copertina Uzbekistan

LA VIA DELLA SETE

L’escursione termica dell’Uzbekistan

Dopo alcune ore di scalo a Bishkek, sbarco nel piccolo e scintillante aeroporto “Islam Karimov” di Tashkent. Sono sorpresa da procedure di ingresso così snelle: nessun modulo da compilare, nessun controllo del bagaglio, la fila per il timbro sul passaporto fulminea. Fuori mi attende un coraggioso manipolo di tassisti che si sbraccia sotto i quaranta gradi a cui dovrò fare l’abitudine in fretta.
L’altra novità la scopro in ostello: si può pagare in sum e non obbligatoriamente in dollari come un tempo; forse funziona addirittura il bancomat. Fino a pochi mesi fa era prassi consolidata cambiare al mercato nero, ma adesso basta raggiungere la banca più vicina per farsi trasformare cento euro in un’imponente mazzetta – più ridotta rispetto al passato, comunque – di banconote locali.
Tutte queste informazioni mi vengono fornite dal giovane russo alla reception, un tipo non proprio caloroso ma almeno esaustivo.

Tashkent, la città di pietra

Tashkent nel 1966 fu distrutta da un terremoto e in seguito ricostruita con un’impronta moderna e sovieticissima. Una delle principali attrazioni è l’opulenta metropolitana, che si ispira a quelle di Mosca e San Pietroburgo. Alla biglietteria per pochi centesimi viene consegnata una monetina di plastica da inserire nell’apposita feritoia, ma tanto il meccanismo di apertura non funziona, per cui un addetto deve costantemente presiedere i tornelli. Viaggiare in metro permette di fare un salto indietro nel tempo fino agli anni Settanta, in particolare quando il treno si ferma alla stazione retrofuturista di Kosmonavtlar.

Scendo nei pressi del Chorsu bozori, il mercato che si sviluppa dentro un monumentale edificio a cupola. Dietro i banchi di cemento ordinati e numerati, i venditori sono amichevoli e rilassati. Le donne indossano abiti a fiorellini e fazzoletti in testa. Parecchi, quando sorridono, mostrano i modaioli denti d’oro. Acquisto una pagnotta piatta ancora calda e subito ricevo in dono una fetta di anguria, che suggella il primo dei ripetitivi microdialoghi identici che mi aspettano:
Salom, Priviet, Hello! Otkuda vy?
– Italia.
– Oooh. Totocutugno. Celentano.
I più spavaldi intonano l’immortale attacco “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”.

Vado a cercare refrigerio nel parco Navoi, una grande area verde provvista di un lago artificiale. Passando davanti alla sala concerto Istiklol – un esempio di architettura sovietica che ricorda una stazione di allunaggio –, entro in Piazza Bunyodkor, recentemente restaurata. Qui spicca il monumento agli Šamachmudov: un’eroica coppia che durante la seconda guerra mondiale adottò quindici bambini orfani di diverse nazionalità evacuati in Uzbekistan.

Nel cuore di Tashkent è collocata la piazza dell’Indipendenza, che fino al 1992 era intitolata a Lenin. Oggi, al posto della statua di Vladimir Il’ič Ul’janov più grande del pianeta, c’è un globo sul quale, come unica terra emersa, figura uno sproporzionato Uzbekistan. Per andare a osservarlo da vicino devo passare sotto l’arco della Memorial square, sormontato da tre cicogne scolpite, a quest’ora in volo verso uno scenografico tramonto arancione.
Abbandonata la solennità sovietica, vado incontro alla vivacità della Tashkent moderna nella cosiddetta “Broadway”, dove sono schierati venditori di quadri dozzinali, macchine da popcorn e nostalgici giochi da luna park. Alla fine sbocco su piazza Amir Timur: dopo i grandi classici del comunismo, adesso a presiedere la rotonda c’è una statua del grande condottiero turco-mongolo. Nelle lingue europee lo chiamiamo Tamerlano, senza sapere che significa “Timur lo zoppo” e che il soprannome fu inventato secoli fa dai persiani per bullizzarlo.
Sulla sinistra svetta lo sgraziato casermone dell’Uzbekistan hotel. Il café dell’albergo presenta divanetti all’aperto e un bancone provvisto di birra alla spina. Le proposte culinarie alle quali poi mi arrendo sono del tutto deludenti, così come la condotta dei camerieri – indaffarati a un tavolo di nuovi ricchi che ordinano a più non posso in attesa della partita dei mondiali di calcio.

Khiva, uno spettacolo senza tempo

Per raggiungere Khiva propendo all’ultimo minuto per il volo della Uzbekistan Airways. L’aeroporto di Urgench fortunatamente è in funzione, poiché di frequente soccombe di fronte alle temperature estive. Per più di un’ora sotto il velivolo scorre un monotono deserto, sostituito da un paesaggio meno arido soltanto quando appaiono le anse dell’Amu Darya. 

Nel cuore della città vecchia, il mite Murat mi accoglie nell’abitazione tradizionale di famiglia, informandomi che fra tre giorni sarà possibile ottenere il visto online a soli venti euro. Io ne ho spesi centoventi tra agenzie e consolati: sono l’ultima vittima del vecchio regime di Karimov. «Tutte queste facilitazioni» prosegue compitamente Murat «fanno parte del programma politico del nuovo Presidente Mirziyoyev, che ha introdotto molte misure per incentivare il turismo». 

Il sole tramonta su Khiva e il calore accumulato si sprigiona dalle strade, dove i ragazzi giocano a pallone tra le mura secolari. Le maioliche turchesi del minareto mozzo di Kalta Minor scintillano e gli ultimi turisti che visitano la torre di guardia di Kuhna Ark sono neri contro il cielo arancione. Sulla terrazza del café spira un venticello quasi fresco, la birra Sarbast è gelida e i kebab – che qui si chiamano shashlik – riempiono l’aria di un profumo invitante. Sono felice.

Appena fuori dalla porta ovest c’è una festa di compleanno: le invitate siedono con i bambini, mentre i maschi occupano un tavolo a parte. Grondo sudore mentre ballo con loro, con il viso lucido nelle decine di foto che mi scattano. Rifiuto il cibo che mi offrono, e allora mi riempiono una busta di uva, susine, dolci e una grande pagnotta piatta.
Eccolo qua il famoso pane uzbeko, impresso con il tipico strumento dotato di aghi di ferro. I disegni tondeggianti, simili a quelli che ornano le facciate degli edifici, simboleggiano il sole fin dai tempi dell’antica religione zoroastriana.

Anche se Khiva ha oltre duemila anni di storia, la maggioranza dei monumenti presenti all’interno della fortezza di Ichan Kala risale all’Ottocento. Le invasioni dei mongoli e poi dello scià di Persia avevano infatti distrutto gran parte della città vecchia. Gli interventi di restauro risalgono invece, come in altri luoghi del Paese, agli ultimi anni dell’Unione Sovietica.
I dipinti esposti negli spazi museali danno un’idea di come doveva apparire questa città ai tempi della Via della Seta: affollata di commercianti che indossano cappelli di lana di pecora e caftani dalle vibranti fantasie ikat, con le anguste stradine stipate di cammelli e cavalli, i meloni, le albicocche, le ceramiche e i coltelli in vendita, i rigogliosi giardini di cui oggi non c’è più traccia. Al posto dell’autentico splendore della Corasmia – terra di possenti fortezze nel deserto e culla medievale della scienza –, gli attuali souvenir di cui la cittadina è infestata sono in gran parte un’inguardabile paccottiglia di fattura cinese.

Antichi fasti e correnti miserie del Karakalpakstan

Il Karakalpakstan è una repubblica autonoma situata nella parte più occidentale dell’Uzbekistan. Dove un tempo c’erano le oasi lungo le rive dell’Amu Darya, oggi non è rimasta che una terra desolata interamente circondata dal deserto. La percorro in auto con Jasur, un pezzo d’uomo cordiale e affabile che mi guida in questo tour. Quando passiamo il confine di provincia, veniamo fermati a un blok post e lui si mette le mani nei capelli. «Problems». Un poliziotto non molto amichevole mi mette in guardia dagli operatori turistici improvvisati di cui non devo assolutamente fidarmi. Jasur intanto risale in macchina infuriato: gli hanno fatto una multa molto salata e passerà un bel po’ di tempo a urlare al telefono.

Nukus è una città di impostazione sovietica, nota per aver ospitato un istituto di ricerca dell’Armata Rossa dove venivano sperimentate le armi chimiche. La sua principale attrazione è il museo Savitsky, conosciuto come “il Louvre delle steppe”. Il suo fondatore, Igor Vitalievich Savitsky – un archeologo nato a Kiev, pittore egli stesso –, ha dedicato la vita a mettere in salvo migliaia di opere di artisti sovietici considerati all’epoca nemici del popolo, la cui arte era condannata dal regime. L’operazione è andata in porto grazie alla lontananza e all’isolamento di Nukus, ma ha messo ugualmente in pericolo la vita di Savitsky, che ha rischiato di finire nei gulag come molti dei pittori in questione. La collezione di dipinti russi e uzbeki è così vasta che da un paio di anni si è aperta una seconda sede del museo, e nemmeno così è possibile renderli tutti fruibili al pubblico.

La sezione storica ed etnografica raccoglie le espressioni tipiche della cultura dei Karakalpaki, una popolazione di etnia e ceppo linguistico turco. Anche qui c’è lo zampino del temerario archeologo ucraino, che ha setacciato le yurte del deserto alla ricerca dei ricami, dei gioielli d’argento e degli abiti tradizionali esposti in queste sale.

Quando risalgo in macchina Jasur mi offre un po’ del suo pane col pomodoro – con questo caldo, più di questo non riesce a mandare giù. Nel frattempo si è tranquillizzato in merito alla faccenda della multa ed è tornato sorridente. È contento del nuovo presidente («good for tourism, more money»), ma naturalmente anche Karimov era un ottimo leader. Sa che in Italia abbiamo un nuovo primo ministro e ritiene giusto che in Italia vivano solo italiani, in Francia solo francesi e così via. Troppo lungo da spiegare: cambiamo argomento. Jasur ha quarantasei anni, sei figli e la moglie lavora in banca. Di solito effettua la preghiera rituale, ma visto che adesso sta lavorando recupererà stasera.

Continuiamo a procedere paralleli all’Amu Darya, che diventa sempre più sottile fino a sparire: oggi il fiume più lungo dell’Asia centrale non sfocia più nel lago d’Aral, ma si perde nel deserto. È arrivato il momento di affrontare il vero motivo per cui mi sottopongo a queste ore torride di tragitto nel nulla: vedere con i miei occhi ciò che resta di una delle più gravi catastrofi ambientali provocate dall’uomo.

Un cartello arrugginito con il disegno di un simpatico pesciolino ci dà il benvenuto a Moynaq – un tempo l’unico porto dell’Uzbekistan e oggi distante circa duecento chilometri da ciò che resta del bacino. Il pesce su sfondo blu ondoso è molto ironico perché l’industria ittica è soltanto un lontano ricordo: disoccupazione, desolazione ed emigrazione ne hanno preso il posto. Come se non bastasse, il microclima è cambiato e le estati sono diventate più calde e secche. «Moynaq no gasoline» comunica Jasur.
Sono l’unica sotto questo sole che spacca le pietre a visitare il cimitero delle navi: alcune carcasse di imbarcazioni arrugginite, abbandonate in quello che una volta era un florido lago e ora è un deserto di sale e polvere tossica. I pannelli informativi e le foto satellitari mostrano le fasi del disastro a partire dagli anni sessanta, quando il governo sovietico decise di deviare l’acqua dell’Amu Darya e del Syr Darya per irrigare i vasti campi circostanti, secondo un piano di coltura intensiva che aveva il fine di far diventare l’URSS il primo esportatore di cotone del mondo.
Il prosciugamento è proseguito anche dopo l’indipendenza, visto che il presidente Karimov ha mantenuto il sistema ereditato dai sovietici. Chiedo a Jasur di visitare il Museo del lago d’Aral di Moynaq, ma la sua risposta è come sempre lapidaria: «No museum». Grazie alla mia insistenza troviamo l’indirizzo, dove ci confermano che è in ristrutturazione.

I verdissimi cotton fields ci circondano da quando siamo partiti. Oggi il Karakalpakstan è tra le zone più povere e inquinate dell’Uzbekistan: la maggior parte degli abitanti soffre di malattie croniche e moltissimi studenti e cittadini sono costretti ad abbandonare periodicamente le loro occupazioni per dedicarsi alla raccolta del cotone, che ancora oggi rappresenta il fulcro dell’economia. Tuttavia il nuovo presidente si sta impegnando per diversificare le colture e ha di recente varato i primi provvedimenti per abolire il lavoro forzato, mentre l’economia del cotone si sta aprendo agli investimenti e alle fabbriche della Turchia. «Harvest, september. Factory Tashkent, Turkey» mi informa esaurientemente Jasur. 

A venti chilometri da Nukus si trovano i resti dell’antica Mizdakhan, una delle principali città della Corasmia. Jasur mi molla sotto il sole cocente e io mi avvio lungo la salita, smadonnando tra le tombe e le moschee di questa necropoli tuttora sacra, mentre lui se ne sta comodamente all’ombra. In merito alla fortezza di Chilpik, non ci penso proprio a scalare la collina su cui sorge, accontentandomi di guardarla da lontano. Si tratta di una delle “torri del silenzio” utilizzate per le cerimonie funebri dagli zoroastriani, i quali non seppellivano i cadaveri ma li lasciavano esposti ai volatili e agli elementi finché non rimanevano solo le ossa.
L’ultima tappa del tour, la Badai Tugai Nature Reserve, si presenta abbandonata senza nessuno a presiedere l’ingresso. E per fortuna, visto che ormai è tardissimo, il sole sta tramontando sull’Amu Darya e i forni tandir in piena attività mi fanno venire una fame lupigna.

La maledizione di Bukhara

Affronto le cinque ore di tragitto tra Khiva e Bukhara dentro un’auto privata condivisa con altri tre passeggeri. Procedendo in territorio desertico, la temperatura aumenta a una velocità straordinaria fino ad assestarsi sui quarantacinque gradi. Poiché la macchina non è dotata di aria condizionata, l’unico metodo per patire meno il caldo è quello tradizionale uzbeko: appendere asciugamani bagnati ai finestrini. Arriviamo a Bukhara stravolti, come se avessimo percorso a piedi quei quattrocentosessanta chilometri.

Il centro di Bukhara è il Lyabi-Hauz – una vasca d’acqua circondata da enormi gelsi, dove gli abitanti si radunano nelle sere d’estate per prendere il fresco. Un tempo Bukhara era piena di stagni come questo, che costituivano la fonte principale di approvvigionamento idrico, ma i sovietici li hanno eliminati quasi tutti poiché contribuivano a diffondere malattie.
Approfittando delle tenebre, con un intero piatto di plov nello stomaco, vado a zonzo per la città. La piazza della Grande moschea emerge all’improvviso tra le vie semibuie. Sotto un nero cielo stellato appaiono i due portali della moschea Kalon e della madrasa di Mir-i-Arab, la cupola turchese e il minareto Kalyan. Questa affusolata “torre della morte” serviva per le esecuzioni pubbliche – durante le quali il condannato veniva buttato giù da un’altezza vertiginosa – ed è uno dei pochi monumenti risparmiati dalla furia distruttrice di Gengis Khan.

Durante il giorno, in un’altra stagione, passeggerei osservando i dettagli degli edifici in mattoncini e chiacchierando con i venditori dagli zucchetti ricamati – cercando magari di capire cosa diamine siano i tappeti Bukhara. Le temperature delle ore centrali, però, mettono a dura prova anche il più audace dei turisti. Bisogna trovare un’alternativa.

Fino all’inizio del Novecento, oltre alle vasche d’acqua e alla vasta rete di canali, a Bukhara c’erano venti hammam – alimentati dall’acqua dei pozzi e molto popolari sia tra gli abitanti sia tra i commercianti stranieri. Oggi ne restano soltanto due o tre. Mi rivolgo alla mamma di Bek affinché me ne consigli uno riservato alle donne: «Nessuno a Bukhara va più all’hammam. Loro lo hanno vietato. Nel passato ce n’erano tanti, oltre a centinaia di moschee e scuole coraniche, ma during soviet times hanno distrutto tutto! Maledetti, pure il clima ci hanno cambiato: non c’è più acqua e fa sempre così caldo». Non mi aspettavo da una donna così mansueta una reazione così irruenta, comunque il messaggio è chiaro: vado in piscina.

Ciò che ricorderò per sempre di Bukhara è la casa dove ho alloggiato. A differenza dell’abitazione di Murat, il cortile è coperto da una tettoia di plastica che non contribuisce a rinfrescare l’ambiente; nonostante ciò, i momenti più gradevoli in Uzbekistan li trascorro qui, come un’uzbeka seduta sul tapchan, il grande letto di legno, a gambe incrociate. Sul tavolo vengono serviti il melone a fette, i samsa di patate – i tradizionali fagottini di sfoglia – e il tè, in coppette, piatti e tazzine decorati con il fiore di cotone bianco su sfondo blu cobalto: l’unico set di stoviglie usato nel paese. Durante le chiacchierate con gli stoici viaggiatori provenienti da ogni angolo del mondo, Sunny – un irresistibile cucciolo di cocker – ci mordicchia i piedi con i suoi dentini affilati. Bek mi racconta con le lacrime agli occhi dell’incidente mortale accaduto a un ciclista italiano, ospite della loro guesthouse pochi giorni prima. Una sera il televisore spara il concerto di Toto Cutugno ad alto volume: la madre invita il padre riottoso a ballare, con gli occhi tristi al pensiero della figlia lontana.
Ascoltiamo brani italiani su YouTube: Bek adora “L’arcobaleno” di Celentano, io ribatto con “Samarcanda” di Vecchioni. Solo adesso che mi soffermo sulle parole di questo brano, comprendo il riferimento a una famosa leggenda mediorientale: quella del servo che incontra la morte al mercato di Baghdad e, per sfuggirle, galoppa veloce fino alla lontanissima Samarcanda. Lì trova ad attenderlo la “nera signora”, che spiega come mai lo guardava con stupore. Insomma, al fato non si può sfuggire.
Anche il mio destino è segnato: ho acquistato un biglietto del treno veloce Afrosiyob e fra un’ora e mezza sarò a Samarcanda. Spero di non fare brutti incontri.

Non è poi così lontana Samarcanda

Vado a letto depresso alla semplice idea che, essendo venuto a vedere Samarcanda, non avrò d’ora innanzi più modo di sognarla.

Tiziano Terzani, Buonanotte, Signor Lenin

Sa-mar-can-da: la punta della lingua compie un giretto niente male prima di battere, alla fine, contro i denti. Sa-mar-can-da: quattro “a” di meraviglia al solo pronunciarle. Samarcanda: mi sembra di aver già sentito questo nome da qualche parte.

Scendo da un treno climatizzato, moderno e strapieno. Un taxi mi conduce in un ostello di merda, con una ventola spacciata per impianto di air conditioning, dei materassi sfondati e una moquette che probabilmente non ha mai avuto un contatto ravvicinato con un aspirapolvere in vita sua. Non ho la forza di cercarne un altro: il Registan, seminascosto da curati giardinetti, mi attira come una calamita.

Il sole tramonta sui portali delle tre fiabesche madrase che delimitano la piazza. Una falce di luna strizza l’occhio alle piastrelle turchesi delle cupole e gli uccelli svolazzano sfiorando le due tigri che decorano uno dei portali. Dietro le transenne, decine di persone che non hanno pagato il biglietto fotografano con il cellulare.

Nelle sale interne è allestita una mostra di fotografie scattate prima della Rivoluzione d’Ottobre: la “piazza delle piazze” è un bazar affollato di bancarelle, venditori e carretti trainati da cavalli circondati da macerie. Guerre e catastrofici terremoti avevano distrutto l’immenso patrimonio architettonico di Samarcanda, che i sovietici in seguito si sono presi la briga di ricostruire e restaurare, non senza prendersi troppe libertà. In questo momento, a dire il vero, me ne frego della scarsa autenticità degli edifici e dell’asettica musealizzazione di un luogo che un tempo era pieno di vita: la visita al Registan è un colpo al cuore, in particolare di sera quando viene sapientemente illuminato.

Un muro separa questo scenario da Mille e una notte dal resto della città. Attraversando una porticina si entra in un’altra Samarcanda, fatta di stradine buie, palazzi fatiscenti e bambini che giocano nelle pozzanghere. In questo vecchio quartiere ebraico cerco quello che pensavo fosse un ristorante, ma in realtà è una bella casa tradizionale adibita a guesthouse. Stasera il portone è sprangato, ospiti non ce ne sono e marito e moglie stanno consumando in solitudine la loro cena, con le solite stoviglie col motivo del cotone, il pane tondo e vari piattini di frutta.

Su loro indicazione, vado a cenare in una birreria provvista di fornello pronto: devo indicare con la mano cosa desidero mangiare e prima o poi verrà cucinato. Dopo un’ora e mezza di attesa – trascorsa tracannando l’ottima birra artigianale di loro produzione –, mi viene un sospetto. In effetti, grazie alla mediazione linguistica di un commensale, scopro che secondo il personale avrei cancellato l’ordinazione e che il cibo è ormai finito. L’uomo che ha tradotto, impietosito, mi cede una parte dei suoi avanzi, mentre due avventori alticci coronano l’imprevista serata offrendomi un cicchetto di vodka.

L’artefice dello stile architettonico che rende Samarcanda inconfondibile fu Amir Timur. Per quanto fosse spietato con i suoi nemici, teneva in palmo di mano gli artisti e pretendeva che i lavori fossero perfetti.
La moschea di Bibi Khanum è intitolata alla moglie preferita del sovrano. Secondo la leggenda, approfittando di un viaggio di lavoro di Timur, l’architetto capo riuscì a estorcere un focoso bacio dalla bella Bibi: per coprire l’evidente bruciatura rimasta sulla guancia, lei inventò la moda del chador. Nel frattempo il fedifrago riuscì a sfuggire alla sua condanna a morte salendo su un minareto e volando via verso la Persia, mentre la principessa mongola infedele fu seppellita viva in un’ala della moschea.

Al centro del cortile alberato si trova un massiccio leggio di pietra che un tempo ospitava il leggendario Corano di Usman, un libro così antico che le sue pagine si dicevano ancora macchiate del sangue del genero di Maometto, assassinato mentre lo leggeva. Oggi, secondo la credenza popolare, le donne che gattonano sotto questo sacro leggio rimangono immediatamente gravide, mentre a quelle che si limitano a girargli intorno spetta un destino più modesto: trovare semplicemente marito.

Tamerlano riposa eternamente nel mausoleo Gur-i-Amir. Fu lui stesso ad ordinarne la costruzione per suo nipote Ulugbek, ma finì per esservi inumato anche lui perché, nei giorni della sua dipartita, la strada per la sua città natale era bloccata dalla neve. 
Nella grande sala centrale spicca la sua lapide di preziosa giada verde scuro. In realtà le vere sepolture si trovano nella cripta, che però è inaccessibile; a differenza di quanto accadde a Tiziano Terzani, nessuno mi offre di visitarla in cambio di una mancia.

La storia più incredibile legata a questo posto accadde nel 1941, quando gli antropologi sovietici decisero di riesumare lo scheletro di Timur per verificare se fosse davvero zoppo. Confermato il difetto fisico, si avverò purtroppo anche l’antica profezia  incisa sul sepolcro: chiunque avesse violato la quiete di Tamerlano «in questa vita o nell’altra, sarà soggetto a inevitabili punizioni e miseria». Il giorno successivo, i nazisti lanciarono l’Operazione Barbarossa invadendo l’Unione Sovietica.

Un altro luogo formidabile è il complesso funerario di Shah-i-Zinda: un vicolo magico stretto tra pareti di maiolica turchese, a cui si accede dopo una ripida scalinata. Il sito è intitolato al “re vivente”, un santo musulmano giunto in città per combattere gli infedeli e in seguito decapitato; secondo la leggenda, l’uomo prese la testa mozzata e, tenendola sotto braccio, andò a rifugiarsi in un pozzo nei paraggi. Oggi è una meta di pellegrinaggio molto battuta da comitive di anziani con i denti d’oro provenienti dalle steppe dell’Asia centrale, i quali raramente resistono al desiderio di scattarsi una foto con i visitatori stranieri.

Non lontano da qui scintilla il nuovissimo mausoleo di Islom Karimov, inaugurato da poco. Al suo interno riposa quello che una lastra di marmo all’ingresso definisce, senza troppa modestia, «grande statista e politico, rispettabile e onorevole figlio del popolo uzbeko». Molti dignitari stranieri hanno preferito disertare il funerale di quello che è stato a tutti gli effetti uno dei dittatori più spietati della storia recente, responsabile di torture sistematiche, oppositori messi a tacere e dello sfruttamento del lavoro minorile nei campi di cotone. Invece, per quanto sia assurdo, i pellegrinaggi devoti alla sua tomba continuano indefessamente, così come i selfie davanti alla sua nuova statua piazzata nei giardini del Registan.

Il recente culto della personalità deriva da un decreto firmato dal nuovo presidente per sottolineare i «grandi meriti storici» di Karimov e ripulirne l’immagine. L’anno scorso, inoltre, Mirziyoyev ha stabilito un’amnistia di massa che ha liberato dal carcere quasi tremila prigionieri, accusati all’epoca di essere presunti estremisti islamici. Per loro il regime ha deciso una sorprendente e sospetta penitenza: sono stati condotti in autobus in pellegrinaggio sulla tomba di Karimov, ovvero del loro carceriere, responsabile di aver rovinato la vita a semplici devoti musulmani.

L’Uzbekistan è una meta prediletta dai gruppi organizzati, ma ogni tanto ci si imbatte in viaggiatori indipendenti, perfino italiani. In particolare incrocio due coppie, entrambe del Nord Italia ed entrambe composte da ultrasessantenni. Dopo aver scambiato i soliti discorsi tipici di chi gira per il mondo e ha la mente aperta – ad esempio che siamo invasi dagli immigrati, che non possiamo mica accogliere tutta l’Africa e che è uno schifo – la signora incontrata a Samarcanda mi saluta perché deve andare dal parrucchiere: «Con soli due euro e mezzo ti fanno una messa in piega da paura» mi dice.

Con questo caldo non ho nessuna voglia di farmi phonare i capelli, però una manicure è sempre un modo divertente di entrare in contatto con la vita del paese. Le apprendiste del beauty salon mi convincono a farmi anche la tinta alle sopracciglia: è un’usanza millenaria delle donne uzbeke e delle steppe portarle molto folte, scurite con il succo di un’erba locale chiamata usma. Passo un’oretta piacevole con queste allegre ragazze giovanissime, se non fosse per la padrona, un essere ambiguo di cui non avrei dovuto fidarmi. Al momento del conto infatti stabilisce un prezzario in linea con i listini italiani, che lì per lì non ho la prontezza di contestare. Poi però mi rivolgo alla receptionist dell’albergo dove nel frattempo mi sono trasferita, la quale ci tiene a tornare personalmente con me nel centro estetico per fare una sfuriata all’odiosa megera, obbligandola a ridarmi indietro il maltolto. 

Bachi e abbracci 

La valle di Fergana è la più fertile e popolata dell’Uzbekistan. La separazione decisa dai sovietici secondo la logica del divide et impera – frantumando l’area in un intreccio di confini ed enclave da psicopatici – è rimasta in vigore fino a oggi. Poiché l’obiettivo era impedire a una delle tre realtà territoriali il controllo dei due grandi fiumi della regione, le differenze etniche non furono prese in considerazione, e tuttora alcune strade e ferrovie attraversano assurdamente delle frontiere internazionali.

A giudicare dalle innumerevoli serre e dai campi di alberi da frutto e di cotone che vedo dall’oblò, sto atterrando nella zona più agricola del paese. Questa enorme oasi ha sempre sfamato l’Asia centrale, ma oggi deve fare i conti con il riscaldamento globale e l’inaridimento, un altro focolaio di tensioni. Quando il Kirghizistan annunciò l’intenzione di costruire nuove dighe sul fiume Naryn, limitando l’acqua destinata all’Uzbekistan, il presidente Karimov fece sentire la sua voce arrivando a minacciare la guerra.

Su indicazione di un cordiale impiegato di un’azienda automobilistica conosciuto all’aeroporto, scelgo un hotel per uomini d’affari dotato di una scenografica piscina.
Andijan è famosa non solo perché qui si produce la maggior parte delle auto del paese, ma anche per aver dato i natali al principe Babur, discendente di Tamerlano e fondatore della dinastia Moghul – di stirpe puramente turca – che governò l’India per tre secoli. La sua figura domina la toponomastica urbana.

Dietro la normale vita cittadina, il nome di Andijan è legato alla pagina più violenta della storia uzbeka recente. Nel maggio del 2005, una folla disarmata – radunata in piazza per protestare contro la miseria, la repressione e la corruzione – venne investita dal fuoco delle forze governative. Il bilancio ufficiale oscillò tra le quattrocento e le seicento vittime, ma le stime indipendenti furono molto superiori. Il giorno seguente Karimov liquidò la faccenda affermando che la manifestazione era stata fomentata dai fondamentalisti islamici e che nessun civile era stato ucciso. Da allora, il numero esatto dei morti e l’ubicazione delle fosse comuni sono rimasti segreti di Stato, mentre le potenze straniere, passata la prima ondata di sdegno, hanno ripreso i rapporti con il regime come se niente fosse mai accaduto.

La valle di Fergana raramente viene inserita nei classici tour, perciò la popolazione – meno avvezza ai turisti – mi accoglie con un calore e un’ospitalità incredibili. Il tassista, ad esempio, a un certo punto si ferma a comprare le sigarette ed esce dal negozio con una bottiglia d’acqua e delle gomme da masticare per me. Una studentessa innamorata dell’Italia mi mostra il libro di storia che parla di Francesco Petrarca, Lionardo Divinci, Raffaeli Santi; ci tiene un sacco che io vada a casa sua a conoscere la sua famiglia. Per le strade poi è tutto un susseguirsi di «Otkuda?» «Italia!», oltre ad altre domande che – anche se non capisco la lingua – posso facilmente intuire perché sono sempre le solite. «Sposata?» Vengono mimati i baffi. Risposta: «Italia». «Figli?» La mano parallela al pavimento si abbassa fino al livello della vita muovendosi leggermente su e giù. Risposta: occhi e palmi delle mani puntati al cielo.

Sul marshrutka diretto a Margilan, naturalmente ogni nuovo passeggero che sale viene subito informato con cura in merito alla mia provenienza, allo stato di famiglia, all’hotel in cui alloggio e alla destinazione da raggiungere – che poi nella fattispecie è la prestigiosa fabbrica di seta Yodgorlik, dove nascono i celebri tessuti ikat.

Ed eccomi qui di fronte ai bozzoli, ai rocchetti, alle matasse e ai coloranti naturali, insieme a una guida che mi spiega le varie fasi di lavorazione. Quindi è così che nasce uno dei più grandi oggetti del desiderio dell’umanità. Il pregiato tessuto – la cui origine fu tenuta segreta a lungo dagli scaltri cinesi – ha dato il nome a una via che ha messo in contatto popoli lontanissimi e ha fatto circolare idee, invenzioni e tecnologie, fino a diventare un mito.

Anche l’impiegato del negozio annesso alla fabbrica risponde «Oooh Italia!» sgranando gli occhi quando gli dico di dove sono; anch’egli è convinto che l’Italia sia il primo Paese al mondo per l’arte, il design e la moda. Benché la produzione di seta italiana nell’ultimo secolo abbia subito un declino fino a scomparire del tutto, sono comunque contenta di sentirglielo dire.
E in fondo è di questo che sono orgogliosissima quando giro per il mondo, non certo di un politico che dice «prima gli italiani» o va in Europa a «sbattere i pugni sul tavolo» – senza rendersi conto che, nei cuori di molta gente a tutte le latitudini, gli italiani primi lo sono già.


ALTRA ASIA CENTRALE

Torna in alto