Israele

PEACE LAND TRAVEL

Israele e Palestina

Il gate del mio volo per Tel Aviv è questo, non mi posso sbagliare: ci sono molte kippah, libretti nelle mani e un uomo che prega contro il muro accanto alla toilette. È uno dei primissimi giorni di questa nuova tratta e l’aereo è quasi pieno, ma gli italiani si contano sulle dita di una mano, anche se siamo all’inizio delle vacanze di Natale e i prezzi dei voli sono infimi.
Torno in Medio Oriente dopo una lunga assenza. Ho avuto la fortuna di visitare lo Yemen, la Libia e la Siria appena prima che diventassero irraggiungibili. Le persone a me più vicine ci scherzano su: «Dopo che ci vai tu, succede qualche catastrofe».

La festa delle luci

L’accoglienza ricevuta appena sbarcati in un posto nuovo spesso dà al viaggio quell’impronta insostituibile che avrà. All’aeroporto Ben Gurion i controlli in ingresso sono inaspettatamente veloci e appena esco scambio qualche battuta con un tassista che mi fa morire dal ridere. 

Sullo sherut per Gerusalemme un logorroico passeggero intrattiene piacevolmente me e alcuni attempati turisti americani per tutto il viaggio. Sem lavora coi francescani, vive gran parte dell’anno a Città del Messico e parla correntemente ebraico, arabo, spagnolo, inglese e francese.

Dopo che lui e tutti gli altri sono scesi alla loro destinazione, l’autista aumenta il volume della musica araba, impreca contro un automobilista e infine commenta: «Gli ebrei guidano malissimo perché sono troppo prudenti e hanno paura di tutto».

Il giovedì sera in Israele è un po’ il nostro venerdì: le strade si riempiono di vita. Davanti alle case brillano le lampadine delle chanukkiah, i candelabri che commemorano il miracolo dell’olio nel Tempio di Gerusalemme. In un pub irlandese mi offrono una sufganiyah, il bombolone fritto tipico della Festa delle Luci, ed è qui che conosco Avi. Lavora in un concessionario di auto, adora l’Italia e ha i lineamenti tipici della sua famiglia, originaria dell’Etiopia. Eppure, non ha mai desiderato mettere piede nella terra dei suoi antenati.

Già durante la mia prima sera a Gerusalemme Ovest, mi sorprende che la maggior parte degli abitanti non abbia affatto tratti somatici europei e che la cucina e la musica siano tipicamente mediorientali. Ciò ha una sua logica, visto che alla nascita dello Stato di Israele gli europei erano solo mezzo milione, mentre le ondate migratorie successive sono partite prevalentemente da Nord Africa e Medio Oriente.
Un’altra cosa che noto da subito sono i prezzi esosi di bar e ristoranti, che alla fine rappresenteranno la fetta più sostanziosa delle mie spese. Sono un po’ più ragionevoli i costi degli alloggi: a Gerusalemme scelgo prima un capsule hotel e poi la guesthouse della chiesa siriaco-ortodossa St Thomas.

Shabbat a Gerusalemme

È venerdì mattina a Gerusalemme Ovest. Fra poche ore inizierà lo Shabbat e le attività fervono concitate. Al mercato Mahane Yehuda i turisti si mescolano ai locali: una baraonda di gente sgomita tra la merce esposta, fa acquisti, mangia e beve ascoltando musica ad alto volume stipata nei minuscoli bar. Fra poche ore il mercato chiuderà e i più religiosi si riposeranno per ventiquattr’ore, così come si fermeranno i mezzi pubblici in questa città grande e complicata. Ma adesso è il momento di sbrigarsi, il traffico è impazzito e i clacson insistenti.

Quando entro nel quartiere ultraortodosso di Mea She’arim è quasi l’ora di pranzo e mi sembra di stare sul set di una serie Netflix. Il dress code degli haredim è quello di uno shtetl dell’Europa orientale del primo Novecento: gli uomini hanno la barba, abiti d’epoca neri e grandi cappelli; le donne indossano gonne fino al pavimento, circondate da bambini elegantissimi. Qui la crescita demografica è altissima – circa sette figli a coppia – un dato che terrorizza la parte laica della popolazione israeliana. Un grande striscione ammonisce con rabbia noi visitatori vestiti in modo poco consono. Io indosso dei pantaloni e, anche se non sono affatto attillati, temo di attirare sguardi di disapprovazione. Anche perché uso lo smartphone per orientarmi e, ogni tanto, ne approfitto per scattare qualche foto a sgamo.

La Città Vecchia di Gerusalemme è suddivisa in quattro quartieri che attraverso a piedi con un altro Avi: un ebreo non praticante, naturalmente, altrimenti non potrebbe lavorare in questo pomeriggio nuvoloso di fine dicembre. Siamo in sette per questo free walking tour e l’appuntamento è alla porta di Jaffa, una delle otto porte fatte costruire da Solimano il Magnifico. Avi ci informa che il percorso attraverso questa porta è a zig-zag per rallentare la carica di eventuali forze nemiche, mentre l’apertura attraverso la quale passa oggi la strada venne realizzata in occasione della visita del Kaiser Guglielmo II. Song, un ragazzo coreano del gruppo, mi fa notare a bassa voce che queste cose sono scritte pari pari su Wikipedia.

Il quartiere ebraico lo riconosci dalle menorah e dai candelabri per Hanukkah, di tutte le fogge e dimensioni, ma anche dagli abiti della festa e dall’atteggiamento rilassato delle persone; di venerdì pomeriggio, però, tutte le sinagoghe sono chiuse.
Nel quartiere armeno, invece, è una giornata come le altre, anche se mancano due giorni a Natale. È abitato da solo cinquecento persone e si sviluppa attorno alla cattedrale di San Giacomo che, secondo la tradizione, custodisce la testa di San Giacomo il Maggiore – un dettaglio di cui non posso accertarmi, poiché la chiesa apre soltanto la mattina presto per la messa. Quando arriviamo al monastero di San Marco, Avi annuncia: «Secondo i cristiani qui sorgeva l’abitazione dell’evangelista: fu qui che ebbe luogo la famosa Ultima Cena. Comunque non si può entrare: dentro stanno facendo le prove per la parata degli scout di domani».

La maggior parte dei visitatori stranieri è concentrata nel quartiere cristiano, dove è allestito il mercatino di Natale, con vin brulé e numerosi cappelli rossi. L’attrazione principale è naturalmente la Basilica del Santo Sepolcro. Avi recita compitamente: «Fu la madre dell’imperatore Costantino a decidere di far costruire la chiesa in questo luogo all’epoca abbandonato, poiché secondo la tradizione è qui che Gesù venne crocifisso. La futura Sant’Elena scoprì una croce lignea che diventò una reliquia così ambita da essere letteralmente smembrata dai pellegrini del passato, tanto che oggi non esiste più». La reliquia più prestigiosa è invece ancora presente vicino all’ingresso: si tratta della pietra dell’unzione, sulla quale i pellegrini odierni versano olio e sfregano fazzoletti.
La più frequentata delle stazioni della Via Crucis si trova nella cappella greco-ortodossa e ospita il luogo della crocifissione. Avi ci invita a toccare un pezzo della roccia del Calvario attraverso un buco nell’altare, ma non ho nessuna voglia di fare la fila.

l quartiere musulmano è il più grande e popoloso, ma oggi non c’è molta confusione perché è venerdì, il giorno di festa islamico che, come ogni settimana, apre il lungo weekend delle fedi monoteiste. Passiamo e ripassiamo tra le bancarelle del suq, tra resti di fontane mamelucche, banchi di succhi di frutta e grandi immagini della Mecca sulle porte di chi ha fatto il pellegrinaggio, fino ad arrivare al checkpoint che conduce all’ingresso dell’area ebraica del Western Wall.

Il Muro del Pianto, o Kotel, è il principale luogo di devozione del popolo ebraico: è ciò che resta del Secondo Tempio, distrutto nel 70 d.C. dai romani. Il venerdì al tramonto, quando inizia lo Shabbat, è il momento ideale per andarci. L’area vicino al muro è divisa in due zone: la più piccola è riservata alle donne e la più grande agli uomini. I fedeli recitano versetti, oscillano avanti e indietro sui talloni, chinano la testa, ogni tanto toccano o addirittura baciano queste pietre vecchie due millenni; alcuni cantano o ballano. Molti hanno un libro in mano e più o meno tutti infilano i bigliettini con le preghiere negli spazi tra un blocco e l’altro. Non mancano i giovanissimi in abiti militari e armi a tracolla, impegnati nel servizio di leva che qui dura minimo due anni per maschi e femmine. Forse a qualcuno questa massiccia presenza di ragazzi dotati di mitra dà sicurezza, ma a me fa abbastanza paura.
Avi ci dice che se vediamo altri fotografare possiamo farlo anche noi, altrimenti non è rispettoso nei confronti dei fedeli. Vengo severamente redarguita da un controllore e capisco che anche gli altri stanno fotografando di nascosto.

Di sabato molti bar e ristoranti restano aperti, ma la maggior parte delle attrazioni storico-culturali di Gerusalemme sono chiuse: è il giorno ideale per visitare l’Israel Museum, soprattutto sotto una pioggia copiosa e continua. Poiché i mezzi pubblici non circolano, per raggiungere il museo devo camminare per una mezz’ora. Nelle strade c’è un silenzio inquietante. Gruppi di ebrei ortodossi passeggiano lentamente, alcuni con un libro in mano: colpisce la mia attenzione un anziano che legge mentre cammina, posizionato esattamente al centro della carreggiata deserta.

Nonostante Google Maps, ho difficoltà a trovare la strada e mi unisco a un gruppetto di tedeschi: anche loro sembrano perplessi mentre si muovono come rabdomanti con lo smartphone in mano. Con uno di loro, che in questo periodo studia all’università di Tel Aviv, scambio qualche riflessione sull’importanza della lettura nella cultura ebraica: «Lo sai che gli ebrei costituiscono solo lo 0,2% della popolazione mondiale, ma hanno vinto oltre un quarto dei Nobel in alcune categorie?» mi informa.

Il Museo d’Israele, finanziato da filantropi ebrei miliardari di tutto il mondo, è uno dei più importanti del Medio Oriente. Nel grande giardino panoramico sono disseminate molte statue e opere d’arte, tra cui gli alberi di ferro di Ai Weiwei. Accanto alla ricostruzione in miniatura di Gerusalemme all’epoca del Secondo Tempio, spicca il Santuario del Libro: custodisce i Rotoli del Mar Morto, un insieme di antichi manoscritti giudaici che passarono sotto il controllo israeliano durante la guerra del 1967.

Nelle innumerevoli sale al coperto sono esposte straordinarie collezioni di reperti archeologici, oggetti rituali ed etnografici ebraici – comprese intere sinagoghe ricostruite, provenienti da varie parti del mondo – accanto a famose opere d’arte moderna e contemporanea. La mostra temporanea The Burning Sea di Sigalit Landau presenta una selezione di sculture incrostate di sale del Mar Morto.

Dopo molte ore trascorse nel museo, mi fermo per uno snack in un ristorante yemenita. Quando provo ad accendermi una sigaretta, uno dei camerieri mi comunica che devo aspettare la fine dello Shabbat: «Mancano quattro minuti alle 17:21, se mi aspetti fumiamo insieme».
A quel punto torno al Muro del Pianto dove, rispetto a ieri, l’atmosfera è molto più rilassata: non ci sono più i vigilanti che impediscono di fotografare. È in corso un concerto di piano, ma siccome hanno collocato il palco nell’ala maschile, noi donne dobbiamo metterci sulle punte dei piedi per sbirciare. Non è un caso che molti chiedano di farla finita con questa anacronistica divisione di genere nel campo della preghiera.

Alla televisione italiana fra un po’ va in onda il concerto de Il Volo in diretta da Gerusalemme, mentre io percorro via Mamilla, la strada dei negozi, alla ricerca di un cavetto per la macchina fotografica. Penso che potrei essere in qualsiasi parte del mondo senza notare la differenza.
Anche se è la vigilia di Natale, nessuno se ne avvede al di fuori del quartiere cristiano: così mangio un anonimo trancio di pizza e poi assisto a un gradevole concerto rock in un pub per vecchi metallari. Penso a Sem, che sullo sherut per Gerusalemme mi ha detto che i cristiani rappresentano una percentuale via via più ridotta della popolazione: «Se continua così» ha aggiunto «andrà a finire che le chiese diventeranno dei semplici musei».

Natale a Betlemme

L’autobus 231 segue un itinerario non proprio lineare e alla fine mi lascia sulla strada principale di Betlemme, distante solo dieci chilometri da Gerusalemme. Qui mi accoglie con entusiasmo un manipolo di tassisti palestinesi, insistenti ma simpaticissimi, che vogliono accompagnarmi alla Basilica della Natività. Io, però, sto andando dalla parte opposta: sono pochi minuti a piedi e preferisco camminare. Su un muro spicca la celebre colomba con il giubbotto antiproiettile.

Ho prenotato con molto anticipo un letto al Walled Off, l’hotel progettato da Banksy. Lo stesso street artist lo definisce «l’hotel con la vista più brutta del mondo» perché sorge proprio di fronte alla barriera di separazione israeliana: una colata di cemento lunga oltre settecento chilometri, costruita dal governo a partire dal 2002 dopo una drammatica scia di attentati palestinesi.

Ci sono nove stanze, compreso l’elegante dormitorio con letti a castello dove dormo io. Il ristorante e il piano bar sono arredati «come un avamposto coloniale di quei giorni inebrianti del 1917, quando la Gran Bretagna occupa la Palestina» – recita il sito web dell’albergo – e ovunque sono disseminate preziose opere d’arte, murali e installazioni. In una galleria sono esposte opere di artisti palestinesi, sia noti sia emergenti, e, dulcis in fundo, c’è un museo straordinario dedicato alla pluridecennale storia dell’occupazione: un vero deposito di storie, manufatti e testimonianze, drammatici e ironici allo stesso tempo.

Quando arriva Moh sono sulla terrazza a chiacchierare piacevolmente con un cooperante romano che lavora a Ramallah, raggiunto dalla moglie e dai figli per le vacanze. Ho già visitato il museo e la galleria d’arte, ho comprato una maglietta con scritto «Make hummus, not walls» e ho scambiato due parole con il gestore del chiosco di caffè accanto al muro. Si trova proprio di fronte ai due angeli di Banksy che tentano di separare due lastre di cemento: per questo lui e i nipoti si mettono spesso in posa imitando il murale, facendo autoironia sulla loro condizione di murati fuori.

Moh è la guida che ci accompagnerà in giro per la città. Nell’attesa degli altri partecipanti parliamo del più e del meno, fino a toccare il tema dei matrimoni gay. Lui, pur essendo di mente aperta e abituato a trattare con turisti di tutto il mondo, mi chiede stupito perché mai dovrebbero essere consentiti: «Se a scuola parli di omosessualità agli studenti, non c’è il rischio di influenzarli?» mi domanda, sinceramente perplesso.
La conversazione viene provvidenzialmente interrotta da Yolanda, una delle ragazze iscritte al tour. È spagnola ma vive ad Amman, dove lavora in una ONG per i rifugiati palestinesi; conoscendo il mondo arabo, maneggia le differenze culturali molto meglio di me. Nemmeno il suo approccio con Israele è idilliaco: si è ritrovata subito invischiata nella classica conversazione con dei “sionisti”, ha lasciato immediatamente Gerusalemme e si è rifugiata a Ramallah, che le è piaciuta da morire.

Quando arrivano tutti i partecipanti, il gruppetto si avvia a piedi. Costeggiamo il pezzo del famigerato muro di cemento, oggi diventato una galleria d’arte a cielo aperto, e passiamo vicino all’Aida Camp, dove vivono circa cinquemila persone. A un certo punto, in lontananza, Moh vede del fumo e ci propone di cambiare itinerario. Molti palestinesi vivono in campi profughi periferici come questo: veri e propri quartieri, per quanto malandati, che in alcuni casi possiedono persino infrastrutture turistiche. Qui la tensione tra dimostranti e soldati israeliani a volte esplode all’improvviso, l’aria si riempie di lacrimogeni e partono lanci di sassi e spari di proiettili di gomma. «Nessuno di voi è coreano, quindi non siete stati allenati sotto le armi a sopportare i gas senza piangere», aggiunge l’ironico Moh, ricordando un partecipante di un tour precedente. Decidiamo di procedere comunque, ma girando alla larga dal campo.

La barriera ha un impatto devastante sulla vita quotidiana dei palestinesi, poiché strozza l’accesso a Gerusalemme e isola intere comunità a causa delle colonie, che i governi israeliani espandono da decenni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Diversi tratti di muro si snodano proprio intorno a questi insediamenti, separando i palestinesi dalle proprie terre e dai luoghi di lavoro. Non a caso, qui lo chiamano il “muro dell’apartheid”.

Raggiunto il centro storico con un van, assaggiamo fragole e datteri acquistati alle bancarelle e percorriamo le vie di questa tipica località araba, finché in lontananza compaiono stelle comete, decori natalizi e un imponente albero di Natale. La piazza principale è affollata di turisti religiosi, su cui da secoli Betlemme fonda la sua economia. Entriamo nella chiesa di Santa Caterina, dove appena poche ore fa si è celebrata la messa di mezzanotte trasmessa dalle TV di tutto il mondo: una funzione che dura un’eternità ed è così affollata che bisogna prenotare almeno un anno prima.
Attraversiamo il chiostro francescano per entrare nella contigua basilica della Natività, fatta costruire dal solito imperatore Costantino ma poi ricostruita molte volte. Il punto esatto in cui, secondo la tradizione, nacque Gesù si trova nella grotta ed è indicato da una stella d’argento a quattordici punte. Anche qui, come a Gerusalemme, la gestione del posto è suddivisa al millimetro tra le varie confessioni cristiane, che litigano spesso tra loro.

Di fronte alla chiesa della Natività si trova la moschea di Omar, l’unica nella città vecchia di Betlemme. Il numero dei cristiani è in continuo calo; anche per loro, come per tutti i palestinesi, la vita non è facile. Sem, sullo sherut per Gerusalemme, lo ha ripetuto più volte: non hanno il passaporto blu e dunque non possono partire dall’aeroporto Ben Gurion, ma solo da quello di Amman

Finito il tour, Moh ci saluta e io resto con Yolanda (la spagnola che vive in Giordania), Ana (una canadese di origine dominicana) e un’americana dalle origini ebree. Dopo un’accurata analisi delle sparute possibilità di aperitivo nella città vecchia, torniamo al Walled Off per bere della birra locale – in Cisgiordania si producono la Taybeh e la Bet Lehem – e poi andiamo a cena in un ristorante nei paraggi, Abu Eli, dove ci ingozziamo di kebab di agnello. Per tutta la sera continua a diluviare, mentre noi, quattro donne di cultura cristiana nate nella parte privilegiata del mondo, confrontiamo le nostre vite così diverse, che si svolgono in quattro posti molto lontani l’uno dall’altro.

Per tornare a Gerusalemme prendo l’autobus 234, che ha la fermata molto più vicina all’hotel. Entrando in Israele bisogna mostrare il passaporto al checkpoint: in questo caso lo passo a piedi, visto che l’autobus mi aspetta dall’altra parte. A dispetto di quanto ho immaginato, non c’è per niente fila. Me la prendo comoda perché anche stamattina diluvia, e così va avanti tutto il giorno. Per questo, una volta tornata a Gerusalemme, vado a visitare l’altro museo imperdibile della città, lo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto più importante del mondo: a leggere tutte le didascalie e a vedere tutte le interviste e i filmati, c’è da rimanerci almeno tre giorni.

La grandiosità e la sacralità del luogo non mi stupiscono, considerando che la Shoah, almeno dopo il processo Eichmann, rappresenta la narrazione cardine dello Stato israeliano. Il museo è gratuito ma bisogna obbligatoriamente prenotare online, pure se ti trovi di persona davanti all’impiegato della biglietteria. Dopo aver passato molte ore a Betlemme ad ascoltare e vedere con i miei occhi le storie dell’occupazione israeliana, è veramente sconcertante pensare che si tratti dello stesso popolo che ha subito le persecuzioni naziste.

Niente fila al Monte del Tempio

Finalmente l’ultima giornata a Gerusalemme è limpida e assolata. Verso le nove di mattina attraverso il suq e mi dirigo piena di entusiasmo alla Spianata delle Moschee, uno dei luoghi più contesi del mondo. Ospita due degli edifici più sacri dell’Islam, ma è venerata anche da ebrei e cristiani perché qui sorgevano il Primo e il Secondo Tempio, dove si svolsero vari episodi della vita pubblica di Gesù. Dal 1994 la spianata è amministrata ufficialmente dal Waqf giordano, ma Israele continua a occuparsi della sicurezza: l’accesso ai palestinesi è consentito solo in occasione delle festività islamiche. Pochi giorni dopo la mia visita, deciderà di andarci anche un ministro del governo israeliano, con un atto talmente provocatorio che la scorsa volta che accadde un episodio simile scoppiò la seconda intifada.

Sapendo che è visitabile soltanto poche ore al giorno, sono pronta a fare una lunga fila, ma stranamente non c’è nessuno ad attraversare il ponte di legno situato accanto al Muro del Pianto. Per prima appare la gigantesca Moschea Al-Aqsa, che sorge nel punto che i crociati identificarono con il Tempio di Salomone: per questo all’epoca fu prima la residenza dei re di Gerusalemme e poi dei Cavalieri Templari, che da qui presero il nome.
Ma lo spettacolo degli spettacoli è la Cupola della Roccia: una calotta dorata che spicca sull’azzurro del cielo, sormontando una base ottagonale decorata con tutte le sfumature del turchese. Sulla roccia custodita dentro l’edificio accadde più di un evento sorprendente: secondo gli ebrei Abramo andò a sacrificare il figlio Isacco prima che un angelo lo bloccasse, mentre per i musulmani Maometto vi lasciò un’impronta salendo al cielo. Riconvertita per breve tempo in chiesa ai tempi delle Crociate, tornò a essere una moschea nel XII secolo sotto Saladino, mentre oggi è un santuario in cui i non musulmani non possono entrare.
Accanto c’è la Cupola della Catena, dagli stessi colori della sorella maggiore: secondo la leggenda, il re Salomone vi fece appendere una catena che fungeva da macchina della verità, colpendo con un fulmine chiunque mentisse impugnandola. Poco distante si elevano le Bilance delle Anime, archi in pietra dove, secondo la tradizione islamica, verranno pesate le anime dei morti. Esco dalla Porta dei Mercanti di Cotone e attraverso il mercato risalente all’epoca dei Mamelucchi: armi giocattolo sono in vendita accanto al classico soldato israeliano armato.

Toccata e fuga a Ramallah

Quando io e Song, il ragazzo coreano che ho conosciuto nel walking tour, stiamo per salire sull’autobus diretto a Ramallah, ci dicono che il mezzo eccezionalmente si ferma al checkpoint, senza arrivare in città. Alcuni passeggeri salgono lo stesso, altri invece sono titubanti: sembra che ci siano delle proteste e che la situazione non sia tranquilla. Anche un ragazzo bresciano, vestito con kefiah e tunica bianca, rinuncia, nonostante abbia un amico a Ramallah che lo aspetta. Poi però Song insiste così tanto, e io non ho alcun piano B per la giornata: fatto sta che saliamo sull’autobus successivo.

Quello di Qalandia è il principale checkpoint delle forze di difesa israeliane tra la Cisgiordania settentrionale e Gerusalemme. Anche qui, naturalmente, per entrare in Palestina non ci sono controlli, ma bisogna attraversare a piedi una lunga e inquietante passerella sopraelevata in cemento. Giunti dall’altra parte, prendiamo un servis – un taxi condiviso – per andare in città.
Dal finestrino assisto a una marcia funebre in onore di un palestinese deceduto in carcere: probabilmente, una delle motivazione per cui l’autobus non fa il solito servizio oggi. A Ramallah c’è molto traffico, venditori ambulanti, veli sulla testa. Song è raggiante perché finalmente può mangiare un cheeseburger, cosa che in Israele è praticamente impossibile: nella cucina kasher non si possono mischiare carne e latticini.

Il Museo di Yasser Arafat è allestito nel palazzo presidenziale in cui il leader palestinese trascorse i suoi ultimi anni sotto assedio israeliano. Prima dell’ingresso si trova la sua tomba – che molti sperano di poter un giorno trasferire a Gerusalemme -, mentre il museo è diviso in due parti: la prima è un’esposizione che ripercorre la sua vita e la storia dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che Arafat guidò per trentacinque anni, e dell’Autorità Nazionale Palestinese, di cui fu il primo presidente.
La seconda sezione consiste nei locali in cui egli visse durante la seconda intifada, quando i carri armati israeliani circondarono e in parte demolirono il suo quartier generale. Vediamo le camere da letto delle guardie e del defunto presidente; nell’armadio sono tuttora appese le sue uniformi color kaki e stanno impilate le celebri kefiah. Infine, l’ultima parte della mostra è dedicata ai referti tossicologici che corroborano la tesi del suo avvelenamento.

La visita del museo la dobbiamo effettuare piuttosto rapidamente perché a un certo punto ci raggiunge una guida turistica che ho contattato. Mohammed ci porta a zonzo per la città, piena di bandiere dell’ANP e di graffiti dedicati alle numerose vittime palestinesi: martiri della libertà per loro, terroristi per gli israeliani. In questa vera e propria guerra ormai c’è quasi un morto al giorno e soprattutto l’età media delle vittime è molto bassa, visto che più di un terzo dei palestinesi ha meno di quindici anni. Mohammed ci mostra una piazza bizantina che in un altro contesto avrebbe ricevuto la giusta valorizzazione, ma che qui resta abbandonata a se stessa tra i palazzi moderni. Lui non sa bene il motivo per cui l’autobus oggi non arriva in città, ma accenna a una scelta polemica da parte del servizio di trasporto.

Per tornare al checkpoint prendiamo un altro servis, ma c’è un ingorgo inestricabile: ci fanno scendere dalla vettura e salire su un’altra, che si ingorga quanto e più di prima. Quando giungiamo sul viale principale che porta fuori città, tutti gli altri passeggeri scendono; contemporaneamente intravediamo nubi di fumo e piccole barricate in lontananza, il tutto con la musica araba sparata a massimo volume. Io e Song proviamo un brivido di panico. Per chi ci vive, è la normalità.

Il lago di Tiberiade

Per spostarmi a settentrione, dalla stazione centrale di Gerusalemme prendo un autobus diretto per Tiberiade. Finora non ho ancora potuto usare questa app che si chiama Moovit, con la quale si possono comprare i biglietti per tutti i mezzi di trasporto israeliani scansionando direttamente il QR code, e che inoltre applica degli sconti molto vantaggiosi.
Tiberiade sorge sull’omonimo lago, conosciuto anche come Mare di Galilea, ed è una delle mete turistiche più frequentate del Paese nella stagione estiva. Per secoli fu la più grande città ebraica della Galilea, ma ebbe un grande sviluppo anche durante il primo periodo islamico. Dall’inizio del movimento sionista sempre più ebrei sono andati a viverci, mentre la comunità araba, ancora molto presente all’inizio del dominio britannico, fu poi completamente evacuata, soprattutto dopo la proclamazione dello Stato d’Israele e la guerra arabo-israeliana: i palestinesi definiscono questa deportazione “Nakba”, ossia “catastrofe”. Anche in seguito un gran numero di immigrati ebrei si stabilì a Tiberiade, tanto che oggi la città ha una popolazione quasi esclusivamente ebraica.
Peace land travel” sta scritto, presumo non ironicamente, su un autobus turistico che incrociamo mentre entriamo a Tiberiade. Inizialmente non ho inserito questa località nel mio programma di viaggio, ma poi Song mi ha allettato con il fatto che grazie al lago il clima sarebbe stato assai mite. Ci organizziamo per visitare i luoghi legati alla predicazione di Gesù, non prima di aver preso un gelato al McDonald’s, per cui Song nutre una vera e propria venerazione.

Con l’autobus di linea andiamo a Tagba, dove secondo la tradizione cristiana si svolsero degli episodi dei Vangeli, a ricordo dei quali sorsero due edifici sacri: la chiesa della Moltiplicazione dei pani è una chiesa benedettina senza infamia e senza lode costruita da monaci tedeschi pochi decenni fa nel posto in cui Gesù moltiplicò i celebri cinque pani e due pesci che sfamarono circa cinquemila suoi fan; la chiesa del Primato di Pietro ricorda sia un’apericena con gli apostoli, sia un fantomatico incontro tra i discepoli e Gesù risorto.
Song non è cattolico, ma è molto interessato a tutte le religioni perché sostiene che, se hanno tanto seguito, un motivo ci sarà. Dunque sta a me introdurlo nel magico mondo dei miracoli di Cristo che, proprio a pochi passi da qui, camminò sulle acque del lago di Tiberiade e pronunciò il discorso della montagna sul monte delle Beatitudini.
I panini acquistati a Tiberiade – che non si sono moltiplicati – ce li mangiamo in riva al lago, dove in estate si possono fare i bagni. Poi andiamo a Cafarnao, un sito archeologico gestito dai francescani. Qui Gesù guarì diversi malati e assunse alcuni pescatori locali in qualità di discepoli, ma soprattutto predicò nella sinagoga: la ricostruzione odierna fu edificata sopra le fondamenta della cosiddetta sinagoga di Gesù, che per motivi di marketing si chiama così pure se è posteriore di almeno un secolo rispetto alla crocifissione.

Dopo aver atteso invano un autobus per tornare a Tiberiade, ci posizioniamo a bordo strada per fare l’autostop. Il commerciante di frutta che ci dà un passaggio è morbosamente curioso di conoscere tutti i dettagli del nostro viaggio. Si lamenta perché Israele è un Paese sempre meno laico: il nuovo governo Netanyahu ha ottenuto il sostegno di partiti religiosi che sbandierano idee razziste, mentre la popolazione di sionisti religiosi e ultraortodossi è in costante aumento, visto il loro sproporzionato tasso di fecondità.

Per cena provo un elegante ristorante che si rivolge in particolare alla clientela russa, e poi trascorro il resto della serata sul rooftop dell’ostello, dove è allestito un piccolo bar che vende le Goldstar a prezzo competitivo. Della compagnia fanno parte due russi, freschi di fuga dal loro Paese a causa della chiamata alle armi. Uno di loro inizia oggi il suo lavoro di volontariato presso la struttura in cambio di vitto e alloggio; l’altro mi mostra orgoglioso il suo passaporto israeliano nuovo di zecca, ricevuto in tempi record grazie alla “legge del ritorno”, che garantisce la cittadinanza a chiunque abbia discendenza ebraica.
Chiacchiero a lungo anche con Vladi, uno dei tanti bielorussi in fuga dal regime di Lukashenko. Vladi ammira Israele perché accoglie chi lascia queste dittature e rispetta i diritti civili, mentre secondo lui nell’ANP litigano e si ammazzano fra loro: «Il terrorismo fa schifo e alla fine il più debole soccombe, come sempre è stato».
Nel corso del 2022 in Israele sono arrivati molti rifugiati da Russia, Bielorussia e Ucraina, ma l’immigrazione dall’ex Unione Sovietica è stata massiccia sin dagli anni novanta, tanto che oggi il russo è la terza lingua del Paese, dopo l’ebraico e l’arabo.

Israele del Nord

A questo punto ci dirigiamo verso Nazareth, dove Gesù trascorse la sua giovinezza. Quando attraversiamo la città di Cana racconto a Song il suo primo miracolo, quando fu invitato a un matrimonio e trasformò l’acqua in vino. Song ridacchia come al solito ma non mostra particolare entusiasmo, visto che è astemio. Gli comunico allora che secondo il Nuovo Testamento Maria viveva a Nazareth quando l’arcangelo Gabriele le annunciò la gravidanza.
Dopo aver impietosito la cameriera di un caffè affinché ci tenga gli zaini, andiamo appunto a visitare la chiesa dell’Annunciazione, una basilica cattolica in stile modernista, realizzata negli anni Sessanta nel luogo in cui sorgeva la casa di Maria. Per gli ortodossi, invece, l’Annunciazione avvenne mentre lei attingeva alla fontana: per questo commemorano l’evento con un’altra chiesa, edificata sopra l’unica sorgente di Nazareth da cui sgorga acqua tutto l’anno. Quando entriamo nella chiesa francescana costruita dove un tempo si trovava la bottega di san Giuseppe, rivelo a Song che l’artigiano non era il vero padre di Gesù, ma questo già lo sa.
Nazareth è considerata uno dei centri culinari più rinomati del paese. Tuttavia, poiché i prezzi in città sono straordinariamente alti a causa delle folte comitive di turisti religiosi, mi faccio convincere da Song a mangiare un panino da KFC che è – come recita il nome stesso del fast food – farcito di pollo fritto.  

Nazareth oggi è una grande città quasi totalmente araba: nei piani originari avrebbe dovuto far parte della Palestina, ma fu occupata e annessa da Israele. Da allora i cristiani si sono dimezzati e oggi rappresentano circa un terzo della popolazione, mentre i due terzi sono musulmani.
Quando si analizza la complessa situazione politica del Paese, spesso si dimentica che circa un quinto degli israeliani è di lingua araba (la stragrande maggioranza di origine palestinese) e di religione non ebraica. Tra ebrei e arabi ci sono evidenti disparità socio-economiche: gli ebrei fanno meno figli e vivono più a lungo, mentre gli arabi sono più poveri e più frequentemente disoccupati. Molti di loro si sentono discriminati, poiché i governi destinano storicamente più risorse al miglioramento degli standard di vita della popolazione ebraica. Inoltre, anche se detengono alcuni seggi in Parlamento, nessun partito arabo ha mai preso parte a un governo di coalizione.
Anche se secondo alcuni Israele si impegna per integrare i cittadini di lingua araba, la distanza tra i due popoli negli ultimi tempi si è accentuata. Nel maggio 2021 moltissimi palestinesi israeliani si sono uniti agli abitanti dell’ANP in uno sciopero generale per protestare contro le politiche del governo di destra di Netanyahu, soprattutto dopo la legge del 2018 che ha definito Israele lo “Stato della nazione ebraica”. Le proteste hanno unito due comunità che nei decenni precedenti erano state spesso divise tra loro, prendendo di mira anche le annose vessazioni contro gli abitanti della Palestina: dai bombardamenti sulla Striscia di Gaza all’espropriazione delle case a Gerusalemme est e in Cisgiordania. Non a caso, in tempi recenti molti di loro preferiscono definirsi “palestinesi israeliani” piuttosto che “arabi israeliani”.

Un altro autobus procede lentamente nel traffico alla volta di Akko, affascinante città crociata, situata in una posizione invidiabile su un basso promontorio. Ciò che colpisce subito, appena arrivati nel centro storico, sono le mura e i bastioni affacciati sul mare, su cui si può camminare ammirando un panorama spettacolare, soprattutto all’ora del tramonto.
All’epoca in cui i crociati la conquistarono risalgono la fortezza dell’Ordine degli Ospedalieri e il Tunnel dei Templari. La rinascita di Akko dopo il suo periodo buio fu merito di un militare ottomano di origine bosniaca, che ne diventò il governatore e, con l’aiuto degli inglesi, riuscì a difenderla dall’assedio di Napoleone. A lui si deve anche la progettazione della moschea più grande d’Israele, realizzata in pietra e maioliche verdi.
Durante le tre ore passate ad Akko, il sole prima ha colorato di giallo le imponenti mura, poi si è spento nel mare di fronte al porto turistico e infine ha reso il cielo sempre più rosa.

Con gli inglesi la cittadella di Acri perse importanza, mentre la dirimpettaia Haifa diventò il porto principale della Palestina. Nonostante l’ostilità degli arabi nei confronti degli ebrei, che nel frattempo arrivavano a migliaia, quando nacque lo Stato di Israele entrambe le città furono facilmente conquistate dalle forze armate ebraiche e anche da qui decine di migliaia di arabi furono costretti ad andarsene.
Oggi sono entrambe città miste e in particolare Haifa rivendica con orgoglio di essere un modello di convivenza: la comunità araba professa per la maggior parte la fede cristiana, infatti qui ci sono più addobbi natalizi di quanti io ne abbia visti nel resto del Paese. Haifa è ancora oggi una grande città portuale, adagiata sulle pendici del Monte Carmelo.

«In Corea dicono che un giorno senza uovo non è un giorno», dice Song mentre facciamo colazione nel suo ostello. Siamo nella cosiddetta Colonia Tedesca, uno degli insediamenti fondati in Palestina negli ultimi decenni dell’Ottocento da protestanti tedeschi: si facevano chiamare templari, un nome che genera non poca confusione. Essi costruirono queste belle case dai tetti spioventi che tanto affascinarono Baha’ullah, il fondatore della religione Baha’i. Ecco perché qui ad Haifa sorge la sede internazionale di questo culto: sollevando lo sguardo verso la sommità del Monte Carmelo si vedono le spettacolari Terrazze Baha’i, la più grande attrattiva della regione.

Alla fine della visita guidata nei giardini rendiamo omaggio ai resti mortali del Báb, un uomo di origine persiana che a metà dell’Ottocento dichiarò di essere la “Porta” attraverso cui sarebbero state rivelate le profezie. Egli fu accusato di eresia e fucilato, ma nel frattempo lasciò numerosi seguaci, tra cui il nostro Baha’ullah. Nemmeno quest’ultimo fu accolto favorevolmente in Persia, tuttavia non fu ucciso, bensì solo esiliato in vari posti, tra cui la colonia penale ottomana di Akko dove elaborò le basi di questa nuova fede monoteista.

Tel Aviv, una città trendy

A Tel Aviv ho prenotato un letto in un ostello situato in una posizione magnifica di fronte alla spiaggia. Al piano di sopra c’è una bella terrazza sempre popolata da viaggiatori, dove ho conosciuto subito Daniel. Figlio di un musulmano ceceno da poco defunto e di un’ebrea di Odessa che si erano conosciuti a Netanya, vive a Londra e, anche se i genitori gli hanno sempre ripetuto di non venire in Israele, lui è qua che cazzeggia dalla mattina alla sera bevendo una birra dopo l’altra e facendo discorsi strampalati ma non privi di interesse.
Un impiegato dell’ostello in ciabatte e capelli lunghi arruffati mi dà il benvenuto e, come prima cosa, mi dice che lo Stato sta diventando sempre più religioso, criticando il nuovo governo Netanyahu che proprio oggi si è insediato. Ancora non sanno che, poche settimane dopo, a Tel Aviv avrà inizio una lunghissima serie di manifestazioni contro la riforma giudiziaria progettata dal governo.

Nel pomeriggio l’atmosfera è molto vacanziera su questo lunghissimo lido cittadino. All’ora dell’aperitivo alcuni stabilimenti propongono la musica di un dj, ad esempio qui ad Alma Beach, dove la gente sorseggia birra Goldstar direttamente sulla sabbia o sui tavolini del bar. Guardando il mare, sulla sinistra spicca il promontorio di Old Jaffa.
Nel centro di Tel Aviv, dalle parti di Rothschild Blvd, si trovano quelli che sono considerati tra i migliori ristoranti e locali del Medio Oriente. Mi siedo al tavolo di una birreria insieme a un gruppo di amici sui quarant’anni che stanno parlando di cosa faranno domani sera, l’ultimo dell’anno: una di loro racconta le abitudini della sua famiglia, di origine russa, l’altra delle usanze che hanno loro che provengono dal Cile. Accanto siede un americano con la camicia a scacchi e un altro amico dai lineamenti etiopi. «È il bello dell’Aliyah, l’immigrazione degli ebrei in Israele», mi dice la cilena. «Grazie all’ebraico riusciamo a comunicare con persone di tutto il mondo». A questo proposito mi ha sorpreso sapere che, all’epoca delle prime migrazioni, la lingua ebraica parlata era morta da secoli, ma in tempi record fu miracolosamente resuscitata fino a diventare la lingua ufficiale dello Stato.
Ceno in un ristorante pretenzioso dal nome italiano che fa molto glamour, dove c’è una lunghissima fila; mi siedo al bancone a mangiare una pasta ai frutti di mare da venticinque euro. Credo che i ristoranti di Tel Aviv siano i più cari del mondo.

L’arancia di Giaffa

Sabato mattina mi incammino verso Giaffa percorrendo il lungomare gremito di gente in tenuta ginnica. L’appuntamento del free walking tour è alla Torre dell’Orologio. Giaffa fu per almeno tre millenni uno dei porti più grandi del Mediterraneo orientale: qui venne sbarcato il cedro del Libano che servì a edificare il primo Tempio; qui arrivavano i pellegrini europei diretti in Terra Santa; da qui, secondo la tradizione, il profeta Giona salpò verso Tarsis e su questa medesima spiaggia fu rigettato dal pesce che lo aveva ingoiato durante la tempesta.
Di fronte alla massa blu del mar Mediterraneo la guida ci racconta il mito di Andromeda, la principessa d’Etiopia che la madre incatenò a una roccia proprio qui davanti, poi salvata dall’eroe Perseo, che uccise il mostro e la sposò. Subito dopo, il tour leader srotola un lunghissimo foglio in cui sono elencati tutti i popoli che nei secoli conquistarono Giaffa. A differenza di Akko, le truppe napoleoniche riuscirono ad espugnare la città: nell’epidemia che seguì, molti soldati francesi furono curati nel monastero armeno che sorge ancora oggi sul lungomare. Pochi anni dopo, Napoleone commissionò ad Antoine-Jean Gros il celebre dipinto “Bonaparte visita gli appestati di Jaffa”, oggi esposto al Louvre: la guida ce ne mostra una copia, pure se sul momento non ricorda il nome del pittore.

Quando arriviamo al vecchio porto, la guida ci parla della famosa arancia di Giaffa. Questi frutti furono per secoli la principale produzione della Palestina e, fino a qualche decennio fa, venivano immagazzinati ed esportati in tutto il mondo da questa banchina; con l’arrivo dei sionisti, però, il business passò nelle mani degli ebrei, le cui tecniche garantirono una qualità ed un raccolto superiori rispetto a quelli palestinesi. Questo ci racconta la guida, senza menzionare che furono proprio i palestinesi, all’inizio dell’Ottocento, a sviluppare questa varietà così adatta ai lunghi viaggi in mare, e senza dire, naturalmente, che i sionisti si sono appropriati non solo del business, ma anche del simbolo arancione.

Se all’inizio dell’Ottocento Giaffa era ridotta a un piccolo villaggio, fu proprio grazie all’arancia Shamouti che ebbe inizio il periodo di sviluppo che la rese una città ricca e cosmopolita. Nel frattempo anche qui sbarcavano sempre più ebrei, soprattutto con l’inizio del mandato britannico e poi nel corso degli anni Trenta, a causa delle persecuzioni naziste. Gli arabi, non apprezzando i nuovi arrivati, spesso boicottavano le navi ebraiche: così, durante lo sciopero arabo del 1936, nacque il nuovo porto di Tel Aviv – a sua volta caduto in disgrazia negli anni Sessanta, dopo la costruzione dello scalo di Ashdod.
Quando gli inglesi stavano per lasciare la Palestina, le tensioni crebbero: i cecchini arabi sparavano sugli ebrei dal minareto della moschea Hassan Bek, che è ancora qui, ben conservata, ma chiusa al pubblico. Giaffa fu conquistata dalle forze ebraiche e, dopo l’indipendenza, si fuse in un unico comune con Tel Aviv; gli arabi fuggirono o furono cacciati, e gli immigrati occuparono le loro case. La città vecchia fu abbandonata a se stessa, mentre Tel Aviv intraprese una rapida espansione: le due città si scambiarono brutalmente i ruoli. Infine, negli ultimi anni, il governo ha compiuto importanti sforzi per darle un aspetto attraente per i turisti.

Anche Tel Aviv ha subito moltissimi interventi di restauro negli ultimi anni e nuove infrastrutture sono ancora in fase di realizzazione. La città – che nacque poco più di cent’anni fa – conta sulla sua crescente fama di meta tra le più trendy del mondo. All’ora del tramonto sono nei pressi dell’Hilton beach, che prende il nome dall’omonimo albergo che spicca nella sua alta goffaggine a due passi dal mare. Quando l’ultimo pezzo di sole affoga nell’acqua, intraprendo la lunga passeggiata verso sud, attraversando tutte le spiagge che si susseguono con i loro aperitivi e la loro musica: gli uccelli svolazzano in stormi, le palme ondeggiano al vento, molti moderni grattacieli si stanno illuminando. 
La sera del 31 dicembre, nel centro di Tel Aviv, ristoranti e club sono affollati, ma a quanto pare ben pochi festeggiano l’ultimo dell’anno. A mezzanotte sento in lontananza gli scoppi di pochi, brevissimi fuochi d’artificio.

La mattina dopo ho il volo a un orario abbastanza comodo, ma tutti mi hanno consigliato di arrivare in aeroporto almeno tre ore prima. Nel mio caso non ce n’è motivo, perché i controlli sono rapidissimi come in qualunque scalo europeo.


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