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ARABIA FELIX

Come scampare a un sequestro nello Yemen

Desideravo da tempo visitare lo Yemen, ma due ostacoli fino a quel momento lo avevano impedito: la tipica usanza locale di rapire turisti e le mie ristrettezze economiche. Nel 2005, la congiuntura si fece improvvisamente favorevole: i sequestri sembravano ormai cessati e, soprattutto, conquistai finalmente il posto fisso. Fu così che prenotai un tour durante le vacanze natalizie. Poco prima del decollo giunse la notizia del rapimento di due visitatori austriaci, ma scelsi di non dargli troppo peso: ormai la decisione era presa e non volevo tornare indietro.
Non dovevo dunque sorprendermi se la situazione in breve precipitò e cinque persone, partite sul mio stesso volo e con lo stesso operatore, passarono il Natale chiuse in una stalla sotto la canna di un kalashnikov. Io, invece, beata ingenuità, viaggiai per quasi quindici giorni convinta di trovarmi dentro una favola.

Un popolo in camicia da notte

I libri di storia raccontano che nell’antichità la parte meridionale della penisola arabica era denominata Arabia Felix per via dell’acqua e del clima salubre che avevano permesso il sorgere di ricche città stanziali, dedite al commercio di mirra, pepe e avorio. Di salubre, nel 2005, restava ben poco, ma l’architettura dei grattacieli di fango esercitava un fascino straordinario.
Gli yemeniti moderni mi apparvero subito come un popolo singolare, composto da uomini in pareo o in camicia da notte, con un pugnale legato in vita e una guancia smisurata, e donne ridotte a due occhi ritagliati in un panno nero. Gli yemeniti stavano accucciati per terra a mangiare con le mani, intingendo il pane in una misteriosa ciotolina. Guidavano, fumavano, bevevano il tè e intanto introducevano continuamente foglioline nella guancia deformata. Mi affacciavo dal barbiere e lui si girava a sorridermi con i denti storti e la guancia gigantesca.

Rimasi colpita dalle loro attività commerciali: i dentisti esponevano insegne a forma di dente gigante; gli artigiani e i commercianti lavoravano rattrappiti dentro bugigattoli minuscoli insieme alla loro merce. I fornai prendevano una palla di acqua e farina, la schiacciavano a forma di pizza, la bucherellavano con la forchetta e la appiccicavano sulle pareti di un pozzo di pietra rovente. Il venerdì, al richiamo del muezzin, le strade si svuotavano.
Alcuni ballavano danze monotone agitando il pugnale; altri sfoggiavano con nonchalance un mitra a tracolla. Se il radiatore della Toyota si surriscaldava, lo ricoprivano con una pelliccia sintetica inzuppata di acqua. I bambini chiedevano penne e le femminucce mi sistemavano il foulard intorno al viso dicendo “jamila” in cambio di una caramella. Le donne sorridevano sotto il velo nero: non capivo se avessero anche loro la guancia ipertrofica.
Gli yemeniti, a quanto pareva, vivevano in un Paese pieno di luce e ombre geometriche sulla pietra bianca, bruciavano incensi profumatissimi e costruivano case che poi lasciavano a metà.

Di prima mattina, a Sana’a, verificai subito la vivacità dei guidatori locali. Ci immergemmo nel caotico suq dalla porta Bab al-Yaman, vicino alla quale un dromedario bendato azionava un rudimentale frantoio di olio di sesamo girandogli incessantemente intorno. I celebri palazzi a torre sembravano facciate di biscotto con le finestre glassate di gesso, mentre i minareti snelli slanciati facevano a gara di altezza. Al mercato si affastellavano pugnali, cinture dorate, teorie di abiti neri e spiedini di carne speziata. Tutto profumava di esotico e di turisti non si vedeva l’ombra. Comprai un niqab nero per coprirmi la testa alla maniera locale, ma il maglione di lana che indossavo, in un momento di distrazione, mi scoprì mezzo centimetro di pancia. Una donna senza volto mi redarguì con severità e io mi allontanai contrita, cercando di mimetizzarmi tra le piramidi di spezie.

A pochi chilometri da Sana’a andammo a visitare il Dar Al-Hajar, ex residenza estiva degli Imam costruita sulla roccia: la sua immagine campeggiava sulle bottiglie di acqua Shamlan. Rimasi estasiata dai ricami di stucco bianco, dalle vetrate colorate che proiettavano luci sui pavimenti e dal panorama sugli altopiani circostanti. Mi sembrò, né più né meno, di stare dentro un sogno.

Ma’rib, per vedere l’effetto che fa

Ma’rib, la città più antica dello Yemen, sorgeva sull’antica via dell’incenso e fu la capitale dell’impero della regina di Saba mille anni prima di Cristo. La regione era stata lussureggiante per secoli grazie alla grande diga, ma dopo il suo crollo era tornata all’aridità desertica attuale.
A causa delle tensioni tra le tribù della zona, per raggiungerla era obbligatorio chiedere un permesso e farsi accompagnare da una scorta armata. Ci incolonnammo con le altre jeep di turisti fino a formare un serpentone; la testa e la coda erano occupate da camionette cariche di soldati armati fino ai denti. Le operazioni preparatorie non erano delle più rassicuranti. La fila, del resto, si rivelò troppo lunga e slabbrata perché le camionette riuscissero a controllare davvero tutti i fuoristrada.

Giungemmo sani e salvi a destinazione, a differenza di tre motociclisti italiani che affrontarono un itinerario più carico di brividi: uno di loro era stato circondato e stava per essere sequestrato da alcuni minacciosi autoctoni. Col senno di poi, fa impressione la facilità con cui mi dimenticai del pericolo: mi bastò fare amicizia con un bellissimo militare baffuto e protettivo che mi offrì una Coca-Cola e mi fece entrare gratis nei templi sabei. In quel pomeriggio di luce intensa, mentre si spargeva la voce di una frana mortale nei dintorni, masticai il qat per alcune ore insieme ai locali, flirtando con la mia scorta in cappotto verde dell’Armata Rossa, proprio mentre a pochi chilometri di distanza si rischiava un rapimento. Alla fine, non riuscii a capire l’effetto di quella pianta, severamente vietata in tutti gli altri Paesi arabi ma lì lasciata tranquillamente macerare nella guancia dalla maggior parte della popolazione.
Al tramonto la vecchia Ma’rib si presentava come un ammasso di case di sabbia e paglia, parzialmente distrutte dai bombardamenti degli anni settanta. Facemmo ritorno a Sana’a per la consueta cena al neon dal somalo: riso, pollo e tè al latte. Il quartiere semibuio alle undici di sera era tutto un lavorio di barbieri che tagliavano e sbarbavano. La finzione continuava.

Il nido delle aquile

Lasciammo la capitale diretti a nord, verso paesaggi spettacolari e cittadelle arroccate ad alta quota, abitate da tribù bellicose. Erano luoghi in cui persistevano antiche tradizioni e dove molti uomini ostentavano pistole e fucili, facili da reperire persino nei negozi, visto che l’ultima guerra civile era recentissima. Facemmo conoscenza con gli autisti, che ci accompagnarono col sorriso fino alla fine del viaggio al volante di Land Cruiser malandate, sempre sul punto di esalare l’ultimo respiro.
Shaharah, il “nido delle aquile”, è una cittadina arroccata su un cucuzzolo a quasi tremila metri, famosa per la valorosa resistenza contro gli ottomani – che comunque non riuscirono mai a espugnarla.
Per raggiungere la località, controllata da una potente famiglia della zona, dovemmo abbandonare gli autisti e salire sul cassone di un pick-up che impiegò due ore per percorrere dodici chilometri di buche e saltelli. Dovevamo reggerci molto forte, dunque non facemmo troppo caso al kalashnikov che chi ci accompagnava teneva tranquillamente in braccio. Sorridemmo persino agli ospiti occasionali che salivano sul mezzo, considerando quell’arma da guerra come un semplice accessorio molto in voga. 

Il panorama al tramonto si rivelò affascinante, così come la stellata che ci godemmo dalla terrazza del funduk di Francesca, la proprietaria senza volto della struttura. Nell’attesa della cena mi spaparanzai insieme ai masticatori locali con qat, tè e sigarette, quindi ci sistemammo per la notte in due stanzoni muniti di materassini e sacchi a pelo. La notte fu irrequieta, interrotta presto dalle voci metalliche di alcuni muezzin non sincronizzati.

L’alba regalò uno spettacolo sorprendente dalla terrazza e alle sei eravamo già pronti per scendere a piedi attraversando un ponte secolare – minuscolo se comparato allo sterminato scenario – sospeso su una profondissima gola. Camminammo circondati da infiniti terrazzamenti per la coltivazione del qat; le torrette di pietra che si scorgevano qua e là ospitavano i guardiani notturni. Trovai curiosa la presenza di sentinelle armate a difesa di piantagioni destinate a prosciugare le risorse idriche del Paese e a deformare le guance di un intero popolo. Terminato il trekking, venimmo accolti da una marea di bambini che chiedevano kalam, sura e bonbon (penne, foto e caramelle).

Il programma originario avrebbe previsto di avanzare fino a Sa’dah, ma l’ingresso ai turisti era stato interdetto per motivi di sicurezza. L’esercito stava combattendo contro la ribellione dei clan sciiti del nord e anche qui, accolsi la notizia senza particolare turbamento. Facemmo dunque rotta verso la cittadina fortificata di Thula, con le sue venticinque moschee e la grande cisterna in cui tutto si specchiava. Guide e negozianti parlavano italiano e si rivelarono piuttosto assilanti. Sperammo inutilmente di fare una doccia e poi ci fu servita la classica, sbrigativa cena yemenita: mischiavano riso, pollo e verdure ed era pronto. Poiché gli alcolici erano vietati, per svoltare la serata dovemmo affidarci al traffico clandestino di lattine di Heineken calda, vendute al prezzo assurdo di quattro euro l’una.

Il primo dell’anno lo passammo scendendo a piedi dalle pendici del monte Kawkaban fino a Shibam. Sostammo per il pranzo in un funduk dove ci fecero accomodare a piedi nudi su tappeti cosparsi di avanzi di riso. A quel punto del viaggio non facevo più caso ai dettagli e mangiavo con le mani anche se ci davano le forchette.

Notizia di un sequestro

In serata, dentro ad un nebbione fantasy, giungemmo ad Al-Hajjarah, costruita sull’orlo di un precipizio tra i monti Haraz. Era andata via la luce in tutta la zona e il lume di candela rendeva ancora più credibile la sensazione di essere dentro ad una favola. Il cielo, senza l’inquinamento luminoso, era pieno di stelle. L’incanto si interruppe durante il ballo, mentre piroettavamo e ridevamo come matti, convinti di vivere un’altra vita, come in un romanzo. Dalla lontana e allora banalissima Italia arrivarono degli sms che ci dissero: «Sono stati rapiti cinque italiani». In pratica volevano sapere se fossimo noi. Ovviamente, non eravamo noi: noi stavamo danzando tra le stelle, circondati da uomini col pareo e i pugnali giganti. Eravamo liberi e felici, seppure alle prese con l’odioso cesso alla turca in camera.

Al mattino stesi il bucato sul terrazzo assolato e mi godetti la compagnia degli autisti sfaccendati. A quanto pare, degli italiani erano stati rapiti, ma non eravamo noi. In quel momento non pensai alla mia famiglia in preda all’ansia, ma piuttosto mi dedicai a intervistare gli autisti. Chiesi a uno di loro, che ciucciava beatamente il suo qat, per quale motivo alcuni indossassero il pareo ricamato e altri il camicione. «Pareo sud, camicione nord» mi rispose esaurientemente lui, in realtà senza usare quelle parole ma indicando i capi stesi ad asciugare. Tra un sorso di tè e l’altro, passò poi a illustrarmi i dettagli del jambiya, il pugnale a lama curva che tutti gli uomini portavano orgogliosamente in vita. Mi spiegò che il manico poteva essere d’avorio, d’argento o in corno di rinoceronte, e che poteva costare un occhio della testa. Fumando una sigaretta dopo l’altra, quegli uomini mi assicurarono che la scuola era obbligatoria fino ai tredici anni, ma non serviva la loro consulenza per aver già capito, guardando i bambini per strada, che le statistiche governative erano farlocche. Infine cercai di toccare il tasto dolente delle donne. L’autista mi spiegò che in provincia stavano rintanate in casa a sbrigare le faccende, ma nelle grandi città studiavano all’università e lavoravano. «Scelta loro, nessuno obbliga» mi assicurò. Feci finta di credergli e gli sorrisi, senza velo.

Lungo le coste del Mar Rosso il paesaggio si fece rigoglioso, quasi tropicale. Una sosta in un misero villaggio ci diede l’impressione di essere già in Africa, circondati com’eravamo da capanne di paglia, animali e bambini dalla pelle scura. La scorta della polizia ci accompagnò a sirene spiegate fino a Al-Hudaydah, dove percorremmo con stupore ampi viali fiancheggiati da concessionarie d’auto e grandi alberghi. Questa illusione di modernità fu interrotta dalle solite stanze separate nei ristoranti, dove le donne cenavano nascoste dietro tendine ospedaliere e i camerieri erano costretti a calare la Coca-Cola dall’alto. Ci servirono un pesce ottimo, seppur ricoperto da una salsa piccantissima, mentre l’odore del mare arrivava fin sulla strada.
Fu in quel ristorante che compresi la dinamica della faccenda. Gli italiani rapiti erano medici e insegnanti veneti che partecipavano al nostro medesimo viaggio; percorrevano la strada per Ma’rib in uno dei fuoristrada di quel serpentone scortato malamente, solo che ci erano passati tre giorni dopo di noi. La coppia al tavolo con noi si era iscritta allo stesso viaggio della loro amica, l’insegnante rapita, ma poi erano finiti in due gruppi diversi. A casa i telegiornali probabilmente parlavano di terrorismo internazionale, ma si trattava della solita questione di ritorsioni interne: una tribù della zona aveva preso ostaggi occidentali per forzare il governo a liberare alcuni parenti arrestati. In pratica, eravamo sfuggiti al sequestro per un puro caso. Ciò non ci impedì di consumare la nostra cena di pesce.
Il video di un artista locale con la kefiah, circondato da una surreale paccottiglia natalizia sullo schermo della TV, mi fece addormentare con il sorriso sulle labbra sotto il giro lento del ventilatore.

Un Paese non biodegradabile

Al mercato di Bayt Al Faqih – antico centro per il commercio del caffè – erano concentrate tutte le mosche, la polvere e la spazzatura dell’universo. A costo di ridimensionare la favola, dovetti ammettere che lo Yemen era il Paese più sporco della Terra: era destinato a essere sommerso dalla plastica se i locali non avessero smesso di lanciare dal finestrino gli involucri del qat, bustine colorate che ormai ricoprivano ogni centimetro quadrato del territorio.
Ciononostante, il mercato mi incantò come una novella medievale, con personaggi da romanzo d’avventura che si muovevano tra cammelli, galline e padelle di polpette sfrigolanti.

A Zabid, la città dove fu inventata l’algebra e Pasolini girò Il fiore delle mille e una notte, visitammo un paradossale museo senza luce all’interno della cittadella dell’Imam, dove la polvere mulinava incessantemente appannando il cielo. Le donne del posto ci dipinsero le mani con l’hennè in una stanza di legno piena di cuscini e finestre colorate. In questa località tra le più calde della Terra avrei desiderato restare per sempre, stesa su un letto di legno e vimini intrecciato, a bere tè alle spezie.

Raggiungemmo Al-Khawkhah, sul Mar Rosso, un villaggio che secondo i dépliant sembrava fatto apposta per riconciliare le coppie in crisi. Le nostre crisi, se c’erano, non erano sentimentali, così affrontammo a cuor leggero il vento potentissimo che sconvolgeva le palme.
Il mattino seguente demmo spettacolo sulla spiaggia: i nostri bikini diventarono l’attrazione della giornata per gli sfaccendati locali accucciati sulla sabbia. Persino gli impiegati della dogana, che avrebbero dovuto sorvegliare sull’arrivo dei clandestini dal vicino Corno d’Africa, preferirono lo show al lavoro. Le conchiglie erano giganti, ma fu difficile riconoscerle tra i cumuli di rifiuti che ricoprivano la riva; l’unica soluzione fu accettare un giro in barca con gli autisti: bambinoni in mutande con cui ridere fino alle lacrime.

La strada fu lunga per raggiungere Taiz. L’ultimo tratto lo percorremmo al seguito di un’auto della polizia che ci permise di superare facilmente il traffico strepitante. L’accoglienza all’hotel non fu delle migliori e, anche qui, ci attendeva il solito cesso alla turca. Per cena, ci accomodammo davanti a fogli di giornale freschi di stampa, sui quali ci servirono ciotole di terracotta piene di zuppe e omelette a prezzi popolari.

Lasciammo Taiz diretti a Sana’a per l’ultimo viaggio della speranza, appena in tempo prima che le Toyota manifestassero definitivi segni di cedimento. Tra pneumatici bucati e radiatori agonizzanti, fummo costretti a traslochi d’emergenza e agglomerati umani stipati nella stessa vettura. Per spezzare il noioso tragitto passeggiammo a Jibla, l’antico regno della regina Arwa al-Sulayhi rimasto identico nel tempo, e in serata raggiungemmo la capitale. Lì, come se nulla fosse accaduto, recuperammo la vecchia abitudine di cenare dal somalo, sotto i suoi neon, con le sue patate fritte e il suo tè al latte.

L’ultimo giorno a Sana’a coincise con l’aria di festa per l’imminente Eid’ Al-Adha. Mentre provavo abiti lunghi total black e burqa, giunse la notizia della liberazione degli ostaggi italiani, giusto in tempo per il volo del mattino successivo. Il suq parve improvvisamente sorridere tra gioielli e lampade in gesso.
Salutai i tetti di Sana’a dalla terrazza dell’Hotel Taj Talha, dove bevvi un tè in compagnia di un documentarista austriaco che girava il Paese in bicicletta.

Sul volo della Yemenia, poco prima del decollo, la voce dall’altoparlante della cabina scandì due volte: «I cinque italiani reduci dal rapimento vengano in prima classe». Durante il viaggio, i cinque vennero a raccontarci i dettagli della prigionia tra i sedili: i sequestratori si erano rivelati dei gentlemen, offrendo alle tre donne la libertà immediata subito dopo l’assalto, ma loro si erano rifiutate di abbandonare i compagni. La sera prima, dopo il rilascio, erano stati invitati dalle autorità a una cena ufficiale e avevano ricevuto dei bellissimi regali tradizionali.

A Fiumicino fummo accolti dai flash di tutte le televisioni, ma nessuno parve ansioso di conoscere la mia opinione. Parenti e amici mi rimproverarono per la scelta di una meta tanto pericolosa, la gente criticava la stupidità dei viaggiatori nello Yemen – ignorando che i rapimenti fossero cessati da anni – e il Codacons chiese persino di farci pagare le spese del riscatto. E io che volevo soltanto festeggiare il traguardo del posto fisso.


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