Mangystau, il deserto kazako
È l’alba e l’aereo, decollato pochissime ore prima da Istanbul, sta per atterrare. Sorvoliamo una sottile striscia di terra che separa il mar Caspio da un laghetto costiero, poi il territorio arido prende il sopravvento e appaiono migliaia di case organizzate in ordinati, giganteschi reticolati, tutti dello stesso colore del suolo.
La meta di questo viaggio nell’estremo occidente dell’immenso Kazakistan è il Mangystau, una regione misteriosa che fa parte della Depressione caspica, quella «pingue immane frana» di cui cantavano i CCCP.

La terra delle mille strade
Sergey, che sarà la nostra guida, viene a prenderci all’aeroporto per condurci in albergo. Il tragitto è costituito da un lunghissimo rettilineo circondato dal nulla, dove avvistiamo i primi cammelli e cavalli – veri o finti che siano -, finché non compaiono i primi palazzoni di Aktau.
Negli anni Cinquanta questa penisola, chiamata Mangyshlak, era soprannominata “la terra delle mille strade”, poiché ogni guidatore aveva il proprio percorso preferito. La regione era spopolata non tanto a causa del clima, quanto per la campagna di collettivizzazione e sedentarizzazione di Stalin, che all’inizio degli anni Trenta aveva sradicato o eliminato quasi del tutto la popolazione nomade locale.
Aktau nacque negli anni Cinquanta dopo la scoperta dei giacimenti di petrolio e uranio: oggi conta circa centottantamila abitanti e la sua economia si basa quasi interamente sulla vendita del combustibile estratto lungo le coste del Mar Caspio.


Canterò il vespro la sera
La Toyota Prado bianca è carica di cibo, acqua, tende e tutto il necessario per campeggiare nella sconfinata steppa del Mangystau: un’area di circa centosessantamila chilometri quadrati situata nella parte occidentale del Kazakistan, parzialmente sotto il livello del mare. In vista delle elevate temperature tipiche del mese di luglio, Sergey indossa una tuta mimetica non bellissima ma estremamente funzionale, realizzata in un tessuto leggerissimo che protegge dal sole ma, essendo fittamente traforato, lascia il corpo praticamente nudo.
Sergey è un driver esperto, una guida preparata, un ottimo cuoco e un ragazzo dal cuore d’oro; purtroppo, però, non parla inglese. Usa quindi un traduttore offline dal russo che presenta evidenti lacune in quanto a sintassi e lessico, ma si dimostrerà capace di creare delle vere e proprie poesie dadaiste.

Ci avviamo in direzione nord-ovest e in meno di due ore siamo a Kanga Baba: due coreografici cavalli al galoppo ci guidano verso una necropoli. Sergey ci mostra una foto a colori spiegandoci che, in epoca pre-islamica, molte di queste lapidi funerarie avevano la forma di animali, ma che poi l’iconoclastia ha fatto sì che venissero rimosse teste e zampe. La notizia risulta piuttosto bizzarra, per cui sul momento non posso escludere del tutto che Olga – come viene prontamente battezzata la voce femminile del discutibile traduttore offline – abbia tradotto a cazzo.
A un certo punto Sergey ci mostra un disegno realizzato da Taras Ševčenko quando visitò la necropoli nel 1851. Il celebre poeta e pittore ucraino trascorse sette orribili anni nel vicino carcere di Novopetrovsk – città che oggi in suo onore si chiama Fort Shevchenko. Quando uscì di prigione fu assegnato ad una spedizione geologica qui nel Mangyshlak e in quella occasione realizzò una serie di schizzi e disegni di questa “terra maledetta da Dio”.


Giunti presso la penisola Zhigalgan, una terrazza panoramica affacciata sul bluissimo Mar Caspio ci accoglie per il primo pranzo del tour. Sulla tavola non possono mancare pomodori, cetrioli e peperoni tagliati a fette, pane, tè, biscotti e caramelle. Poi, a seconda dei giorni, vengono aperti pacchetti di plastica sottovuoto che contengono salumi e formaggi oppure pezzi di pollo già cotto.
Ricordo bene la stessa commistione di dolce e salato sulle tavole kirghize, e anche al ristorante di Aktau, dove ho notato due commensali che prima hanno ordinato cappuccino e torta e dopo, quando ancora una parte di dolce era nel piatto, una pizza.
Mentre mangiamo, Sergey ci spiega che sta lavorando tantissimo perché ha avuto molte spese: «Quest’anno mi sono messo di piani molto grandi e ho comprato un appartamento, ho comprato un’auto ed è molto denaro, ha bisogno di chiudere tutto». I suoi bambini sentono molto la sua mancanza e a lui dispiace, però quest’anno deve darsi da fare. «L’anno prossimo trascorrerò il tempo con la famiglia. Dobbiamo svolgere tutti i compiti e poi ci riposeremo». Fin qui l’affidabilità di Olga non è il massimo, ma come sempre a un certo punto arriva una massima di grande profondità: «Se non facciamo piani molto alti non saremo in grado di capire di cosa siamo capaci».
Dopo pranzo scendiamo a piedi nell’ampio anfiteatro circondato dal mar Caspio: il ripido dislivello è stato causato da colossali frane che secondo qualcuno sono ancora in corso – Zhigalgan in kazako significa proprio “caduto”. Qui possiamo osservare grotte, pietre funerarie e fossili antichissimi; su alcune pareti rocciose sono ben visibili delle orme fossilizzate di cavalli e felini preistorici ormai estinti. Infine, nel punto più basso del percorso, appare un delizioso laghetto a forma di cuore.


La prossima tappa è la moschea di Shakpak-Ata, un’affascinante struttura scavata nella montagna accanto alla necropoli medievale omonima, dove gli agenti atmosferici hanno ricamato la roccia chiara a forma di merletti e spugne. Innumerevoli incisioni raffigurano impronte di mani, cavalli, scene di battaglia e motivi botanici, mentre le iscrizioni in arabo, persiano e turco – in particolare poesie sufi sulla caducità della vita umana e sulla malvagità del mondo – si sono rivelate decisive per datare il complesso all’epoca del Khanato dell’Orda d’Oro.
La moschea prende il nome da un leggendario derviscio, famoso per la sua capacità di produrre scintille semplicemente sfregando le unghie l’una contro l’altra. Shakpak si era rifugiato in una delle grotte della necropoli e fu in grado di fuggire dai nemici anche dopo essere stato decapitato, lasciando durante la fuga le sue impronte sulle pietre. Una storia molto simile mi era stata raccontata a Samarcanda, presso il complesso funerario di Shah-i-Zinda, e riguardava il mitico “re vivente” che scappò con la sua testa sotto il braccio. Se crediamo al folklore popolare, questo luogo può curare qualsiasi malattia.
Dopo aver visitato l’interno, costituito da quattro camere raggruppate attorno a una stanza centrale con volta a cupola, saliamo sul tetto che si affaccia sullo sconfinato panorama della steppa. L’imperturbabile voce di Olga ci invita a fermarci: «E ora sediamoci qualche minuto per pensare il bene per il bene migliore». Se ci fosse stato Giovanni Lindo Ferretti, avrebbe sicuramente intonato alcuni versi di “Depressione caspica”: «Io in attesa a piedi scalzi e ricoperto il capo, canterò il vespro la sera».

Montiamo il primo campo nel canyon Shakpaktysay, il più grande della zona, non prima però di aver fatto una breve sosta in un luogo molto ameno vicino a una mandria di cammelli. Non ho mai sentito parlare dell’aggressività di questi animali, ma quando il più alto di tutti comincia a correre nella nostra direzione ci arrampichiamo col cuore in gola sulle rocce più vicine, bianchissime e meravigliosamente lavorate dal vento. Ci convinciamo a scendere solo quando arriva Sergey, il quale ci deride bonariamente per la nostra infondata paura.
Pochi quarti d’ora dopo le tende sono montate, il pesce cuoce in padella, le patate stanno a lessare e qualche birretta della scorta personale di Sergey viene felicemente condivisa.
Durante la cena Sergey torna a raccontarci la sua attività e ci spiega che anche la moglie, pur avendo un buon lavoro, a volte porta i turisti insieme a lui: «Quando succede, quando non può lasciare bambini bassi o alcuni altri problemi, va il mio amico» sono le parole piuttosto arcane che pronuncia Olga. Poi aggiunge: «Stanno arrivando un sacco di italiani e un sacco di russi, voi così l’Italia raccontare di me», che praticamente significa che dobbiamo fargli pubblicità – cosa che faremo con enorme piacere.
Le rocce bianche cambiano colore con il calare del sole; qualche nitrito proviene da una mandria di cavalli in lontananza, mentre dall’alto arrivano versi di animali che non riusciamo a identificare. Si dorme decentemente; all’alba, un pungente freschetto invita addirittura a infilarsi nel sacco a pelo.



Per incontrare espansioni sconosciute
La mattina ci alziamo come sempre verso le otto, facciamo colazione e ci mettiamo in auto diretti a occidente. Superato il villaggio di Tauchik, raggiungiamo la prima “posizione” – come direbbe Olga -, ossia Torysh, la valle delle sfere. Questa località potrebbe benissimo trovarsi su Marte e fa impressione pure se la vedi dall’alto, cosparsa com’è di centinaia di rocce sedimentarie sferiche, alcune con un diametro superiore ai due metri. Secondo i ricercatori si tratta di concrezioni formatesi sul fondo di un antico mare ed esposte agli agenti atmosferici; per il folklore degli Adai – il gruppo etnico originario di questa regione –, invece, si tratterebbe di invasori sconfitti e “congelati” da un potente santo locale.
Sergey va a caccia di conchiglie fossili, una delle sue passioni: la presenza di organismi marini fossilizzati dipende dal fatto che il Mangystau, centinaia di milioni di anni fa, era il fondo marino dell’oceano Tetide. Progressivamente le acque si sono prosciugate e nel corso del tempo si è formato l’insolito paesaggio che oggi ci affascina tanto.


Da queste parti ci dovrebbe essere il set cinematografico del film Waiting for the Sea del regista tagiko Bakhtyar Khudojnazarov: è la storia di uno skipper che, una volta rilasciato dal carcere, torna al porto e scopre che il mare è scomparso e tutto ciò che rimane è un vasto deserto sabbioso sul quale poggiano gli scafi arrugginiti delle navi. In pratica, è stato ricreato in Kazakistan il vero paesaggio di Moynaq, in Uzbekistan, che in passato sorgeva sulla riva del lago d’Aral.
Dopo una sosta al supermercato di Shayyr, ci dirigiamo a Kokkala – la “fortezza verde” -, dove allestiamo il pranzo. In questa gola multicolor si trovano facilmente fossili di carbone, a testimonianza del fatto che centinaia di milioni di anni fa qui c’era una foresta dove vagavano i dinosauri. La natura ha sorprendentemente eroso gli strati di argilla, creando bizzarre incisioni sulla montagna stratificata.
«Strati grigi di diversi colori, più scuro più scuro a carbone disponibile, in modo che siano di questo colore» chiosa Olga con il suo solito ermetismo dadaista.
«Dopo la montagna abbiamo l’ultima posizione dove dormiremo con voi. Prima di questa posizione sarà possibile entrare in minivillaggio e nuotare, costa mille tenge a persona»: con queste parole, invece, Sergey vuole darci la bella notizia che potremo fare una doccia.

Quando arriviamo in prossimità di Sherkala – la “fortezza del leone” – il nostro driver ci comunica con una sintassi un po’ pleonastica che «da questo lato della montagna che assomiglia alla parte destra del leone della montagna come la testa del leone», mentre se vista da un’altra angolazione ha la forma di una yurta. Ci accostiamo dunque alla montagna per scoprire che un tempo qui c’era una città che serviva come tappa per i mercanti: «Erano i tempi del sentiero della Seta. C’era una fortezza qui che difendeva questa città. Sulla montagna poteva salire solo da un unico posto, la gente della montagna avevano acqua, potrebbero difendersi per mesi».
Quella città oggi non c’è più: a sentire Olga avevano usato l’argilla, per cui «non ha vissuto fino ai nostri anni; erano fragili quindi non sono sopravvissute. C’erano migliaia di persone nel quinto secolo, ma non è rimasto più niente». Per quanto riguarda le grotte che vediamo accanto a noi, Sergey racconta di aver fatto un esperimento: «Quando la gente era nella grotta, sono andato nella steppa e ho detto con calma con una voce del genere; mi hanno sentito bene. Queste grotte fungono da suono di notte». Insomma, una specie di telefono naturale.
Invece il giro della montagna per esaudire i desideri non lo facciamo: fa un caldo cane e non vediamo l’ora di farci la doccia nel camping di yurte.


Debitamente rinfrescati, raggiungiamo Akmyshtau – la “valle dei castelli”, secondo la definizione di Shevchenko -, circondata da cinque montagne modellate da potenti processi erosivi. Montiamo il campo in un meraviglioso punto panoramico dell’Airakty Shomanay, circondato da creste rocciose e imponenti guglie.
In un impeto di romanticismo, di fronte al sole che illumina di rosso questo set di un film di fantascienza, Olga scandisce: «L’auto sta impedendo una vista così bella: spostiamo il tavolo e facciamo una cena al tramonto». A causa del forte vento, infatti, il fuoristrada è stato piazzato di traverso, ma da quella posizione ci impedisce di godere del panorama.
La cena è come sempre squisita e lo spettacolo delle montagne ci lascia senza fiato; l’unico problema sono le migliaia di cavallette. «Presto non ci sarà bisogno di un interprete» afferma ridendo Sergey, che sta imparando qualche parola di italiano. «Per incontrare espansioni sconosciute» aggiunge con oscure parole Olga.




Tu con lo sguardo eretto all’avvenire
La giornata odierna è sostanzialmente dedicata ad uno dei paesaggi naturali più riconoscibili e visitati del Mangystau: il meraviglioso lago salato Tuzbair. La prima vista panoramica spazia sulle ripide scogliere dai contorni levigati che si gettano nella sconfinata palude salmastra, bianca come la neve. Sergey raccoglie un sacco di fossili di ricci di mare e poi ci prepara il pranzo in un anfratto di roccia candida.
«Se continuiamo a buttarlo fuori capisco che questo corpo creerà un enorme ohoh» sono le enigmatiche parole di Olga. Preghiamo Sergey di fare frasi più brevi per rendere la comunicazione più efficace e lui, ubbidiente, promette: «Cerco di dividere il testo».
Nel successivo punto di avvistamento notiamo in lontananza una gazzella del luogo che, purtroppo, galoppa via non appena si accorge della nostra presenza. Quindi scendiamo al livello del lago, percorribile solo da autisti esperti come il nostro. C’è sempre musica nell’auto di Sergey: canzoni di rock pesante in lingua russa, hip hop americano, ma anche artisti discutibili come gli Enigma e Sandra, che negli anni Ottanta e Novanta hanno avuto, inspiegabilmente, un certo successo. È con questa imprevedibile colonna sonora che, sobbalzando nella Prado, ammiriamo le stupefacenti opere d’arte che l’erosione ha compiuto qui: a me vengono in mente le statue di Vigeland viste ad Oslo, a qualcun altro dei palazzi birmani.




Montiamo il campo in un angolo riparato, dove ben presto arriva l’ombra. La presenza delle mosche è davvero fastidiosa, almeno finché non calano le tenebre. Sergey dimostra un’eccezionale indulgenza nei confronti di questi insetti, che – poveretti – non incontrano tante forme di vita in questa stagione: «Siamo l’unica fonte d’acqua per loro di un’altra acqua qui», traduce Olga. In altri periodi dell’anno, invece, i turisti sono molto numerosi. D’inverno c’è una tenda dedicata alla cucina, mentre ora il fornello è posizionato all’aperto, protetto dalla jeep: «Con questo tempo sarà molto caldo cucinare dentro» spiega la servizievole Olga.
Sergey comincia a preparare la cena e stappa la prima Efes. «Ci sarà sempre un po’ di birra nella mia pancia» traduce Olga senza riprodurre la risata che accompagna la battuta. Gli chiediamo come abbia conosciuto sua moglie, una bella ragazza bionda vista in foto: «Siamo andati nella stessa scuola. Si ricorda di me quando ero piccolo e non me la ricordo». Qualunque cosa vogliano dire queste parole, quel che è certo è che si sono conosciuti a diciotto anni e sposati a ventuno.
Passeggiamo trasognate sull’immensa distesa di sale: il tramonto arrossa l’orizzonte e le rocce gessose sono stupefacenti. Stanotte fa più caldo del solito. La mattina il sole arriva presto e scotta, per cui dobbiamo smontare in fretta e furia il campo. «Tu con lo sguardo eretto all’avvenire / Fisso al sole nascente ed adirato all’imbrunire» avrebbe gorgheggiato Giovanni Lindo Ferretti in duetto con Olga.

Assomiglia all’ingenuità la saggezza
Il tragitto per andare da Tuzbair a Bozzhira è un lunghissimo fuoristrada che fa divertire moltissimo Sergey. All’ora di pranzo ci troviamo su una strada asfaltata dove sono posizionate alcune capannine dotate di tavoli, simili a fermate per aspettare autobus inesistenti, e dove incontriamo alcuni turisti. Le postazioni sono state create perché questo tratto di strada si affaccia sulla valle dove sorgono due formazioni iconiche del Mangystau: la gola di Kyzylkup e il monte Bokty, che per il momento possiamo avvistare solo da lontano sotto un cielo molto nuvoloso.
Inoltre da qui si passa per andare alla famosa moschea di Beket-Ata, importantissimo luogo di pellegrinaggio che però, purtroppo, non fa parte del nostro tour: «C’è abbastanza da vedere in trenta giorni», commenta Sergey, per dire che in cinque giorni non possiamo vedere tutto. Alla fine del solito pranzo finalmente assaggiamo la buonissima ricotta dolce che avevamo comprato al supermercato e anche l’halva, il tipico dolce mediorientale, che in questo caso è a base di semi di girasole e non di sesamo. Di fronte all’ennesimo equivoco creato dal traduttore offline, Sergey finalmente ammette che «Olga con l’italiano ha dei problemi», anche se «è davvero il miglior traduttore che conosco e che esista offline».
Con la palude salata pensavo di aver visto il non plus ultra del Mangystau, ma quando arriviamo al primo punto panoramico sopra la valle di Bozzhira mi rendo conto che non è così. A causa di questi straordinari pinnacoli, guglie e creste rocciose, molti l’hanno considerata la versione kazaka della Monument Valley, ma percorrendola tutta a me vengono in mente anche le ambe, le montagne piatte del nord dell’Etiopia, nonché le Meteore in Grecia – monasteri costruiti in cima alle rocce -, perché è proprio questo che sembrano alcuni rilievi della zona: costruzioni realizzate dall’uomo. Avanzando nella valle, poi, appaiono scenari così bianchi che pare neve; a un certo punto mi sembra di stare dentro a un ghiacciaio e poi, quando spuntano le rocce calcaree, direttamente ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, nelle Dolomiti.



Anche il luogo dove montiamo l’ultimo campo è una meraviglia pennellata dal sole che finalmente scende, alleviando l’afa. Le temperature sono salite terribilmente con il passare dei giorni; è l’ultima sera e c’è ancora abbastanza acqua, così Sergey ci propone di farci una doccia en plein air. Stasera ci cucina il besbarmak, il piatto nazionale kazako.
«Cucinare cibo semplice molto veloce, ma penso che sia meglio aspettare e mangiare cibo delizioso, quindi mi dispiace per una lunga cena» fa dire a Olga per giustificare il fatto che la preparazione richiede molto tempo. La stessa pentola in ghisa viene utilizzata prima per cucinare la carne, poi per bollire patate e carote e infine per lessare la tipica pasta kazaka che farà da letto agli altri ingredienti nel piatto di portata. Apprezziamo la filosofia e intanto beviamo la consueta birra Efes come aperitivo. «Mio nonno diceva sempre che se fai qualcosa che è dal cuore, se non lo fai di cuore in cuore, allora è meglio non farlo mai. Quindi tutto quello che faccio sempre con amore» prosegue Olga con quell’afflato poetico che ormai abbiamo cominciato a conoscere e ad apprezzare tanto. «Siamo soli qui. In primavera, aprile e maggio, avere molte persone qui». E in effetti, in quattro giorni molto di rado abbiamo scorto altri turisti.


Finito di mangiare il piatto nazionale – delizioso -, Sergey dice e Olga traduce: «Il mio amico mandato una foto di questo ragno, ricordare? L’ha preso nel suo garage». Noi ricordiamo. «Abbiamo il ragno più pericoloso al mondo sul campo che si chiama la sua morte nera».
La notizia non è delle più rassicuranti, ma Sergey ci dice di non preoccuparci: «Se ora mi sdraierò sulla terra nessuno si rifugerà in me. Non siamo cibo per loro. In modo da non avere bisogno di prendere il panico: solo controllare».
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma poi Olga ci mette nuovamente in allarme quando scandisce: «L’ultima volta c’erano un sacco di ragni durante il tour e quindi appena abbiamo spento le luci hanno corso intorno a noi». E poi aggiunge in modo sibillino: «Ma non l’abbiamo visto e quindi non li abbiamo temuti. Se ci fossero ragni sarebbe già significa che il reggimento non ha paura. Ed ecco le borse e le scarpe meglio rimosse».
Quest’ultima raccomandazione è comprensibile, così raccogliamo le nostre proprietà e le andiamo a stipare dentro la tenda. «Non posso parlarne, dovresti saperlo» sono le ultime, misteriose parole di Olga. «Assomiglia all’ingenuità la saggezza» avrebbero chiosato i CCCP.
Anche se stasera non mettiamo la copertura alle tende, il calore insopportabile che sale dalla terra non mi fa chiudere occhio. Invidio Sergey che dorme sul tetto della jeep.

Per coltivare i baci
L’ultimo giorno del tour si superano i quaranta gradi quando visitiamo uno dei posti più belli e iconici di tutto il Mangystau. La gola di Kyzylkup consiste in una serie di colline piatte a strati di diversi colori – tra cui il bianco del gesso e il rosso del ferro – che le hanno fatto guadagnare il soprannome di “montagne tiramisù”. «Questo posto è formato un reggiseno grazie ad un grande corpo d’acqua dove c’era acqua rossa» sostiene Olga, del tutto incurante del nonsense appena pronunciato. Poi, però, aggiusta il tiro: «Linee perfettamente piatte che potrebbero essere fatte solo grazie all’acqua». In pratica, un tempo c’era un bacino idrico che poi si è ritirato creando questo affascinante spettacolo, che per fortuna possiamo ammirare sotto un cielo perfettamente azzurro, in cui si affollano tante piccole nuvolette bianche.




A poca distanza c’è il monte Bokty, anch’esso costituito da rocce gessose di diversi colori e raffigurato sulle banconote da mille tenge. Da queste parti ci mettiamo alla ricerca dei denti di uno squalo preistorico ormai estinto, ma solo Sergey ha il coraggio di passare mezz’ora sotto il sole cocente a fissare il suolo. Comunque posso testimoniare in prima persona che i denti ci sono davvero e che si possono trovare facilmente guardando per terra.
A questo punto prendiamo la via del ritorno: le dune Tuyesu non riscuotono grande entusiasmo. L’altra sosta infernale serve ad osservare la depressione di Karagije, a centotrentadue metri sotto il livello del mare: il punto più basso e bollente dell’Asia centrale. Man mano che ci avviciniamo ad Aktau compaiono migliaia di pompe petrolifere e, infine, i tipici tubi di distribuzione del metano per la rete domestica.


A casa di Sergey troviamo il classico tavolo kazako pieno di caramelle, biscotti, samsa – i rustici ripieni di carne e cipolle – e, naturalmente, litri di chai. Conosciamo i graziosissimi bambini e, dopo le classiche foto insieme, siamo pronte per andare all’aeroporto.
«Cinque giorni sono volati in un lampo», sono le commoventi parole di Sergey, per una volta perfettamente tradotte da Olga. Non fosse per la frase successiva, un ennesimo messaggio criptico, ma geniale nella sua astrusità: «La ferita, per coltivare i baci, la devi lasciare».





