Un inverno estivo in Sudafrica
Ci sono venti esseri umani di nazionalità italiana di fronte all’ufficio di cambio dell’aeroporto di Johannesburg, la mattina della Vigilia di Natale. Alcuni sono curiosi di osservare la fauna e la flora che fanno del Sudafrica uno degli Stati più ricchi di biodiversità del pianeta. Altri sono lì per approfondire la conoscenza delle diverse etnie che popolano la Nazione Arcobaleno. C’è chi vuole praticare surf tra le famosissime onde oceaniche, o addirittura buttarsi con il bungee jumping da qualche ponte altissimo. Molti sperano di andare in spiaggia almeno una volta. Non mancano i partecipanti che hanno il sogno del Sudafrica da quando hanno visto Invictus, né chi è stato segnato, più di quanto non voglia ammettere, dal film Lo squalo. Purtroppo non è escluso che qualcuno, come punto di riferimento morale, abbia De Sica e Panariello nel cinepanettone Natale in Sudafrica.
I partecipanti si sono distribuiti con infantile entusiasmo nelle vetture a noleggio. Poi si sono abbandonati alle sapienti mani degli autisti, che in pochi quarti d’ora si sono abituati alla guida a sinistra, seppur continuando per giorni ad azionare i tergicristalli invece delle frecce e – solo qualcuno – a grattare con il cambio mancino.

Sicuramente ne verrò a capo
E fu Natale, Natale nel cuore dell’estate.
Nadine Gordimer, Un mondo di stranieri
All’imbrunire siamo a Sabie, una “destinazione turistica tranquilla e malaria-free” nel Mpumalanga. Dopo cena raggiungiamo il bar più vicino, dove la clientela è esclusivamente composta da bianchi, la maggior parte dei quali fortemente sovrappeso, per non dire obesi. Facciamo facilmente amicizia con gli avventori presenti, che ci introducono subito alle usanze locali: giocare a biliardo, sbronzarsi e ballare male. Quando il dj mette su “Scatterlings of Africa” dello “Zulu bianco” Johnny Clegg, un cliente scamiciato glielo fa togliere, probabilmente non condividendo le tematiche antirazziste che al musicista sudafricano valsero la censura negli anni ottanta. Lo spirito natalizio, a quanto pare, non ha fatto breccia nel cuore del nostro nuovo amico.

Siamo qui per visitare il Blyde River Canyon, il terzo al mondo per profondità, ma l’unico ricoperto di vegetazione. Approfittando della festività natalizia, tanti sudafricani neri hanno deciso di trascorrere una giornata all’aperto come noi: stanno sull’orlo dei precipizi a farsi fotografare con il panorama, percorrono in comitive vocianti i sentieri nella foresta, mettono i piedi nel fiume schizzandosi tra loro, scendono festosamente dalle auto e dai pulmini muovendosi al suono della musica che proviene dalle autoradio, nei bar dotati di amplificatori enormi ballano bevendo la birra, mentre in grandi spiazzi tra gli alberi preparano enormi barbecue (braai, lo chiamano in afrikaans). Tutti ti salutano con affabilità e con un sorriso ti chiedono come stai.



Dopo il tramonto arriviamo presso un’amena guesthouse di Phalaborwa, la “città delle due estati”. In quest’area del Sudafrica gli alloggi sono quasi sempre gestiti da donne boere rigide come mazze di scopa e dalla pronuncia gutturale gracchiante. Queste due sorelle vedove anticomuniste se la cavano egregiamente con la cena, ma alla fine, dopo il gelato, gli facciamo fuori tutti i superalcolici nascosti nella credenza, così imparano a dire che i neri non hanno voglia di fare niente e che si stava molto meglio prima che quel terrorista di Mandela fosse liberato. A loro merito però va detto che – constatato quanto ci fosse piaciuto l’Amarula, la risposta locale al Baileys – ce ne mettono una bustina ciascuno nel cestino per il pranzo.


Da un capo all’altro del Kruger Park
Attenendoci ad un regolamento molto rigido, abbiamo effettuato i game drive nel Parco Kruger nella nostra auto a noleggio. Il safari inizia molto presto sotto un diluvio poco promettente, ma la scena madre non tarda ad arrivare: in lontananza, vicino ad una pozza, una carcassa di elefante viene divorata dalle iene; tutto intorno gli avvoltoi aspettano impettiti il loro turno. Dopo questo banchetto disgustoso, nondimeno morbosamente osservato col binocolo, l’ottimismo si impenna improvvisamente, ma purtroppo tutte le altre aspettative sono state frustrate: nessun sinuoso leopardo sul ramo di acacia, nessun leone famelico che sbrana una gazzella o una zebra, nemmeno un possente branco di centinaia di erbivori.
Durante l’estate australe infatti fa così caldo che col cavolo i big five lasciano i loro ombrosi rifugi per farsi vedere da questi turisti muniti di binocolo e teleobiettivo; e la vegetazione è così rigogliosa che magari vedi un puntolino giallo o arancione in lontananza e ti fermi quindici minuti ad aspettare che si muova, finché non scopri che non era un ghepardo bensì un ramo.



Poiché nei camp del parco non c’è posto a causa dell’altissima stagione, dormiamo per due notti ad Hazyview, nell’ostello di Adrian, un giovanotto pallido, magro e iperattivo, figlio di una coppia di inglesi che poco prima della sua nascita decise di impacchettare tutto e trasferirsi qui. Nei numeri al bancone del bar e nelle selezioni musicali se la cava bene, invece per quanto riguarda la cucina è proprio negato. Adrian sarebbe anche un tipo interessante da sobrio, ma purtroppo durante il giorno siamo impegnati nel game drive e partiamo così presto che lui non ha ancora smaltito la sbornia: dobbiamo fidarci sulla parola. L’ostello di Adrian colpisce molto i partecipanti meno avventurosi, poco avvezzi a farsi la doccia in compagnia delle rane e ad attraversare corridoi pullulanti di insetti, ma si fa apprezzare per l’originalità degli ambienti, perfettamente inseriti nel bush circostante, e per il clima festoso che si respira – comunque consiglierei ad Adrian, en passant, di comprare dei materassi nuovi.

Senza capo né coda
Il Kwazulu-Natal è nato dall’unificazione della provincia di Natal con la Terra degli Zulu, che nel periodo dell’Apartheid era una cosiddetta “homeland“, dove una grande percentuale di neri nativi fu forzata a trasferirsi.
Gli Zulu hanno un loro re, King Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, molto rispettato e amato, dotato di numerosi completini di leopardo e diademi di piume di struzzo. Egli tiene ancora vive le care vecchie tradizioni, come ad esempio la “danza delle canne”, una specie di gara di bellezza per vergini, tra le quali un tempo il re sceglieva la nuova moglie annuale. Per fortuna oggi non è più la solidità di una canna a comprovare l’illibatezza della fanciulla, bensì un più affidabile certificato medico – e comunque King Goodwill ha già sei mogli e per ora dice che sta a posto.
In questa guesthouse alle porte dell’Hluhluwe-Umfolozi Park ci attende il solito personale femminile afrikaner che si sforza inutilmente di essere cordiale. Gli arredi e la struttura sono di una raffinatezza coloniale: di gran pregio la tipica sala con gli animali della savana imbalsamati.
In questo bar periferico, che raggiungiamo con un passaggio in pick-up, gli avventori sono tutti di colore: c’è l’eccentrica regina della notte che ci dà il benvenuto, ci sono i corpulenti padroni col cappello che ci fanno vedere la nuova ala in costruzione, c’è Tommy l’ubriaco con gli occhi verdi, ci sono i giocatori di biliardo, i bevitori di birra, la musica spaccatimpani, ma non c’è niente da temere: un cartello all’ingresso segnala il divieto di introdurre armi nel locale.

Se uno ha bisogno di indicazioni per raggiungere il parco Hluhluwe-Imfolozi, meglio chiederle semplicemente per il “park“, tanto è impossibile pronunciare il nome corretto a causa delle ostiche “consonanti clic”. Qui il contatto con la natura è molto più diretto rispetto al Kruger: le colline sono ammantate di un verde brillante punteggiato da casette cilindriche color pastello, sormontate da tetti di paglia. Tuttavia, come abbiamo imparato, la bellezza del paesaggio è inversamente proporzionale al numero di animali avvistabili. E comunque, ci siamo stancati la vista con questa vegetazione molto fitta della stagione delle piogge e, soprattutto, vogliamo andare al mare.
Siamo tutti eccitati perché finalmente vedremo l’Oceano Indiano in questo posto esotico dal nome Cape Vidal, che poi loro lo pronunciano Vàidal anche se è un nome evidentemente portoghese. Bisogna fare la fila per entrare nell’iSimangaliso Wetland Park: ormai ne abbiamo le tasche piene di impala e zebre e li guardiamo di sfuggita, o addirittura con fastidio, perché per colpa loro dobbiamo andare piano piano. Comunque raggiungiamo la spiaggia in tempo per fare il bagno tra le terribili onde oceaniche.



La cittadina di St. Lucia si sviluppa intorno a McKenzie Street e occupa l’ultima ansa del fiume omonimo, emissario del lago più grande del Sudafrica. Siamo qui per partecipare a una crociera: tutti quelli che ci sono andati – e anche loro stessi, naturalmente, gli organizzatori della Hippo & croc cruise – dicono che la numerosissima popolazione di ippopotami e coccodrilli ci meraviglierà. Ora, di uccelli è pieno; di ippopotami ne vediamo un’infinità, e roteano le orecchie proprio come nei cartoni animati; ma di coccodrilli non ne vediamo manco uno.

Siamo giunti al capolinea
Arriviamo a Durban con sei giorni di ritardo per festeggiare il cinquecentoquattordicesimo anniversario dell’approdo di Vasco da Gama. Il poco fantasioso navigatore portoghese infatti chiamò questa regione Natal perché vi giunse il 25 dicembre 1497.
In questa enorme città costiera non concludiamo granché. Chiunque incontriamo non fa altro che ripetere quanto sia pericolosa la città, bisogna lavare le auto che sono conciate da schifo, cercare un parcheggio custodito e farsi dare i posti letto dalle signorine del Banana Backpackers, che è una cosa non tanto facile. Oltretutto sta diluviando.
Troviamo posto per mangiare soltanto in questo ristorante indiano-musulmano con i poster della Mecca appesi alle pareti, dove quasi tutti escono con la bocca ustionata dalle spezie piccanti. A Durban, e in particolare in questo quartiere, c’è la più grande concentrazione di indiani di tutto il Paese, discendenti di quelli importati qui verso la metà dell’Ottocento per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero. Per fare questo lavoro non hanno mai avuto il fisico – e infatti oggi si occupano di tutt’altro. Gandhi, che ci visse per una ventina d’anni, lo aveva già capito: non per niente a quell’epoca, invece di lavorare nelle piantagioni, era impegnato nel movimento per i diritti civili.

Capodanno in spiaggia
I neri amano la spiaggia. Si rotolano nella sabbia in biancheria intima, corrono in giro e giocano a calcio e ballano e cantano e sguazzano tra le onde. Quando vedi quanto i neri amino la spiaggia ti domandi perché ci vanno soltanto una volta all’anno – il primo dell’anno. Scendono sulle spiagge a centinaia e migliaia da tutto il Paese in minibus, autobus e vecchie Toyota Cressida. I bianchi lo sanno benissimo e questo è il motivo per cui non vedrai mai un bianco in spiaggia il primo dell’anno.
Simon Kilpatrick, The racist guide to the people of South Africa
A Port Elizabeth ci impieghiamo un po’ a trovare l’alloggio prenotato, poiché il navigatore in dotazione è provvisto di una mappa precedente ai mondiali del 2010. La città è apparentemente deserta. Solo quando raggiungiamo le spiagge scopriamo dove stavano accatastati i settecentomila abitanti: un indescrivibile ammasso di gente variopinta riempie la strada, la spiaggia e lo strand erboso.
La sabbia turbina e il mare è in tempesta: non a caso Port Elizabeth è soprannominata “the windy town“. Il sud ci accoglie così: ci schiaffeggia come se fossimo su una spiaggia atlantica in Portogallo. A Cape Recife ci fermiamo ad ammirare il promontorio sabbioso, a pochi passi dal mare: stupiti dell’inusuale ritardo con cui si presenta il tramonto, ci rendiamo conto di quanta strada abbiamo fatto in una sola settimana.



In quel mentre questi due omoni attaccano bottone, offrendoci un po’ delle loro bistecchine avanzate dal braai. «Il problema più grave del Sudafrica» mi dice uno di loro dopo il primo brindisi «sono gli stupri». Io lo guardo sconcertata. «Ma non stavamo parlando di alimentazione a base di carne?» «Appunto» dice lui, accarezzandosi la pancia, piuttosto appariscente anche se spalmata su più di un metro e novanta d’altezza. «Tocca» mi fa, «con la pancia così dura e compatta che abbiamo noi, nessuna ragazza stuprata riesce a divincolarsi. Mica come voi, mangiaspaghetti!»
Saranno i bicchieri di vino Sweet Rosé che continua a servirsi da un cartone munito di rubinetto, o magari il liquore al cioccolato che hanno tirato fuori dall’auto, ma il nostro amico col cappello da baseball va avanti impavido. «E sai anche che noi abbiamo la più alta percentuale mondiale di contagi da HIV? Vuoi sapere il motivo? Perché noi amiamo il sesso! Noi lo facciamo anche tre volte al giorno! Noi sudafricani siamo così…» e ci offre ancora dell’insalata di patate e delle costolette e poi pretende un’ultima foto ricordo col cognato e sua moglie, anche loro evidentemente grandi mangiatori di carne alla brace. E finalmente riusciamo a divincolarci dai loro abbracci e inviti a dormire a casa loro, e ci chiudiamo in macchina mentre loro ci salutano con le mani unte e il bicchiere in mano, noncuranti del vento gelido.
Qui c’è poco da ridere: secondo una stima, circa mezzo milione di donne viene stuprato ogni anno in Sudafrica. Se a ciò aggiungiamo che la diffusione di HIV è la più elevata al mondo – i contagiati sono più di un quinto della popolazione adulta – si può facilmente comprendere perché io quel meticcio lì – anche se le sue bistecche sono molto saporite – non lo aggiungerei ai miei amici di Facebook.
D’altra parte persino il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma – una specie di Berlusconi poligamo e un po’ abbronzato -, qualche anno fa venne accusato dello stupro di una giovane militante sieropositiva. All’epoca rilasciò un’affermazione che lo rese famoso in tutto il mondo: disse che dopo il rapporto si era fatto una lunga doccia per evitare il contagio. Zuma al processo venne assolto, però da quel momento pare si sia impegnato sul fronte della lotta all’Aids, attivando delle campagne di prevenzione.

Un capolavoro!
Poiché ci attendono quattrocento chilometri di strada, partiamo prestissimo – nonostante il tentativo di boicottaggio da parte di un partecipante che, in perfetto stile afrikaner, monopolizza il bagno per ventitrè minuti.
Facciamo colazione a Jeffreys Bay, una delle prime cinque destinazioni al mondo preferite dagli amanti del surf, e poi ci dirigiamo al Parco nazionale Tsitsikamma, affacciato per ottanta chilometri di coste rocciose sul trionfante oceano spumoso.
Procedendo verso la provincia del Capo Occidentale, sulla strada incontriamo il ponte sul fiume Bloukrans, da dove si può effettuare il bungee jumping più elevato del mondo, ma nessuno dei partecipanti può dimostrare il suo effettivo coraggio, poiché per compiere il salto è necessario prenotare con largo anticipo.
Arriviamo a Knysna all’ora migliore. La laguna è blu e verde. Le casette dai sobri color pastello sembrano tutte appena costruite. Sono tutti sul waterfront a bere l’aperitivo godendosi lo scintillio dell’acqua; benessere e rilassatezza pervadono l’aria. Alcuni partecipanti decidono di fermarsi per cena, gli altri invece pensano che sia un’assurdità percorrere col buio la Garden Route, una delle strade panoramiche più belle del mondo.






Punto e a capo
Per raggiungere la De Hoop Nature Reserve da Mosselbaai ci impieghiamo un sacco di tempo. A parte gli oltre sessanta chilometri di sterrato, sbagliamo strada, dobbiamo tarare i navigatori, decifrare le inesattezze toponomastiche e soprattutto aspettare per due ore il nostro turno per issare l’auto sulla chiatta − trainata a forza di braccia robuste − che ci traghetta sull’altra sponda del fiume Breede. La strada però è davvero spettacolare: colline a perdita d’occhio, covoni di paglia, struzzi, nuvole bianche. Anche il parco vero e proprio ha il suo fascino, con le gigantesche dune bianche che proteggono le ampie spiagge di sabbia chiara e le rientranze rocciose frequentate da numerose beccacce di mare. È vero che l’estate australe non è stagione di balene, ma non è male anche solo sdraiarsi al sole, fare un bagno nell’ultimo scampolo di oceano Indiano e passeggiare guardando le conchiglie.



Cape Agulhas (Capo degli aghi) costituisce l’estremità più meridionale del continente africano ed è segnalato da un faro a strisce bianche e rosse. Un piccolo monumento chiarisce che quello a destra è l’oceano Atlantico (freccia) e quello a sinistra l’oceano Indiano (freccia), perché a vederli così sembrano lo stesso oceano: le rocce brulle sono tutte uguali e le onde non danno l’impressione di provenire da direzioni diverse. In realtà, le correnti sotterranee – scontrandosi – fanno di tutto per dar vita a tremende tempeste.
Verso le otto il cielo è completamente giallo, i gabbiani urlano, fa un freddo cane.



Un lieve capogiro
Dopo aver fatto visita alla simpatica colonia di pinguini africani di Betty’s Bay, ci dirigiamo verso le Winelands, una zona agricola di colline ai piedi di una maestosa catena di montagne. Gli amanti del vino devono ringraziare le guerre di religione che nel 1600 dilaniarono la Francia: gli ugonotti, per sfuggire alle persecuzioni, su suggerimento dei colleghi olandesi scelsero questo angolo del Sudafrica come loro nuova dimora. Qui si sono sentiti subito a casa loro, grazie al clima che si prestava alla coltivazione delle vigne, e hanno prontamente trasferito altre usanze e tradizioni, come ad esempio la festa per la presa della Bastiglia.
Le località maggiormente visitate dai turisti, Stellenbosch e Franschhoek, sono circondate da numerose splendide tenute vinicole. La pittoresca Neethlingshof Wine Estate è contraddistinta da un viale di pini mozzafiato all’ingresso e da un maestoso maniero bianchissimo. I generosi calici di merlot e di pinotage bevuti durante la degustazione contribuiscono non poco a dipingere le mie sensazioni di sfumature particolarmente fiabesche.




Capo tempestoso
E per cavalcare lo Capo de Bona Speranza stessemo sovra questo capo nove settimane con le vele ammainate per lo vento occidentale e maestrale per prora e con fortuna grandissima; il qual capo sta de latitudine in trentaquattro gradi e mezzo e mille e seicento leghe lungi dal capo di Malacca, ed è lo maggiore e più pericoloso capo [che] sia nel mondo.
Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo
La Penisola del Capo rappresenta il braccio occidentale di quella estesa tenaglia che è la False Bay. Questa spettacolare lingua di terra rocciosa si estende a sud di Città del Capo fino all’estremità sud-occidentale del continente africano, dove si trovano il Capo di Buona Speranza e Cape Point. Nell’attraversarla tutta partendo dal centro città, dopo aver costeggiato i cucuzzoli noti come i “dodici apostoli”, la spiaggia di Landudno e la Hout Bay, a un certo punto imbocchiamo la straordinaria strada panoramica atlantica di Chapman’s Peak Drive, scenario ideale per la pubblicità di un’auto veloce.






Sulla via del ritorno dal celeberrimo Cape of Good Hope è obbligatorio fermarsi a Boulders Beach, una spiaggia chiara con grossi massi di granito tondeggianti e mare turchese, per fare visita ad un’altra colonia di pinguini: quelli che stanno covando le uova sono circondati da maldestri compagni che gli trotterellano intorno, cercando inutilmente di essere d’aiuto. E infine dopo la ventilata spiaggia di Fish Hoek, eccoci a Muizenberg, dove ci sono le scenografiche cabine colorate che occupano un breve tratto di spiaggia.



All’altro capo del mondo
.. è più facile avere a che fare con le persone quando sono rinchiuse in scatole.
Simon Kilpatrick, The racist guide to the people of South Africa
Città del Capo si estende tutto intorno alla Signal Hill, la verde collina allungata che termina con un cucuzzolo appuntito. La prosecuzione meridionale di questa montagna cittadina è l’imponente Table Mountain: una montagna piatta da cui si ammira un vertiginoso panorama. La posizione e la conformazione della città – che ricordano quelle di Rio de Janeiro – hanno uno straordinario fascino, e questo lo avevamo osservato sin da quando avevamo percorso il tratto orientale della baia.



Il centro di Cape Town si chiama City Bowl (scodella) e si estende intorno all’arteria centrale (Long Street). Sorgono qui il castello di Buona Speranza, eretto nel 1600 dalla Compagnia Olandese delle Indie orientali, e la Grand Parade, la piazza rettangolare di fronte al City Hall, da dove Mandela fece il suo primo discorso una volta liberato.
Il quartiere di Sea Point e il Waterfront – la zona del porto ristrutturata – sono invece affacciati sull’oceano. Proseguendo a sud troviamo le bianchissime sconfinate spiagge oceaniche di Clifton e Camps Bay: grazie alla presenza dei massicci montuosi già citati sono protette dai forti venti di sud-est, noti localmente come il “Cape Doctor” perché curano l’inquinamento.


Ai tempi dell’Apartheid, nei quartieri centrali di Cape Town ci abitavano solo i bianchi, meno del venti per cento della popolazione. Ancora oggi sono bianchi i clienti dei bar lungo la Camps Bay – che mangiano il sushi e bevono i cocktail ascoltando musica lounge – e i frequentatori dei club. Sono bianchi quelli che vanno a correre sul lungomare con minuscole tutine o calzoncini attillati, tutti con gli auricolari nelle orecchie. Sono bianchi quelli che hanno fatto costruire ascensori per collegare il piano di sopra con quello di sotto delle loro abitazioni affacciate sull’oceano, che hanno dotato i muri di cinta delle loro villette all’europea di fili elettrificati e sofisticati impianti di allarme e che hanno sottoscritto un contratto con la vigilanza privata, a giudicare dai cartelli che promettono – nero su bianco – una risposta armata in caso di intrusioni (“siete state avvertiti”). Sono bianchi i vip e le modelle che affollano le spiagge numero uno e due di Clifton; sono bianchi i gay e le lesbiche che affollano la spiaggia numero tre e sono bianche le famiglie che affollano la numero quattro.




I “non bianchi” abitano ancora prevalentemente nei quartieri densamente popolati conosciuti come Cape Flats, che si trovano su una vasta area pianeggiante a sud-est della città. La loro origine risale agli anni cinquanta, quando furono create dal governo le famigerate township, luoghi di reinsediamento forzato per la popolazione nera, coloured e asiatica espulsa dalle aree centrali di Cape Town. Progettate come dormitori per la manodopera a basso costo, avevano pochissimi servizi essenziali ed erano separate dalle zone ricche da barriere fisiche o zone vuote, per facilitare il controllo militare. Le Cape Flats nel tempo hanno continuato a espandersi.
L’unico aspetto positivo per i “non bianchi” è che l’acqua della False Bay – sulle cui coste sabbiose si affacciano i loro quartieri – è più calda di circa dieci gradi rispetto all’oceano e possono farsi il bagno, cosa che a Clifton e Camps Bay è praticamente impossibile.



Il mondo capovolto
Well Jo’anna she runs a country / She runs in Durban and the Transvaal / She makes a few of her people happy oh / She don’t care about the rest at all / She’s got a system they call apartheid / It keeps a brother in a subjection / But maybe pressure can make Jo’anna see / How everybody could live as one.
Eddy Grant, “Gimme hope Jo’anna”
Johannesburg non ha una buona fama. Solitamente, nonostante sia la città più grande del Sudafrica, non viene inserita nei circuiti turistici classici, perché – a parte la scarsità di attrattive – è considerata una delle città più pericolose del mondo. Avendo alcune ore a disposizione prima del volo, abbiamo affittato un pulmino con autista per un breve tour.

Passiamo davanti allo stadio Soccer Club – rosso mosaicato anni ottanta, poi restaurato per i mondiali – ed eccoci a Soweto. Vediamo tutto veloce dietro alle gocce di pioggia che scivolano sui vetri del minibus: il monumento ad Hector Pieterson – il ragazzo simbolo degli scontri di Soweto del ’76 -, le case dell’arcivescovo Desmond Tutu e di Mandela – una di fronte all’altra -, il ristorante di Winnie Mandela, le bancarelle, i negozi di artigianato e i bed & breakfast di questa zona di Orlando oggi riqualificata. Osserviamo le baraccopoli di lamiera a perdita d’occhio: l’autista ci dice di non fotografare la miseria. Soweto non è una sola, ci sono tante Soweto.




Infine attraversiamo il centro, il temibile downtown. A Johannesburg i bianchi sono andati ad abitare in periferia, in graziose villette protette dal filo elettrificato, e il centro è rimasto in mano ai neri: l’autista afferma che se uno di noi scendesse dall’autobus, dopo al massimo cinque minuti qualcuno lo rapinerebbe. Per quanto certe affermazioni ci sembrino un tantino esagerate, nessuno se la sente di fare la prova.
Di fronte alla gigantesca sede centrale della Standard Bank possiamo scendere ed entrare nei sotterranei per ammirare questo scorcio di ex miniera d’oro, dietro il vetro. Ma è inutile cercare un posto per mangiare: dobbiamo pazientare e fermarci al solito Wimpy del benzinaio per prendere un hamburger. Questo succederà non prima di aver ammirato le Orlando Towers – «Alla vostra sinistra, quelle enormi torri di cemento, che facevano parte della centrale elettrica dismessa, oggi sfoggiano bei colori e sono usate per farci il bungee jumping» – e il Baragwanath Hospital – «Il più grande ospedale del mondo: dislocato in 429 edifici, dispone di uno staff di circa cinquemila persone, tutta un’ala è dedicata alla cura dei malati di AIDS». Un manifesto pubblicitario affisso sul muro di recinzione invita gli uomini a farsi circoncidere.



Il museo dell’Apartheid è situato accanto al parco tematico Gold Reef City, sul sito di un’ex miniera d’oro. Tutto ciò ha un senso: non solo Johannesburg è praticamente nata con la scoperta dei giacimenti di oro, ma la segregazione stessa probabilmente non avrebbe avuto motivo di esistere senza quel pazzesco miscuglio di razze che si insediò qui dalla fine dell’Ottocento – chi per arricchirsi, chi per spezzarsi la schiena e ammalarsi ai polmoni.
Nel museo dell’Apartheid ti danno un biglietto che ti definisce White o Non-White, a caso. Durante il regime di segregazione la tua vita dipendeva da ciò che era scritto nella tua carta d’identità: quali scuole potevi frequentare, se potevi usare l’ascensore oppure fare le scale a piedi, in quali bar potevi andare; se comandavi o subivi. Qui, semplicemente, i bianchi entrano da un ingresso, i non-bianchi dall’altro.



E alla fine, dopo diciassette giorni di su e giù in tutto il Paese, mi sembra che le barriere di classe non siano affatto mutate. Sebbene siano passati quasi vent’anni dalla fine dell’Apartheid, la maggioranza della popolazione nera vive ancora nelle enormi e svantaggiate township periferiche, mentre i quartieri ricchi e i centri finanziari rimangono prevalentemente bianchi o accessibili solo alla nuova élite benestante. Del resto, il coefficiente di Gini posiziona il Sudafrica saldamente al primo posto globale per disparità economica.






