La battaglia per la memoria di Budapest
La prima cosa che mi ha colpito, quando sono arrivata a Budapest, sono degli enormi manifesti del governo. Su un sfondo color cielo, un missile nero simile a una supposta gigante punta dritto verso l’osservatore. Sopra c’è scritto szankciók (sanzioni). Il messaggio è scritto chiaramente in maiuscolo, color blu elettrico: “Le sanzioni di Bruxelles ci stanno distruggendo”.
Il governo di Orbán è nel pieno del suo quarto mandato consecutivo, forte di una vittoria schiacciante ottenuta pochi mesi fa, e la guerra in Ucraina è la scusa per la riattivazione dello “stato di pericolo”, un regime giuridico speciale già introdotto per la pandemia, che gli conferisce poteri eccezionali.

In questo clima incontro István, professione guida turistica: giovane, appassionato e ironico. Ci troviamo sul lungofiume, non lontano dal Parlamento. «Vedete quell’edificio bianco accanto al castello di Buda?» chiede István «È la sede della nostra Presidente della Repubblica: il Palazzo Sándor. In Ungheria abbiamo il Presidente e abbiamo il Primo Ministro. Il Presidente viene eletto dal Parlamento ogni cinque anni, ma è solo un simbolo della nazione. Appare in televisione quando ha firmato qualcosa. Ha il potere di veto, ma non lo usa mai. Il vero potere politico è nelle mani del nostro Primo Ministro, che si chiama Viktor Orbán. Chi ha sentito parlare di Viktor Orbán alzi la mano». Quasi tutti alziamo la mano. «Non voglio parlare molto di lui, ok? È il nostro Primo Ministro da molto tempo. È controverso nella politica europea moderna perché qui non abbiamo alcuna limitazione di termini. È Primo Ministro da 12 anni e in Ungheria potrebbe essere Primo Ministro per sempre – ed è quello che intende fare, tra l’altro. Teoricamente abbiamo elezioni democratiche ogni quattro anni, ma l’opposizione è praticamente inesistente. Il suo è un governo conservatore di estrema destra, ma ciò che a me non piace sono questi termini illimitati; non importa da che parte stai, sinistra o destra, se hai termini illimitati allora hai la possibilità di diventare sempre più autocratico negli anni. Ed è quello che pensa di noi la parte più liberale dell’Europa occidentale: la chiamano democrazia illiberale».



István quindi ci porta in Szabadság tér (piazza della Libertà!), per mostrarci un monumento in memoria delle vittime dell’occupazione tedesca. L’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria) sta in piedi a braccia spalancate su una colonna posta al centro, mentre su di lui incombe una terrificante aquila tutta nera. La nostra attenzione, tuttavia, viene maggiormente attirata da una serie di oggetti, documenti e immagini collocati ai piedi dell’opera. «Il monumento» leggiamo su un cartello in italiano «è il tentativo dell’attuale governo (e del suo partito di maggioranza, Fidesz) di falsificare la Storia e di minimizzare il ruolo dell’Ungheria nell’Olocausto. Le modalità dell’installazione e il messaggio menzognero trasmesso testimoniano l’arroganza del governo e della sua avidità di potere senza confronti. La scritta, peraltro modificata, in cima al monumento che le definisce “vittime dell’occupazione tedesca” non corrisponde al vero, in quanto nega la collaborazione ungherese».
István chiarisce che il popolo ungherese, durante il periodo nazista, non era propriamente innocente come l’arcangelo Gabriele, e la colpa non è tutta dei tedeschi come l’aquila imperiale vorrebbe suggerire: l’Ungheria governata da Horthy era alleata con il Terzo Reich e l’amministrazione contribuì alacremente allo sterminio di quasi mezzo milione tra ebrei, rom e omosessuali ungheresi.
Le proteste delle varie associazioni vanno avanti dal 2014, quando il governo di Orbán decise di collocare l’opera scultorea (di notte, in segreto) eludendo il dibattito nella società civile. Infine, conclude István, «il monumento non è mai stato né consegnato né inaugurato ufficialmente».


«Questa non è l’unica opera controversa presente in piazza della Libertà» ci avvisa István. Intanto, proprio all’ingresso della chiesa Calvinista “del Ritorno” alla fine nel 2013 il partito di estrema destra Jobbik ha inaugurato un busto del governatore collaborazionista Miklós Horthy. «Ironia della sorte» prosegue la guida, «sulla facciata della chiesa c’è una targa che commemora gli ebrei salvati proprio in questo edificio nel 1944».
Oggi l’Ungheria ospita una delle comunità ebraiche più grandi d’Europa e Budapest in particolare ricorda in molti modi la Shoah (vedi “Le scarpe sulla riva del Danubio” o la memoria di Giorgio Perlasca e Raoul Wallenberg). Eppure da un po’ di tempo, insieme ai rigurgiti neofascisti, anche l’antisemitismo è tornato alla ribalta. Oltre alla formazione di destra Fidesz del primo ministro Orbán, parecchi voti li ha presi appunto il partito Jobbik, le cui origini sono strettamente legate all’organizzazione paramilitare nazionalista “Guardia Ungherese”.


A pochi passi dal busto di Horthy e dal memoriale delle vittime dell’Olocausto, un Ronald Reagan di bronzo cammina a braccetto con i turisti sulla strada che collega il parlamento con l’ambasciata americana – davanti alla quale, se potesse muoversi, incontrerebbe la statua di George Bush senior. Il presidente che disse a Gorbaciov «abbatti questo muro» e che definì l’Unione Sovietica «l’Impero del Male», secondo un politico ungherese sembra ironicamente che faccia la guardia al monumento all’esercito sovietico che liberò l’Ungheria dai nazifascisti, l’unico di questo tipo rimasto a Budapest dopo il repulisti dell’89. Quell’anno infatti la maggior parte delle opere commemorative di eroi sovietici furono demolite o fatte fuori, tranne questa, che comunque funge anche da tomba dei soldati sovietici caduti nell’assedio di Budapest; infatti ci sono stati grandi dibattiti sull’opportunità o meno di spostarla.


Le contraddizioni di Piazza della Libertà non sono un caso isolato. Le stesse forti contestazioni hanno accompagnato negli anni anche la realizzazione del museo “Terror Háza” (la Casa del Terrore), inaugurato nel 2002 col supporto dello stesso Viktor Orbán e diretto da Mária Schmidt, figura a lui vicinissima.
L’edificio che lo ospita è stato il quartier generale sia della polizia politica nazista sia di quella comunista: nel museo, il passaggio tra i due regimi è rappresentato simbolicamente da uno spogliatoio, dove gli ungheresi si dovettero “cambiare d’abito”. I curatori lo definiscono un monumento alle vittime, senza distinzioni tra i carnefici («due facce della stessa medaglia»), ma la scelta di dare molto più spazio ai fatti successivi al 1945 è apparsa a molti un’operazione politica: equiparare i crimini del comunismo a quelli del nazismo per colpire l’eredità della sinistra moderna e, di nuovo, minimizzare il ruolo collaborazionista degli ungheresi nell’Olocausto. L’esposizione inoltre è organizzata col proposito di creare una forte reazione emotiva grazie alla musica drammatica, all’illuminazione e all’enfasi sui dettagli morbosi, mettendo in secondo piano – secondo i critici – la serietà dell’analisi storica.




I musei storici sono sempre un’occasione per riesaminare il passato e decidere come si vuole che i visitatori lo percepiscano. I musei del comunismo, in particolare, rappresentano una parte importante del processo di transizione che i Paesi dell’Europa orientale hanno dovuto affrontare.
A Budapest, nel 1993, quando fu messo all’ordine del giorno il futuro destino delle opere d’arte pubbliche a carattere comunista, ci fu chi insistette per la distruzione immediata, ma il Comune respinse questa idea e ordinò l’istituzione di un parco delle statue a tema: il Memento Park. Il problema principale che dovette affrontare l’architetto e progettista Ákos Eleőd fu quello di «riassumere i singoli elementi stimolanti di una serie storica di paradossi in un unico processo di pensiero concettuale». Queste statue infatti sono sia ricordi di una società antidemocratica sia pezzi della storia degli ungheresi; e poi sono simboli di autorità e allo stesso tempo sono opere d’arte. L’ultimo paradosso consiste nel fatto che esse furono originariamente realizzate a scopo propagandistico, ma nella nuova sede espositiva bisognava evitare che le statue diventassero antipropaganda, compiendo così lo stesso errore tipico della mentalità dittatoriale. Ákos Eleőd sostiene infatti che, se le società autocratiche ritoccano e si appropriano del proprio passato per gettare una luce favorevole sulla “necessità storica” del proprio regime, la democrazia al contrario è l’unica forma di governo in grado di guardare al passato, con tutti i suoi errori e le sue svolte sbagliate, a testa alta. «Questo Parco parla di dittatura, ma appena se ne parla, si descrive e si costruisce, il parco è già democrazia. Dopotutto, solo la democrazia può darci l’opportunità di pensare liberamente alla dittatura».








Non sembra un caso che le opere del Memento Park siano state mandate in esilio nell’estrema periferia di Budapest. La lezione di Eleőd infatti è stata del tutto abbandonata nell’attuale recita della memoria.
István, poco prima di salutarci, ci aveva parlato delle piccole sculture di Mihály Kolodko. Questo artista, in una città piena di monumenti colossali, pratica una “guerrilla-sculpture” che sbeffeggia il potere. Nel 2019 aveva piazzato in piazza della Libertà un piccolo colbacco di bronzo, con l’intento di criticare la persistente influenza di Mosca in Ungheria; un politico di estrema destra lo aveva distrutto con un’ascia, gettandolo nel Danubio. Allora Kolodko aveva risposto collocando nello stesso punto un’altra minuscola scultura a forma di ascia: un monumento alla violenza dell’aggressore che si trasforma in barzelletta.

L’ironia di Kolodko è un importante lampo di coscienza in questo “buio Pest”. E adesso, a pochi mesi dall’invasione dell’Ucraina, il colbacco di bronzo sembra più attuale che mai: mentre Orbán mantiene i canali aperti con Putin e i manifesti azzurri con il missile-supposta urlano che la colpa è di Bruxelles, evidentemente a Budapest la memoria non è un archivio, ma un campo di battaglia.





