Settimana Santa in Siria
Quando andai in Siria, era difficile immaginare cosa sarebbe accaduto soltanto un anno dopo. Era il periodo di Pasqua e presso il monastero di Padre Paolo rimasi colpita dallo spirito di fratellanza che accomunava le famiglie che consumavano il picnic del venerdì islamico e quelle che celebravano il venerdì santo.
In realtà alcuni dettagli mi fecero riflettere: il Presidente col mezzo sorriso su grandi poster, la chiusura degli abitanti nei confronti dei discorsi politici, i repentini cambiamenti economici e sociali in corso di cui mi parlarono, l’aria inquisitiva della guida russofona che il governo ci aveva imposto. Ma lì per lì non ci feci molto caso, abbagliata dal sole della Siria e affascinata dalle ricche tracce del passato e dalla seducente cordialità del suo popolo.



La via di Aleppo
L’aeroporto di Aleppo ci accolse alle due di notte con interminabili procedure burocratiche, luci al neon e video di tarantelle siriane anni settanta trasmesse da un piccolo televisore. Intorno a noi, i baffi erano innumerevoli.
Salimmo sull’autobus diretto verso una città ancora sconosciuta. «Non vi dimenticherete mai di questo viaggio» annunciò trionfalmente Hisham, l’ex ufficiale russofono che il governo socialista ci aveva imposto come guida per tutta la durata del soggiorno. «Da ora in poi anche voi, come tanti altri illustri personaggi che abbiamo avuto la fortuna di ospitare, avrete una seconda casa oltre la vostra: la Siria».
La sera successiva, mentre gironzolavo nei paraggi dell’hotel in attesa della cena, mi domandai se in quella promessa di ospitalità rientrasse anche il pane arabo steso sulla ringhiera di un marciapiede, ben impregnato di gas di scarico, o l’orologio da tavolo a forma di moschea che usava il richiamo del muezzin come sveglia.
Pensai tuttavia che se la mia seconda casa fosse stata simile a quella dimora del diciassettesimo secolo, trasformata nel ristorante Beit Sissi, l’idea non sarebbe stata affatto male. L’edificio era un trionfo di boiserie di legno scuro, archi di pietra, cortili, ceramiche arabescate, soffitti intarsiati e lampadari a molti bracci. Del resto, come informava orgogliosamente il sito web del locale, il Presidente Bashar al-Assad in persona vi aveva cenato ben due volte.



Aleppo esiste da tempi immemorabili senza soluzione di continuità: ittiti, seleucidi, romani, bizantini, persiani, crociati, mongoli e ottomani, di volta in volta, l’hanno scelta come destinazione delle loro scorribande. All’ingresso della cittadella, circondata da un fossato anti-crociato, giovanissimi studenti con i libri in mano fecero a gara per farsi fotografare. All’interno visitammo l’anfiteatro, i passaggi segreti, i manichini nell’hammam e la sala del trono; bevendo il tè sulla terrazza, lo sguardo poté spaziare sull’intera città vecchia.
Venti secondi dopo essere entrata nel suq comprai due chili di sapone di Aleppo all’olio di oliva e alloro, nonostante fossi stata io stessa, poco prima, a intimare al gruppo di non acquistare nulla per non rallentare la marcia verso la moschea. Dentro la grande moschea, pentita, cercai di sbolognare l’enorme quantitativo di sapone dentro lo zaino di un compagno di viaggio. In quel momento appoggiai imprudentemente le scarpe da ginnastica sul tappeto e un fedele, gravemente urtato dalla mia condotta, mi urlò dietro con una serie di furiose vocali aspirate. Non potei far altro che sopportare l’umiliazione: rimasi immobile, intabarrata in un pudico mantellone grigio col cappuccio a punta, con i saponi odorosi in mano, le colpevoli scarpe sporche per terra e lo zaino altrui misericordiosamente aperto accanto sul tappeto. Tornai nel cortile pavimentato in marmo infuocato, dove i musulmani si lavavano i piedi, ed entrai a capo chino nell’ala riservata alle donne.
All’uscita una folla conduceva a braccia una bara bianca, aperta e coperta da un velo: «È il funerale di uno importante», dedusse l’onnisciente Hisham soppesando la calca.




Trascorsi il pomeriggio in quel teatro all’aperto che era il suq, sotto un tetto di lamiera ondulata. Sfilarono davanti ai miei occhi sacchi di cumino e cannella in colorati coni, secchi ricolmi di vaselina, pashmine, reggiseni di paillette e chador esposti sui mezzi manichini, accanto a vestaglie di piume di struzzo rosse e abiti da Barbie Sposa. Ascoltai improbabili contrattazioni in arabo-casertano, urla di richiamo marchigian-siriane e barzellette goliardiche per attirare i compratori. Assistetti ad acquisti mancati per puro puntiglio, finti bronci e teatrali espressioni inorridite, sorrisi e inviti in molte lingue. Passai mezz’ora di fronte a un tavolino pieno di orecchini spaiati, cercando inutilmente di accoppiarli.
Poi trovai marito: si chiamava Aledin, viveva in Australia e lavorava al controllo bagagli dell’aeroporto di Sydney. Mi ricoprì di megalomani metafore amorose tra un banco e l’altro di tessuti appartenenti al suo sterminato parentado. Lo show – intervallato dai suoi lunghissimi attacchi di risate, simili ai ragli di un asino sofferente – alla fine fu suggellato da un regalo per la sua futura moglie: una sciarpa blu.




Nel quartiere cristiano c’era l’imbarazzo della scelta tra chiese greco-cattoliche, maronite e siro-cattoliche; poiché era la domenica delle palme, enormi fronde di ulivo erano a disposizione dei fedeli.
Per cena provai il decantato kebab alle ciliegie nel ristorante Za man, allestito in un’altra residenza ristrutturata, e infine andammo a fumare la shisha al bar Milano, dove l’omino della carbonella faceva continuamente il giro dei tavoli per sostituire i tizzoni consumati. Quell’inverno era stato molto freddo e un ridacchiante Hisham ci mostrò sul cellulare il video in cui sua moglie e i nipotini giocavano con la neve nel loro giardino.
Viaggio nel tempo
Bando alle ciance, eravamo lì per collezionare momenti indimenticabili, la maggior parte dei quali richiedeva un vero e proprio salto indietro nel tempo, scorrazzando tra millenni affollati di invasori, condottieri e profeti.
La prima fermata ci portò al quinto secolo, a Qala’at Samaan, a nord di Aleppo. San Simeone lo Stilita usava soggiornare appollaiato su una colonna, sempre più alta di anno in anno man mano che la sua insofferenza nei confronti del genere umano cresceva, e da lì urlava risposte definitive a chi dal basso lo interpellava. Dopo la sua morte, sorse intorno alla colonna la chiesa più grande del mondo di allora. La facciata e numerose arcate spuntavano dal prato, tra i papaveri. Hisham terminò la didascalica spiegazione con uno sbrigativo: «If you have any questions, don’t hesitate to ask».
Nel tragitto ascoltammo musica turca e mangiammo mandorle acerbe.


La seconda fermata coincise con l’avvento dell’Islamismo nelle cosiddette Città Morte, a Serjilla. I resti degli edifici bizantini sorgevano su una collina calcarea spazzata dal vento. Il motivo per cui centinaia di villaggi furono improvvisamente abbandonati intorno al settimo secolo rimane un mistero con la maiuscola, ma Hisham, l’ex ufficiale dal sorriso sempre pronto, parve non curarsene. «Le ragioni furono di natura economica – i musulmani avevano proibito il vino, su cui si reggeva l’economia locale – e naturale, per via di un terremoto» annunciò brevemente. Alla mia obiezione sul perché non avessero restaurato la vecchia città invece di costruirne una nuova, rispose lapidario: «Erano ricchi, preferirono fare così». Problema risolto. «Avete quarantacinque minuti per visitare la necropoli, l’hammam, la taverna, la chiesa». Appena usciti dalla toilette, una bimba ci lavò le mani con una brocca.
Di nuovo nel pulmino, mangiammo pane appena cotto e sentimmo diverse suonerie arabe.



Per la terza fermata facemmo un salto all’undicesimo secolo, in epoca di crociate, a Ma’arat An-Nu’aman, dove gli uomini al seguito del conte Raimondo di Tolosa si erano abbandonati ad atti di cannibalismo. Noi, più prosaicamente, eravamo venuti per ammirare i mosaici delle Città Morte custoditi nel museo locale. Poiché i mosaici mi hanno sempre annoiato a morte, preferii andarmene a zonzo con l’autista fino al villaggio abbandonato, dove ci scattammo una serie di foto sceme.
Durante il trasferimento successivo mi offrirono dolcini al miele e banane.


La quarta fermata ci proiettò nel terzo millennio avanti Cristo a Ebla, a sud di Aleppo. Una delle più potenti città-stato della Siria sorgeva tra colline verdi che sembravano la Mongolia, brucate continuamente da pecore e capre. Fu il solito contadino degli anni sessanta che, mentre scavava con la zappetta per dissodare il suo misero fazzoletto di terra, scoprì il muro di una casa di cinquemila anni prima; gli archeologi italiani fecero il resto.
«L’attuale presidente è migliore di quello di prima» ci confidò Hisham quando risalimmo nel minibus, «ma comunque lasciamo la politica ai politici». L’autista intervenne provvidenziale: «La cantante preferita dai siriani è Fairouz, ma è libanese. La vuoi ascoltare?»
La quinta fermata ci riportò ai giorni nostri, nel quartiere cristiano di Aleppo, tra clacson, arance, collant traforati e mobili in formica. Davanti a un tavolo imbandito di ceci, melanzane e arrosto di montone, ascoltammo un concerto di oud. In chiusura di giornata, tra i fantasmi del polveroso hotel Baron, ci tornarono alla mente vecchie storie.



Nel deserto
In viaggio verso l’Eufrate fuori dal finestrino vedemmo scorrere pini, ulivi e pecore. Superati i posti di blocco, giungemmo al Qal’at Ja’bar, un castello che, dopo la realizzazione della diga, sembrava emergere dal lago artificiale Al-Assad. Ciò che restava delle sue doppie mura in cima ad una roccia – utili per difendersi, ad esempio, dai bizantini, dai crociati e dai mongoli – lo avevano accuratamente restaurato i giapponesi. Un guardiano di nome Abdullah ci aprì il portone con una chiave enorme e ci fece entrare in uno spazio desolato, dove osservammo alcuni mozziconi di torri in mattoni e il panorama sul lago.


Consumammo il pranzo in un negozietto sulla strada dove l’intera comunità locale si affollò per guardare con quanta avidità spazzolassimo shawarma e hummus. L’addetto alla friggitoria aveva le braccia fittamente tatuate di cuori trafitti, colombe e volti di donna. “I love you“, aveva dedicato a Leila, che due mesi dopo sarebbe stata sua moglie. Il suo amico, con le mani sporche di falafel e maionese, dispiegò il poster della nazionale di calcio, per la solita equazione secondo la quale l’Italia coincideva con gli Azzurri. Nel retro producevano il pane, dischi volanti che volteggiavano tra la farina, ma non potevo andarci da sola: sbirciare in un posto così maschile sarebbe stato inopportuno per una donzella come me. Risalimmo in bus in un nugolo di studenti che aprivano i quaderni e ci chiedevano un autografo.
La sorprendente Rasafa, o Sergiopolis, apparve isolata in mezzo al deserto. Centro cristiano, poi persiano, poi omayyade, poi abbaside, fu abbandonato definitivamente con l’arrivo dei mongoli. È così che lo trovai, mentre costeggiavo sotto grandi nuvole la cinta muraria, ammirando resti di navate, arcate, colonne e cisterne.



Dal cielo di Palmira
Arrivai a Palmira, il sito archeologico siriano per eccellenza: già prefiguravo negozietti polverosi, gruppi organizzati, prezzi salati e molti hotel. A posto, erano tutti lì: gli spagnoli, i francesi, i tedeschi, i romani e chissà chi altro, in bilico sulla cresta ai piedi del castello, frustati da un vento gelido, ad aspettare il tramonto. Eravamo arrivati in anticipo per lo spettacolo, e inoltre a me sembrava di averlo già visto: lo stesso cielo che diventa sempre più arancione, le rocce che si liberano lentamente della luce accumulata, le macchine fotografiche pronte al collo, lo scattare all’unisono per immortalare l’ultimo spicchietto. Fine, spettacolo terminato, tutti in massa verso i bus.
Per la cena fummo richiesti alla tenda beduina: dopo il buffet, rigonfi di ceci, non fu facile sopportare il balletto beduino e non potemmo far altro che scolarci una bottiglia di vino rosso – molto poco beduino in verità. Dando un’occhiata alle vetrine prima di andare a dormire, sembrava proprio giunto il momento per vincere la gara dell’acquisto dell’oggetto più kitsch, ma tale tenzone non poté proprio aver luogo in concomitanza con la fiera dell’acaro. Piuttosto, mi bevvi un bicchiere di arac con gli autisti.



Sia il nome arabo di questa città (Tadmor, città dei datteri), sia quello romano (Palmira), ribadivano un concetto inequivocabile: ci trovavamo in un’oasi fitta di palme. Qui c’era uno dei crocevia commerciali più importanti sulle rotte che collegavano l’Oriente all’Occidente, fino all’arrivo della mitica Zenobia. Nella seconda metà del terzo secolo, proprio quando la colonia romana di Palmira stava vivendo il suo periodo più prospero, Zenobia, la seconda moglie del re Odenato, assunse la reggenza dopo l’assassinio del marito. Colpita nell’orgoglio perché sospettata di uxoricidio, la regina diede battaglia ai legionari romani, invase l’Egitto e dichiarò la propria indipendenza da Roma. Ma poi fu sconfitta a sua volta dall’imperatore Aureliano, fu catturata presso l’Eufrate e portata a Roma, dove la fecero sfilare in catene d’oro. In seguito Palmira fu colonizzata dagli arabi e la maggior parte dei suoi edifici fu sepolta dalla sabbia. Le prime campagne di scavo furono eseguite negli anni venti del Novecento.

Al mattino giungemmo puntuali alle otto e mezzo insieme agli stessi spagnoli, francesi, romani, tedeschi e chi sa chi altro della sera prima, spazzolati da un vento drammatico e accecati dal deserto, incolonnati davanti alla torre di Elahbel – una camera funeraria di quattro piani, tipo un condominio di sarcofagi – e poi presso l’ipogeo dei tre fratelli, famoso per la statue sdraiate a cui sono state mozzate le teste, dettaglio sui cui motivi, come al solito, non registrammo pareri univoci. Di fronte al tempio di Bel (il re degli dei) sfilavano cammelli di rappresentanza infiocchettati, che con le colonne e la hammada di sfondo confezionavano la solita cartolina per turisti occidentali. Attraversato l’arco monumentale, entrammo nel grande colonnato, costeggiammo il tempio di Nabo e le terme, e arrivammo all’anfiteatro restaurato. Lungo i due chilometri di colonne alla fine apparvero il tempio funebre e il palazzo di Zenobia.
L’azzurro intenso del cielo, la fortezza in lontananza e qualche spruzzo di verde tra i «propilei canditi» e le «palme nane» di cui parlava Montale si riflettevano negli occhiali a specchio del cammelliere. «La luce della Siria può essere accecante di giorno» mi aveva messo in guardia il profetico Hisham. «Ti rovini gli occhi senza gli occhiali, your beautiful eyes».




Le donne di Hama
Lasciata Palmira, ci sciroppammo almeno due ore di tragitto nel deserto siriano fino a Homs – dove sostammo per un pranzo a base di shawarma tra giardini curati, jeans attillati e magliette scollate – per poi raggiungere Hama, una cinquantina di chilometri più a nord.
In un hammam del centro storico venni derisa da donne grasse in mutande e sottovesti leopardate, che mi versarono interi pentolini di acqua bollente sulla testa, mi strofinarono le braccia e le gambe con un guanto di crine e indicarono ridendo la pelle morta prodotta. Mi intricarono per sempre i capelli sfregandoli con una saponetta dozzinale e mi parlarono a voce troppo alta e troppo araba perché potessi capirci qualcosa.
Passai il pomeriggio inoltrato con i capelli stopposi tra le norie di Hama, le gigantesche ruote di legno che servivano ad attingere l’acqua dal fiume. Camminai sull’Oronte tra le prime luci che si accendevano e curiosai nelle botteghe. Nel suq rimasi incantata davanti a completini intimi adornati con piume e uccelli di plastica, dotati di luci colorate e suonerie incorporate. Guardando le donne del mistero sotto i loro veli neri, pensai che fosse del tutto inutile nascondere i sorrisi maliziosi che si indovinavano dagli occhi: le avevo scoperte. Andai alla ricerca di un balsamo occidentale, muovendomi tra rivendite di tabacco per la shisha, barbieri zeppi di utensili e caffetterie.
Le donne nell’hammam, enormi e sguaiate, con i capelli sfibrati dalla saponetta del supermercato, sembravano aver dimenticato Zenobia, la fiera regina di un impero, miseramente finita a fare la casalinga a Tivoli. E così si consolavano con la depilazione totale e le luci incorporate negli slip. Il kajal, i polsi depilati, le sopracciglia disegnate, l’oro e l’argento, si intravedevano appena sotto il velo.
Ma nel 2010 anche lì c’era la crisi, lo stipendio non bastava, le donne dovevano andare a lavorare e non si dedicava loro più neppure una città. Le famiglie non erano più unite e i cinesi invadevano i mercati di merci. Nel frattempo, la modernità imponeva di comprare cellulari, guardare siti porno, ascoltare l’iPod invece delle vecchie cassette, andare al cinema a vedere Avatar e dare lezioni private per riuscire ad arrivare a fine mese.

Breviario mediterraneo
Mi portarono verso occidente, seguendo le condotte di petrolio che partivano dall’Iraq, fino a raggiungere il verde dei pini, degli eucalipti, degli ulivi e del grano. Arrivammo al Mediterraneo, dove tutti ci affacciamo, muretti a secco e tutto. Il Mediterraneo inquinato, da cui arrivarono i popoli del mare molto prima del petrolio, prima dell’inchiostro e della carta, della poesia, della retorica e della spiritualità in pillole. Consumammo mandorle verdi e fragole a merenda; formaggio di capra e olive nere a colazione.
Notai altri schizzi di papaveri nei prati, e ancora rovine di granito grigio sul cardo di Apamea, cittadina fondata da quel generale che la battezzò col nome della sua consorte persiana – il nome della mamma lo diede invece, molto prudentemente, alla città di Laodicea, o Latakia. Venditori di monete antiche false, greggi di capre, manichini e galline sfilavano nella selvaggia brughiera verde risaia. I fantasmi di Antonio e Cleopatra, dei crociati di Tancredi e dei trentamila cavalli per cui era famosa, fecero capolino nei due chilometri di colonnato restaurato.



Il castello del Salah Ad-Din – feroce sui nostri sussidiari, eroico per il popolo siriano – si ergeva a strapiombo, circondato da frutteti e cipressi. Per arrivarci dovemmo attraversare in fuoristrada un canyon profondissimo, creato dai crociati per separare il castello dal resto del roccione; nel corso del lavoro costoro lasciarono in piedi solo una colonna di pietra a forma di obelisco, utile a sostenere il ponte levatoio. I crociati, a dire il vero, compirono inutilmente questo enorme sforzo: l’esercito del Saladino li scacciò quasi subito, colpendoli su due fronti con l’ausilio delle catapulte.
“I love you” recitava il cuore di plastica che si illuminava di lucine rosse e gialle ogni volta che l’autista premeva il freno. “I love you” compariva su un quaderno la cui copertina era l’ultima pagina.
Da Ugarit, il primo porto internazionale della storia, provengono poemi e documenti in un alfabeto nuovo, l’antenato del nostro, note musicali e una canzone di migliaia di anni fa. Anche qui, nel 1928, fu un contadino munito di zappa che scoprì accidentalmente una sepoltura antica; per il resto dobbiamo ringraziare gli archeologi francesi. Le rovine visibili erano ridotte ad un informe ammasso di pietre, cosa che rese piuttosto complicato ricostruire mentalmente la straordinaria città del passato.


Siamo seri. In Siria c’è una miriade di moschee e di chiese. In Siria, senza retorica, sono passati gli eserciti di ogni provincia guidati da condottieri dai nomi esotici. In un contesto simile può capitare di diventare pedanti e di usare parole con l’iniziale maiuscola: Spiritualità, Culla delle civiltà, Sincretismo. Si può persino presentare la fugace di illusione di aver compreso qualcosa, magari davanti alle colonne denudate dalla sabbia.
Sul lungomare di Latakia, dopo un equivoco bagliore, tutte le luci si spensero. Mentre il senso di tutto sfuggiva, cercai di inseguirlo con le parole, mi aggrappai alle parole, ma… la «magica danza della tua vita»? Mi domandai se avessi capito bene. L’oud, il violino e la darbouka erano perfetti, ma andavano tenuti a basso volume. Desiderai dolci ripieni di pistacchi e miele, ma soprattutto maledissi la lunga attesa in un ristorante con le vetrate sul mare senza una birra ghiacciata. «Latakia non vanta particolari attrattive».

Venerdì santo
«Siamo tutti palestinesi»! In fondo abbiamo tutti perso la Terra. L’abbiamo persa rendendola inabitabile attraverso l’inquinamento, gli ammassi di metallo nelle ore di punta, i muri e i reticolati a protezione della rapina privata, le vedette guardia coste per evitare l’arrivo dei poveri, i mille metaldetector del conflitto tra civiltà… Quando la vita è insopportabile la Terra è persa! Riconquistare la Terra dunque non è solo affare dei palestinesi.
Paolo Dall’Oglio, “Voglio tornare”
Il Venerdì è il giorno di festa per tutti i musulmani, ma quel giorno era santo anche per i cristiani, che rivisitavano le tappe della via crucis.
Il Krak des Chevaliers si presentò come una gigantesca fortezza costruita dai Crociati intorno al 1200 in una posizione strategica. Oltre a torri e corridoi, visitammo la cappella interna che il sultano Baibar aveva trasformato in moschea: lì andammo a lezione di punti cardinali. Al castello dei cavalieri approdavano famiglie numerose e comitive di amici vestiti per la festa: scarpe a punta, pantaloni stirati e variegati strati di foulard. Musica ad alto volume proveniva dall’interno delle auto.

Sulla strada per raggiungere il monastero di Deir mar Musa il deserto era polveroso e, a guardarlo bene, ricoperto di cartacce. Il picnic del venerdì aveva luogo per terra, accanto alle auto, ai trattori e ai camion, oppure sotto tende di fortuna, con il bricco del tè, del caffè e del mate, il fuoco per arrostire il kebab e porzioni di hummus. Affrontammo poi quattrocentocinquanta gradini per raggiungere la sede di questa comunità monastica di rito siriaco-cattolico, costruita con pietre e mattoni dello stesso colore della roccia.
Incontrammo Padre Paolo in una piccola saletta adornata da affreschi medievali privi di prospettiva, scrostati ma nitidi. Il gesuita stava accovacciato sul tappeto, tra i cuscini e le Bibbie in tutte le lingue. In mezzo al deserto, quella comunità continuava a fare esperienza della privazione, del silenzio e della preghiera; ma anche dell’accoglienza: il monastero era affollato di visitatori che come noi si erano arrampicati fin lassù (cristiani, musulmani o altro, non ha importanza), alcuni per rimanerci anche a dormire. Voci arabe e napoletane dai toni concitati rimbalzarono tra le pareti dell’orrido.
In questo Paese dove tutte le religioni sembravano la stessa religione e tutti i tempi lo stesso tempo, quello si rivelò un viaggio nel viaggio. Mi illusi per un istante che qualcuno ne sapesse più di me, muovendomi a seconda del sole per seguirlo, attenderlo e assecondarlo.
Solo tre anni più tardi, nel 2013, Padre Paolo sarebbe stato rapito a Raqqa e inghiottito dal buio della guerra civile, lasciando il deserto ancora più silenzioso.



A Maalula, la Positano della Siria (casette gialle e azzurre abbarbicate alla falesia), si parlava ancora l’aramaico: un bambino neorealista sciorinò a memoria la sua canzoncina nella lingua di Cristo, in cambio di una moneta e una pacca sulla spalla. Dall’antichissima chiesa di San Sergio percorremmo in discesa uno strettissimo canyon di pietra chiara, punteggiata di donne vestite di nero, fino ad arrivare al convento greco-ortodosso di Santa Tecla. La santa era una discepola di san Paolo perseguitata dai romani: secondo la leggenda si era rifugiata su questa montagna, che si era spaccata in due creando una grotta per sbarrare la strada agli inseguitori. Anche Maalula di lì a poco sarebbe stata sfigurata dai cannoneggiamenti e dall’estremismo.


Damasco: un pugno di moschee
Passai un’intera giornata a bere tè e caffè nella città vecchia di Damasco. La notte non riuscivo a dormire e mi chiedevo «Are you happy?», figurandomi l’espressione di Hisham come se fosse veramente interessato a saperlo tutti i giorni. O come se davvero avesse sentito la mia mancanza nell’anfiteatro di Bosra.
Trascorsi le ore tra i vicoli e i negozi a fumare sigarette e spiluccare frutta secca, parlando di me e di loro, di soldi, lavoro, matrimoni e amore, di un dio qualunque e di dove abita. I bicchierini venivano posati accanto alla zuccheriera sul vassoio di ottone decorato, e intorno si affollavano tappeti, sciarpe, gioielli d’argento, lampadari di ferro battuto bucherellato, vetri colorati e tovaglie. Ricevetti regali e inviti a cena, ridendo fino alle lacrime con i mercanti del posto.
Il primo negoziante del suq, con gli occhi scuri e una pancia importante, mi offrì tè alle rose e mi regalò un posacenere di ottone e un portapenne di legno intarsiato. Il secondo mi guardò con occhi languidi mentre tentava di vendermi ingombranti specchi e tavolini da backgammon.

Nei paraggi del quartiere ebraico un ex professore di francese, con indosso pantaloni lisi e pochi denti, mi condusse all’interno di un hotel nascosto tra i vicoli e mi costrinse a fotografare una per una tutte le opere d’arte di uno scultore locale. Poi mi offrì una birra nel cortile umido e scrostato di casa sua, lamentandosi degli scolari di oggi, troppo condizionati dai mezzi informatici e poco disposti alla concentrazione. Subito dopo passai due ore seduta accanto a un negoziante che ribattezzai Ali Baba, con il quale commentai con amabile accuratezza le varie tipologie di turisti che passavano e non compravano: «International crisis, no money!» esclamò lui.
Sulla Via Recta, che taglia a metà la città vecchia, fui costretta a bere altro tè insieme al libanese Yousef, che aveva vissuto molti anni a Losanna e preferiva parlare francese, anche se riusciva persino a comunicare in un dignitoso italiano. Mangiammo carne di cammello alla brace e mi accomiatai con una darbuka e una sciarpa di seta fucsia, gialla e celeste.
Con Houssam, nel suo negozio di tappeti, mi appassionai a confrontare le nostre opposte visioni della vita. «Io non vi capisco voi europei» mi disse. «Vi sposate per amore, fingendo di dimenticare che l’amore finisce!» Quindi passò ad elogiare l’efficacia dei matrimoni combinati: «I genitori sanno scegliere meglio dei figli il partner ideale. Noi qui prima ci sposiamo e poi ci innamoriamo».




Prima di trovarla, vagai a lungo alla ricerca della lampada dei miei sogni da appendere in camera, ma gli oggetti esposti erano arrugginiti e impolverati da anni di tè, chiacchiere e contrattazioni e nessuno che puliva.
Al ristorante nel suq il fumo della shisha veniva deviato dai ventilatori e si mischiava alle lucine in serie, mentre un ipnotico derviscio rotante di un biancore accecante si esibiva sul palco. Al suono delle darbuka e degli oud le ragazze improvvisarono una danza del ventre, mentre le loro mamme e sorelle le fotografavano col cellulare.
Di notte la collina che sovrasta Damasco era interamente ricoperta di lumini da presepe che scendevano verso valle.




La Moschea degli Omayyadi è la sorella maggiore di quella di Aleppo. Il pavimento in pietra chiara del vasto cortile rifletteva le ragazzine in gita che correvano. Nella grande sala della preghiera, la cui pianta a tre navate risale alla basilica bizantina su cui è stata costruita, la luce proveniva sia dai vetri colorati delle finestre sia dagli enormi lampadari. Per terra, sui tappeti, era un brulicare di gente: grappoli neri di donne di cui si vedevano solo gli occhi, uomini con la kefiah che si scattavano a vicenda foto col cellulare, fedeli che sembravano dormire appoggiati alla parete, oppure inginocchiati battendo la fronte contro il pavimento. Intanto, un uomo con la sciarpetta verde leggeva il Corano a voce alta. La gente si affollava intorno alla tomba di Giovanni Battista, stringendosi alle grate dorate; poco distante, la tomba di Hussein, circondata da sciiti che la pulivano con fazzoletti verdi e neri, piangendo e infilando la testa dentro una specie di forno argentato.



Prima della partenza ebbi ancora poche ore per guardarmi intorno: osservai gli artigiani che battevano col martello la filigrana d’oro, i sarti nei loro micro-laboratori, i pulisci-scarpe che scherzavano brandendo la spazzola e i panettieri che sollevavano la testa incipriata di farina per mettersi in posa.
Per le strade sfilava la parata di Pasqua: dentro una macchinina lilla, un finto pulcino gigante usciva da un uovo, circondato da boy scout e bambine vestite da apine, in un trionfo di bandiere. I cristiani sfoggiavano gli eleganti abiti della festa, gli stessi che la notte precedente avevo osservato durante le celebrazioni religiose, prima che scoppiasse una rissa del tutto priva di carità cristiana.




«Ho notato che scatti delle bellissime foto» osservò Hisham all’aeroporto, prima dell’imbarco. «Vorrei chiederti una cortesia, però. Potresti evitare di rendere pubbliche quelle immagini che ritraggono gli aspetti meno gradevoli del nostro Paese?» In altre parole, la Siria era la nostra seconda casa, ma non eravamo del tutto liberi di fotografarla.





