copertina Kirghizistan

CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE

Kirghizistan, un Paese ad alta quota

La fila presso la frontiera di Osh è scorrevole e nessun controllo in uscita viene effettuato dalle autorità uzbeke, neanche per verificare che io abbia ligiamente conservato tutte le registrazioni rilasciate dagli hotel. L’unico lieve contrattempo avviene in ingresso, quando agli impiegati della dogana kirghisa viene il dubbio che per gli italiani sia necessario il visto.
La prima novità riguarda l’alfabeto: in Kirghizistan si usano soltanto i caratteri cirillici – e anzi il russo, insieme al kirghiso, è tuttora la lingua ufficiale –, a differenza dell’Uzbekistan, dove un tentativo di trascrivere l’idioma in caratteri latini si è parzialmente attuato.
L’accoglienza dei tassisti non è delle più pacifiche: alcuni si disputano ferocemente il mio bagaglio e sta per scoppiare una rissa, che evito strappando loro di mano lo zaino e avviandomi a passo svelto verso l’auto del conducente meno collerico, rimasto in disparte.

Osh

Situata nel cuore di quel groviglio etnico che è la valle di Fergana, Osh ospita una consistente comunità uzbeka, distinguibile per gli abiti femminili a fiorellini e i classici zucchetti doppa ricamati, che contrastano con gli alti cappelli kalpak di feltro bianco degli uomini kirghisi. I rapporti tra le due etnie sono complessi: gli uzbeki considerano i kirghisi fondamentalmente dei coattoni pecorai (che nondimeno li trattano da stranieri), mentre questi ultimi guardano con sospetto quei vicini storicamente stanziali e in genere più benestanti.
I motivi di risentimento reciproco sono esplosi in violenti scontri interetnici nel 1990, durante la disgregazione sovietica, e di nuovo nel 2010, provocando centinaia di vittime tra la minoranza uzbeka. 

L’unica attrazione turistica sembrerebbe l’appuntita collina Suleiman, sulla cui sommità si trovano una piccola moschea e un mausoleo. Questo luogo sacro è da secoli meta di pellegrini ed è venerato in particolare dalle donne che non riescono ad avere figli. Purtroppo per scalarla bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare l’ombroso cortile dell’ostello, avventurarsi nelle strade bollenti e poi smadonnare sotto il sole percorrendo la ripida salita.


Il Kirghizistan è un paese al novantaquattro per cento montuoso: ero dunque certissima di trovare un gradevole clima alpino dopo dieci giorni canicolari in Uzbekistan. E invece anche a Osh la colonnina del mercurio segna quarantadue gradi. Solo nel tardo pomeriggio mi decido a raggiungere il bazaar, decantato come vivacissimo e intrigante mercato tipico dell’Asia centrale, ma nella realtà pieno di orrende cineserie e venditori imbronciati con lo sguardo incollato al cellulare.

Mi incammino allora seguendo la riva del fiume fino alla statua di Lenin, deforme nel tramonto: con il suo braccio marrone indica un futuro già passato agli invitati a un matrimonio, i quali si fotografano a vicenda accanto a pacchiane limousine da cerimonia. Entrando nel parco adiacente, le spalle di Lenin svettano sopra l’ingresso di una palestra, di fronte alla quale si dispiega un tetto di ombrelli colorati che sovrasta una piccola piscina. Le coppie di sposi attraversano trionfalmente una passerella inserita in una lunga sfilza di cuori rossi e fucsia e si fanno fotografare sotto una copia in miniatura della Torre Eiffel.
Ceno in un ristorante in stile bavarese-scandinavo, con le palafitte di legno e i würstel; in sottofondo risuonano melliflue cover di celebri pezzi pop. Ecco, non so come altro dirlo: Osh è una città veramente brutta.

Kazarman

Il lago di Song Köl è situato a un’altitudine di circa tremila metri. Arrivarci partendo da Osh non è per niente semplice: il tragitto è in buona parte impervio, tra passi d’alta quota e vallate deserte, e non è servito dal trasporto pubblico. Il CBT, l’agenzia turistica più attiva del Paese, propone il trasferimento a cifre astronomiche, che spero vivamente siano davvero impiegate per portare un poco di sviluppo, come sostengono.
Tra l’altro, tutti questi fantomatici turisti zaino in spalla che starebbero prendendo d’assalto il Kirghizistan – con cui avrei potuto dividere la spesa – non si vedono. Ad esempio nella mia sistemazione ci sono tre tedeschi bloccati a Osh in attesa che gli riparino la jeep, uno svizzero in anno sabbatico diretto in Cina e un asiatico che dorme tutto il giorno; tutti gli altri sono appena partiti per il festival sui monti Alaj.

Anche Bakhtygul, la proprietaria della homestay che mi ospita a Kazarman, conferma che ci sono meno presenze dello scorso anno. Fiore della Felicità – questo è il significato del suo nome – insegna inglese in una scuola superiore russa, dove i professori vengono pagati di più rispetto a chi lavora negli istituti kirghisi: «Questa divisione è uno dei lasciti del periodo sovietico, durante il quale la cultura kirghisa era praticamente sparita, infatti a scuola non si studiava la nostra storia né la nostra lingua. Ancora oggi nei villaggi si parla soprattutto kirghiso ma nelle grandi città predomina il russo».
Quando le racconto la prima destinazione del mio viaggio, mi confida che le donne uzbeke sono molto sottomesse al marito e che, se una donna kirghisa ne sposa uno, per lei è difficilissimo adattarsi alla nuova famiglia. «D’altra parte il Kirghizistan» prosegue con orgoglio «è l’unica democrazia da queste parti, ed è un paese libero sia dal punto di vista politico che economico. L’unico problema è l’enorme corruzione».

Kazarman è un agglomerato poco piacevole di casermoni in cemento, circondato da montagne aspre e campi coltivati a cetrioli, grano e patate. È qui che devo procacciarmi del cibo, visto che stasera alla homestay non è prevista la cena.
Il migliore café è chiuso perché di solito la domenica dà fondo a tutte le provviste durante il pranzo; quello di seconda scelta ha nel menù soltanto i manti, ravioli ripieni di carne e cipolla, indigeribili. Per fortuna proprio accanto c’è un’altra brutta struttura, non segnalata da Fiore della Felicità, che si può con molta fantasia definire ristorante: la proprietaria mi invita in cucina a dare una sbirciata ai pentoloni sui fornelli e poco dopo mi vengono serviti una zuppa e mezzo pollo allo spiedo.

In giro non c’è molto movimento; quelle poche auto scassate che circolano vanno a folli velocità sulle strade disconnesse e un paio di autisti mi gridano qualcosa di incomprensibile dal finestrino. Quando chiedo a Bakhtygul se il problema dell’alcolismo sia ancora così diffuso, mi informa compiaciuta che fino a qualche anno fa era davvero una piaga, ma oggi per fortuna è stato sostanzialmente risolto.

Il lago di Song Köl

Li Tartari dimorano lo verno in piani luoghi ove ànno erba e buoni paschi per loro bestie; di state in luoghi freddi, in montagne e in valle, ov’è acqua e (a)sai buoni paschi. Le case loro sono di legname, coperte di feltro, e sono tonde, e pòrtallesi dietro in ogni luogo ov’egli vanno, però ch’egli ànno ordinate sí bene le loro pertiche, ond’egli le fanno, che troppo bene le possono portare leggeremente. (…) E sí vi dico che le loro femmine comperano e vendono e fanno tutto quello che agli loro mariti bisogna, però che gli uomini non sanno fare altro che cacciare e ucellare e fatti d’oste.

Marco Polo, Il Milione

Il giovane e sorridente autista che mi conduce a Song Köl di norma fa l’apicoltore e non ha mai lavorato con i turisti prima d’ora. Quando gli comunico il prezzo di questo trasferimento in auto, sgrana gli occhi – probabilmente accarezzando per la prima volta l’idea di cambiare settore lavorativo. Ieri l’affabile driver baffuto che mi ha portato a Kazarman ha avuto diversi problemi con il motore dell’auto, che si surriscaldava facilmente, mentre oggi il viaggio scorre via liscissimo tra paesaggi da cartolina.

La famiglia di Rozana mi accoglie calorosamente nella yurta dove dormirò queste tre notti; in realtà il marito è quasi sempre assente e quelle che sfacchinano sono lei e le due figlie adolescenti. Nella struttura di lamiera dove si consumano i pasti, a disposizione degli ospiti c’è un tavolo sempre ben fornito di marmellate, frutta, frittelle e naturalmente tè: ettolitri di chai caldo a tutte le ore. La yurta è molto colorata e confortevole, mentre il bagno è un gabbiotto con un buco puzzolente nel terreno. 

Finalmente da ora in poi l’afa sarà solo un lontano ricordo, ma comunque fino alle cinque è ancora possibile esplorare i dintorni in maglietta. Il lago è tanto grande e ondoso che sembra un mare; tutto intorno si estendono «buoni paschi per loro bestie» – i cavalli selvaggi, le enormi mandrie di pecore e le mucche –, prati punteggiati da chiazze di stelle alpine e diversi campi di yurte riservati ai turisti.

Alcune vetuste Lada dai colori sgargianti hanno portato fin qui i gitanti kirghisi, che ora sono seduti a fare il picnic con i loro buffi cappelli di feltro e i denti di metallo che scintillano. Con la mano mi fanno segno di avvicinarmi e – una volta esaurito il modesto vocabolario a mia disposizione – è il momento di assaggiare il kumis, la schifida bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte di giumenta. Per fortuna qualcuno fa girare una più potabile bottiglia di vodka.

Quando faccio ritorno al mio accampamento, dei grigi nuvoloni hanno ingombrato il cielo. Mi rifugio nella yurta, un po’ spaventata dai tuoni fragorosi e dal vento formidabile che fa scricchiolare tutta la struttura. Sbirciando dalla spessa stuoia che funge da porta, intravedo Rozana che mi fa segno di rientrare e sua figlia appesa ai cavi di due yurte, nello sforzo di non farle volare via: le guance sono due pomelli rossi e gli occhi mongoli due fessure contro la tempesta.
Alle sette è tutto finito, le tende sono ancora in piedi e la cena è puntualmente in tavola. Quando ormai è buio e mi appresto a ficcarmi sotto le coperte leopardate, una quindicina di coreani – profughi da un altro campo collassato – ci chiede ospitalità: la tenda tonda diventa un agglomerato di corpi europei e asiatici riscaldati dalla stufa che va a tutto vapore.

L’indomani sera le nostre yurte sono al completo: due polacche e un italiano sono arrivati a cavallo, una coppia di americani è giunta da Osh come me – pagando una cifra ancor più spropositata al CBT – e molti norvegesi, americani, francesi, israeliani e neozelandesi provengono da Kochkor. A parte passeggiare intorno al lago o andare a cavallo non c’è molto da fare, se non godersi l’aria di montagna, la luce epica e i movimenti del sole e della luna.

A differenza di Leopardi, non invidio la greggia beata e «d’affanno quasi libera», che gran parte dell’anno senza noia consuma in quello stato; a me, se «seggo sovra l’erbe, all’ombra», nessun fastidio m’ingombra la mente e non mi assale alcun tedio – anche perché ho portato il Kindle. D’altra parte Rozana e le figlie non fanno altro che lavorare duramente e in altri yurt camp faticano a rimettere in piedi le tende collassate; insomma, mi poteva andare peggio.
La sera però, «quando miro in cielo arder le stelle», è inevitabile qualche elucubrazione filosofica: a che scopo così tante luci? Qual è il senso dell’universo infinito? «Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?»

La domenica c’è grande folla convenuta per il National Horse Games Festival, uno show culturale organizzato dal famigerato CBT. Dopo balli e canti tradizionali, gli artigiani illustrano agli occidentali come si realizza un tipico tappeto kirghiso di lana pressata, la nostra Rozana ci mostra come si preparano le frittelline tipiche – i boorsok – e finalmente si arriva al clou della giornata: gli horse games. Il più bizzarro è l’ulak tartysh, in cui i cavalieri devono strapparsi di mano una carcassa di capra – ammazzata per l’occasione proprio dal marito di Rozana – e riuscire a infilarla in una buca del terreno. Più romantico il kyz kuumai, che ai più avveduti ricorderà l’antica pratica – tuttora in vigore – del rapimento delle donne ai fini del matrimonio; si tratta di una specie di inseguimento amoroso a cavallo: se l’uomo raggiunge la donna può scroccare un bacio, altrimenti lei può colpirlo con una frusta.

Alla fine dei giochi torno a Kochkor con un SUV guidato dal marito di Rozana, il quale dunque era sempre via non per «cacciare e ucellare» o per qualche antica avventura degna del Milione, bensì per svolgere il servizio di navetta del CBT.

Sulle strade kirghise

I turisti stranieri, facilmente riconoscibili dall’abbigliamento tecnico di montagna, sono raggruppati ai tavoli di un ristorante sulla via principale e discutono delle loro mete d’alta quota – le stesse per tutti. Le casette con i tetti di lamiera, i muri senza intonaco, i cancelli scrostati, le insegne in caratteri cirillici, le vecchie Lada e le residue falci e martello arrugginite, così come gli anonimi cittadini che ci vivono, non accendono alcuna curiosità in loro; d’altra parte i residenti li ricambiano con la medesima, olimpica indifferenza. Kochkor, circondata anch’essa da alte montagne, è in effetti ancora più brutta di Osh e Kazarman.

Al piano di sopra del “Retro coffee” ci sarebbero anche dei posti letto, ma è impossibile farsi una doccia, mentre il bagno – anche se siamo in città – è un buco nel terreno situato dietro una porta nel cortiletto, che emana lo stesso fetore nauseabondo di quello di Song Köl. Anche l’ufficio del CBT ha un fosso maleodorante al posto del gabinetto, nonostante le colossali cifre che chiedono per le loro escursioni. Essendomi ripromessa di non farmi più fregare da loro, raggiungo Naryn con un taxi condiviso e solo lì contratto con la seconda agenzia del paese – meno ladra – per percorrere l’ultimo tratto fino a Tash Rabat, quello non servito da alcun mezzo pubblico.

Viaggiando tra le strade kirghise, è evidente che gli autisti hanno tutti questa curiosa fissazione di tagliare le curve, illudendosi ingenuamente che diventino rettilinei. Dunque invadono la corsia contraria ogni volta che la strada gira a sinistra, reinserendosi nella propria soltanto quando si stanno per scontrare con il mezzo che procede nella direzione opposta. Inizialmente questo vezzo tende a terrorizzare il turista, il quale tuttavia – dopo un congruo numero di episodi che vanno a buon fine – in genere prende confidenza con i costumi tipici del luogo.

Il panorama montuoso è punteggiato da originali cimiteri con tombe a forma di yurta, una delle poche opere di interesse storico-artistico in questa nazione di tradizione nomade. Fuori città l’estetica kitsch si manifesta nei cippi, negli archi e negli anacronistici simboli che danno il benvenuto in qualche illeggibile località, eredità di quella religione della bruttezza che è stato il comunismo. Nuove scintillanti moschee costruite dopo l’indipendenza offrono un netto contrasto con le infrastrutture in cemento armato e ruggine.

Ogni volta che l’autista viene fermato dalla polizia, prima di scendere preleva una o più banconote dal portafogli e le sistema dentro il libretto dei documenti; quindi consegna il tutto al poliziotto, il quale non eleva alcuna contravvenzione e anzi lo saluta con una gioviale stretta di mano.

Tash Rabat

Tash Rabat è un caravanserraglio del quindicesimo secolo ancora ben conservato, situato nel bel mezzo di una lunga vallata deserta, attraversata da una strada che conduce al confine con la Cina. Questa volta ho prenotato tramite Facebook un posto letto in uno yurt camp; e ancora non ho capito come abbiano fatto a rispondermi così lestamente, visto che il telefono non prende e non c’è traccia di Wi-Fi. Invece della yurta, qui preferisco dormire in una costruzione di cemento, su un tappetino steso per terra, anche perché le temperature sono crollate e piove a dirotto.

Approfittando dei rari sprazzi di sereno, raggiungo l’edificio storico: visito le stanze a cupola, nello sforzo di immaginarle piene di mercanti stravolti di stanchezza e vocianti a cena, con la puzza di sudore, di escrementi di cavallo e dei ben noti buchi nel terreno. Sul prato di fronte, un’allegra compagine familiare festeggia i sessant’anni della nonna con abbondanti libagioni, mentre nell’unico altro campo di yurte nei paraggi è in corso una partita di pallone tra turisti e locali. Intorno sono sparsi alcuni ex vagoni dipinti vivacemente e usati come abitazione, sporadiche mandrie di pecore e cavalli e grasse marmotte che fischiano nei prati.

Anche Tash Rabat è una tappa discretamente frequentata dagli eroici turisti in Kirghizistan. A cena nella grande yurta, una tavolata è occupata da un gruppo di ciclisti trentini con abbigliamento tecnico impeccabile. Con i norvegesi, gli americani e gli olandesi seduti vicino a me non è scattato molto feeling, più alla mano i due spagnoli con cui passo il tempo prima di andare a lavarmi i denti sotto una gelida stellata.

Dopo ventiquattro ore di permanenza – preso atto delle temperature inospitali, dei frequenti acquazzoni e dell’altitudine che appesantisce la testa – decido di lasciare il posto prima del previsto. Del resto, tutti i turisti se ne sono ormai andati, chi in Cina e chi a cavallo; la vallata l’ho percorsa in lungo e in largo e, soprattutto, posso approfittare di un autista altrui in procinto di tornare a Naryn con la macchina vuota.

Ysykköl

L’Ysykköl è un immenso lago salato situato a milleseicento metri di altitudine. Per raggiungerlo prendo un taxi condiviso a Balykchy – centro ferroviario in decadenza pieno di bancarelle che vendono pesce essiccato – e mi dirigo verso Bökönbaev, sulla costa meridionale, la più tranquilla e meno battuta dai turisti locali. Le dacie lungo la strada sono anche qui lasciate in balia degli eventi, con il legno scolorito e nessuno che dia una passata di vernice ai cancelli arrugginiti: la fiorente industria turistica ha subito un evidente tracollo dopo la fine dell’Unione Sovietica.

Affrontati stoicamente alcuni disguidi logistici, grazie alla pazienza di un tassista vengo depositata in un ennesimo yurt camp sulla riva, in località Tong. Tra gli ospiti della tranquilla struttura figura una famigliola siberiana composta da una madre con i capelli viola, una figlia con i capelli verdi e un uomo che non si capisce se sia il fidanzato dell’una o dell’altra. Sulla spiaggia di ciottoli, i russi fanno fuori diverse bottiglie di vino e poi nuotano a turno con un salvagente a forma di unicorno, mentre io mi dedico a Tolstoj. Se avessi invertito l’ordine delle due mete di viaggio, avrei goduto del caldo estivo; invece, basse temperature, cielo nuvoloso e acquazzoni caratterizzano anche questa tappa. La giornata si chiude con il sole che tramonta dietro le montagne; mentre il colore del cielo vira verso il fucsia, un vento possente mi spinge a chiudermi nella yurta.

Fra le attrattive del territorio ci sarebbero le arti della falconeria oppure un certo canyon delle favole dai molti colori, ma ciò che mi attrae maggiormente è un laghetto salato non lontano dalla costa, ufficialmente conosciuto come Solenoye Ozero. A prima vista sembra uno specchio d’acqua come gli altri, con un sacco di gente in costume che fa vita da spiaggia, se non fosse che tra i normali bagnanti si fanno notare alcuni sosia di Diabolik. Basta infatti fare una breve passeggiata intorno alla riva per scoprire dei giacimenti neri come petrolio, che contengono esseri umani a mollo nel fetido liquame, nella speranza di ricavare benefici per le articolazioni o la pelle. Mi trovo, in pratica, presso l’equivalente kirghiso del Mar Morto: anche qui l’elevata salinità ti tiene facilmente a galla, ma ci vogliono parecchie docce per togliere di dosso l’olezzo.

Bishkek

A questo punto del viaggio, il capoluogo Karakol, la sorgente di Altyn Arashan e le falesie del canyon di Jeti-Ögüz sono definitivamente archiviati: non mi resta che tornare a Bishkek per trascorrere l’ultima giornata prima del rientro.

L’itinerario del minibus si snoda verso nord tra le belle montagne spoglie dell’Asia centrale: ai lati della strada ogni tanto spuntano mini yurte e bancarelle di mele, pesce essiccato e bibite fresche. L’ultimo tratto prima della capitale è un rettilineo parallelo al confine col Kazakistan, segnato dal fiume Chui.

Bishkek, appollaiata ai piedi dei monti, è una griglia di ampi viali fiancheggiati da canali di irrigazione e grandi alberi, numerosi parchi, edifici con facciate in marmo e sgraziati condomini di cemento sovietici. In confronto al resto del paese, sembra addirittura una bella città.

In epoca sovietica la capitale si chiamava Frunze, in onore di un rivoluzionario bolscevico che Stalin fece sparire misteriosamente, salvo poi dedicargli la città. Dopo l’indipendenza fu ribattezzata Bishkek, termine che indica la zangola con cui si rimesta il latte di cavalla. Terzani sosteneva che il vocabolo si riferisce anche al «bastone con cui la donna si consola in assenza del marito» e che non venisse utilizzato dalle donne kirghise in pubblico, poiché «arrossirebbero imbarazzate a pronunciare quella parola».

L’Osh Bazaar è un immenso agglomerato di negozi e bancarelle, all’aperto e al chiuso, attraversato da strade trafficatissime e ingorghi deliranti di persone e mezzi. Anche questo, come tutti i mercati visti in Kirghizistan, non è né colorato né affascinante come l’accostamento delle parole “mercato” e “orientale” potrebbe far pensare. L’area più interessante è quella in cui le contadine smerciano meloni, cocomeri, cavoli, pesche, mais e latte di cavalla, staccando comunque raramente gli occhi dallo smartphone. Anche qui non trovo traccia dell’artigianato locale: per acquistare i cappelli e i tappeti tradizionali di feltro bisogna entrare in uno dei moderni negozi su Chuy Avenue e lasciar loro un’ingiustificata quantità di denaro.

Su questo viale infinito sorge Ala-Too Square, la piazza principale: una distesa di cemento ingentilita da aiuole fiorite, molto frequentata sia di giorno sia di sera, quando parte uno spettacolo di luci e suoni sincronizzati con le fontane. Dall’altra parte della strada si staglia la statua di Manas, l’eroe resuscitato dal governo come simbolo patriottico nazionale. La statua di Lenin, invece, che un tempo godeva di una posizione centralissima, è stata relegata alle spalle del cubo bianco che ospita il Museo di storia – al momento in ristrutturazione.

Proprio qui, nel 2010, scoppiarono i violenti scontri tra la polizia e i dimostranti che protestavano contro la corruzione e la miseria, oggi commemorati dallo scenografico monumento agli eroi.

Nei paraggi del parco Panfilov sorge un sofisticato ristorante dove mi godo l’ultima cena kirghisa gomito a gomito con gli esponenti della Bishkek bene. La serata e l’intero viaggio si concludono in un locale all’aperto ai margini dell’Oak Park, dove brindo con uno shot di vodka alle tre settimane trascorse nel Turkestan, ammiccando al cantante della rock band russofona che si esibisce egregiamente sul palco.


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