gli altipiani. Ma la sensazione negativa durò poco.
Nel quartiere coloniale trovai stratificati secoli di storia, a partire dal simbolo della città: le reti cinesi, introdotte dai mercanti della corte del Kublai Khan. Il profilo urbano ospitava le prime chiese cattoliche, sorte dopo l’approdo di Vasco da Gama, che aveva inaugurato l’epoca della colonizzazione europea. Ai portoghesi subentrarono i ben più agguerriti olandesi, ai quali si deve il restauro del Palazzo di Mattancherry e della sinagoga, precedentemente distrutta dai portoghesi. Il vicino quartiere ebraico, invece, era stato riconvertito in un vivace emporio per turisti a caccia di artigianato e antichità.




A Cochin assistetti alla versione per turisti dello spettacolo tradizionale del Kathakali, una forma di antichissimo teatro-danza a sfondo religioso che drammatizza i grandi temi tratti dei poemi epici hindu.
Gli attori si sottopongono a una vestizione e a un trucco elaboratissimi; hanno a disposizione un repertorio limitato ma precisissimo di gesti ed espressioni facciali – criptici per gli spettatori rimbambiti dal caldo, ma comprensibilissimi per i locali. Lo stesso codice vale per i danzatori: i sorrisi, i movimenti delle sopracciglia e persino del naso sono parte integrante della coreografia. I percussionisti sottolineano con ritmi ipnotici le fasi della rappresentazione.
Non credo che gli artisti fossero entusiasti di snaturare completamente una cerimonia che da sempre durava tutta la notte anziché un’ora, si teneva fuori dai templi – e non in un teatro, accanto ai negozi di souvenir – e si rivolgeva ad un pubblico capace di autentico coinvolgimento. Anche se, di fronte ai soldi, i più pragmatici se n’erano sicuramente fatti una ragione.



Appena uscita dall’albergo, riposata e fresca di doccia, un’enorme comitiva di gente multicolore attirò la mia attenzione. Uno dei soliti gentilissimi indiani mi fece cenno di entrare nel giardino e poi nell’auditorium, dove fervevano i festeggiamenti per i neo-sposi Sandya e Ganesh. Raffinatissimi sari e abiti da cerimonia si affollavano in questa sorta di teatrino, pieno di sedie di plastica schierate di fronte a un palchetto dimesso e poco illuminato. Ganesh – baffo e capello con la riga lunga anni Settanta – sedeva rassegnato su una poltrona di velluto, cinto da una collana di fiori. Di fronte a lui, il sacerdote trafficava con petali e unguenti misteriosi vicino a un braciere, mentre Sandya si allontanava spesso per i frequenti cambi d’abito. A un certo punto sparirono entrambi: i parenti mi spiegarono che la coppia si era recata temporaneamente al tempio, ma mi invitarono ad aspettare perché di lì a poco sarebbe stato servito il pranzo. Nell’attesa sorseggiai una bibita molto arancione, mi adornai i capelli con fiori freschi e scambiai quattro chiacchiere con gli invitati.


Cercai di capire in che maniera fossero imparentati con gli sposi e se la coppia funzionasse: tutti erano soddisfatti della scelta effettuata. La mia presenza non passò inosservata: gli invitati mi indicavano, sorridevano, mi chiedevano una fotografia e mi rivolsero lo stesso quesito: «Sei dalla parte della sposa o dello sposo?»
Sebbene il Kerala vantasse minori disparità sociali rispetto al resto del Paese, la ricercatezza degli abiti, la forbitezza nel parlare e l’imponente numero di invitati tradivano l’appartenenza a una casta elevata. I più giovani mi parlarono della scuola, dove studiavano il malayalam – l’idioma locale –, l’hindi e l’inglese.
Con oltre un’ora di ritardo venne servito il pranzo: centinaia di persone si sedettero in file interminabili, di fronte a una foglia di banano ricoperta di riso, pollo e verdure, e consumarono il pasto con le mani unte. Approfittando della confusione generale che accompagnava il cambio turno, riuscii a defilarmi.


Girare tra le strade di Fort Cochin e Mattancherry riservò continue sorprese: i sorrisi fiorivano sul volto del venditore di limoni appoggiato al suo carretto, dei tassisti in sciopero seduti vicino al mare, dei bambini che smettevano di giocare per mettersi in posa, del dignitoso ottantenne che tutti mi indicavano. Un’accoglienza altrettanto calorosa mi riservarono gli scheletrici lavoratori del magazzino di zenzero, i membri delle famiglie che attendevano il camion dell’acqua davanti alla porta di casa, il negoziante dal profilo adunco che mi invitò a a dare un’occhiata ai gioielli e il venditore di statue hindu intento a illustrarmi le intricate vicende di Krishna e di Vishnu.
Al tramonto, il cielo era rosa dietro alle reti cinesi, l’aroma del pesce arrosto copriva il profumo di zenzero, i vestiti colorati sventolavano dalle bancarelle, i tuk-tuk crumiri avanzavano a pedali e i ristoranti avevano posizionato gli zampironi per terra, vicino ai tavoli.






Abbracciando il mondo
Se Dio è morto in Occidente, in India ha ancora mille indirizzi.
Tiziano Terzani, In Asia
Prima di raggiungere Varkala, dove avrei trascorso alcune giornate di relax, avevo un ultimo compito da svolgere: risvegliare l’amore divino che era in me. Tra Cochin e Varkala sorgeva la Mata Amritanandamayi Mission, ovvero l’ashram di Amma, una guru nota in tutto il mondo per la sua pratica spirituale che consisteva nell’abbracciare migliaia di persone al giorno.
La struttura sorgeva nel cuore delle backwaters, assediata da rigogliose palme e circondata da paradisiaci canali – peccato quegli sgraziati condomini di cemento a molti piani dove alloggiavano gli ospiti. Il complesso era presentato come un luogo pieno di bellezza e gioia dove, al di là di ogni credo, si cerca e si può trovare la propria libertà. Io comprendevo il desiderio di scappare a molti chilometri dalla propria routine e giustificavo persino la fuga da un occidente frenetico, votato al materialismo e al predominio del profitto, ma in merito alla libertà, ne avevo una concezione un po’ differente.

Dentro l’ashram vigevano leggi ferree: era proibito consumare carne, bere alcolici, fare sesso e fumare. L’obbligo era vestirsi di bianco, camminare scalzi e coprire castamente braccia e gambe, come illustravano i disegni alle pareti. Era vietato l’uso di dispositivi elettrici ed elettronici – sebbene nell’auditorium numerosi cartelli raccomandassero di non lasciare incustoditi i computer portatili a causa dei frequenti furti. Ciascuno doveva svolgere il seva – l’opera di volontariato per la comunità – in base alle proprie attitudini: c’era chi preparava caffè e tè, chi si occupava delle pulizie, chi insegnava yoga, mentre un plotone di donne leccava e imbustava a tempo pieno dépliant da inviare in tutto il mondo. Le restrizioni vietavano inoltre i contatti con gli abitanti del vicino villaggio di Vallikavu, il consumo di cibo acquistato fuori dalle mura e le uscite dopo il tramonto – prescrizioni spacciate come misure a tutela della sicurezza e del benessere dei residenti.

Gli utili dell’ashram, insieme alle donazioni internazionali, finanziavano le attività umanitarie promosse da Amma a livello globale da oltre vent’anni: soccorso dopo catastrofi, progetti di emancipazione femminile, assistenza sociale, lotta alla povertà alimentare, gestione di orfanotrofi ed edilizia scolastica.
I nuovi arrivati all’ashram si riconoscevano dal volto estatico e dalle frequenti crisi pianto. Una volta varcata la soglia, molte donne occidentali si trasformavano in befane: smettevano di farsi la tinta e portavano i capelli legati in una pudica treccia, non si facevano più la ceretta ai baffi e ovviamente non si truccavano. Uomini e donne indossavano informi camicioni bianchi che poco li valorizzavano, indumenti con cui speravano di celare il peso di traumi recenti o esistenze segnate da fragilità e solitudine.
Il mio improvvisato cicerone si chiamava Carmine, un adepto napoletano senza scarpe, con pochi capelli e ancor meno denti. Per prima cosa mi condusse dalle mucche di Amma, segno tangibile della presenza del Divino sulla Terra, sebbene a me sembrassero identiche a tutte le vacche generiche che ruminano indisturbate nel mondo. Poi salimmo sui tetti di uno dei casermoni e, tra i panni degli adepti stesi ad asciugare nell’aria tropicale, Carmine improvvisò un beneaugurante saluto al sole. Entrammo infine nel tempio e nel negozio di souvenir, dove — accanto alle immagini di Gesù Cristo e alle statuette delle divinità hindu – vendevano la bambola di Amma.

E finalmente arrivò il momento tanto sognato, l’esperienza più forte della mia vita: l’abbraccio di Amma. Lei – aveva giurato Carmine – ti getta un seme dentro. Grazie al mio nuovo amico napoletano potetti dunque superare centinaia di indiani in fila e ritirare il premio messo in palio, in tempo per il mio programma di viaggio.
Dopo un’attesa di circa un’ora e mezza, mi trovai al cospetto della Mahatma, seduta su una comoda poltrona e circondata dagli assistenti più fedeli che gestivano il traffico degli abbracci. A un metro di distanza, uno di loro mi costrinse ad inginocchiarmi e, subito dopo, un altro mi schiacciò il viso contro il suo petto abbondante. Sempre sorridente, Amma sussurrò parole incomprensibili all’orecchio; poi, mentre i valletti mi strappavano già con decisione dall’affettuosa stretta, mi fece dono di un sacchetto di carta che conteneva una misteriosa polverina e una caramella all’arancia.
Terminato il darshan, venni invitata a pranzo: un pastone piccantissimo di riso e legumi da consumare con le mani. Qui un friulano biondo, alto quasi due metri, attaccò bottone con me. Purtroppo avevamo ben poco in comune, così la conversazione dopo meno di due minuti cominciò a languire e lui si mise a parlare con un’altra.

Felici Tropici
Si potrebbe sostenere altrettanto giustamente che in realtà tutto ebbe inizio migliaia di anni prima. Molto prima che arrivassero i marxisti. Prima che gli inglesi conquistassero il Malabar, prima della dominazione portoghese, prima dell’arrivo di Vasco de Gama, prima che lo Zamorin conquistasse Calicut. Prima che i cadaveri dei tre vescovi siriano-ortodossi dalle tonache viola uccisi dai portoghesi venissero ripescati in mare, con grovigli di serpenti marini nel petto e ostriche incollate alle barbe aggrovigliate. Si potrebbe sostenere che cominciò prima che il cristianesimo arrivasse dal mare e si diffondesse nel Kerala come il tè da una bustina immersa nell’acqua.
Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose
Varkala beach si presentò come un serpente di negozietti, locali lounge e resort in bambù situato in cima ad una suggestiva scogliera, sotto la quale erano incastonate alcune spiagge lambite da onde spumose. La località era sviluppata in funzione di una ben precisa categoria di viaggiatori: non si ubriacavano, non frequentavano discoteche, non sfoggiavano abiti fighetti, leggevano molto e – grazie alla pratica dello yoga, ai trattamenti ayurvedici e all’uso moderato di cannabis – si rivelavano quasi tutti estremamente rilassati.
Questa imponente parete rocciosa rappresentava un’eccezione nell’intera costa del Kerala, altrimenti bassa e sabbiosa, rendendo l’esperienza della spiaggia tropicale con palme, Buddha bar e pesce fresco un po’ diversa rispetto a contesti ormai standardizzati in tutto il mondo.


L’intero apparato commerciale di Varkala Beach era nelle mani degli immigrati tibetani, ladakhesi o kashmiri, i quali coprivano il settore della gastronomia, delle strutture ricettive e dei souvenir. Se da un lato si era quasi costretti ad acquistare per gli amici campane tibetane e singing bowl – ma tanto la maggior parte di loro non si sarebbe accorto minimamente dell’incongruenza –, dall’altro, invece dei piccantissimi manicaretti locali, ci si poteva abbuffare di momo vegetariani e noodles, tipici dell’India del Nord.
La stagione balneare di Varkala dura pochi mesi: tra giugno e settembre i classici monsoni di sud-ovest portano le grandi piogge, poi, quando altrove subentra la stagione secca, a fine ottobre arriva la coda del monsone di nord-est, che si manifesta con acquazzoni e talvolta persino con qualche ciclone. Considerando che nei mesi di aprile e maggio fa un caldo da scoppiare, si intuisce perché la maggior parte delle attività commerciali sia attiva soltanto da dicembre a febbraio. Da marzo in poi molti operatori infagottano le proprie cose e tornano al nord, dove il clima montano permette di lavorare durante i mesi estivi.


La mia stanza era situata al piano terra di un edificio a pochi passi dalla scogliera. Era molto spartana, ma abbastanza pulita, a parte la puzza di fogna che proveniva dal bagno. Esattamente sopra la camera, sulla terrazza vista mare, si tenevano due volte al giorno le lezioni di yoga di Sunhil. Uno dei momenti perfetti trascorsi a Varkala fu lo savasana – la posizione del cadavere, un’asana di rilassamento totale – sulla terrazza dell’Hill Cliff, accompagnata dal gracchiare dei corvi in prossimità, dalla melodiosa chiamata alla preghiera del muezzin in lontananza e dal vento fresco che faceva oscillare le foglie di palma. Nei giorni trascorsi a Varkala, del resto, sembrava sempre di udire un canto esotico: se non era il muezzin erano gli inni induisti, e se non era l’Om di un corso di yoga era un cd dei Café del Mar.


Varkala offriva una straordinaria offerta di trattamenti ayurvedici: lungo la passeggiata numerosi cartelli invitavano a provare lo sgocciolante Siro dhara o il tamponante Navarakizhi. La foto del volto baffuto del medico di riferimento serviva come garanzia e agiva da testimonial. Durante l’anamnesi costui – in carne e ossa questa volta – mi tastò il polso mentre mi riempiva di domande, ascoltando le risposte con un’imperscrutabile espressione, identica a quella dell’immagine pubblicitaria. Poi mi confezionò un pacchetto della durata dei miei giorni di vacanza, in cui alternò sapientemente i vari trattamenti.
A Varkala Beach i turisti potevano trovare nei negozi ogni genere di merce, utile a non far rimpiangere la distanza da casa: croissant francesi, pasticceria tedesca, pasta e pizza italiane, sigarette e tabacco, birra Kingfisher e a volte persino superalcolici, serviti con estrema accortezza a causa del proibizionismo locale. Si reperivano facilmente anche i repellenti per zanzare, il bagnoschiuma e la crema solare, superflua per gli indiani, che vanno al mare interamente vestiti.



Per altri versi, però, poco era cambiato dalla fine degli anni Cinquanta, quando Roberto Rossellini girò il suo documentario sulle coste del Malabar meridionale: le stesse palme da cocco scompigliate, il medesimo vento carico di sabbia e salsedine, le enormi onde oceaniche, le ali spiegate di corvi e falchetti e i robusti pescatori con i volti cotti dal sole, intenti a trascinare barche di legno scavate nei tronchi dalla riva al mare aperto, per poi riportarle faticosamente a terra al mattino. Nel frattempo, questi millenari lavoratori avevano dovuto abituarsi a qualche corpo occidentale mezzo nudo steso al sole, che avevano imparato a scavalcare con noncuranza mentre distendevano sulla sabbia le reti per la manutenzione quotidiana. Soltanto, sopra la gonna pareo rimboccata in vita, spiccava qualche polo griffata che, per quanto scolorita dal sole e dal sale, denotava un contatto più utilitaristico con i viaggiatori, ai quali ogni tanto venivano spillate sigarette o chiesto bonariamente aiuto per ricondurre l’imbarcazione sulla terraferma.




Era questo lo spettacolo a cui il bagnante poteva assistere mentre si avventurava lungo la costa verso nord, fino a raggiungere la moschea, il villaggio dei pescatori, le pozze con i bufali e la spiaggia di Odayam, schivando i granchi, le bucce delle noci di cocco e gli aironi.
Procedendo in direzione sud rispetto al cliff, invece, si allargava prima una grande spiaggia frequentata soprattutto da occidentali in costume e solo in minima parte da indiani vestiti. La successiva insenatura era terreno riservato tacitamente agli abitanti del luogo, in cui dunque – al posto dei bikini e dei boxer – era tutto uno sventolio di sari sgargianti, gonne pareo o pantaloni maschili, indumenti con cui eventualmente ci si tuffava nel mare.
In quei giorni i sari erano per la maggior parte gialli perché si celebrava il pellegrinaggio in onore di Sree Narayana Guru. Questo grande maestro di Varkala morì in settembre, ma chiese che i pellegrini festeggiassero tra il 30 dicembre ed il 1° gennaio, indossando vesti di color giallo, il colore del Buddha.




E così, tra un rinfrancante tadasana e un pedicure ayurvedico, tra un acido lassi alla banana e un paio di Ali Baba pants viola, gli spensierati giorni di vacanza all’insegna del benessere e della vitalità volsero al termine. M avviai verso l’aeroporto con largo anticipo. E meno male, perché l’autista non aveva ancora del tutto smaltito la sbronza mattutina e furono necessari diversi test prima che mi convincessi a salire sul mezzo – supportata anche da una commovente confessione del pover’uomo che, essendo single e soffrendo di solitudine, non aveva altra amica fuorché la bottiglia.

Fu ripensando alla triste storia del conducente – e a tutti gli altri guidatori incontrati durante il viaggio, alcolisti o meno – che mi sottoposi alle ore di fila di routine all’aeroporto internazionale, certificato ISO, di Thiruvananthapuram, alle quattro della mattina del mio ritorno dall’India meridionale.