Turchia Est

PIDE E TULIPANI

Primavera nella Turchia orientale

In fase di atterraggio l’aereo della Pegasus trafigge la coltre di nuvole e finalmente appare il Ponto, la storica regione della Turchia affacciata sul Mar Nero. A ridosso del “mare ospitale”, come lo chiamavano i greci, i rilievi brillano in diversi toni di verde, tra gli sbuffi di nebbia bassa. In secondo piano svettano le cime innevate più alte del paese.
Un cortese passante siriano mi guida per le strade di Trebisonda verso Atatürk Meydanı, gremita da una folla dall’aspetto vacanziero. La sede del nuovissimo İyi Parti, il “Buon partito” di orientamento conservatore e laico, è annunciata da un grande ritratto del Padre dei Turchi e da lunghi filari di palloncini gialli e celesti. Quella più consolidata del partito rivale, l’AKP del Grande Presidente, occupa più sobriamente il palazzo accanto con la sua manageriale lampadina stilizzata.
Osservo un po’ di alberghi uno accanto all’altro prima di propendere per l’ultimo della fila, situato poco prima della strada statale che separa Trabzon dalla spiaggia. L’hotel ha l’aria signorile da viaggiatori di commercio, eppure una camera non costa più di venti euro, a conferma del fatto che la lira turca è in caduta libera.

Trebisonda: da non perdere

“Perdere la Trebisonda” significa essere disorientati, ma anche inquietarsi, spazientirsi: il suo faro infatti, anticamente, costituiva un importantissimo punto di riferimento per le navi che percorrevano quelle rotte infide. D’altra parte, dopo essere stata per due secoli un regno crociato, fu l’ultima città ad essere conquistata dagli Ottomani: forse fu in quel momento che la locuzione iniziò ad entrare in voga, visto che perdere Trebisonda ebbe – letteralmente – pesanti conseguenze economiche e politiche per tutto l’Occidente. Ancora oggi è il porto più grande della Turchia sul Mar Nero, situato in una posizione strategica tra Europa e Medio Oriente.

Non so se sono qui più per amore dei giochi di parole, o perché vi fece tappa Marco Polo lungo la Via della Seta, oppure perché è così vicina al confine con la Georgia. Fatto sta che poco tempo dopo sono seduta su un minuscolo sgabello di fronte a una çorba di legumi, ricambiando il sorriso di uomini e donne che sorbiscono il çay ai tavolini adiacenti. L’unico avventore che parla qualche parola di inglese è ansioso di darmi il benvenuto: ci tiene subito a dire che non bada affatto alla provenienza o alla religione delle persone, ma ama tutto il genere umano. Indistintamente. Tranne gli arabi. «Hai mai notato che in tutti i Paesi arabi ci sono sempre guerre?» Ecco.

L’attuale Trabzon si presenta come una città cosmopolita, indaffarata e aperta. Le sue mercanzie sono generosamente esposte nei negozi e nelle bancarelle del bazar: retine colme delle celebri nocciole locali (fındık), colorati pacchi di tè di cui la regione è grande produttrice e gioielli lavorati come all’uncinetto. E poi le impeccabili pasticcerie, il vecchio ponte di legno di Zagnos affacciato sull’omonima valle, l’antica fortezza, l’immancabile statua di Atatürk e le eleganti dimore color pastello sulle pendici delle alture.

Su un promontorio affacciato sul mare sorge Hagia Sophia, uno dei migliori esempi di architettura tardo-bizantina della regione. L’edificio, nato come chiesa, è prima diventato una moschea e in seguito un museo, quando negli anni sessanta sono stati riportati alla luce alcuni affreschi bizantini ricoperti di calce dagli ottomani. Dal 2013 è tornato parzialmente al culto musulmano: una decisione che ha sollevato non poche polemiche sulla progressiva islamizzazione della Repubblica.

A cena mi approccio alla cucina tipica del Mar Nero gustando alici fritte, polpette di carne e pane di granturco, in un ristorante elegante – ma a buon mercato come tutto il resto – gestito in modo squisitamente gentile. Quindi vengo condotta da uno studente altrettanto cerimonioso in un pub collocato all’ultimo piano di un edificio. La terrazza si affaccia sulla sagoma di Atatürk e sul nome Trabzon scritto a grandi lettere, entrambi ben illuminati sulla collina, accanto alla bandiera turca. Il giovane universitario commenta sarcasticamente l’onnipresenza del Padre dei Turchi mettendosi la mano sul cuore: «He is everywhere». Ci tiene a farmi sapere inoltre che non ha particolarmente gradito la recente visita elettorale del Grande Presidente e che comunque, appena ottenuta la laurea in giornalismo, raggiungerà la sua fidanzata in Inghilterra.

Per l’affitto dell’auto mi rivolgo al receptionist dell’hotel, che mi consiglia un’agenzia mai sentita nominare. Il fatto che non abbiano una sede fisica dovrebbe insospettirmi, ma che non avrei dovuto fidarmi lo capisco soltanto quando a duecento metri dall’hotel la Fiat Linea resta inchiodata al centro di un vicoletto e non ne vuole sapere di rimettersi in moto. La discutibile politica di questa agenzia infatti è quella di fornire l’auto con il serbatoio pressoché a zero, ma nel mio caso di carburante non ce n’è proprio. Al telefono, il titolare mi accusa di averlo consumato tutto e non serve a nulla spiegargli che sono a pochi passi dall’hotel e che solitamente non bevo gasolio a colazione: può mandarmene un po’, ma con un sovrapprezzo. A quel punto anche gli altri presenti, che si sono immediatamente materializzati per aiutarmi, si passano il telefono di mano in mano per inveire a turno contro il titolare.

Uno di loro va a comprare una tanica di diesel. Nell’attesa vengo a sapere che Trabzon è affollata per il Nawrūz, il capodanno persiano. La festa è molto amata in Iran e sentita anche in Turchia, dove è rimasta vietata fino al 2000 per i suoi legami con l’attivismo curdo. 
Si discute anche dell’evento del week-end: il comizio del Grande Presidente, che si è tenuto l’altro ieri. «Unfortunately» commenta uno di loro. «He is not normal» rincara la dose l’altro, picchiettando l’indice contro la tempia. E pensare che siamo in una delle province in cui il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha preso circa il sessanta per cento dei voti.

Il programma odierno viene completamente rivoluzionato una volta scoperto che il monastero di Sumela – uno dei motivi per cui sono venuta qui – è chiuso per lavori. Così, versato il carburante nel serbatoio (la metà che non è finita per terra, per essere precisi), mi avvio sulla strada costiera in direzione ovest. La litoranea da Trabzon a Ordu è costruita esattamente sulla linea di costa ed è tappezzata di bandiere della Turchia e di foto del Grande Presidente, che pubblicizzano i comizi appena tenuti a Giresun e a Ordu. «Continua la marcia benedetta» annunciano con entusiasmo a grosse lettere rosse. Un’infinità di ponti collegano le città al mare, separate dalla strada statale come se fossero due mondi diversi. Ai lati della carreggiata le rivendite di pane del Mar Nero sono annunciate da una finta pagnotta gigante applicata su pali, che la notte si illumina; per il resto è una lunga sequela di ristoranti di pesce e polpette (balık & köfte), moschee ed ex chiese bizantine, chioschi a forma di nocciola, monumenti alla nocciola e rivendite di nocciole.

Scendo per pranzare a Giresun, l’antica Cerasunte: da qui prende il nome la ciliegia in molte lingue e dialetti europei. La gente affolla la piazza approfittando del sole, i tulipani traboccano nelle aiuole e un pesce fresco mi viene servito a un tavolino vista mare. 

Erzurum, la porta dell’Anatolia orientale

Dopo aver recapitato le lenzuola pulite all’hotel, il ragazzo della lavanderia si offre di accompagnarmi alla stazione degli autobus di Trabzon. Non pago di avermi regalato uno snack al cioccolato, mi porta i bagagli fino al banco della compagnia, mi aiuta ad acquistare il biglietto e rifiuta categoricamente una mancia. L’addetto allo sportello mi offre il çay, quindi mi faccio preparare velocemente una gustosa pide dal fornaio e infine prendo posto sull’autobus, dotato di schermi personali con film, musica, giochi, nonché di un servizio gratuito di bevande calde e fredde.

Parto allegramente alla volta di Erzurum, altro luogo dal nome evocativo. Mentre ci arrampichiamo fino al Passo di Zigana, penso che dietro la montagna si abbarbica il monastero di Sumela che, insieme alle piantagioni di tè di Rize, mi sono lasciata alle spalle senza rimpianto. Affrontiamo il Passo del monte Kop, a quasi 2500 metri di altitudine, in un tragitto tra le montagne innevate; lungo la strada fervono i lavori per la costruzione di un tunnel che, prima o poi, renderà più agevole questo itinerario.

Presso la otogar di Erzurum mi infilo nel taxi con la consapevolezza di recarmi in una delle città più religiose e nazionaliste del paese. A pochi chilometri da qui nacque e mosse i primi passi Fethullah Gülen, il principale ricercato dalla giustizia turca, ritenuto più pericoloso di Bin Laden. Fondatore dell’influente movimento di ispirazione musulmana “Hizmet”, vive da circa vent’anni in esilio negli Stati Uniti: su di lui pesano le accuse di terrorismo nonché di essere la mente del fallito golpe militare del luglio 2016.

Erzurum sorge a un’altitudine di quasi 1800 metri sul livello del mare ed è una località dalle temperature notoriamente rigide, ma per fortuna in questi giorni il meteo prevede un clima assai mite. Nella piazza principale troneggia la Yakutiye Medrese, una scuola teologica mongola del 1310 con un minareto che non stonerebbe a Samarcanda.

Yakutiye Medrese di Erzurum

Nella viuzza accanto alla scuola coranica dei Minareti Gemelli appaiono le prime botteghe di souvenir incontrate finora, per quanto vuote. Un negoziante curdo mi prega nervosamente di entrare e solo dopo aver chiuso bene la porta (il suo vicino potrebbe denunciarlo) inizia il suo sfogo antigovernativo in un anglo-tedesco di ardua decifrazione. «Di turisti prima ne venivano tanti, da Francia, Cermania, Italia… ma atesso non più, da quando abbiamo un tittatore al coverno! (Cvardare tappeti fatti a mano) Non siamo più liberi di esprimere le nostre opinioni e migliaia di giornalisti, avvocati e insegnanti vengono messi in carcere senza alcun motivo. (Comprare sciarpe? Costare poco)».
E in effetti nello stato di emergenza – tuttora in vigore – seguito al fallito golpe, è partita una campagna di epurazione e condanne serratissima, che ha preso di mira soprattutto i sospetti (soldati, giudici, insegnanti e giornalisti) legati in un modo o nell’altro al leader del FETÖ, l’organizzazione terroristica che secondo il governo turco è guidata da Gülen.
Grazie al negoziante curdo passa il tempo necessario a far illuminare la medrese a festa: con le montagne innevate, il cielo blu e la luna sullo sfondo, questa antica università selgiuchide resterà una delle immagini indimenticabili della Turchia.

Çifte Minareli Medrese di Erzurum

Ceno in un’antica abitazione in legno traboccante di oggetti d’epoca: un immenso museo pieno di alcove dove mangiare spaparanzati sui cuscini come pascià, di fronte a grandi vassoi ottomani. Senza contare che il cibo è squisito, non costa nulla e nella sala grande stanno suonando strumenti tradizionali. L’unico aspetto antipatico di tutti questi ristoranti turchi è che non vengono serviti alcolici, costringendo il visitatore europeo a cercare un bar dove bere una birra fresca come se fosse un luogo di peccato.

Sono in Turchia da pochi giorni e so già che bisogna sempre guardare in alto per scoprire i più interessanti luoghi di aggregazione. Ed eccomi qui, seduta tra gli scaffali di una libreria al secondo piano, a bere il çay insieme a un gruppo di studenti universitari. Comunicare non è facile, visto che l’inglese lo masticano in pochi, e l’utilizzo di Google Traduttore non sempre facilita le cose.
«Ti sembra che ci sia la dittatura qui? Stiamo parlando di politica da mezz’ora!»
«Sì, ma non state esprimendo critiche. Ci andresti nel bar più affollato della città a dire ad alta voce il tuo dissenso?»
«Certo che ci andrei. Non c’è alcun problema!»
Il grande Presidente qui lo hanno votato tutti e secondo loro sta lavorando egregiamente per il suo popolo, nonostante il problema dei siriani. «Non solo rubano e sono sporchi, ma vengono spesi troppi soldi per loro, senza contare che l’Unione Europea di tutti quelli promessi ne ha dati finora solo la metà». Per quanto riguarda la presunta opera di islamizzazione dell’attuale governo, sgranano gli occhi dallo stupore: indossare il velo, bere alcolici, convivere prima del matrimonio o vivere in appartamenti per sole donne sono scelte libere e personali – sostengono, come gli ha insegnato Atatürk sin dalla più tenera età.

Sulla strada che mi riporta all’hotel, dai soliti piani alti provengono le note di una chitarra turca. All’ingresso del portone mi avvisano che lassù si serve alcol: una parte della cittadinanza potrebbe approfittarsi di una donna sola che beve birra. E infatti, al quarto piano dell’edificio, un improbabile dongiovanni munito del fido Google Traduttore prova con scarsi risultati a fare il galante nella sala del concerto. A quanto pare non tutti gli studenti passano le loro serate a bere il tè nelle librerie.

Erzurum

L’indomani, l’impiegato dell’ufficio del turismo di Erzurum è molto lieto di conoscermi e rendersi utile. «I popoli del Mediterraneo sono simili» afferma con entusiasmo. Prima di tutto, devo sapere che sono giunta in un’importantissima destinazione sciistica e che non posso assolutamente perdermi l’impianto del Monte Palandöken. Poi mi racconta con orgoglio che la Federazione per i campionati mondiali invernali, di cui lui modestamente fa parte, sta lavorando per ospitare qui le Olimpiadi del 2026. «Il turismo è una delle maggiori fonti di reddito della zona, insieme all’edilizia e al commercio, mentre di industrie quasi non ce ne sono. Certo, questo è un periodo di crisi, anche perché dopo il tentato colpo di stato la lira si è dimezzata…»
Negli ultimi tre anni si è verificato un considerevole calo di presenze turistiche con perdite economiche ingentissime anche se, a sentire il solerte manager, di turisti europei non ne venivano tanti nemmeno prima; i visitatori stranieri, infatti, provengono soprattutto dalla Polonia, dall’Azerbaijan e dall’Iran. Si meraviglia quando gli dico che molti italiani non vengono più in Turchia perché lo considerano un paese non democratico. «Ma che dici! In Iran sì che c’è la dittatura, e io avrei paura ad andarci, ma qui non ci sono questi problemi».
E come la mettiamo con Afrin? L’operazione militare Ramoscello d’Ulivo, dove la Turchia e l’Esercito siriano libero hanno appena preso il controllo della città di Afrin, «era necessaria per proteggere il confine e impedire l’ingresso di terroristi; è stata condotta cercando di fare meno vittime possibile e comunque il Grande Presidente non ucciderebbe mai nemmeno un bambino, ne sono certo». Non è il primo a farmi notare che, per quanto possibile, la missione sia stata portata a termine «con i guanti di gomma».

Mi trovo in un centralissimo bar in stile occidentale, seduta a uno dei tavoli della luminosa terrazza insieme a un giovane impiegato pubblico dotato di bellissimi baffi. Ha vissuto a lungo in Europa, parla tre lingue oltre il turco, indossa abiti di ottima fattura e mi informa che il Grande Presidente non gli piace affatto, che ha votato il partito di centro-sinistra CHP e che la Turchia non è propriamente uno stato democratico. «D’altra parte, quale stato lo è veramente?» commenta.
Sebbene la città sia troppo conservatrice per lui, in merito alla supposta islamizzazione condivide l’opinione degli studenti, ridendo e invitandomi a guardarmi intorno. Inoltre, nonostante le sue preferenze politiche, deve ammettere che il Paese è migliorato negli ultimi anni e anche la mentalità è cambiata; insomma, a suo parere è comprensibile il motivo per cui il Grande Presidente riscuota tutto questo successo.
«Considera che ci troviamo in una regione e in un periodo difficile, non solo per le conseguenze del tentato golpe, ma soprattutto per l’emergenza umanitaria. Il nostro governo ha accolto quasi quattro milioni di siriani… in Europa non vi rendete conto di cosa significa. La popolazione turca in linea di massima non è razzista e comunque i campi profughi sono tutti di standard molto elevato». E in effetti, avendo visitato quello di Kilis, non posso che confermare.
«Il vero problema è che l’Europa ci sta prendendo in giro sulla questione del visto gratuito, che è ciò che preme a tutti noi. Sai che per andare in Europa, oltre a pagare il prezzo del visto, dobbiamo recarci personalmente all’ambasciata di Ankara, dimostrando di rispondere a una serie di requisiti relativi al conto in banca e all’assicurazione sanitaria? Sappiamo benissimo che il nostro ingresso nell’Unione Europea è indesiderato. Abbiamo rispettato tutti i parametri richiesti, eppure la Bulgaria e la Romania sono entrate e noi no. Secondo te perché? Perché l’Occidente ha paura di una Turchia forte e soprattutto perché è musulmana! Ne hanno dette di tutti i colori: che non siamo democratici, che abbiamo la pena di morte (anche se è stata abolita da anni), addirittura tirano fuori la questione del genocidio degli armeni. Senza che nessuno dica che anche gli armeni hanno ucciso un milione di turchi. Se vieni al mio villaggio di origine ti mostro un museo dedicato proprio a questo… Si tratta in parte di un mito alimentato dalla diaspora in combutta con i paesi occidentali. Sotto sotto, il sogno di una grande Armenia non si è mai sopito».

In un attimo si è fatta l’ora di pranzo: saluto il mio nuovo amico – «Grazie del caffè e ojalá, come direbbero in Spagna» – e mi dedico alla facilissima impresa di assaporare la specialità culinaria di Erzurum, il cağ kebab.

Per ammirare il miglior panorama di Erzurum, tutti consigliano di salire sulla torre dell’orologio, situata nella cittadella eretta dall’imperatore Teodosio. Visto che la kale è in ristrutturazione, trovo una facile alternativa in uno dei caffè sui tetti, dotato di una grande vetrata dalla quale dare un ultimo sguardo alla città. Dopo la pioggia continua della giornata, al tramonto il cielo si schiarisce e le montagne innevate si stagliano nitide dietro i minareti. Quanto alla casa di Atatürk, cittadino onorario di Erzurum – storico bastione alle porte dell’Anatolia orientale – sarà per un’altra volta.

Mardin, il balcone sulla Mesopotamia

Mardin non appartiene alla terra; è aggrappata al cielo. Precipita a Sud con torri, minareti e campanili, bombardata di luce bianca come la scogliera di un mare caraibico, arroccata sul precipizio – lungo centinaia di chilometri – che separa l’altopiano anatolico dalla piana dei babilonesi.
Paolo Rumiz, Gerusalemme perduta

Per una complessa serie di ragioni, alle quattro di mattina mi trovo alla periferia di Mardin, presso la nuova stazione degli autobus. Chiusa. Per fortuna la luna piena rischiara il piazzale e la stazione vera e propria, entrambi deserti se non fosse per molti volatili urlanti e per un unico essere umano, che mi chiama un taxi. E meno male che mi sono svegliata in tempo, altrimenti l’autobus mi avrebbe fatto scendere direttamente al capolinea: Cizre, l’ultima città del Kurdistan turco prima del confine con la Siria. Un anno fa l’avrei trovata in preda alle devastazioni orchestrate dal governo contro i presunti terroristi del PKK, ma adesso l’intera regione vive un periodo di tregua – ciò non toglie che, durante la notte, l’autobus sia stato fermato più volte agli inquietanti posti di blocco disseminati sulla strada.

Mardin

Sebbene sia la settimana di Pasqua, c’è una camera libera in questo suggestivo hotel, ricavato da una residenza del Duecento, nel centro storico di Mardin. Trattare con il receptionist è come al solito un’esperienza surreale, poiché ignora persino quel minimo di inglese utile a dare un nome a quello che è il suo pane quotidiano (camera, letti, colazione, prezzo). D’altra parte è un anno che quasi tutti i siti di prenotazione alberghiera sono bloccati nel paese, dopo che l’associazione delle agenzie di viaggi turche ha fatto loro causa per concorrenza sleale. Per inciso, anche Wikipedia non funziona, mentre gli altri portali inaccessibili a ridosso del tentato golpe sono di nuovo disponibili.

In tarda mattinata i palazzi color miele della città risplendono al sole con i loro merletti di pietra. Bar e negozietti tappezzano la via principale, e sembra addirittura che ci siano altri turisti. I minareti e i campanili fanno capolino dal tortuoso labirinto di stradine, le case in pietra si ammassano a gradoni lungo il fianco della collina e poi, se si imboccano i vicoli laterali o si sale sulle terrazze, lo sguardo è libero di spaziare sulla sconfinata, verdissima pianura mesopotamica circostante.

Il Museo di Mardin è ospitato in un edificio di fine Ottocento, ottimamente restaurato, che espone una collezione piccola ma ben allestita, dedicata ad alcune tra le civiltà più antiche del mondo. Si organizzano molti laboratori per bambini e infatti una classe sta giusto uscendo quando arrivo: ogni scolaro tiene bene in vista uno stendardo appena dipinto per farlo asciugare.

Nella via parallela a quella principale, tra i portici in pietra, si dipana il bazar. Un anziano signore, il cui viso meriterebbe molto più di questa semplice cronaca, mi invita a sedere su uno sgabello di fortuna e a bere il tè di fronte alla sua bottega, tra i sacchi di tabacco e varia chincaglieria. «Qui tutti i popoli convivono pacificamente: curdi, yazidi, turchi, cristiani, arabi» si sforza di affermare in inglese suo figlio. «I love Isa (Gesù)» aggiunge, prima di regalarmi un opuscolo sull’Islam, scovato chissà dove. Sulle pareti spiccano le foto degli antenati, con straordinari baffi ottomani.
Mi sembra di essere in Siria: la stessa dolcezza dei sorrisi, gli stessi occhi buoni, la curiosità di conoscere l’altro anche se non se ne condivide la lingua.

A Erzurum mi hanno detto che i curdi continuano a lamentarsi, ma non ne avrebbero più motivo: ormai da anni hanno gli stessi diritti dei turchi, senza contare che l’ex presidente del consiglio era curdo e che molti sono parlamentari. «E poi non è vero che vogliono uno stato tutto per sé» ha eccepito qualcuno «anzi, questo è il desiderio delle grandi potenze, che così avrebbero a che fare con un paese molto più debole da cui prendere il petrolio».

Qui nel Kurdistan la musica è molto diversa: «Io vorrei parlare, vorrei scrivere ma non posso» mi dice questo agiato ed elegante commerciante di fronte all’ennesimo çay su una terrazza di Mardin, mentre mi illustra la composizione etnica e religiosa dei villaggi vicini. «Qui la maggior parte dei voti li prende il Partito democratico dei popoli, che si batte per i diritti della minoranza curda, ma i sindaci che hanno vinto le elezioni sono stati rimossi dall’incarico perché considerati terroristi» racconta. «Anche io faccio parte dell’HDP, ma se lo dico posso passare i guai. Anzi, a dire il vero, sono già stato in galera per aver protestato, ai tempi in cui studiavo all’università sulla costa occidentale».
La campagna del governo contro i curdi si è intensificata da quando l’HDP ha superato l’elevata soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento, sottraendo consensi al partito del Grande Presidente. Per ottenere l’approvazione dei nazionalisti, la potente propaganda governativa ha preso di mira tutti i curdi, praticamente raggruppati in un unico calderone di “terroristi” e nemici dello Stato: non solo il Pkk e il Tak (i Falchi della libertà del Kurdistan, autori di diversi recenti attentati), ma anche i curdi siriani del PYD-YPG e infine l’HDP stesso. Sono dunque partite indagini contro parlamentari, funzionari e anche semplici attivisti dell’HDP, accusati di avere rapporti con il PKK. «La Turchia non è una democrazia» sintetizza il mio interlocutore: «neanche gli insegnanti possono esprimersi liberamente contro il governo, se no perdono il lavoro».

In questo storico hamam di epoca romana dopo le cinque di pomeriggio l’utenza è mista, infatti sono l’unica donna nel locale, compresi lavoranti, massaggiatori e clienti. Nonostante quello che possa pensare la prestigiosa rivista americana “Forbes”, che ritiene la Turchia un paese pericoloso per le donne che viaggiano sole – alle quali consiglia di frequentare gli hamam soltanto durante l’orario a loro dedicato – nulla in questa esperienza mi fa sentire fuori posto. Il massaggiatore conduce in modo più che professionale lo scrub e il massaggio, che sono al contempo vigorosi e delicati. E anche gli altri avventori mi guardano con estrema naturalezza.
Il relax finale avviene nell’antichissima sala centrale dove vengo avvolta in un accappatoio e invitata a sdraiarmi su un divanetto a bere un portakal, una spremuta d’arancia, mentre tutti intorno fumano e guardano la televisione. Terminato “Survivor”, l’isola dei famosi turca, al telegiornale vediamo il Grande Presidente che inveisce contro Macron per aver solidarizzato con il YPG.

Prima di andar via, l’inserviente mi conduce sulla terrazza, da cui si gode un vasto panorama sull’ormai nota pianura della Mesopotamia. Anche lui si sente in dovere di affermare che qui musulmani, cristiani e yazidi vivono in armonia. «Là è la Siria» aggiunge, dicendo in realtà “Suriye” e indicando col dito un punto lontano. Da qui non si vede il nuovissimo muro realizzato per proteggere il confine meridionale della Turchia.
Di notte Mardin è di una bellezza commovente. Tutto è diventato giallo: i minareti, le vie strette, i palazzi antichi e la fortezza che domina la città vecchia di questa Matera turca.

Il titolare dell’hotel, comparso per la prima volta la mattina seguente e per fortuna non totalmente digiuno di inglese, è così gentile da darmi una camera da due letti nonostante io sia da sola. In quanto al prezzo, mi lascia la libertà di deciderlo io. Stupito che gli proponga una cifra superiore a quella della singola, e forse preoccupato che io possa permettermela, si offre di accompagnarmi in macchina alla scuola coranica di Kasimiye, che lui ritiene l’attrattiva imperdibile di Mardin.

Il portale scolpito, le cupole, il cortile circondato dal portico e la piscina centrale sono notevoli, ma lo spettacolo vero è intorno alla medrese: siamo nel clou della fioritura dei tulipani e le porzioni rosse, gialle, rosa e bianche compongono un quadro geometrico sotto il cielo blu. 
«Vedi quella zona lì, dove ora c’è una sola casa? È da lì che viene mio padre; negli anni ha fatto fortuna e ha comprato tutta quella terra» mi dice l’albergatore indicando una vasta fetta di panorama, prima di risalire in macchina.

I Cristiani d’Oriente

La regione di Tur Abdin, la «montagna dei servi di Dio», è abitata da quasi due millenni dai cristiani siriaci o “suryoye”. Qui si trovano più di ottanta monasteri, il più importante dei quali è Dayr Al-Zafaran, per secoli residenza del Patriarca siro-ortodosso prima del trasferimento a Damasco.

Per arrivare al cuore della regione non è una malvagia idea recarsi a Midyat, a un’oretta di distanza da Mardin. Il minibus lascia me e i miei occasionali compagni di viaggio lungo una strada anonima, ma noi sappiamo che nascosto da qualche parte esiste un suggestivo centro storico. Tra le vie compaiono uomini dediti ad antiche professioni, anziani pastori, donne che vendono capi di lana fatti a mano, bambini impegnati in giochi neorealisti, caprette e forni tradizionali tandir.

Dalla terrazza di una delle case antiche color miele si notano numerosi campanili. In città ci sono diverse chiese di rito siro-ortodosso, ma non in tutte si celebrano regolarmente le funzioni religiose, visto che i cristiani oggi rappresentano meno del dieci per cento della popolazione: «Quattro gatti dimenticati dalle convenzioni internazionali, gente che dalla storia ha preso solo bastonate» li definisce Paolo Rumiz, riferendosi alla profonda intolleranza di cui è stata oggetto la popolazione cristiana della regione. Durante la Prima guerra mondiale molti cristiani siriaci, l’élite economica del paese, sono stati uccisi nel cosiddetto genocidio assiro (meno noto, ahimè, di quello armeno), mentre alla fine del secolo hanno subito gli attacchi dei curdi e dei turchi. Molti di loro sono emigrati all’estero, anche se negli ultimi anni alcune famiglie hanno iniziato a tornare nel Tur Abdin.

Consumiamo il pranzo in una lokanta dove ci fanno mangiare da re pur non avendo praticamente nulla di pronto, se non la zuppa: l’agnello lo comprano dal macellaio – anche se abbiamo ordinato pollo – il pane dal fornaio, l’insalata dal verduriere. Purtroppo al momento del çay ci informano che Mor Gabriel, il più antico monastero siro-ortodosso ancora attivo, è chiuso; siamo dunque costretti a ripiegare sul meno noto complesso di Mor Hobil e Mor Abrohml, raggiungibile a piedi.

Anche questo cancello sembra sprangato, ma poco dopo un ragazzino dotato di una grande chiave ci fa entrare. Tra gli arredi della chiesa, spiccano un arazzo murale su cui è raffigurata l’ultima cena e un antico mihrab trasformato in altare. Intanto il giovanotto ci riferisce compitamente che i siriaci sono solo seicento su centodiecimila abitanti a Midyat, ma in tutta l’area ce ne sono circa seimila. Aggiunge che lui frequenta la scuola di aramaico, ed è inevitabile per me ripensare a quel bimbo siriano che recitò una filastrocca nella lingua di Gesù nei pressi del monastero di Santa Tecla.
Prosegue il mio viaggio nella cristianità d’oriente, quello che ho interrotto ad Antiochia presso la chiesa di San Pietro, e che ancora prima ho compiuto in Siria fra Aleppo e Mar Musa. Penso a Padre Paolo, andato a trattare con l’ISIS e da quel momento sparito.

Una luna gigantesca sale dietro ai mattoni rossastri e al campanile con la croce. Noi turisti siamo gente ingenua: ci inteneriamo facilmente al pensiero che abbiamo viaggiato nel tempo e che in questo momento ci troviamo al cospetto del più antico Cristianesimo della Terra.

Sulla via del ritorno, un ragazzo dai capelli rossi racconta che le cose vanno meglio ora: fino a quindici anni fa la lingua e la musica curda erano vietate, poi le riforme per portare la Turchia dentro i parametri imposti dall’UE hanno finalmente riconosciuto i diritti della minoranza.

La domenica di Pasqua partecipo alla messa nella Chiesa dei Quaranta Martiri di Mardin, un luogo di culto siriaco-ortodosso. Come già mi è capitato di notare in Siria, i fedeli sono abbigliati in maniera molto poco spirituale: profonde scollature, gonne aderenti, tacchi vertiginosi, gioielli appariscenti, bambini in frac e bambine vestite da principesse con giacchini di pelliccia. Anche il sacerdote indossa un prezioso abito colorato, con una colomba bianca ricamata dietro il collo. Alle pareti i quadri, bellissimi e inquietanti, hanno qualcosa di etiope. Tranne l’omelia, che è in turco, il resto della funzione viene recitato in un dialetto aramaico; al momento della comunione, le persone in fila danno un bacio al grande libro sacro e poi mangiano alcune briciole di pane. Infine all’uscita vengono distribuite delle ciambelle al sesamo ancora calde.

Lascio Mardin in questa dolcissima domenica primaverile, mentre le campane suonano e il sole rende ancora più biscottati gli antichissimi palazzi medievali. Mi faccio incartare un quadro che raffigura Şahmeran, affascinante creatura mitica metà donna e metà serpente, e raggiungo in fretta l’aeroporto, dove scopro che il volo è in solenne ritardo.


ALTRO MEDIO ORIENTE

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