Primavera nella Turchia orientale


Trebisonda: da non perdere
In fase di atterraggio l’aereo della Pegasus trafisse la coltre di nuvole e finalmente apparve il Ponto, la storica regione della Turchia affacciata sul Mar Nero. A ridosso del “mare ospitale”, come lo chiamavano i greci, i rilievi brillavano in diversi toni di verde, tra gli sbuffi di nebbia bassa. In secondo piano svettavano le cime innevate più alte del paese.
Un cortese passante siriano mi guidò per le strade di Trebisonda verso Atatürk Meydanı, gremita da una folla dall’aspetto vacanziero. La sede del nuovissimo İyi Parti, il “Buon partito” di orientamento conservatore e laico, era annunciata da un grande ritratto del Padre dei Turchi e da lunghi filari di palloncini gialli e celesti. Quella più consolidata del partito rivale, l’AKP del Grande Presidente, occupava più sobriamente il palazzo accanto con la sua manageriale lampadina stilizzata.
Osservai un po’ di alberghi uno accanto all’altro prima di propendere per l’ultimo della fila, situato poco prima della strada statale che separa Trabzon dalla spiaggia. L’hotel aveva l’aria signorile da viaggiatori di commercio, eppure una camera non costava più di venti euro, a conferma del fatto che la lira turca era in caduta libera.

“Perdere la Trebisonda” significa essere disorientati, ma anche inquietarsi, spazientirsi: il suo faro infatti, anticamente, costituiva un importantissimo punto di riferimento per le navi che percorrevano quelle rotte infide. D’altra parte, dopo essere stata per due secoli un regno crociato, fu l’ultima città ad essere conquistata dagli Ottomani: forse fu in quel momento che la locuzione iniziò ad entrare in voga, visto che perdere Trebisonda ebbe – letteralmente – pesanti conseguenze economiche e politiche per tutto l’Occidente. Ancora oggi è il porto più grande della Turchia sul Mar Nero, situato in una posizione strategica tra Europa e Medio Oriente.

Non so se ero lì più per amore dei giochi di parole, o perché vi fece tappa Marco Polo lungo la Via della Seta, oppure perché era così vicina al confine con la Georgia. Fatto sta che poco tempo dopo mi ritrovai seduta su un minuscolo sgabello di fronte a una çorba di legumi, ricambiando il sorriso di uomini e donne che sorbivano il çay ai tavolini adiacenti. L’unico avventore che parlava qualche parola di inglese era ansioso di darmi il benvenuto: ci tenne subito a dire che non badava affatto alla provenienza o alla religione delle persone, ma amava tutto il genere umano. Indistintamente. Tranne gli arabi. «Hai mai notato che in tutti i Paesi arabi ci sono sempre guerre?» Ecco.


Trabzon si presentò come una città cosmopolita, indaffarata e aperta: le celebri nocciole locali (fındık) nelle retine del bazar, i colorati pacchi di tè, i gioielli lavorati come all’uncinetto, le impeccabili pasticcerie, il vecchio ponte di legno di Zagnos, l’antica fortezza, l’immancabile statua di Atatürk.
Su un promontorio affacciato sul mare trovai uno dei migliori esempi di architettura tardo-bizantina della regione, Hagia Sophia. Nata come chiesa, diventata moschea e poi museo, tra molte polemiche era tornata parzialmente al culto musulmano dal 2013.



A cena mi avvicinai alla cucina tipica del Mar Nero gustando alici fritte, polpette di carne e pane di granturco, in un ristorante elegante – ma a buon mercato come tutto il resto – gestito in modo squisitamente gentile. Quindi fui condotta da uno studente altrettanto cerimonioso in un pub all’ultimo piano di un edificio. La terrazza si affacciava sulla sagoma di Atatürk e sul nome Trabzon scritto a grandi lettere, entrambi ben illuminati sulla collina, accanto alla bandiera turca. Il giovane universitario commentò sarcasticamente l’onnipresenza del Padre dei Turchi mettendosi la mano sul cuore: «He is everywhere». Mi fece sapere che non aveva particolarmente gradito la recente visita elettorale del Grande Presidente e che, appena ottenuta la laurea in giornalismo, avrebbe raggiunto la sua fidanzata in Inghilterra.


Per l’affitto dell’auto mi rivolsi al receptionist dell’hotel, che mi consigliò un’agenzia mai sentita nominare. Il fatto che non avesse una sede fisica avrebbe dovuto insospettirmi, ma che non avrei dovuto fidarmi lo capii soltanto quando, a duecento metri dall’hotel, la Fiat Linea restò inchiodata al centro di un vicoletto e non ne volle sapere di rimettersi in moto. La discutibile politica di questa agenzia era fornire l’auto con il serbatoio pressoché a zero, ma nel mio caso di carburante non ce n’era proprio. Al telefono, il titolare mi accusò di averlo consumato tutto, e non servì a nulla spiegargli che ero a pochi passi dall’hotel e che solitamente non bevevo gasolio a colazione: poteva mandarmene un po’, ma con un sovrapprezzo. A quel punto gli altri presenti, materializzatisi immediatamente per aiutarmi, si passarono il telefono di mano in mano per inveire a turno contro il titolare.

Uno di loro andò a comprare una tanica di diesel. Nell’attesa venni a sapere che Trabzon era affollata per il Nawrūz, il capodanno persiano, molto amato in Iran e sentito anche in Turchia, dove era rimasto vietato fino al 2000 per i suoi legami con l’attivismo curdo.
Si discusse anche del comizio del Grande Presidente, tenutosi due giorni prima. «Unfortunately» commentò uno di loro. «He is not normal» rincarò la dose l’altro, picchiettando l’indice contro la tempia. E pensare che eravamo in una delle province in cui il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo aveva preso circa il sessanta per cento dei voti.

Il programma di quel giorno venne completamente rivoluzionato una volta scoperto che il monastero di Sumela – uno dei motivi per cui ero venuta – era chiuso per lavori. Così, versato il carburante nel serbatoio (la metà che non era finita per terra, per essere precisi), mi avviai sulla strada costiera verso ovest: una litoranea tappezzata di bandiere e foto del Grande Presidente, tra ponti, rivendite di pane a forma di pagnotta gigante e un’infinità di ristoranti di pesce e monumenti alla nocciola. Scesi per pranzare a Giresun, l’antica Cerasunte, da cui prende il nome la ciliegia in molte lingue europee: la gente affollava la piazza al sole, i tulipani traboccavano nelle aiuole e un pesce fresco mi venne servito a un tavolino vista mare.



Erzurum, la porta dell’Anatolia orientale
Dopo aver recapitato le lenzuola pulite all’hotel, il ragazzo della lavanderia si offrì di accompagnarmi alla stazione degli autobus di Trabzon. Non pago di avermi regalato uno snack al cioccolato, mi portò i bagagli fino al banco della compagnia, mi aiutò ad acquistare il biglietto e rifiutò categoricamente una mancia. L’addetto allo sportello mi offrì il çay, quindi mi feci preparare velocemente una gustosa pide dal fornaio e infine presi posto sull’autobus, dotato di schermi personali con film, musica, giochi, nonché di un servizio gratuito di bevande calde e fredde.

Partii allegramente alla volta di Erzurum, altro luogo dal nome evocativo. Mentre ci arrampicavamo fino al Passo di Zigana, pensai che dietro la montagna si abbarbicava il monastero di Sumela che, insieme alle piantagioni di tè di Rize, mi ero lasciata alle spalle senza rimpianto. Affrontammo il Passo del monte Kop, a quasi 2500 metri di altitudine, tra le montagne innevate, dove fervevano i lavori per un tunnel che prima o poi avrebbe reso più agevole quell’itinerario.

Presso la otogar di Erzurum mi infilai in un taxi con la consapevolezza di recarmi in una delle città più religiose e nazionaliste del paese. A pochi chilometri da lì era nato e aveva mosso i primi passi Fethullah Gülen, il principale ricercato dalla giustizia turca, ritenuto più pericoloso di Bin Laden: fondatore del movimento “Hizmet”, da vent’anni in esilio negli Stati Uniti, accusato di terrorismo e di essere la mente del fallito golpe militare del luglio 2016.
Erzurum sorge a un’altitudine di quasi 1800 metri, ed è una città dalle temperature notoriamente rigide, ma per fortuna in quei giorni il meteo prevedeva un clima assai mite. Nella piazza principale troneggiava la Yakutiye Medrese, una scuola teologica mongola del 1310 con un minareto che non stonerebbe a Samarcanda.

Nella viuzza accanto alla scuola coranica dei Minareti Gemelli trovai le prime botteghe di souvenir incontrate fino a quel momento, per quanto vuote. Un negoziante curdo mi pregò nervosamente di entrare e solo dopo aver chiuso bene la porta (il vicino avrebbe potuto denunciarlo) iniziò il suo sfogo antigovernativo in un anglo-tedesco di ardua decifrazione. «Di turisti prima ne venivano tanti, da Francia, Cermania, Italia… ma atesso non più, da quando abbiamo un tittatore al coverno! (Cvardare tappeti fatti a mano) Non siamo più liberi di esprimere le nostre opinioni e migliaia di giornalisti, avvocati e insegnanti vengono messi in carcere senza alcun motivo. (Comprare sciarpe? Costare poco)».
Nello stato di emergenza — allora ancora in vigore — seguito al fallito golpe, era partita una campagna di epurazione e condanne serratissima, che aveva preso di mira soprattutto i sospetti (soldati, giudici, insegnanti e giornalisti) legati in un modo o nell’altro al leader del FETÖ, l’organizzazione terroristica che secondo il governo turco era guidata da Gülen.
Grazie al negoziante curdo passò il tempo necessario a far illuminare la medrese a festa: con le montagne innevate, il cielo blu e la luna sullo sfondo, quell’antica università selgiuchide rimase una delle immagini indimenticabili della Turchia.

Cenai in un’antica abitazione in legno traboccante di oggetti d’epoca, tra alcove dove mangiare spaparanzati sui cuscini come pascià, di fronte a grandi vassoi ottomani. Il cibo era squisito, non costava nulla, e nella sala grande suonavano strumenti tradizionali.
Dopo qualche giorno in Turchia avevo imparato che bisognava guardare in alto per scoprire i luoghi di aggregazione più interessanti: mi ritrovai tra gli scaffali di una libreria al secondo piano, a bere il çay con un gruppo di studenti universitari. Il Grande Presidente lì lo avevano votato tutti, e secondo loro stava lavorando egregiamente per il suo popolo – nonostante il “problema dei siriani”, che a loro dire rubavano, erano sporchi e costavano troppo all’erario. Quanto alla presunta islamizzazione del Paese, negavano con convinzione: velo, alcol, convivenza prima del matrimonio, appartamenti per sole donne – tutte scelte libere, mi assicurarono, proprio come gli aveva insegnato Atatürk.




Il giorno dopo, l’impiegato dell’ufficio del turismo fu felicissimo di conoscermi. Erzurum, mi spiegò con orgoglio, puntava a ospitare le Olimpiadi invernali del 2026; il turismo era una delle poche fonti di reddito della zona, colpita duramente dal crollo della lira dopo il golpe. Quando gli dissi che molti italiani non venivano più in Turchia perché la consideravano un Paese non democratico, si stupì: «Ma che dici! In Iran sì che c’è la dittatura, e io avrei paura ad andarci, ma qui non ci sono questi problemi». Sull’operazione militare di Afrin, appena conclusa contro i curdi siriani, fu categorico: era stata necessaria per proteggere il confine, condotta con il minor numero di vittime possibile, «con i guanti di gomma» — non fu l’unico, in quei giorni, a usare la stessa espressione.

Presi un caffè in un bar in stile occidentale insieme a un giovane impiegato pubblico dai bellissimi baffi, che aveva vissuto a lungo in Europa e parlava tre lingue oltre il turco. A lui il Grande Presidente non piaceva affatto – aveva votato per il centrosinistra del CHP, e la Turchia, diceva, non era uno Stato propriamente democratico («d’altra parte, quale lo è veramente?»). Eppure, nonostante le sue idee, riconosceva che il Paese fosse migliorato negli ultimi anni, e capiva il motivo di tanto consenso: «Considera che ci troviamo in una regione e in un periodo difficile. Il nostro governo ha accolto quasi quattro milioni di siriani… in Europa non vi rendete conto di cosa significa».

Il vero nodo, per lui, era altrove: «L’Europa ci sta prendendo in giro sulla questione del visto gratuito. Dobbiamo recarci personalmente all’ambasciata di Ankara, dimostrare conto in banca e assicurazione sanitaria… sappiamo benissimo che il nostro ingresso nell’Unione è indesiderato. Abbiamo rispettato tutti i parametri, eppure la Bulgaria e la Romania sono entrate e noi no. Perché? Perché l’Occidente ha paura di una Turchia forte, e soprattutto musulmana». Poi, con la stessa sicurezza, tirò in ballo il genocidio armeno, negandolo: un milione di turchi uccisi dagli armeni, un mito alimentato dalla diaspora — «se vieni al mio villaggio ti mostro un museo dedicato proprio a questo».

Salutandolo — «grazie del caffè, e ojalá, come direbbero in Spagna» — mi dedicai alla facile impresa di assaporare la specialità di Erzurum, il cağ kebab.
Per ammirare il miglior panorama di Erzurum, salii su uno dei caffè sui tetti — la kale era in ristrutturazione — per un ultimo sguardo alla città. Dopo la pioggia continua della giornata, al tramonto il cielo si era schiarito e le montagne innevate si stagliavano nitide dietro i minareti.


Mardin, il balcone sulla Mesopotamia
Mardin non appartiene alla terra; è aggrappata al cielo. Precipita a Sud con torri, minareti e campanili, bombardata di luce bianca come la scogliera di un mare caraibico, arroccata sul precipizio – lungo centinaia di chilometri – che separa l’altopiano anatolico dalla piana dei babilonesi.
Paolo Rumiz, Gerusalemme perduta
Per una complessa serie di ragioni, alle quattro di mattina mi ritrovai alla periferia di Mardin, presso la nuova stazione degli autobus. Chiusa. Per fortuna la luna piena rischiarava il piazzale e la stazione vera e propria, entrambi deserti se non fosse per molti volatili urlanti e per un unico essere umano, che mi chiamò un taxi. E meno male che mi ero svegliata in tempo, altrimenti l’autobus mi avrebbe fatto scendere direttamente al capolinea: Cizre, l’ultima città del Kurdistan turco prima del confine con la Siria. Un anno prima l’avrei trovata in preda alle devastazioni orchestrate dal governo contro i presunti terroristi del PKK, ma ormai l’intera regione viveva un periodo di tregua — ciò non toglieva che, durante la notte, l’autobus fosse stato fermato più volte agli inquietanti posti di blocco disseminati sulla strada.

Sebbene fosse la settimana di Pasqua, c’era una camera libera in questo suggestivo hotel, ricavato da una residenza del Duecento nel centro storico di Mardin. Trattare con il receptionist fu come al solito un’esperienza surreale, poiché ignorava persino quel minimo di inglese utile a dare un nome a quello che era il suo pane quotidiano (camera, letti, colazione, prezzo). D’altra parte era un anno che quasi tutti i siti di prenotazione alberghiera erano bloccati nel Paese, dopo che l’associazione delle agenzie di viaggi turche aveva fatto loro causa per concorrenza sleale.
In tarda mattinata i palazzi color miele della città risplendevano al sole con i loro merletti di pietra. Bar e negozietti tappezzavano la via principale, e sembrava addirittura che ci fossero altri turisti. I minareti e i campanili facevano capolino dal tortuoso labirinto di stradine, le case in pietra si ammassavano a gradoni lungo il fianco della collina e poi, se si imboccavano i vicoli laterali o si saliva sulle terrazze, lo sguardo era libero di spaziare sulla sconfinata, verdissima pianura mesopotamica circostante.
Il Museo di Mardin, ospitato in un edificio di fine Ottocento ottimamente restaurato, esponeva una collezione piccola ma ben allestita, dedicata ad alcune tra le civiltà più antiche del mondo. Si organizzavano molti laboratori per bambini, e infatti una classe stava giusto uscendo quando arrivai, ogni scolaro con uno stendardo appena dipinto tenuto bene in vista per farlo asciugare.




Nella via parallela a quella principale, tra i portici in pietra, si dipanava il bazar. Un anziano signore, il cui viso avrebbe meritato molto più di questa semplice cronaca, mi invitò a sedere su uno sgabello di fortuna e a bere il tè di fronte alla sua bottega, tra i sacchi di tabacco e varia chincaglieria. «Qui tutti i popoli convivono pacificamente: curdi, yazidi, turchi, cristiani, arabi» si sforzò di affermare in inglese suo figlio. «I love Isa (Gesù)» aggiunse, prima di regalarmi un opuscolo sull’Islam, scovato chissà dove. Sulle pareti spiccavano le foto degli antenati, con straordinari baffi ottomani. Mi sembrò di essere in Siria: la stessa dolcezza dei sorrisi, gli stessi occhi buoni, la curiosità di conoscere l’altro anche se non se ne condivideva la lingua.



A Erzurum mi avevano detto che i curdi continuavano a lamentarsi, ma non ne avrebbero più avuto motivo: ormai da anni avevano gli stessi diritti dei turchi, e persino l’ex presidente del consiglio era stato curdo. «E poi non è vero che vogliono uno stato tutto per sé» aveva eccepito qualcuno, «anzi, questo è il desiderio delle grandi potenze, che così avrebbero a che fare con un paese molto più debole da cui prendere il petrolio».
Qui nel Kurdistan la musica era molto diversa: «Io vorrei parlare, vorrei scrivere ma non posso» mi disse un agiato ed elegante commerciante di fronte all’ennesimo çay su una terrazza di Mardin, mentre mi illustrava la composizione etnica e religiosa dei villaggi vicini. «Qui la maggior parte dei voti li prende il Partito democratico dei popoli, che si batte per i diritti della minoranza curda, ma i sindaci che hanno vinto le elezioni sono stati rimossi dall’incarico perché considerati terroristi» raccontò. «Anche io faccio parte dell’HDP, ma se lo dico posso passare i guai. Anzi, a dire il vero, sono già stato in galera per aver protestato, ai tempi in cui studiavo all’università sulla costa occidentale».

La campagna del governo contro i curdi si era intensificata da quando l’HDP aveva superato l’elevata soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento, sottraendo consensi al partito del Grande Presidente. Per ottenere l’approvazione dei nazionalisti, la potente propaganda governativa aveva preso di mira tutti i curdi, raggruppati in un unico calderone di “terroristi”: non solo il Pkk e il Tak, ma anche i curdi siriani del PYD-YPG e infine l’HDP stesso, con indagini contro parlamentari, funzionari e semplici attivisti accusati di rapporti con il PKK. «La Turchia non è una democrazia» sintetizzò il mio interlocutore: «neanche gli insegnanti possono esprimersi liberamente contro il governo, se no perdono il lavoro».

In questo storico hamam di epoca romana, dopo le cinque di pomeriggio, l’utenza era mista: ero l’unica donna nel locale, compresi lavoranti, massaggiatori e clienti. Nonostante quello che pensasse la prestigiosa rivista americana “Forbes”, che riteneva la Turchia un paese pericoloso per le donne che viaggiano sole, nulla in quell’esperienza mi fece sentire fuori posto. Il massaggiatore condusse in modo più che professionale lo scrub e il massaggio, vigorosi e delicati al tempo stesso, mentre gli altri avventori mi guardavano con estrema naturalezza. Il relax finale avvenne nell’antichissima sala centrale, avvolta in un accappatoio, sdraiata su un divanetto a bere un portakal, una spremuta d’arancia, mentre tutti intorno fumavano e guardavano la televisione. Terminato “Survivor”, l’isola dei famosi turca, al telegiornale vedemmo il Grande Presidente inveire contro Macron per aver solidarizzato con il YPG.

Prima di andar via, l’inserviente mi condusse sulla terrazza, da cui si godeva un vasto panorama sull’ormai nota pianura della Mesopotamia. Anche lui si sentì in dovere di affermare che lì musulmani, cristiani e yazidi vivevano in armonia. «Là è la Siria» aggiunse, dicendo in realtà “Suriye” e indicando col dito un punto lontano. Di notte Mardin fu di una bellezza commovente: tutto era diventato giallo, i minareti, le vie strette, i palazzi antichi e la fortezza che dominava la città vecchia di questa Matera turca.

Il titolare dell’hotel, comparso per la prima volta la mattina seguente e per fortuna non totalmente digiuno di inglese, fu così gentile da darmi una camera da due letti nonostante fossi sola, lasciandomi persino la libertà di decidere il prezzo. Stupito che gli proponessi una cifra superiore a quella della singola, e forse preoccupato che potessi permettermela, si offrì di accompagnarmi in macchina alla scuola coranica di Kasimiye, che riteneva l’attrattiva imperdibile di Mardin.

Il portale scolpito, le cupole, il cortile circondato dal portico e la piscina centrale erano notevoli, ma lo spettacolo vero era intorno alla medrese: eravamo nel clou della fioritura dei tulipani, e le porzioni rosse, gialle, rosa e bianche componevano un quadro geometrico sotto il cielo blu.
«Vedi quella zona lì, dove ora c’è una sola casa? È da lì che viene mio padre; negli anni ha fatto fortuna e ha comprato tutta quella terra» mi disse l’albergatore indicando una vasta fetta di panorama, prima di risalire in macchina.



I Cristiani d’Oriente
La regione di Tur Abdin, la «montagna dei servi di Dio», era abitata da quasi due millenni dai cristiani siriaci o “suryoye”. Vi si trovavano più di ottanta monasteri, tra cui Dayr Al-Zafaran, per secoli residenza del Patriarca siro-ortodosso prima del trasferimento a Damasco.
Per arrivare al cuore della regione non fu una cattiva idea recarsi a Midyat, a un’oretta di distanza da Mardin. Il minibus lasciò me e i miei occasionali compagni di viaggio lungo una strada anonima, ma sapevamo che nascosto da qualche parte esisteva un suggestivo centro storico. Tra le vie comparvero uomini dediti ad antiche professioni, anziani pastori, donne che vendevano capi di lana fatti a mano, bambini impegnati in giochi neorealisti, caprette e forni tradizionali tandir.




Dalla terrazza di una delle case antiche color miele si notavano numerosi campanili. In città c’erano diverse chiese di rito siro-ortodosso, ma non in tutte si celebravano regolarmente le funzioni religiose, visto che i cristiani ormai rappresentavano meno del dieci per cento della popolazione: «Quattro gatti dimenticati dalle convenzioni internazionali, gente che dalla storia ha preso solo bastonate» li definì Paolo Rumiz, riferendosi alla profonda intolleranza di cui era stata oggetto la popolazione cristiana della regione. Durante la Prima guerra mondiale molti cristiani siriaci, l’élite economica del paese, furono uccisi nel cosiddetto genocidio assiro (meno noto, ahimè, di quello armeno), mentre alla fine del secolo subirono gli attacchi dei curdi e dei turchi. Molti di loro erano emigrati all’estero, anche se negli ultimi anni alcune famiglie avevano iniziato a tornare nel Tur Abdin.



Consumammo il pranzo in una lokanta dove ci fecero mangiare da re pur non avendo praticamente nulla di pronto, se non la zuppa: l’agnello lo comprarono dal macellaio — anche se avevamo ordinato pollo — il pane dal fornaio, l’insalata dal verduriere. Purtroppo al momento del çay ci informarono che Mor Gabriel, il più antico monastero siro-ortodosso ancora attivo, era chiuso; fummo dunque costretti a ripiegare sul meno noto complesso di Mor Hobil e Mor Abrohml, raggiungibile a piedi.

Anche quel cancello sembrava sprangato, ma poco dopo un ragazzino dotato di una grande chiave ci fece entrare. Tra gli arredi della chiesa spiccavano un arazzo murale su cui era raffigurata l’ultima cena e un antico mihrab trasformato in altare. Intanto il giovanotto ci riferì compitamente che i siriaci erano solo seicento su centodiecimila abitanti a Midyat, ma in tutta l’area ce n’erano circa seimila. Aggiunse che frequentava la scuola di aramaico, e fu inevitabile per me ripensare a quel bimbo siriano che recitò una filastrocca nella lingua di Gesù nei pressi del monastero di Santa Tecla. Proseguiva così il mio viaggio nella cristianità d’oriente, quello interrotto ad Antiochia presso la chiesa di San Pietro, e compiuto ancora prima in Siria fra Aleppo e Mar Musa. Pensai a Padre Paolo, andato a trattare con l’ISIS e da quel momento sparito.



Una luna gigantesca salì dietro ai mattoni rossastri e al campanile con la croce. Noi turisti siamo gente ingenua e amiamo i viaggi nel tempo: quasi mi commossi al pensiero di trovarmi al cospetto del più antico Cristianesimo della Terra.
Sulla via del ritorno, un ragazzo dai capelli rossi raccontò che le cose andavano meglio ormai: fino a quindici anni prima la lingua e la musica curda erano vietate, poi le riforme per portare la Turchia dentro i parametri imposti dall’UE avevano finalmente riconosciuto i diritti della minoranza.

La domenica di Pasqua partecipai alla messa nella Chiesa dei Quaranta Martiri di Mardin, un luogo di culto siriaco-ortodosso. Come già mi era capitato di notare in Siria, i fedeli erano abbigliati in maniera molto poco spirituale: profonde scollature, gonne aderenti, tacchi vertiginosi, gioielli appariscenti, bambini in frac e bambine vestite da principesse con giacchini di pelliccia. Anche il sacerdote indossava un prezioso abito colorato, con una colomba bianca ricamata dietro il collo. Alle pareti i quadri, bellissimi e inquietanti, avevano qualcosa di etiope. Tranne l’omelia, in turco, il resto della funzione venne recitato in un dialetto aramaico; al momento della comunione, le persone in fila davano un bacio al grande libro sacro e poi mangiavano alcune briciole di pane. Infine all’uscita vennero distribuite delle ciambelle al sesamo ancora calde.




Lasciai Mardin in quella dolcissima domenica primaverile, mentre le campane suonavano e il sole rendeva ancora più biscottati gli antichissimi palazzi medievali. Mi feci incartare un quadro che raffigurava Şahmeran, affascinante creatura mitica metà donna e metà serpente, e raggiunsi in fretta l’aeroporto, dove scoprii che il volo era in solenne ritardo.