Le molte facce del Senegal
A Dakar, la sera della vigilia di Natale, è un vero piacere assaporare un appetitoso thiof grigliato, accompagnato da una fresca Gazelle, in questo ristorante di pesce affacciato sulla ventilata spiaggia di N’Gor. Ci troviamo a meno di un chilometro dal punto più occidentale di tutta l’Africa, mentre a est il Phare des mamelles illumina a intermittenza il mare. Negli eleganti condomìni affacciati sull’oceano risiedono parecchi ricconi, tra i quali si celano alcuni ex dittatori esiliati da altri stati africani.
Sebbene i cristiani rappresentino soltanto il 6% della popolazione, a mezzanotte in punto la nascita di Gesù bambino viene festeggiata con fuochi d’artificio presso il monumento all’Africa Renaissance che svetta, investito da fasci di luce cangiante, dalle due “mammelle” di Dakar.
Ai piedi di questa gigantesca statua, dedicata a tutti coloro i quali hanno sacrificato la loro libertà o la loro stessa vita per la rinascita dell’Africa, ci saliamo la mattina dopo per dare un primo sguardo alla città. Sotto di noi scorre la “corniche”, con la sua lunga spiaggia piena di attrezzi ginnici, gentile omaggio dell’ambasciata e di alcune imprese cinesi.

Casi esemplari di turismo in Africa
Per la serie dei casi esemplari di turismo in Africa, un quadro della situazione da queste parti ci sta bene. Il turista rosso come un gambero di sole africano va a vedere il museo degli schiavi sull’isola di Gorée, magari è anche contento che non esista più la tratta degli schiavi, ma poi uscendo incontra uno come Zorro che lo intontisce con la sua tiritera fissa finché non gli cava due palanche di tasca, mentre qui sulla spiaggia i bianchi si comprano i neri, e vedi lo sciancato con il negretto, l’anziana europea col giovane africano, tutte le promiscuità a pagamento in pronta offerta. Niente scappa al traffico di carne umana tra bianchi e neri, ma io sono rimasto a corto di giudizi morali.
Gianni Celati, Avventure in Africa
Naturalmente quasi nessuno dei turisti atterrati a Dakar si perde l’isola di Gorée, un vacanziero agglomerato di case e ville colorate in stile coloniale. Le bancarelle propongono al visitatore neoarrivato le tipiche pietanze senegalesi e bevande come il bissap, il succo di baobab e il caffè touba. Per fortuna è possibile farsi servire ovunque una fresca birretta, visto che qui non praticano quella tipica ipocrisia islamica per cui in pubblico non bevono e poi si sfondano quando nessuno li vede.
La Maison des esclaves ci ricorda i milioni di abitanti giovani e aitanti, rapiti, legati ai ceppi che sono esposti qui nelle bacheche del museo, e infine portati con la forza a lavorare nelle Americhe.

Lasciata l’isola, tutti i turisti si spostano al Lac Rose, così chiamato per il colore delle sue acque ad alta concentrazione salina, abitate da particolari alghe che producono un pigmento rosso tenue. Qui solitamente si incontrano le donne e gli uomini intenti a raccogliere il sale e si scopre senza troppa meraviglia che il lago non è così rosa come alcune foto vorrebbero far credere. Il giorno di Natale però non c’è nessuno al lavoro e i sacchi e le barchette di legno colorato sono abbandonati tra i cumuli di sale.
Il nostro rally in 4×4 è lo stesso abbastanza dilettevole: prima si circumnaviga il lago (dotato di alcune effettive sfumature rosacee) e poi, sobbalzando allegramente sulle dune, si raggiunge con grande entusiasmo la spiaggia, sconfinata e ventilatissima: l’ultima tappa della Parigi-Dakar.

Kayar è uno dei pochi insediamenti presenti sulla “costa grande”, il tratto di spiaggia sabbiosa che va dalla penisola di Cap Vert a St-Louis. Il fascino di questa meta risiede nella spiaggia dei pescatori, brulicante di uomini che fanno la spola con le innumerevoli piroghe colorate e donne che li attendono per poi vendere il pesce, accatastato sulla sabbia in imponenti montagnette argentee.
Il colpo d’occhio è intrigante grazie agli abiti colorati delle donne, alle imbarcazioni e ai carretti tradizionali vivacemente dipinti, all’abbigliamento dei pescatori (dotati di stivaloni di gomma e tute cerate) e degli staffettisti, che corrono avanti e dietro con pesanti cassette piene di pesce poggiate su curiosi copricapi imbottiti. In Senegal la pesca artigianale costituisce uno dei maggiori settori di impiego e contribuisce in maniera rilevante alle esportazioni, oltre a fornire un considerevole apporto di calorie per la popolazione. D’altra parte il nome stesso dello stato deriva dal termine wolof “sunugaal”, che significa “nostra piroga”.
Nei pressi della spiaggia si svolge il consueto tran tran. C’è un topo, ad esempio, che avendo provato a invadere l’intimità di una piccola abitazione era stato bastonato e abbandonato giusto davanti all’uscio dall’anziano che ci vive. Dopo qualche minuto però si scopre che i colpi lo avevano solo intontito ma non ucciso, infatti il roditore lentamente si rialza e prova a introdursi nuovamente nella casetta; a quel punto il vecchio lo pesta con molta più veemenza, poi prende il cadavere per la coda e finalmente lo porta lontano.




Il tipico itinerario turistico prevede ora il monastero di Keur Moussa, dove ogni giorno viene celebrata la messa conventuale, e l’unica fabbrica di arazzi di tutta l’Africa Occidentale, fondata a Thiès nientemeno che dal presidente Senghor: tutto il procedimento di lavorazione ci viene mostrato nei minimi particolari, per ore, manco poi dovessimo crearli noi gli arazzi.
Infine il deserto di Lompoul, venduto dal marketing turistico come un luogo ideale per ammirare tramonti infuocati, passare una notte a guardare le stelle e addormentarsi abbracciati avvolti dal silenzio dei campi tendati. In realtà, l’occhio più esperto si accorge subito che non si tratta di un vero deserto, bensì di un pezzo di savana particolarmente arida, dove c’è un gruppo di dune alte poche decine di metri: qui hanno intelligentemente piazzato delle eleganti tende in stile mauritano (con gabinetti in ceramica poggiati sulla sabbia, acqua corrente e wifi), proponendo per cena grandi piatti di couscous seguiti da show di percussioni tribali, cercando tra l’altro di applicare tutti gli standard del turismo sostenibile. Se a ciò si aggiungono i su e giù in jeep, i suggestivi falò e alcuni flemmatici dromedari, nessuno si accorge della differenza.


St-Louis è la città più settentrionale del Paese e sorge con una conformazione originalissima sulla foce del fiume Senegal. Nel Seicento fu il primo insediamento coloniale francese in Africa ed è poi stata la capitale del Senegal fino al 1957. Il suo centro storico dalla pianta a scacchiera è ancora oggi caratterizzato dall’architettura coloniale e il suo simbolo più famoso è il ponte mobile Faidherbe, progettato da Eiffel in Europa, poi smontato e trasportato qui a pezzi. Esso collega la città alla Langue de Barbarie, una penisola sabbiosa stretta e lunga affacciata sull’Atlantico. Qui si entra in un mondo più caotico, dove al posto delle carrozze turistiche e degli atelier d’arte si viene circondati da una discarica a cielo aperto. Si tratta del cosiddetto quartiere africano, abitato da una comunità di pescatori detta Guet N’Dar. Nei paraggi si trova un originale cimitero musulmano, dove su ciascuna tomba è drappeggiata la rete da pesca dell’occupante.
La cosa peggiore di St-Louis è stato scoprire che per soli due giorni ci siamo persi il concerto di Youssou N’Dour. La migliore il Parco Nazionale degli uccelli di Djoudj, a un’oretta di distanza. Si tratta di una zona umida di 16mila ettari sul delta del Senegal, il fiume che a questo punto sta per raggiungere l’oceano dopo aver segnato l’intero confine con la Mauritania. A causa del gran numero di toubab (bianchi) convenuti fin qui per compiere il giro in barca, l’attesa è lunghissima ma per fortuna ben ripagata: oltre ai classici cormorani, aironi e spatole africane, le imbarcazioni infatti vengono letteralmente sovrastate da miriadi di giganteschi pellicani bianchi, che non avevo mai visto in così gran numero e soprattutto così da vicino. Uno spettacolo indimenticabile.


L’ultima attrazione del circuito turistico della grande côte è Touba, la città santa dei Murid, una delle confraternite islamiche più diffuse del Paese. La grande moschea è particolarmente imponente con i suoi pregiati marmi e le ricche decorazioni, e accoglie milioni di fedeli, in particolare per la celebrazione del Magal. Qui è sepolto infatti il celebre Cheikh Ahmadou Bamba, fondatore della confraternita, e vi risiedono la maggior parte dei marabout, leader religiosi venerati come santi viventi.
In città le donne sono vestite dalla testa ai piedi, bar, ristoranti e alberghi non esistono ed è vietato fumare; dunque non vediamo l’ora di raggiungere il primo autogrill fuori città per accenderci una sigaretta. Anche perché all’uscita i dignitari della moschea vendono i loro rosari islamici con un’alacrità troppo sospetta.




E intanto che maciniamo chilometri, tutto il Senegal del Nord si mostra alla luce del sole: uomini che accarezzano caproni, camion colorati che celebrano il proprio marabout, transport en commun, zebù, auto abbandonate, galline nei portabagagli, insegne illustrate a mano, partite di pallone, teiere di gomma colorata per le abluzioni rituali, consigli sanitari scritti sui muri, baobab, spazzatura, rivendite di mobili, caschi e scarpe di plastica.
Man mano che ci si allontana dalla regione costiera in direzione sud orientale, il paesaggio diventa sempre più arido e le temperature più elevate, i baobab alzano i rami al cielo, gli asini trainano i loro carretti quotidiani, le capre brucano quel che c’è, e poi sempre più numerosi diventano i tucul nella terra rossa, ogni tanto intervallati da una moschea bianca e verde. Al mercato del bestiame di Missirah sono convenuti un gran numero di pastori peul: migliaia di montoni bianchi, di capre e poche mucche affollano la brousse.

Il sabato del villaggio di Kédougou
Da Tambacounda, dove abbiamo spezzato il viaggio trascorrendo la notte, per raggiungere la remota regione di Kédougou bisogna per forza percorrere la strada lunga e non asfaltata che attraversa il Parco Nazionale Niokolo-Koba, enorme con i suoi 9130 chilometri quadrati. A causa del bracconaggio, degli incendi e dell’inaridimento precoce, il parco è iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo. Se nella stagione delle piogge il paesaggio appare verde e lussureggiante, adesso è secco e bruciacchiato, gli alberi sono scheletrici, i ciuffi di erbe gialli; ogni tanto compare un tir che va o viene dal Mali (o che è rimasto cappottato in mezzo alla strada chissà da quanto), mentre dal punto di vista faunistico si possono avvistare soltanto le scimmie della specie cercopiteco gialloverde (anche perché il numero dei grandi mammiferi è diminuito considerevolmente, e anzi alcune specie sono quasi del tutto scomparse).

Giunti a Mako, nei pressi del fiume Gambia, gira voce che si festeggi un matrimonio, per cui ci incamminiamo accompagnati dal solito stuolo di gioiosi bambini fino al centro del villaggio.
Mentre nello spiazzo tra le capanne si cucina e si chiacchiera, mi introduco in una camera da letto già stipata di donne che ballano seguendo il ritmo del suonatore di tanica. Inizialmente immagino che si tratti del letto nuziale e che sia usanza inaugurare la nuova coppia con le danze, ma ad un certo punto la donna che si suppone sia la sposa comincia a piangere a dirotto tenendosi la pancia e si butta sul letto in lacrime. Le altre continuano a ballare e si indicano l’addome con espressioni contrite, finché qualcuno non ci spiega come stanno i fatti: non si tratta di un matrimonio bensì di una sorta di rito di fertilità. La donna in questione infatti, già sposata da un po’, non è ancora riuscita a rimanere incinta e questa potrebbe essere una vera tragedia per lei, destinata ad essere ripudiata dalla famiglia e a vivere infelice per sempre.

In questa regione confinante con il Mali e la Guinea, da alcuni anni sono state scoperte delle risorse aurifere e numerosi piccoli villaggi, fino a quel momento tradizionalmente dediti all’agricoltura e all’allevamento, sono stati completamente stravolti dal punto di vista socio-economico.
A Tonboronkoto veniamo accolti da anziani e bambini sotto l’albero centrale, mentre le donne sono tutte sedute all’ombra sull’uscio di una casa in muratura. La miniera si trova ad alcuni minuti di cammino nella savana, che raggiungiamo scortati da innumerevoli bambini che si disputano le nostre insufficienti mani (ne abbiamo infatti soltanto due a testa): la roccia rossa è tutta traforata da buche e cunicoli dai quali i cercatori d’oro prelevano il materiale da scavo. La sabbia risultante dalla macinatura delle pietre viene poi mescolata con l’acqua in una bacinella e, con rapidi e sapienti movimenti, l’eventuale oro presente viene trattenuto e il resto lasciato colare fuori, come ci viene mostrato da un esperto cercatore. Per quanto mi risulta, l’estrazione dell’oro di piccola scala è una delle più significative fonti di rilascio di mercurio nell’ambiente nei paesi in via di sviluppo, visto che questo metallo, combinato al limo raccolto, rende più facile il recupero dell’oro. Ma qua nessuno ne fa parola.




I paesaggi culturali dei bassari, dei fulani e dei bedik della regione di Kédougou da pochi anni sono tutelati dall’Unesco per le loro «pratiche agro-pastorali, sociali, rituali e spirituali simbiotiche con l’ambiente circostante»; un modo più elegante per dire che vivono lontano da tutto infrattati nella brousse e cercano di proteggere inutilmente le loro tradizioni, visto che appena uno può, emigra in città. Per raggiungere il villaggio fulani di Ibel è necessario servirsi di una 4×4, indispensabile per percorrere la lunga pista sabbiosa. Da qui bisogna sobbarcarsi una lunga salita a piedi sotto il sole cocente nella campagna punteggiata dai bellissimi kapok dai fiori rossi.
Al villaggio bedik di Iwol bisogna portare in dono una significativa quantità di noci di cola e lecca lecca, oltre ai soldi naturalmente (il “diritto di visita” ammonta a 1000 CFA a persona). La particolarità dei bedik è che le donne hanno un buco tra le narici dove tradizionalmente inseriscono un sottile legnetto o una spina di porcospino; curiosamente, la maggior parte di coloro che ne sono dotate porta uno stecchino di plastica molto simile a quelli del lecca lecca. I numerosissimi bambini invece stanno succhiando almeno un lecca lecca a testa, e prima ancora che noi gli regaliamo i nostri!

I turisti solitamente ammirano le capanne col tetto conico di paglia e si soffermano sotto il baobab sacro, che secondo Jean-Baptiste, capo villaggio, interprete per i turisti e maestro da 34 anni, è il più grande del Senegal.
Gli esseri umani al momento presenti sono solo anziani, donne e bambini e la maggior parte di loro sta lì senza far niente. Le poche donne che sono in attività pestano i cereali nel mortaio con l’apposito paletto, o lavorano la pasta di arachidi con una bottiglia oppure selezionano le spighe di miglio; i bambini invece fabbricano camioncini con pezzi di legno di fortuna o giocano con le camere d’aria dei pneumatici. Alcune preadolescenti si fanno le treccine e due di loro si scattano foto con un vecchio telefono. Un anziano vende dei coltellacci tradizionali. L’aula scolastica è vuota, sulla lavagna sono rimaste alcune parole in francese.

Molti associano i bedik ai vicini bassari, ma secondo Jean-Baptiste questi ultimi hanno «venduto le loro anime» con l’arrivo dei primi turisti, mentre loro mantengono ancora le loro tradizioni millenarie, non a caso questo sarebbe il più antico dei sette villaggi bedik. La loro religione miscela il cristianesimo portato dai francesi alle loro storiche radici animiste: molte leggende riguardano le diavolerie operate dal grande fromager e dal sacro baobab, nonché lo sciame d’api che ha sconfitto chi voleva farli convertire all’Islam.
La popolazione è sempre stata formata da quattro famiglie con compiti e funzioni specifiche: i Keita, il ramo da cui nasce Jean-Baptiste, sono quelli che tradizionalmente governano. Oggi gli abitanti rimasti sono circa 500. Jean-Baptiste comunque al momento è assente e dunque queste scarne informazioni non le apprendiamo dalla sua viva voce, bensì le leggiamo su una fotocopia in italiano. È presente sua moglie Adèle, da cui ha avuto 7 figli, che però non è un tipo molto espansivo.
Nel villaggio si può dormire per 3000 sefà, mangiare per 1500 e fare colazione per 1000. Noi però dopo esserci riposati intraprendiamo nuovamente il trekking in discesa, alla fine del quale ci attende inaspettata una capanna adibita a bar dove vendono la birra ghiacciata.

Casamance, la mandibola del Senegal
La Casamance è la regione più meridionale e verde del Senegal, unita al resto del Paese come una mandibola a una mascella, e non è facile raggiungerla. Non ci sono voli regolari, bisogna mettere in conto qualcosa come 15-18 ore per approdarci in traghetto da Dakar – servizio ripristinato nel 2005, tre anni dopo il tragico incidente del Jola in cui persero la vita in mare quasi 2000 persone – e anche le opzioni via terra non sono una passeggiata: posso testimoniarlo personalmente in quanto le abbiamo provate entrambe.
All’andata abbiamo fatto il giro largo da Tambacounda: un itinerario sfiancante che ha senso soltanto se si intende approfittarne per visitare il parco di Niokolo-Koba o la regione di Kedougou. Al ritorno abbiamo attraversato il Gambia: un tragitto apparentemente breve, ma che in realtà è durato un’intera giornata. Il Gambia infatti è tagliato per tutta la sua lunghezza dal fiume omonimo, che bisogna attraversare salendo a bordo dell’affollato traghetto che collega Banjul a Barra. A ciò bisogna aggiungere le lunghe trafile ai passaggi di frontiera, dove bisogna pure pagare il visto.

Qualunque itinerario si scelga, il viaggio viene interrotto spesso ai continui posti di blocco, dove in molti casi siamo obbligati a scendere e mostrare i passaporti. Qui infatti è ancora presente il movimento separatista per l’indipendenza della Casamance (MFDC), che negli anni passati ha alimentato un lungo e violento conflitto contro le forze senegalesi fino al cessate il fuoco del 2014. Oggi sulla carta dovrebbe essere una regione sicura, se non fosse che due giorni dopo essercene andati tredici persone sono state uccise a colpi di arma da fuoco e sette sono rimaste ferite in un attentato avvenuto nella foresta a sud di Ziguinchor, il capoluogo della regione. Alcune fonti indipendenti parlano di una vendetta nata nell’ambito del traffico illegale di legname pregiato, ma secondo l’esercito del Senegal l’assalto potrebbe essere collegato alla recente liberazione di due membri del MFDC: per i media locali infatti gli autori dell’attacco apparterrebbero a un gruppo rivale.

A Cap Skirring si trovano le più belle spiagge del Senegal e molte strutture ricettive di tutte le categorie. L’ampia baia sabbiosa è in piccola parte occupata dallo stabilimento balneare del villaggio Club Med, ma per il resto completamente deserta. La situazione è sempre la stessa: i bianchi sono stesi sui lettini a prendere il sole e i neri deambulano sulla battigia con le loro mercanzie da vendere; l’unica differenza è che qua anche i poliziotti che li cacciano sono neri. Nell’interno, tra le palme, alcuni baracchini provvedono ai semplici bisogni degli sparuti turisti: cibo, bevande, musica e spinelli. E insomma sembra proprio di stare ai Caraibi, anche perché molti abitanti dei Caraibi, grosso modo, proprio da qui vengono.
Anche a Cap Skirring c’è una spiaggia dei pescatori in pieno fermento, dove sono tutti affaccendati a mettere a posto le reti oppure a pulire il pesce e i molluschi, lasciando le interiora puzzolenti abbandonate in pasto agli uccelli. Mi viene offerta l’ataya da un gruppo di pescatori, insieme alla chela di un granchio appena arrostito sul fuoco. Il sogno di raggiungere l’Europa è molto comune da queste parti, il bello è che anche in Europa vorrebbero continuare a fare lo stesso mestiere. D’altra parte il settore in Senegal sta attraversando un periodo di crisi, minacciato dalla pesca pirata soprattutto straniera e dall’ipersfruttamento delle risorse ittiche.
Il sole man mano cala dietro alle ultime piroghe ritardatarie, rendendo il cielo giallo e poi rosa; nel frattempo una luna gigante sta sorgendo dietro le barche colorate ormai a riposo sulla spiaggia.



A circa 120 km dalla foce del Casamance, comincia la zona di estuario, caratterizzata da un vero e proprio labirinto di bolong (insenature) e marigot (fiumiciattoli) che tagliano la zona in tante isole; l’elevata salinità delle acque dovuta alla vicinanza dell’oceano Atlantico crea un ecosistema molto raro, nel quale effettuiamo una gita in piroga. L’imbarcazione procede lentissimamente sull’acqua liscia come l’olio, tra le impenetrabili foreste di mangrovie, sovrastata dagli uccelli acquatici.
All’ingresso del villaggio di Ourong sono allestiti dei banchetti dove vendono quaderni, penne e gli onnipresenti lecca lecca, che a quanto pare rappresentano una vera e propria fissazione da queste parti. Nella piazza principale è già in corso una danza per i turisti, quindi ci viene mostrato il bombolong o tamburo a fessura, un tronco d’albero usato per trasmettere messaggi da un villaggio all’altro. Osserviamo anche il nuovo pozzo per l’acqua, la “case de santé“, l’operazione di recupero dei molluschi ottenuti rompendo dei conchiglioni col martello. Segue poi la visita alla scuola: i bambini sono seduti nei banchi con i loro quaderni e le loro lavagnette; la mia alunna preferita al collo porta un grosso osso di animale. La popolazione, principalmente costituita dai Jola, continua a praticare i riti animisti, come dimostrano ad esempio gli ossi e le zampe di gallina appesi ai rami degli alberi.




Percorso un altro braccio di fiume siamo ad Elinkin, villaggio di pescatori al momento affaccendati a scaricare grosse razze dall’imbarcazione, lanciate e poi raccolte e impilate sulla sabbia. Infine in uno scenario da cartolina tropicale risaliamo sulla piroga alla volta dell’isola di Carabane, ormai praticamente alla fine dell’estuario, quasi nell’oceano. Qui ci aspetta una lunghissima spiaggia deserta con tanto di palme, alle spalle della quale visitiamo una serie di testimonianze storiche abbandonate in uno stato di trascuratezza e ruggine tra l’erba alta. Oltre ai resti di una chiesa e di una prigione per schiavi, c’è anche un cimitero in cui riposa eternamente un capitano francese il quale chiese di essere sepolto in piedi di fronte al mare: questa piccola piramide non bellissima è oggi la sua tomba. Mi mangio un bel pesce alla griglia nell’attesa che anche Carabane – come il resto della Casamance – venga valorizzata e diventi attrattiva per i turisti come l’isola di Gorée.

Il cousinage à plaisanterie
Nella Petite côte, il tratto di costa a sud di Dakar, entro in contatto con i Sérèr, la terza etnia dominante del paese, con cui concludo il tour dei principali popoli senegalesi: i maggioritari Wolof, i pastori Peul, i Bassari e i Bedick di Kedougou, i Jola della Casamance, i Mandinka, presenti soprattutto vicino al Gambia. Questo mosaico etnico non è una prerogativa del Senegal, ma si ritrova in quasi tutti i paesi africani. Durante il colonialismo i paesi europei hanno mantenuto e in certi casi alimentato queste divisioni per un loro tornaconto, forzando diversi popoli in un unico stato, creando mostruosità come il Gambia incastonato dentro al Senegal e spesso accendendo la miccia per molte guerre a venire – molte delle quali tuttora in corso.
In un periodo in cui nella vecchia Europa l’identità culturale e persino etnica è diventata un valore da difendere a spada tratta, e la prevaricazione e l’aggressività dilagano, paradossalmente è proprio in questa parte dell’Africa che si può apprendere una modalità per relazionarsi in maniera pacifica e conciliante. Si tratta del cosiddetto “cousinage à plaisanterie“, una relazione tra due persone nella quale uno è autorizzato a stuzzicare o prendere in giro l’altro, il quale da parte sua non se la deve prendere. La “parentela scherzosa” infatti prende la forma di un gioco tra due persone di comunità diverse, che simbolicamente rappresentano due cugini della stessa famiglia: in questo tipo di dialogo giocoso ognuno porta come argomento una qualsiasi caratteristica che differenzia la propria comunità o gruppo socio-economico da quello dell’interlocutore; le due persone sembra che stiano litigando o addirittura si stiano insultando, ma in realtà non hanno alcun risentimento e anzi alla fine si fanno una grossa risata oppure si abbracciano.
Questa relazione è spesso il risultato di un patto ancestrale che vieta i conflitti tra le comunità in questione, ed è praticata in situazioni quotidiane oppure in occasioni speciali come feste e cerimonie; essa promuove la coesione e la stabilità delle famiglie, i gruppi etnici e le comunità, tanto che l’UNESCO nel 2014 ha decretato che questa pratica soddisfi i criteri per l’iscrizione nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.


Nella “piccola costa” mi aspetta un’altra escursione in piroga simile a quella organizzata in Casamance, ma molto più frequentata. Il contesto è il delta dei fiumi Siné e Saloum, parco nazionale dotato dei già noti canali salmastri, isolotti, banchi di sabbia e mangrovie. Di nuovo in piroga sull’acqua ferma come olio fino al piccolo villaggio di Diogane, dove vengo condotta in una scuola. Qui si denota chiaramente un rapporto con i turisti molto più commerciale e un’attitudine generalmente più menefreghista, visto che le frotte di bambini, lasciati scorrazzare incustoditi in una ricreazione infinita, infilano spudoratamente le loro manine nelle borse dei turisti e lanciano certi sguardi velenosi spesso conditi da probabili insulti. Insomma, non vedo l’ora di scapparmene.
Il capolinea della navigazione è Djifer, caratterizzata da un’ennesima spiaggia di pescatori allietata dai colori delle barche e degli abiti, montarozzi di gusci di conchiglie e puzza di pesce sotto sale. Il tramonto mi coglie a Palmarin in un ecolodge sulla spiaggia; all’ora del tramonto si alza un vento drammatico e inoltre devo fare i conti con la porta della capanna, così imbottita di salsedine che non si chiude.




L’ultima giornata di visite si svolge nel Senegal più turistico. Samba Dia, conosciuto come il baobab più grande del paese, non è altro che la scusa senegalese per vendere souvenir. Alle immancabili isole gemelle di Joal e Fadiouth si giunge percorrendo un ponte pedonale: nella prima nacque l’ex presidente e poeta Senghor e c’è una chiesa cattolica con un cuore rosa di cemento sul campanile, la seconda ospita un cimitero musulmano-cristiano su un pavimento di conchiglie. M’bour, la più grande città della costa, è la tappa per fare della beneficenza al locale orfanotrofio. E infine l’evitabilissima Reserve de Bandia: il giro in jeep fa scorrazzare i turisti in una specie di zoo dove, viste le cifre esorbitanti del biglietto, vedere gli animali della savana è sicuro al cento per cento.



Le ultime 24 ore sono le più tipicamente vacanziere: una cena a buffet a base di ricci di mare e ostriche, una spiaggia semideserta dove i giovanotti del luogo fanno il bagnetto domenicale alle capre, una splendida passeggiata fino alla laguna di Somone, una nuotata al tramonto e un’ultima Flag prima del trasferimento all’aeroporto di Dakar.
E anche stavolta, con l’odore persistente di burro di karitè addosso, è giunta l’ora di tornare all’inverno.






