La metamorfosi del Kazakistan
Scendere dall’aereo atterrato a Shymkent è un’operazione alquanto ansiogena. I kazaki, infatti, hanno questo brutto vizio di affrontare le situazioni affollate con il proverbiale coltello tra i denti, come ho già avuto modo di verificare in Mangystau.
La contrattazione con il tassista è concitata, in meno di un minuto passa da diecimila a cinquemila tenge, ossia dieci euro – una cifra comunque notevole se si considera che la benzina costa l’equivalente di cinquanta centesimi di euro. La velocità di crociera è sostenuta; dal finestrino scorrono alberghi e locali e illuminatissimi: sembra Sharm nel 2001. L’hotel è d’altri tempi, la stanza spaziosa e ho diritto a tenerla per ventiquattr’ore.
Mi vado a procacciare un pane tondo nell’unico negozietto aperto lì vicino e il gestore tira subito fuori il traduttore, sorridendo.

La terza megalopoli kazaka
Shymkent fu fondata nel Medioevo come caravanserraglio lungo la Via della Seta ed è vicinissima al confine con l’Uzbekistan, con cui condivide una buona parte della sua storia. Una nutrita fetta della popolazione ancora oggi è di etnia uzbeka, anche se in netto calo rispetto al passato.
In epoca sovietica era una città industriale, famosa soprattutto per la produzione di piombo, mentre di recente è entrata a far parte di un programma di sviluppo intrapreso dall’ex presidente Nazarbaev, che l’ha promossa come “terza megalopoli kazaka”: gli abitanti superano il milione e nuovi quartieri sono in costruzione, grazie anche ai massicci investimenti delle imprese turche.

Il Parco dell’Indipendenza celebra le tappe più importanti del Kazakistan e i suoi valori, come l’impegno per il disarmo e l’unità del popolo, composto da ben 137 nazionalità. Sul piedistallo del portabandiera alto cinquanta metri appare l’emblema del Paese, tutto dorato, al centro del quale campeggia l’immagine della punta superiore di una yurta, racchiusa fra le ali dorate di due cavalli mitologici.
Nella parte inferiore dello stemma si trova il nome del Paese in caratteri dell’alfabeto latino, QAZAQSTAN, che sta soppiantando la grafia in cirillico seguendo lo stesso modello di unificazione linguistica avviato un secolo fa dalla Turchia. Poiché lo stemma conserva alcuni elementi di quello sovietico, il presidente Tokayev ha recentemente annunciato che sarà presto cambiato.


Il Museo delle vittime della repressione politica si trova lungo il parco Abay, di fronte al monumento con la fiamma eterna, e sta per chiudere. Malgrado ciò, l’impiegato non solo mi permette di visitarlo, ma ci tiene a fornirmi una serie di spiegazioni, barcamenandosi con quel po’ di inglese che sa e poi ricorrendo come sempre al traduttore online.
L’obiettivo del museo è perpetuare la memoria delle vittime del terrore sovietico durante la prima metà del ventesimo secolo, quando oltre un milione di kazaki morirono a causa della carestia e altri milioni furono deportati nelle inospitali steppe di tutta l’ex Unione Sovietica; lo stesso Kazakistan ha ospitato almeno undici campi Gulag e centinaia di sottocampi.
«Una visita a questo museo lascia profonde emozioni nell’animo» recita una recensione del museo su Google, tradotta automaticamente in italiano. «Il governo sovietico è probabilmente l’unico nella storia che ha trattato i suoi cittadini in modo così disumano. Al piano terra si trova una composizione scultorea che trasmette tutto il dolore e la sofferenza della gente in quegli anni. Ci sono figure di cera raffiguranti la repressione della rivolta con il fuoco delle mitragliatrici e l’interrogatorio con tortura. Al secondo piano ci sono cartelli con i nomi dei residenti repressi del Kazakistan meridionale. P.S. Probabilmente tra molti decenni esisterà un museo dedicato alle vittime della repressione dell’attuale governo».




Shymkent è solo una fugace tappa intermedia sulla strada per Turkestan. Per il trasferimento, il receptionist mi ha trovato un’auto a soli novemila tenge – persino meno di quanto ho pagato per il taxi dall’aeroporto. Solo in seguito ho scoperto che aveva utilizzato InDrive, un’applicazione di ride-hailing popolarissima in Kazakistan.
Scoperta la mia provenienza, l’uomo al volante scrive “italyanskiy music” su YouTube: da lì parte una mezz’ora di calvario in cui sono costretta ad ascoltare i Ricchi e Poveri, finché l’algoritmo non si decide finalmente a cambiare genere.




Turkestan, la Disneyland della Via della Seta
Turkestan, la «seconda Mecca dell’Oriente», attrae da secoli frotte di pellegrini diretti al mausoleo di Khoja Ahmed Yasawi, il più grande poeta e mistico dell’Asia centrale. All’inizio del dodicesimo secolo, il maestro fondò qui una scuola di sufismo ed è tuttora ampiamente venerato nel mondo turcofono. La sua figura è al centro della serie Mavera, prodotta dalla tv di stato turca: un’operazione culturale che punta a rafforzare il legame geopolitico e identitario tra la Turchia e l’Asia centrale.
Fu Timur, meglio noto in Italia come Tamerlano, a far erigere questa magnifica struttura. Secondo la leggenda, Ahmed Yasawi gli era apparso in sogno per predirgli l’imminente conquista di Bukhara. Anche se i lavori si interruppero con la morte del condottiero, il mausoleo resta il monumento più significativo di tutto il Kazakistan: il vero e proprio prototipo di quegli inconfondibili edifici che Tamerlano fece poi costruire a Samarcanda e nelle altre capitali del suo impero.



Nel museo storico – l’unico edificio non restaurato della cittadella, privo di aria condizionata – viene esaltata l’importanza nazionale di questa città antichissima, insieme al valore spirituale che deriva dalla presenza del maestro e dei vari khan che si succedettero nel tempo, molti dei quali sepolti qui. Altre eredità del periodo medievale sono un hammam e una moschea sotterranea nella quale si crede che il mistico si fosse ritirato negli ultimi anni di vita.
Sull’onda degli sforzi del governo per lanciare il turismo, qui è stata creata una Zona Economica Speciale e la città è stata sottoposta a un completo e dispendioso restyling che, in meno di dieci anni, l’ha resa irriconoscibile.



L’opera più sorprendente è il Karavan Saray, il più grande complesso turistico dell’Asia centrale, completato su un’area di circa venti ettari tre anni fa da una multinazionale turca, poco dopo la nomina della città a “capitale spirituale del mondo turco”. Solo tre mesi dopo l’inaugurazione si cominciarono però a notare evidenti segni di deterioramento nelle strutture appena realizzate: lo spreco di una somma enorme in costruzioni e materiali di scarsa qualità scatenò l’ira dei cittadini.
Uno dei pezzi forti di questa Disneyland della Via della seta è il cosiddetto Teatro volante: una struttura con una cupola dorata intitolata a Samruk, l’uccello del folklore kazako che depose un uovo d’oro tra i rami dell’albero della vita.
Sullo stesso mito si fonda la famosa torre Baiterek, nel centro di Astana: un albero stilizzato alto novantasette metri, la cui chioma sostiene un’enorme sfera dorata, ossia l’uovo che custodisce i desideri degli uomini e le risposte sul loro futuro. Per inciso, in cima si trova l’impronta della mano destra di Nursultan Nazarbaev – il primo presidente, un tipo molto umile di cui parleremo in seguito – sulla quale i visitatori poggiano il proprio palmo per esprimere un desiderio.




Un grande “pioppo della conoscenza” si trova pure nell’atrio dello scintillante Museo del patrimonio culturale di Turkestan, un centro etnografico dedicato alla “cultura delle steppe”. Il ritrovamento archeologico che ha permesso di guardare con occhi nuovi agli antenati dei kazaki è il “Tutankhamon del Kazakistan”: un principe – o principessa – saka del quarto o quinto secolo a.C., di circa diciotto anni, sepolto con un equipaggiamento da guerriero e un ricco corredo funebre che include migliaia di raffinati ornamenti d’oro. Partendo da questo e da altri corredi rinvenuti nel Paese, sono stati realizzati i manichini esposti nelle sale.



Se a tutto ciò si aggiungono la mastodontica moschea Ahmed Yasawi – un recente omaggio in stile ottomano da parte della Turchia –, le installazioni luminose, l’etno-village con le yurte e i finti cavalli, i cammelli veri, i parchi curatissimi e continuamente innaffiati, Turkestan fa un effetto spiazzante: sembra di circolare dentro un gigantesco padiglione dell’Expo.
Nonostante questa facciata, si tratta di un luogo di culto che attrae veri pellegrini islamici e pochissimi visitatori occidentali; più di una volta vengo fermata da qualcuno che vuole intervistarmi. C’è anche un ragazzo – non so se pellegrino o residente – che mi segue bonariamente per mezz’ora con l’intenzione di diventare mio amico. Il problema è che non ha niente da dire e, anche se l’avesse avuto, non avrebbe saputo in quale lingua dirmelo.




Almaty, il padre delle mele
Almaty in russo si chiama Alma-Ata, ossia il “padre delle mele”, a testimonianza del fatto che questi frutti hanno avuto origine qui. La città più popolosa del Paese sorge ai piedi della catena del Tien Shan: le montagne innevate sullo sfondo, nelle giornate di cielo sereno, regalano un fascino speciale a questa Torino kazaka.
Il cuore di Almaty è il Parco delle Ventotto Guardie Panfilov, intitolato a un gruppo di soldati caduti difendendo Mosca dall’invasione tedesca. Insieme a tutti i sovietici che combatterono nella “Grande Guerra Patriottica”, sono commemorati con un gigantesco monumento nero, accanto al quale arde la classica fiamma eterna. Poco importa se l’eroica vicenda fu ampiamente inventata dalla propaganda russa per sollevare il morale alle truppe: da queste parti la realtà non deve mai rovinare una bella storia.
Al centro del parco si erge la coloratissima cattedrale ortodossa dell’Ascensione, «un gioiello di architettura inizio Novecento, simbolo della fede portata qui dai russi ed eccezionalmente lasciato intatto dai bolscevichi». Secondo Tiziano Terzani – che la descrisse così nel 1991 – fu risparmiata perché «serviva ai bolscevichi stessi a rammentare alle popolazioni locali la missione civilizzatrice dei colonizzatori». D’altra parte, era scritto nel suo destino, se consideriamo che la struttura in legno fu uno dei pochi edifici rimasti in piedi dopo il devastante terremoto del 1911.




Accanto al parco sorge l’Arasan Wellness & Spa, un enorme edificio in stile modernista. Si entra del tutto nudi – uomini da un lato e donne dall’altro – per godersi questo colossale complesso di saune finlandesi, banyas russi, hamam turchi e piscine, da cui si esce con la pelle liscissima. Nel bagno russo molte donne indossano il tipico cappello di feltro e si frustano a vicenda con i rami di betulla venduti all’ingresso, che diffondono un intenso profumo balsamico in tutta la stanza infernale.
Altri punti di riferimento centrali della città sono il Green Bazaar – un ordinato mercato coperto con le bancarelle numerate – e l’imponente Moschea Centrale, costruita dopo l’indipendenza. Oggi circa il settanta per cento della popolazione kazaka è musulmana, ma i governi si adoperano da sempre per diffonderne una versione rigorosamente laica. I partiti politici religiosi sono vietati e i gruppi di fedeli vengono tenuti sotto sorveglianza; come in tutti i Paesi dell’Asia centrale, infatti, è diffuso il timore dell’estremismo islamico, e la minaccia del terrorismo viene ossessivamente propagandata. Nella trafficata via pedonale Zhibek Zholy (Via della Seta), un maxischermo proietta a ciclo continuo il video di una squadra antiterrorismo alle prese con un pacco bomba.




Per godere una vista panoramica su tutta la città, mi appresto a prendere la funivia per la “collina blu”. Inizialmente sono titubante a causa della lunga coda, ma poi a poco a poco le persone vengono risucchiate dentro e in breve tocca a me affrontare la solita lotta all’ultimo sangue per far rispettare l’ordine di arrivo alla biglietteria e per salire sulla gondola.
Il parco di Kok Tobe, a più di mille metri di altitudine, comprende attrazioni di dubbio interesse, come gli angoli foto con i finti Beatles o le vere aquile, ma soprattutto sembra fatto apposta per limitare l’accesso alle terrazze panoramiche.



Nursultan, il primo Presidente
Una ragazza incontrata sull’autobus mi informa in un italiano perfetto che Almaty, fino al 1997, era la capitale del Kazakistan.
«Se non sbaglio la nuova capitale, Astana, per un periodo è stata chiamata Nursultan…» dico.
Lei ride di gusto: «Sì, Nazarbaev decise, con l’umiltà che lo contraddistingueva, di intitolarla a se stesso; tre anni dopo, però, il parlamento ha votato in modo compatto per annullare questo decreto».
Il cambio di nome è avvenuto nel 2019, quando – incalzato da una serie di proteste antigovernative – il presidente, dopo quasi trent’anni di potere, si è dimesso. È stata tuttavia una semplice operazione di facciata, perché in realtà ha continuato a mantenere un’enorme influenza sul Paese. Soltanto tre anni dopo, in seguito ad altri gravi disordini, il suo sostituto Tokayev ha dato avvio a una vera e propria opera di “de-nazarbaevizzazione”: oltre alla revisione della toponomastica, che ha restituito alla capitale il nome di Astana, e all’abbattimento delle statue, al vecchio leader sono stati revocati tutti gli incarichi e i privilegi di cui ancora godeva.

Le proteste di massa del gennaio 2022 erano iniziate pacificamente a Zhanaozen, nel Mangystau, dopo un improvviso aumento dei prezzi del GPL, per poi diffondersi rapidamente in altre città. È una specie di tradizione, nella regione occidentale: anche nel 1989 erano scoppiati dei disordini nazionalisti, causati dalla profonda disuguaglianza che si riscontrava tra gli immigrati altamente qualificati trasferiti da tutti gli angoli dell’URSS e la popolazione kazaka, minoritaria e lasciata ai margini della società.
Ad Almaty le manifestazioni del 2022 si sono trasformate in rivolte violente, alimentate dal malcontento nei confronti dell’oligarchia nazionale e della corruzione. Il presidente Tokayev ha dichiarato lo stato di emergenza e ha richiesto l’intervento dell’alleanza militare regionale guidata dalla Russia, parlando di “aggressione terrorista” di ispirazione straniera. Putin come al solito ha giustificato l’intervento come uno sforzo per proteggere gli alleati kazaki dalle consuete ”rivoluzioni colorate”. Mentre gli ucraini speravano invano in un diversivo per Mosca, Tokayev inaugurava monumenti con la stessa retorica di chi gli aveva mandato i carri armati. Il memoriale alle vittime degli scontri sorge nella scenografica piazza della Repubblica, accanto al palazzo del sindaco che all’epoca degli eventi è stato vandalizzato.



Girando l’angolo si incontra un’altra opera celebrativa, dedicata a un evento simbolo della lotta per l’indipendenza del Kazakistan: la “rivolta di dicembre” del 1986, che causò vittime e numerosi arresti. Il fatto è semplice: Gorbaciov aveva nominato un russo come segretario del Partito, mentre chi protestava ne pretendeva uno kazako. I rivoltosi furono accontentati: iniziò così la lunga carriera di Nazarbaev.
Nel “Parco del Primo Presidente”, Nursultan è celebrato con una statua in marmo, bronzo e granito che lo ritrae seduto tra due ali, simboli delle città principali del Paese: Almaty e Astana. Il monumento è ancora al suo posto e anzi, nonostante sia recentemente caduto in disgrazia, la gente si mette in fila per fotografarsi insieme a lui. Devo dedurre che l’ex dittatore continui a essere amato, nonostante le violazioni dei diritti umani, il dissenso represso, le elezioni farsa e tutte le altre nefandezze che hanno caratterizzato il suo governo.




Anche Almaty ha un jazz club, una mia fissazione quando sono in viaggio. Dopo il concerto, sulla terrazza del locale, mi metto a chiacchierare con i musicisti.
«Ti è piaciuto?» mi chiede il contrabbassista.
«Molto» dico sinceramente, avendo gradito sia la musica sia il locale con i tipici tavolini, le luci soffuse e una discreta cucina. «Strano, però, che ci siano così pochi clienti».
«È così tutte le sere, specialmente in settimana» risponde. «D’altra parte, il club di Almaty è stato aperto solo dopo l’invasione dell’Ucraina, quando parte del personale della sede di Ekaterinburg ha deciso di lasciare la Russia. E anche noi musicisti, come vedi».
«La sede russa va ancora molto bene, quindi non gli interessa granché avere tanti clienti qui» aggiunge la cantante, che invece è del posto. «E per quanto mi riguarda, devo pure ringraziare Putin per aver iniziato la guerra. Prima ero disoccupata, mentre ora lavoro qui molte sere a settimana. D’altronde, la fuga in massa dei russi verso il Kazakistan ha fatto schizzare gli affitti e il costo della vita a livelli folli. L’inflazione è alle stelle: Mosca un tempo per noi era una città carissima, oggi Almaty è diventata più costosa. Però abbiamo stipendi che equivalgono a un terzo di quelli russi. Insomma, la crisi è forte, ma noi resistiamo».

La lingua batte dove il dente duole
Il Museo Centrale Statale mi offre un rapido ripasso di tutto il viaggio, a partire dalla sfarzosa sala d’ingresso dove un video di promozione turistica mostra i luoghi più spettacolari del Mangystau, di Turkestan e del montuoso sud-est. Nella sezione archeologica ritrovo l’immancabile guerriero d’oro del tumulo di Issyk e alcuni mausolei in scala ridotta, mentre nelle sale di etnografia sono esposti diorami dedicati allo stile di vita nomade, affollati di falconieri e yurte. Grande risalto viene dato alla ricchezza mineraria, grazie alla quale questo oggi è lo Stato più ricco dell’Asia centrale, come mostrano i modellini degli stabilimenti di estrazione petrolifera.
Infine c’è la Hall of History, dedicata al Kazakistan multietnico. Questa convivenza tra oltre cento nazionalità diverse viene celebrata come un’ideale fratellanza tra popoli, senza menzionare che fu la brutale politica staliniana a far deportare qui milioni di persone, tra cui coreani della Siberia, tatari della Crimea, ceceni e tedeschi del Volga. All’epoca, infatti, dopo le spaventose carestie e la collettivizzazione forzata, le sterminate pianure kazake erano deserte.




Oggi, dopo l’esodo di massa della popolazione russa iniziato con l’indipendenza, la percentuale degli autoctoni è in forte aumento. Questo sorpasso demografico è dovuto anche all’indice di fecondità più alto tra la popolazione kazaka, più tradizionale e conservatrice, che viaggia su una media di oltre tre figli per donna. Una bella rivincita nei confronti dei russi alle prese con il calo delle nascite.
Nel 2017 Nazarbaev ha descritto il ventesimo secolo come un periodo in cui «la lingua e la cultura kazaka sono state devastate». Il recupero dell’identità nazionale crea però forti attriti con la Russia, poiché l’idioma kazako è di ceppo turco e non slavo: ogni abitante della regione che smette di parlare russo compie un ulteriore passo che lo allontana da Mosca.
Nel novembre 2023 Tokayev, mentre accoglieva ad Astana una delegazione russa guidata da Putin, ha iniziato il discorso in kazako prima di passare al russo. Spiazzati, i russi hanno dovuto cercare in fretta e furia le cuffie per la traduzione simultanea. Nessuno ha capito se quel gesto fosse rivolto più ai funzionari del Cremlino o al proprio popolo.


All’ora di cena sono seduta al tavolo all’aperto di un ambizioso ristorante specializzato in piatti di carne. Accanto a me siede la proprietaria, alla quale lo staff sta cerimoniosamente proponendo le nuove salse: quella al pepe e quella ai funghi le fanno assaggiare pure a me. Piove da un bel po’ e non accenna a smettere; c’è un vento forte, le temperature sono precipitate e indosso solo una maglietta leggera.
Mentre attendo che il meteo migliori, dal locale esce un giovane con gli occhi azzurri a fumare una sigaretta. Quando scopre la mia provenienza, mi dice in un italiano perfetto di aver studiato a Siena e poi lavorato alla Ducati di Almaty: si chiama Ivan e parla russo – dettaglio che avevo già intuito dai lineamenti. Approfitto della coincidenza per chiedergli come veda la situazione politica del Paese.
«Be’, non c’è una vera e propria censura su quello che si dice, ad esempio a scuola», mi spiega. «Il controllo è attuato più tramite la propaganda religiosa: fare più figli, non bere alcol… insomma, così la società è più tranquilla e c’è meno criminalità».
«E per quanto riguarda le diverse etnie?» chiedo.
«Russi e kazaki si riconoscono subito, però non c’è razzismo tra di noi. Io ad esempio non parlo bene kazako, mentre i kazaki il russo spesso lo capiscono perché lo hanno studiato a scuola. Ancora oggi, se studi ingegneria o medicina non puoi non conoscerlo».
In effetti, mentre gli anziani e i ceti colti usano il russo, i giovani e le persone di campagna in genere parlano solo la lingua nazionale. Quest’ultima è legata a tre diversi alfabeti: arabo, cirillico e latino, con la transizione verso quest’ultimo prevista entro il 2025. Secondo Ivan è un’assurdità: «Pochi sanno l’inglese, e comunque ci sarebbero problemi molto più importanti da risolvere, invece di queste scemenze».



Get your guide
La più tipica delle escursioni nei dintorni di Almaty prevede la visita a canyon e laghi situati vicino al confine con il Kirghizistan, circondati da montagne fitte di foreste. Nel mio caso il tour si concentra in un giorno solo, ma l’itinerario può essere svolto anche in due o più tappe, con un ritmo più rilassato.
Dopo una breve sosta al panoramico Black canyon, arriviamo al lago Kaindy. Poiché lo specchio d’acqua è apparso in seguito al violento terremoto del 1911, la sua particolarità consiste nella “foresta sommersa” di abeti che si elevano spogli sopra la superficie. Un temporale ci sorprende mentre siamo tutti intenti a scattarci le foto con questo sfondo turchese; qualcuno posa indossando i costumi tradizionali o facendosi piazzare un’aquila sul braccio – una messa in scena delle radici nomadi molto in voga in tutto il mondo turcico.
A questo punto andiamo a pranzo in una guesthouse di Saty, sosta obbligata per tutti i gruppi organizzati. Ad accoglierci c’è la classica tavola kazaka – simile a quella kirghiza – stracolma fin da subito di dolci e frutta secca. Il pranzo consiste in una densa zuppa borscht e in un grande piatto unico a base di pollo.






Nel pomeriggio ci rechiamo al lago Kolsai, dove sono state costruite passerelle in legno sopra i precedenti sentieri sterrati; il posto, di conseguenza, è affollatissimo. Qui, oltre alle foto con i rapaci, vanno per la maggiore i video panoramici realizzati indossando la bandiera kazaka a mo’ di mantello.
Il tour leader – a parte la fissazione di scattarci decine di foto nei punti più evocativi – parla un ottimo inglese perché ha vissuto negli Stati Uniti, e viene a lungo interrogato su vari temi. Per quanto riguarda l’attualità, ci informa che il Paese ha accolto molti russi e ucraini in fuga dalla guerra, «ma non quelli con la Z». Rispondendo alla domanda di un norvegese del gruppo, spiega: «Naturalmente siamo dalla parte degli ucraini, perché anche noi vorremmo tanto liberarci dal controllo russo. Per il momento la vedo difficile, visti i rapporti commerciali e il lunghissimo confine, che misura più di settemila chilometri».



Mi vengono in mente le parole di Azamat Junisbai, professore di origine kazaka in un college californiano, secondo il quale essere vicini della Russia è come trovarsi in una stanza con un pazzo che ha una pistola in mano: «You try to make yourself as inconspicuous as possible and hope he doesn’t notice you». Devi fare il possibile per non farti notare.
Tuttavia, rispetto al pessimismo di Junisbai e del tour leader, emergono progressivamente segnali di svolta, come l’avvicinamento alla Cina e l’ancoraggio geopolitico all’Organizzazione degli Stati Turchi.



L’ultima tappa è il Charyn canyon, splendidamente colorato di arancione al tramonto. Quando il sole scompare sono appena le sette e mezza, ben due ore in meno rispetto ad Aktau, situata nell’estremo occidente del Paese che ora, dopo due settimane, mi appresto a lasciare. «Questa idea di un unico fuso orario per un Paese grande come il nostro è una vera stronzata!» eccepisce il tour leader.






