kazakistan

ESPOSIZIONE UNIVERSALE

La metamorfosi del Kazakistan

Scendere dall’aereo atterrato a Shymkent è un’operazione alquanto ansiogena. I kazaki, infatti, hanno questo brutto vizio di affrontare le situazioni affollate con il proverbiale coltello tra i denti, come avevo già avuto modo di verificare in Mangystau.
La contrattazione con il tassista è concitata, in meno di un minuto passa da diecimila a cinquemila tenge, ossia dieci euro – che sono comunque tantissimi se si considera che la benzina costa l’equivalente di 50 centesimi di euro. La velocità di crociera è sostenuta; dal finestrino scorrono alberghi e locali enormi e illuminatissimi. L’hotel è di altri tempi, la stanza è molto spaziosa con tanto di salottino e perfino il bidet; inoltre costa solo venti euro e hai diritto a tenerla per 24 ore. Mi vado a procacciare un pane tondo nell’unico negozietto aperto lì vicino e il gestore tira subito fuori il traduttore, sorridendo.

La terza megalopoli kazaka

Shymkent fu fondata nel Medioevo come caravanserraglio lungo la Via della Seta ed è molto vicina al confine con l’Uzbekistan, con cui condivide una buona parte della sua storia; una nutrita fetta della popolazione ancora oggi è di etnia uzbeka, anche se in netto calo rispetto al passato.
Nel periodo sovietico era una città industriale, famosa soprattutto per la produzione di piombo, mentre recentemente fa parte di un programma di sviluppo, intrapreso dall’ex presidente Nazarbaev, che la promuove come “terza megalopoli kazaka”: gli abitanti sono diventati più di un milione e nuovi quartieri sono in costruzione.

Il Parco dell’Indipendenza celebra le tappe più importanti del Kazakistan e i suoi valori, come ad esempio l’impegno per il disarmo e l’unità del popolo, composto da 137 nazionalità che vanno d’amore e d’accordo. Sul piedistallo del portabandiera alto 50 metri appare l’emblema del Kazakistan, tutto dorato, al centro del quale campeggia l’immagine di uno shanyrak (la punta superiore di una yurta), racchiuso fra le ali dorate di due cavalli mitologici. Nella parte inferiore dello stemma si trova il nome del paese in caratteri dell’alfabeto latino, QAZAQSTAN, che sta soppiantando il nome in caratteri cirillici. Poiché lo stemma conserva alcuni elementi di quello sovietico, il presidente Tokayev ha recentemente annunciato che sarà presto cambiato. Per quanto riguarda l’attuale bandiera, invece, sotto un sole dorato è presente un’aquila della steppa (probabilmente associata all’impero di Gengis Khan) su sfondo azzurro, mentre sul lato c’è un “ornamento decorativo nazionale” che rappresenta le tradizioni artistiche e culturali del vecchio khanato kazako.

Il Museo delle vittime della repressione politica si trova lungo il parco Abay, di fronte al monumento con la fiamma eterna, e sta per chiudere; ciononostante l’impiegato non solo ci permette di visitarlo, bensì ci tiene a fornirci una serie di spiegazioni barcamenandosi con quel po’ di inglese che sa e poi ricorrendo come sempre al traduttore online. L’obiettivo del museo è perpetuare la memoria delle vittime del terrore sovietico durante la prima metà del XX secolo, quando oltre un milione di kazaki morirono a causa della carestia e altri milioni furono deportati nelle inospitali steppe di tutta l’ex Unione Sovietica; lo stesso Kazakistan ha ospitato almeno 11 campi Gulag e centinaia di sottocampi dagli anni ’30 alla fine degli anni ’50.
Al centro della sala principale si erge un’inquietante e articolata scultura che rappresenta la prigionia, il dolore e la morte, circondata da moltissimi nomi, immagini e storie delle vittime. Per completare la descrizione, userò le parole (tradotte automaticamente) di una recensione che ho letto su Google: «Una visita al museo lascia profonde emozioni nell’animo. Il governo sovietico è probabilmente l’unico nella storia che ha trattato i suoi cittadini in modo così disumano. Al piano terra si trova una composizione scultorea che trasmette tutto il dolore e la sofferenza della gente in quegli anni. Ci sono figure di cera raffiguranti la repressione della rivolta con il fuoco delle mitragliatrici e l’interrogatorio con tortura. Al secondo piano ci sono cartelli con i nomi dei residenti repressi del Kazakistan meridionale. P.S. Probabilmente tra molti decenni esisterà un museo dedicato alle vittime della repressione dell’attuale governo».

A Shymkent ho trascorso solo poche ore poiché è solo una tappa tecnica per visitare la città di Turkestan. Per raggiungerla, il receptionist ci ha trovato un’auto a soli 9000 tenge (meno di quanto abbiamo pagato il taxi dall’aeroporto) e solo in seguito abbiamo arguito che aveva utilizzato l’app di ride-hailing che si chiama Indrive, molto usata in Kazakistan. Scoperta la nostra provenienza, l’uomo al volante scrive “italyanskiy music” su Youtube e da lì parte una mezz’oretta di calvario in cui siamo costrette ad ascoltare i Ricchi e poveri, finché l’algoritmo non si decide a cambiare genere.

Turkestan, fake Kazakistan

Turkestan, la «seconda Mecca dell’Oriente», attrae da secoli frotte di pellegrini che vanno a visitare il mausoleo del più grande poeta e mistico dell’Asia centrale, il maestro (Khoja) Ahmed Yasawi. Costui all’inizio del XII secolo fondò qui una scuola di sufismo e ancora oggi è ampiamente venerato nel mondo di lingua turca per aver reso popolare questo movimento mistico nell’Islam (la serie turca “Mavera”, per dire, è basata sulla sua vita). Fu Timur, noto in Italia col nome di Tamerlano (sotto il cui controllo era passata la città), a far erigere questa magnifica struttura, dopo che Ahmed Yasawi (stando a quanto dice la leggenda) gli era apparso in sogno predicendogli l’imminente conquista di Bukhara. Anche se la costruzione fu interrotta con la morte di Timur nel 1405, il mausoleo ancora oggi è considerato il monumento più significativo di tutto il Kazakistan (dal 2003 incluso nel patrimonio UNESCO), ma soprattutto rappresenta il prototipo degli inconfondibili edifici che Tamerlano fece costruire a Samarcanda e in altre città del regno.

Quando l’impero timuride si disintegrò, il territorio passò sotto il Khanato kazako, che nel XVI secolo fece di Yasi, poi ribattezzata Turkestan, la sua capitale. Fu allora che i kazaki acquisirono individualità come gruppo etnico, per questo Turkestan conserva ancora oggi un grande valore simbolico come cuore culturale del Paese. A questo periodo d’oro risalgono le fortificazioni e le mura che circondavano la città, di cui oggi restano soltanto delle porzioni. Nel museo storico (l’unico luogo non restaurato qui nella cittadella, ancora senza aria condizionata) viene esaltata l’importanza nazionale di questa città così antica, nonché il valore spirituale derivante dalla presenza del maestro Ahmed Yasawi e di tutti i “khan” che si succedettero. Molti di questi re e anche altre personalità di spicco sono sepolti qui, per esempio una pronipote di Tamerlano riposa nel monumento funebre (completamente ricostruito) accanto a quello del maestro. Altre eredità del periodo medievale sono un hammam e una moschea sotterranea, in cui si crede che Ahmed Yasawi si fosse ritirato negli ultimi anni di vita.

Nel tempo l’antica cittadella si spopolò e nacque la città nuova, che c’è ancora adesso ma nella quale non ho messo piede. Nel periodo sovietico, sebbene il mausoleo fosse chiuso al pubblico, i pellegrini continuavano a visitarlo; alcuni lavori di conservazione e restauro vennero comunque effettuati a quei tempi, ma non così radicali e continui quanto dopo l’indipendenza. Come Shymkent, anche Turkestan negli ultimi tempi ha visto crescere il numero di abitanti, registrando un calo degli uzbeki etnici, che comunque restano un discreto numero.

Sull’onda degli sforzi che il governo kazako sta facendo per avviare il turismo nel Paese, qui è stata creata una Zona Economica Speciale e la città è stata recentemente soggetta ad un completo e dispendioso restyling che in meno di dieci anni l’ha resa irriconoscibile. L’opera più sorprendente è il Karavan Saray, il più grande complesso turistico dell’Asia centrale, completato su un’area di circa venti ettari tre anni fa, dopo che la città era stata nominata “la capitale spirituale del mondo turco” dal Consiglio turco (un’organizzazione internazionale che comprende Turchia, Uzbekistan, Azerbaigian, Kazakistan e Kirghizistan). Solo tre mesi dopo si cominciarono a notare segni di deterioramento nelle strutture appena realizzate: il fatto che una somma di denaro così elevata si fosse tradotta in costruzioni e materiali di scarsa qualità scatenò l’ira dei cittadini. 

Questo finto caravanserraglio è una specie di Disneyland della Via della seta che comprende negozi, hotel, ristoranti, cinema, un canale navigabile, una fontana luminosa e molto altro. Il cosiddetto Teatro volante, ad esempio, è una struttura con un tetto d’oro a forma di uovo intitolata a Samruk, un uccello del folklore kazako che pose un uovo d’oro nel nido dell’enorme albero della vita a cui, nella notte dei tempi, assomigliava il nostro pianeta. Lo stesso mito di origine turcica è alla base della famosa torre di osservazione Baiterek, nel centro di Astana, considerata un simbolo del Kazakistan post-indipendenza; si tratta appunto di un albero stilizzato alto 97 metri (corrispondente al 1997, l’anno in cui la città divenne la capitale) con i “rami” che sostengono un’enorme sfera color oro, che sarebbe appunto l’uovo d’oro che contiene tutti i desideri degli uomini e le risposte sul loro futuro. Vabbè poi in cima c’è un’impronta dorata della mano destra di Nursultan Nazarbaev, il primo presidente (un tipo molto umile di cui parleremo in seguito), su cui i visitatori sono invitati a poggiare la propria mano esprimendo un desiderio.

Un grande “pioppo della conoscenza” si trova pure nell’atrio dello scintillante Museo del patrimonio culturale di Turkestan, un museo etnografico dedicato alla “cultura delle steppe”, dove ci viene spiegato che nella mitologia turcica esso ha la funzione di collegare i tre regni dell’universo: quello sotterraneo, la terra e il cielo.
Il ritrovamento archeologico che ha permesso di dare uno sguardo nuovo agli antenati dei kazaki, gli sciti, è il “Tutankhamon del Kazakistan”, i cui resti furono rinvenuti nel 1969 in un tumulo funerario vicino alla città di Issyk. Si tratterrebbe di un principe/principessa saka (parente orientale degli sciti) del III o IV secolo a.C., di circa diciotto anni, sepolto/a con un equipaggiamento da guerriero e un ricco corredo funebre, inclusi migliaia di raffinatissimi ornamenti d’oro (metallo che aveva un ruolo preponderante nella loro religione). Il tumulo comprendeva anche un’iscrizione saka, una lingua iranica orientale di cui molto raramente si sono trovate tracce epigrafiche. Partendo da questo e da altri corredi funerari rinvenuti in vari luoghi dell’attuale Kazakistan, sono stati realizzati i manichini del guerriero d’oro e di altri uomini e donne del passato esposti qui. Come si evince dagli altri oggetti, statue e pannelli esplicativi, il cavallo era un elemento fondamentale della società scita, sia come fulcro dell’attività nomade e di quella guerriera, sia come fonte di nutrimento. Una sezione del museo è dedicata al sito archeologico della cultura Botai, nel Kazakistan settentrionale, che risale al 3500 a.C. circa ed è importantissimo perché ha prodotto alcune delle prime prove in assoluto dell’addomesticamento del cavallo.

Per concludere, se a tutto ciò aggiungiamo la bellissima moschea Ahmed Yasawi (un recente omaggio da parte della Turchia), le fontane e le altre strutture luminose a forma di fiori di loto o alberi, le macchinine elettriche che girano per le strade, l’etno-village con le yurte e i finti cavalli, i cammelli veri (su cui vengono piazzati bambini imbronciati) e quelli finti presenti un po’ ovunque, i giardini e i parchi curatissimi e continuamente innaffiati, i cestini e i lampioni a tema, i ristoranti e parchi gioco per famiglie e tutte le altre attrazioni create nel centro storico di Turkestan, l’impressione è di circolare dentro a un gigantesco padiglione dell’expo. E comunque è bello, a suo modo, oltre a rappresentare una perfetta metafora di questo Paese di contrasti che è il Kazakistan.
Tutto ciò detto, Turkestan è un luogo di culto che attrae veri pellegrini islamici e pochissimi visitatori occidentali, infatti più di una volta sono stata fermata da qualcuno che voleva intervistarmi. C’è stato anche un ragazzo, non so se pellegrino o residente, che mi ha bonariamente seguito per una mezz’oretta perché voleva diventare mio amico, ma non aveva niente da dire e anche se l’avesse avuto non avrebbe saputo in quale lingua dirmelo.

IL MONDO DEGLI ANGELI
Ho prenotato una cuccetta nell’impeccabile treno notturno che parte da Shymkent e arriva ad Almaty la mattina presto. Mi godo il tramonto che illumina dolcemente i tavoli della carrozza ristorante e quando diventa buio mi siedo al bancone del bar per prendere una birretta. Il tizio accanto a me inizialmente sta per i fatti suoi ad ascoltare la musica in cuffia, ma quando capisce che sono italiana si toglie gli auricolari e si presenta: è di Shymkent, ma lavora ad Almaty come avvocato.
Dopo avergli raccontato brevemente il mio itinerario, la conversazione prende una piega filosofica-esistenziale, abbastanza malinconica e sconsolata visto il carattere del mio occasionale compagno di viaggio. Quando ho espresso il mio apprezzamento per la democrazia liberale, ha risposto che per lui i due concetti sono in contraddizione, probabilmente alludendo al liberismo economico. «Tutto gira intorno ai soldi!» ha affermato infatti con un certo livore. Io gli ho dato ragione, ma gli ho detto che forse c’era stato un equivoco linguistico, visto che il liberalismo consiste nel rispettare le minoranze e assicurare i diritti di tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle, dalla religione eccetera. «Ehhh, it’s angels’ world!» ha commentato con palese scetticismo l’avvocato di Shymkent, al quale ho ribattuto che – anche se è il mondo degli angeli – tutti dovremmo adoperarci per andare in quella direzione. Lui è rimasto in silenzio, io ho intravisto un impercettibile luccichio nei suoi occhi e ho sorriso, illudendomi di averlo quasi convinto.

Almaty, il nonno delle mele

Almaty in russo si chiama Alma-Ata, che significa il “nonno (o padre) delle mele”, per sottolineare che le mele selvatiche hanno avuto origine da queste parti. La città più popolosa del Paese è situata ai piedi dell’estrema propaggine settentrionale della catena del Tian Shan: le montagne innevate che le fanno da sfondo, nelle giornate di cielo sereno, regalano un fascino speciale a questa Torino kazaka.

Percorro volentieri a piedi questa bella città piena di verde, visto che le temperature sono molto piacevoli in questi giorni. Per le lunghe distanze ci sono gli autobus, ben segnalati sulle mappe online, e anche una linea di metropolitana
Il cuore di Almaty è il Parco delle 28 Guardie Panfilov, che prende il nome dai soldati di un’unità di fanteria che morirono mentre difendevano Mosca dall’invasione tedesca: insieme a tutti i sovietici che combatterono e morirono nella “Grande Guerra Patriottica”, sono commemorati con un gigantesco monumento nero accanto al quale arde la classica fiamma eterna. Al centro del parco si erge la coloratissima cattedrale ortodossa dell’Ascensione, «tutta di legno, magnifica nel primo sole del mattino, con le sue croci scintillanti, alte sulle cupole d’oro a cipolla, con le sue torri rosa e il corpo giallo e bianco; un gioiello di architettura inizio Novecento, simbolo della fede portata qui dai russi ed eccezionalmente lasciato intatto dai bolscevichi che invece, nel resto dell’Unione Sovietica, non si peritarono di dare alle fiamme del loro fuoco rivoluzionario altre chiese e altre cattedrali». Così la descrisse Terzani nel 1991, aggiungendo che «forse la risparmiarono perché, nonostante il suo valore religioso, era anche un grande esempio di cultura russa in terra kazakha e, come tale, serviva ai bolscevichi stessi a rammentare alle popolazioni locali la missione civilizzatrice dei colonizzatori». La chiesa fu uno dei pochi edifici rimasti in piedi dopo il devastante terremoto del 1887, che rase al suolo quasi completamente Vernyj, come allora si chiamava la città.

A un isolato di distanza dal parco spicca l’imponente moschea centrale di Almaty: oggi circa il settanta per cento della popolazione kazaka è musulmana, ma i governi si sono adoperati per diffonderne una versione laica. I partiti politici religiosi sono vietati e i gruppi religiosi vengono tenuti sotto sorveglianza, infatti come in tutti i Paesi dell’Asia centrale è diffuso il timore dell’affermazione di movimenti islamici più rigidi e fondamentalisti e la minaccia del terrorismo è notevolmente propagandata: «Pure io ho questo pregiudizio, sai la barba ecc. Non puoi farne a meno…» mi ha detto un kazako di etnia russa con cui ho scambiato qualche parola. E infatti nella trafficata via pedonale Zhibek Zholy viene proiettato sul maxischermo un video dedicato al lavoro di una squadra anti-terrorismo alle prese con un pacco-bomba.

Il green bazar è un ordinato mercato coperto, con le bancarelle numerate che espongono frutta e verdura in geometriche piramidi, sottaceti e miele in barattoli colorati, latte di cammello fermentato, frutta secca proveniente dall’Uzbekistan, dolci, spezie, palline di formaggio salato (qurt), panna rappresa (kaymak) ecc. Il reparto macelleria è suddiviso a seconda del tipo di animale (disegnato sul cartello): molto prelibata è per i kazaki la carne di cavallo.
Nella stessa zona sorge l’Arasan Wellness & SPA, un enorme edificio in stile modernista realizzato nel 1984. Uomini e donne sono separati, infatti si entra nudi per godersi questo complesso di saune finlandesi, banyas russi, hammam turchi e piscina da cui esci con la pelle liscissima. Il bagno russo è insopportabilmente caldo: qui molte donne indossano il cappello di feltro e si frustano a vicenda con i rami di betulla venduti all’ingresso, i quali spargono un intenso profumo balsamico in tutta la stanza infernale.

Il Museo d’arte statale Abilkhan Kasteev, fondato addirittura nel 1935, è intitolato a un celebre pittore kazako insignito in epoca sovietica del prestigioso titolo di Artista del Popolo. L’ingresso costa un euro, ci sono più membri del personale che visitatori, inoltre siamo praticamente solo donne. Oltre alla sezione dedicata alle arti applicate e decorative, c’è un’eccezionale galleria di dipinti e sculture di artisti kazaki classici e contemporanei, ma anche moltissime opere provenienti da tutte le ex repubbliche dell’URSS (lavoratori e lavoratrici, sport, neve, stivali, campi agricoli). In contrasto con l’impostazione prettamente sovietica dell’edificio e degli arredi, è presente una mostra interattiva realizzata in occasione del 120° anniversario della nascita di Kasteev: cinque opere del maestro sono state trasformate in brevi video che possiamo guardare su altrettanti schermi a LED incorniciati. La tecnologia è stata fornita dalla Samsung, che si impegna a contribuire alla conservazione e alla ricerca dell’arte kazaka come parte del patrimonio artistico mondiale.

Quando arrivo alla stazione della funivia diretta a Kok Tobe (la “collina blu”) due fattori mi fanno titubare: la lunga fila e i minacciosi nuvoloni neri che incombono. Ma poi man mano le persone in coda vengono risucchiate dentro e in poco tempo tocca a me affrontare la solita lotta all’ultimo sangue per far rispettare l’ordine di arrivo alla biglietteria e per salire sulla “gondola”. Il parco di Kok Tobe, situato a più di 1000 metri di altitudine, comprende una casa capovolta, una ruota panoramica, un percorso avventura, una palestra di roccia, un labirinto degli specchi, una pista per la slitta, dei cavalli, delle giostre, degli angoli foto con i finti Beatles o le vere aquile, la torre della televisione, bar e ristoranti. A parte le attrazioni, trovo questa destinazione molto deludente perché le montagne non si vedono quasi per niente: sembra che abbiano fatto apposta a limitare l’accesso a tutti i punti panoramici più interessanti. La cosa positiva è che il temporale, finora, mi ha risparmiata.

JAZZ CLUB
Dopo il concerto, sulla terrazza di questo bellissimo jazz club, mi sono messa a chiacchierare con i musicisti. «Ti è piaciuto?» mi chiede il contrabbassista. «Molto» rispondo sinceramente io, che avevo gradito sia la musica sia il locale con i tipici tavolini, le luci soffuse e anche una discreta cucina, «strano però che ci siano così pochi clienti». «È così tutte le sere, specialmente in settimana» mi risponde, «d’altra parte il club di Almaty è stato aperto solo dopo l’invasione criminale dell’Ucraina, quando una parte del personale della sede di Ekaterinburg ha deciso di lasciare la Russia. E anche noi musicisti, come vedi». «La sede russa va molto bene, quindi non gli interessa granché avere tanti clienti qui» aggiunge la cantante, che invece è di Almaty, «e in quanto a me, devo pure ringraziare quel delinquente di Putin per aver iniziato la guerra! Prima ero disoccupata, mentre ora lavoro qui molte sere a settimana. Sai, l’inflazione è alle stelle: Mosca un tempo per noi era una città carissima, invece oggi è diventata più costosa Almaty. Però abbiamo gli stipendi che equivalgono a un terzo di quelli russi. La crisi è forte, ma noi resistiamo».

Nursultan, il primo Presidente

Una ragazza autoctona incontrata sull’autobus mi informa in italiano perfetto che Almaty fino al 1997 era la capitale del Kazakistan. «Se non sbaglio la nuova capitale Astana per un periodo è stata chiamata Nursultan…» dico io, che lo avevo letto sul libro di geografia. Lei ride di gusto: «Sì, Nazarbaev decise, con l’umiltà che lo contraddistingueva, di chiamarla con il proprio nome di battesimo, ma tre anni dopo il parlamento ha votato in modo compatto per tornare alla precedente denominazione».
Il cambio di nome avvenne nel 2019, quando – incalzato da una serie di proteste anti-governative – il presidente, dopo quasi trent’anni di governo, si decise finalmente a dimettersi; tuttavia fu una semplice operazione di facciata, perché in realtà continuò a mantenere un’enorme influenza (per esempio, era ancora a capo del potente Consiglio di sicurezza nazionale). Soltanto a gennaio 2022, dopo altri gravi disordini, il suo sostituto Tokayev ha dato avvio ad una vera e propria opera di “de-nazarbaevizzazione”: molte vie, edifici e istituzioni intitolati all’ex presidente hanno ripreso il loro nome originale, alcune sue statue sono sparite e soprattutto sono stati revocati tutti gli incarichi, i privilegi e le immunità che ancora aveva.

Le proteste di massa del gennaio 2022 erano iniziate pacificamente, dopo un improvviso aumento dei prezzi del GPL, a Zhanaozen (nel Mangystau) e poi si erano rapidamente diffuse in altre città del paese. Nella regione occidentale anche nel 1989 erano scoppiati dei disordini nazionalisti, causati dalla grande disuguaglianza tra gli immigrati altamente qualificati trasferiti qui da tutti gli angoli dell’URSS e la popolazione kazaka, assolutamente minoritaria, che viveva ai margini della società.
In particolare ad Almaty le manifestazioni del 2022 si trasformarono in rivolte violente, alimentate dal malcontento nei confronti del governo e dell’oligarchia nazionale, nonché della corruzione e della disuguaglianza economica. Il presidente Tokayev dichiarò lo stato di emergenza e richiese l’intervento dell’alleanza militare regionale guidata dalla Russia, parlando di “aggressione terrorista” di ispirazione straniera o addirittura di un tentativo di colpo di stato. Putin giustificò l’intervento come uno sforzo concertato per proteggere gli alleati kazaki da quelle che ebbe a definire, siccome suole, ”rivoluzioni colorate”: il rovesciamento del regime amico non sarebbe stato un bell’esempio per i russi! Gli ucraini seguirono con attenzione e solidarietà gli eventi; poi sperarono che l’intervento in Kazakistan distogliesse i russi dall’Ucraina. Come sappiamo, ciò non avvenne. 
Dopo più di duecento vittime e migliaia di arresti, Tokayev volle dimostrare di aver preso in carico le richieste, per cui sospese l’aumento del prezzo del carburante e sciolse il governo (oltre alle suddette azioni contro Nazarbaev). Però poi qualche mese dopo inaugurò il memoriale di Tagzym con un discorso retorico del tutto in linea con l’opinabile narrazione putiniana. Il monumento alle vittime dei disordini sorge nella scenografica piazza della Repubblica, in un giardino situato accanto al palazzo del sindaco (che all’epoca degli eventi venne vandalizzato), e di fronte all’imponente obelisco dell’indipendenza, sulla cui sommità si erge una statua del già citato “guerriero dorato”.

Girando l’angolo si incontra un’altra opera celebrativa, dedicata a un evento simbolo della lotta per l’indipendenza del Kazakistan, la “rivolta di dicembre” (Zheltoksan), che ebbe luogo nel 1986 dopo che Gorbaciov ebbe licenziato il segretario del Partito Kunaev, di etnia kazaka, per sostituirlo con Kolbin, che non solo era di etnia russa ma non aveva mai vissuto o lavorato in Kazakistan. La manifestazione degenerò e scoppiarono scontri fra i dimostranti e la polizia; molte persone furono uccise dall’esercito e dalle forze speciali, migliaia furono arrestate. Coloro che protestavano non avevano nessuna intenzione di staccarsi dall’Unione Sovietica, gli bastava avere un segretario kazako e poco dopo furono accontentati: iniziò così la lunga carriera di Nursultan Nazarbaev – che tra parentesi non era certo schierato con i manifestanti. Tra l’altro, secondo le memorie di Gorbaciov, la nomina di Kolbin era stata proposta dallo stesso Kunaev proprio per fermare l’avanzamento del nostro NN.

A sud ovest della città, dopo il giardino botanico, sorge il Parco del primo presidente, costruito su un vasto terreno dove un tempo si trovavano dei meleti. C’è un ingresso monumentale, diverse sculture a forma di mela, una fontana, dei chioschi e ovviamente tanti alberi e panchine. Nursultan Nazarbaev, al quale il parco è intitolato, è celebrato con una statua realizzata in marmo, bronzo e granito che lo ritrae seduto tra due ali che rappresentano le città principali del Paese: Almaty e Astana. Non solo la statua è ancora al suo posto, ma la gente si mette in fila per fotografarsi insieme a lui. Devo dunque dedurre che l’ex dittatore continua ad essere amato, nonostante le violazioni dei diritti umani, il dissenso represso, le elezioni non libere, il culto della personalità, il controllo dei media, nonché la corruzione e il nepotismo che hanno caratterizzato il suo governo. E nonostante il fatto che, come abbiamo visto, sia recentemente caduto in disgrazia.

La lingua batte dove il dente duole

Nel 2017, Nazarbaev descrisse il ventesimo secolo come un periodo in cui «la lingua e la cultura kazaka sono state devastate»: molte iniziative sono state prese per ridargli importanza. Però, come in tutte le repubbliche dell’Asia centrale, ogni decisione che rafforza la propria lingua nazionale è un colpo al cuore per Putin. Le lingue di questi stati infatti sono di origine turca e non slava come il russo o l’ucraino: ogni abitante di questa regione che non parla più russo rappresenta un ulteriore passo nel cammino che li allontana dalla Russia, non solo dal punto di vista culturale ma anche politico, visto che non sarà più capace di comprendere i contenuti dei mass media russi. Nel novembre 2023 Tokayev, mentre accoglieva una delegazione russa guidata dallo stesso Putin, ha cominciato il suo discorso in kazako prima di passare al russo: una mossa davvero inaspettata, che nessuno ha capito se fosse rivolta più ai funzionari russi o più al popolo kazako.

Il Museo Centrale Statale della Repubblica del Kazakistan di Almaty mi dà l’opportunità di ripassare tutto quello che ho imparato finora, a partire dalla sfarzosa sala centrale dove un video di promozione turistica mostra i luoghi più belli del Mangystau, di Turkestan e del montuoso sud-est. Nella sezione archeologica ritrovo l’immancabile “guerriero d’oro” del tumulo di Issyk, le raffinate opere di oreficeria e alcuni mausolei in scala ridotta, tra cui quello di Turkestan, mentre nelle sale dell’antropologia e dell’etnografia sono esposti diversi diorami dedicati alla cultura tradizionale e allo stile di vita nomade: sullo sfondo dell’arida steppa sono state ricostruite antichissime sepolture, pupazzi di maniscalchi, tessitrici e falconieri all’opera, cammelli e cavalli e le immancabili yurte. Grande risalto viene dato alla ricchezza mineraria del Kazakistan, che sin dai tempi antichi occupa uno dei primi posti al mondo in termini di quantità e diversità di risorse. Grazie ad esse oggi è lo Stato più ricco dell’Asia centrale, come vogliono dimostrare nella sezione “Kazakistan indipendente”, dove – tra le altre cose – sono esposti dei modellini degli stabilimenti di estrazione petrolifera.

Infine c’è la “Hall of History”, dedicata al Kazakistan multietnico. Sono infatti più di cento le nazionalità presenti, conseguenza duratura del brutale regime di Stalin che fece deportare qui numerosi popoli come i coreani che vivevano nella Siberia Orientale, i tatari della Crimea, i ceceni e gli ingusci del Caucaso settentrionale, i tedeschi delle colonie del mar Nero e del Volga ecc. All’epoca infatti, dopo la spaventosa carestia e l’imposizione della collettivizzazione, il Kazakistan era spopolato e le sue sterminate pianure erano pressoché deserte. Secondo le stime, circa sei milioni di persone furono trasferite con la forza negli anni Trenta e Quaranta, circa un quarto delle quali morì durante il trasporto o nel primo periodo dell’esilio.
A questi popoli dobbiamo naturalmente aggiungere gli ucraini, gli uzbeki (molto numerosi nella zona di Shymkent), gli uiguri (maggiormente presenti qui a oriente) e gli altri vicini di casa. La linea di condotta era l’assimilazione delle diverse nazionalità nella cultura russa e l’esaltazione della lingua russa come fattore per rafforzare il patriottismo
Per quanto riguarda i russi, invece, erano quasi il 40% nel 1989, grosso modo la stessa percentuale dei kazaki; questi ultimi oggi sono diventati il 70%, con i russi scesi al 15% circa, tra l’altro maggiormente concentrati nelle regioni settentrionali. Dopo l’indipendenza dall’URSS infatti cominciò un esodo di massa della popolazione “straniera”, seguito dal rimpatrio dei kazaki che a loro volta stavano affrontando animosità nazionaliste nelle repubbliche vicine dove vivevano. Ma l’aumento in percentuale degli autoctoni è dovuto anche all’indice di fecondità più alto tra la popolazione kazaka, che è più conservatrice.
Oggi il Kazakistan conta quasi venti milioni di abitanti, pochissimi in un territorio così vasto, ma da alcuni anni in aumento grazie appunto al fatto che ogni donna fa mediamente più di 3 figli. Un dato che lo differenzia dalla Russia, dove la fecondità non raggiunge il livello di riproduzione, e un altro segnale del fatto che i russi sono sempre meno “padroni”.

INSALATA RUSSA
All’ora di cena sono seduta a un tavolo all’aperto di questo grande e ambizioso ristorante specializzato in piatti di carne. Vicino a me è seduta la proprietaria, a cui alcuni membri dello staff stanno cerimoniosamente proponendo le nuove salse: quella al pepe e quella ai funghi le fanno assaggiare pure a me. Sta piovendo da un bel po’ e non accenna a smettere, inoltre c’è un vento molto forte, le temperature sono precipitate e io indosso una maglietta leggera e non ho nemmeno l’ombrello.
Mentre attendo che la situazione meteorologica migliori, dal locale esce un giovane con gli occhi azzurri a fumarsi una sigaretta. Quando scopre la mia provenienza, mi dice in italiano che ha studiato a Siena, è di Almaty e parla russo (cosa che avevo capito dai suoi lineamenti). Approfitto per chiedergli com’è la situazione politica. «Be’, non c’è una vera e propria censura su quello che si dice, ad esempio a scuola; il controllo è attuato più tramite la propaganda religiosa, quindi fare più figli, non bere alcol, insomma così la società è più tranquilla e c’è meno criminalità». E per quanto riguarda le varie etnie? «Russi e kazaki si riconoscono subito, però non c’è razzismo tra di noi. Io ad esempio non parlo bene kazako, mentre i kazaki il russo spesso lo capiscono perché lo hanno studiato a scuola. Ancora oggi, se studi ingegneria o medicina non puoi non sapere il russo». In sintesi, oltre ai russi etnici, il russo lo parlano i kazaki di una certa età e i ceti più colti, mentre i giovani e le persone di campagna in genere parlano solo la lingua nazionale. La lingua kazaka viene trascritta con tre alfabeti: latino, cirillico e arabo. Attualmente sono ancora utilizzati i caratteri cirillici, ma avevo letto che entro il 2025 è prevista la transizione verso l’alfabeto latino. Secondo Ivan è un’assurdità «perché pochi sanno l’inglese, e comunque ci sarebbero problemi molto più importanti da risolvere, invece di queste scemenze».

Get your guide

La più tipica delle escursioni nei dintorni di Almaty prevede la visita a canyon e laghi situati vicino al confine con il Kirghizistan, circondati da montagne ammantate di splendide foreste. Nel mio caso è concentrata in un giorno solo, ma può anche essere svolta in due o più giorni prendendosela più comoda.
La prima sosta non è niente di che: ti affacci sul cosiddetto Black canyon e vedi quelli che si posizionano a favore di strapiombo per farsi le foto, anche se è proibito. Poi si arriva al lago Kandy, non prima di aver lasciato il van a Saty ed essere saliti su un camioncino vintage che deve percorrere strade sconnesse e guadare fiumi. Poiché il lago è apparso solo in seguito a un terremoto (quello del 1911), la sua particolarità consiste nella “foresta sommersa” di alberi che si elevano sopra la superficie dell’acqua. Un breve temporale ci sorprende mentre stiamo tutti a scattarci le foto su questo specchio turchese, qualcuno indossando i costumi tradizionali o addirittura facendosi mettere un’aquila sul braccio; in quell’occasione faccio amicizia con l’adorabile gestore del chiosco e con suo figlio. A questo punto andiamo a pranzo in una guesthouse di Saty dove vanno praticamente tutti i gruppi, che prevede la classica, scenografica tavola kazako-kirghiza stracolma di dolci e frutta secca. Il pranzo consiste in una zuppa (il borsch) e in un grande piatto principale a base di pollo (squisito).

Nel pomeriggio ci rechiamo al lago Kolsai, dove hanno recentemente costruito una serie di passerelle in legno, così non dobbiamo sporcarci le scarpe sui sentieri, e infatti il posto è molto affollato; per la cronaca, vanno alla grande i video panoramici realizzati indossando la bandiera kazaka come mantello. Probabilmente il secondo lago sarebbe stato meno turistico e avrebbe permesso di godersi di più la natura, ma è troppo lontano per poterlo includere nelle gite di un giorno.
La guida – a parte la fissazione di scattarci decine di foto nei punti panoramici – parla un ottimo inglese perché ha vissuto negli Stati Uniti e viene a lungo interrogato su vari temi. Per quanto riguarda l’attualità, ci informa che hanno accolto molti russi e ucraini che scappano dalla guerra, «ma non quelli con la Z». Rispondendo alla domanda di un norvegese che era nel tour, aggiunge: «Naturalmente siamo dalla parte degli ucraini, perché anche noi vorremmo tanto liberarci dal controllo russo, ma per il momento la vedo difficile, visti i rapporti commerciali e il lunghissimo confine, che misura quasi 7000 chilometri». Come ha scritto Azamat Junisbai (professore di sociologia in un college californiano, ma di origine kazaka), essere vicini della Russia è come trovarsi in una stanza con un pazzo che ha una pistola in mano: «You try to make yourself as inconspicuous as possible and hope he doesn’t notice you». Devi fare il possibile per non farti notare. Tuttavia, come si è visto, man mano alcuni segnali di smarcamento si stanno manifestando, contestualmente alla marcia di avvicinamento alla Cina.
L’ultima tappa è il Charyn canyon, splendidamente colorato di arancione al tramonto. Quando il sole scompare sono appena le sette e mezza, ben due ore in meno rispetto ad Aktau (da dove ho cominciato il viaggio), situata nell’estremo occidente del Paese che ora, dopo due settimane, mi appresto a lasciare. «Questa idea di un unico fuso orario per un Paese grande come il nostro è una vera stronzata!» eccepisce la guida.

Ha scritto il prof. Junisbai: «Per i kazaki, il lungo dominio coloniale della Russia ha prodotto una lista di orrori difficile da eguagliare. Una carestia provocata dall’uomo che ha ucciso circa il 40% della popolazione. Una distruzione totale dell’intellighenzia. E 456 (!) test nucleari.
Il programma scolastico sovietico ci ha insegnato che il colonialismo era perpetrato solo da malvagie potenze europee su persone in terre lontane; e che il mio paese, l’URSS, che copre 1/6 della superficie terrestre, era invece un amico leale dei popoli colonizzati.
La propaganda che ha reso invisibili al mondo esterno sia la brutale colonizzazione sia gli stessi colonizzati, è forse il maggior successo della Russia. Questa invisibilità fornisce ancora oggi copertura alle atrocità russe e deve essere interrotta…»


CONTINUA L’ESPLORAZIONE IN ASIA

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