Copertina Paesi Baltici

GOMITO A GOMITO CON IL MAR BALTICO

Estonia, Lettonia e Lituania

Nell’impresa mi sono cacciata con le mie stesse mani. Quattro settimane gomito a gomito con due leggendarie entità per me quasi del tutto sconosciute: il Mar Baltico e Marcello. Col primo ci ho avuto a che fare di persona una sola volta, a Travemünde, località balneare nei pressi di Lubecca – location di un tramonto davvero degno di nota. Il secondo invece l’ho incontrato due volte, tre con quella sera in cui abbiamo deciso di partire insieme, pacchetto completo: Paesi Baltici e Berlino. Sapevamo che in mezzo ci fosse la Polonia, ma abbiamo inconsapevolmente minimizzato l’estensione del suo affaccio baltico, forse perché entrambi ossessionati dal trattato di Versailles.
L’Estonia, la Lettonia e la Lituania vengono usualmente propinate all’opinione pubblica come un tutt’uno, a causa delle svariate somiglianze che presentano: la collocazione geografica, la ridotta estensione, il territorio pianeggiante, la ricchezza di foreste e di acqua, il pluriennale inglobamento forzato nell’URSS, l’indipendenza ottenuta nel 1991, il recente ingresso nell’UE e l’impetuoso addentrarsi nel luccicante mondo del capitalismo. Tutto questo e molto altro – in particolare la singolare bellezza delle donne e il primato europeo in quanto ad incidenti stradali – ha fatalmente trasformato tre Stati autonomi e differenti tra loro in un concetto geografico semplificatorio: le Repubbliche Baltiche – concetto che abbiamo provato a scardinare il più possibile durante tutto questo peregrinare su autobus-sauna privi di finestre e treni nuovi di zecca acquistati grazie ai fondi europei.

Eesti / Estonia

La piccola Estonia non gode di eccessiva popolarità: non solo ha una posizione alquanto defilata nella carta europea, ma è così minuscola che sembra quasi che la Finlandia le possa cadere addosso da un momento all’altro distruggendola per sempre. La lingua inoltre è caratterizzata da un vocabolario traboccante di termini ugro-finnici impronunciabili e, come se non bastasse, ci abitano appena un milione e trecentomila abitanti, i quali hanno l’incomprensibile usanza di non emigrare.

Il nostro itinerario è incominciato da Tartu, la seconda città più grande del Paese, nota per la sua università presente sin dal 1632. Il tassista Sergei, ex alcolizzato, ex russo ed ex ballerino – cosa quest’ultima che sembrerebbe incredibile oggi a giudicare dalle dimensioni della sua pancia -, ci ragguaglia immediatamente in merito al caldo davvero inusuale che sta imperversando in questo luglio nordico. Non è ancora completamente buio quando alle undici e trenta ci rechiamo in un pub gotico per mangiare un pancake – nella cui preparazione gli estoni sono degli specialisti -, invece alle due e mezza circa già comincia vagamente ad albeggiare.

Di giorno – stemperato il tasso alcolico generale – il centro, nonostante i turisti e gli studenti che affollano i tavolini all’aperto, è tanto placido e silenzioso che si può distintamente sentire il rumore dei tacchi sull’acciottolato, mentre si passeggia tra vasi fioriti, carrelli dei gelatai e targhe che commemorano i trascorsi di teologi e filosofi illustri. Nella piazza principale una fontana scura rappresenta due fidanzatini che si baciano perennemente sotto un ombrello grondante, di fronte al municipio bianco e rosa confetto. La città è attraversata da un fiume, molto ambito in questi giorni di gran caldo nonostante il suo colore rancido.

Il Museo delle prigioni del KGB è situato nella stessa Casa Grigia che negli anni Quaranta e Cinquanta ospitava la filiale estone del Comitato per la sicurezza dello Stato sovietico, che sfortunatamente lavorò con molta solerzia anche da queste parti. Già nel 1940, quando l’URSS occupò l’Estonia per la prima volta, numerosissimi presunti oppositori del regime furono arrestati, o semplicemente sparirono senza lasciare traccia. Poco dopo, i temibili “addetti alla sicurezza” cominciarono a organizzare le deportazioni di massa: nella prima ondata più di diecimila persone affrontarono un orribile viaggio in treno verso la Siberia; nella seconda il numero di persone che dovettero lasciare la loro casa raddoppiò. Migliaia di persone persero la vita, mentre quelli che in seguito tornarono in patria non venivano più considerati cittadini a tutti gli effetti.

Il piano seminterrato della Casa Grigia riproduce fedelmente le celle dei prigionieri del periodo sovietico: in un cubicolo ampio meno di un metro quadrato – ora occupato da un manichino – dovevano passare la notte i prigionieri da interrogare, realizzato in maniera tale che non si potesse stare comodi né in piedi, né seduti, né sdraiati; alla fine del corridoio un’impressionante guardia carceraria di cera appare appena si esce da una delle celle. Il resto dei locali ospita una mostra permanente dedicata ai gulag e alla resistenza contro i sovietici, che ebbe luogo nelle foreste estoni dopo la guerra.

Oggi, a quasi vent’anni dall’indipendenza, la situazione è ben diversa. Al mercato vicino alla autobussijaam sono quasi tutti russi i venditori di scarpe, frutti di bosco, patate, cavoli, aneto, fiori, magliette, mutande, carte geografiche e icone di San Nicola. Come lascito del fenomeno di russificazione attuato nei decenni del regime, quasi un quarto degli attuali abitanti dell’Estonia sono russi; ma a quanto pare quella che un tempo era l’élite della società, ora spesso rappresenta la fetta più emarginata della popolazione, quella che svolge i mestieri più umili, che più frequentemente ha problemi di alcolismo e che non riscuote una grande simpatia né da parte della popolazione estone né del governo, il quale difende strenuamente la propria identità di fronte alla pressione culturale dell’odiato vicino.

Mentre sono in fila per il bagno in un bar di Tartu, una frizzante biondina mi consiglia caldamente di visitare Käsmu, località di mare in pieno Lahemaa National Park, il parco nazionale più antico dell’ex-Unione Sovietica. Poiché la ricerca online di un alloggio – non dico a Käsmu, ma anche nei paraggi – è vana, decidiamo di raggiungere l’abitato più vicino al parco e lì metterci nelle mani dell’ufficio del turismo.

A Rakvere dunque, dopo la gag di Marcello in farmacia con simulazione di puntura di zanzara – la farmacista, per quanto non abituata a ridere, si trattiene a fatica dallo sbellicarsi -, anche l’impiegata del tourist office, inizialmente rigida come una mazza di scopa, si scioglie letteralmente di fronte all’interpretazione magistrale del mio compagno di viaggio alle prese con un ipotetico orso bruno del parco di Lahemaa e ci trova una stanza a Viitna.
Questo villaggio tecnicamente è situato a qualche chilometro dal parco vero e proprio: le smisurate foreste, i graziosi laghetti, i temporali notturni e le distese di nulla che la circondano le regalano un fascino da Val d’Aosta di pianura. La nostra stanza non è altro che l’enorme camera da letto in legno di abete della padrona di casa, fornita di bambola assassina e mute fotografie in bianco e nero appese alle pareti, dalle quali svariate generazioni di antenati ci osservano indifferenti.

Raggiungiamo il “centro” – quattro case – in bicicletta, circondati da alberi alti come grattacieli. Il menu dell’ottocentesca taverna propone zuppe di salmone e di funghi selvatici, pelmeni (ravioli ripieni), mulgipuder (porridge di orzo e patate), carne di maiale e crauti stufati, il tutto ricoperto dal consueto strato di panna acida e dalla generosa spruzzata verde di aneto: condimenti che secondo loro esaltano il gusto di qualunque pietanza. Alle 10 e 30 di sera, sotto un cielo metallico, spicca ancora di più il giallo graminaceo mentre pedaliamo verso casa cercando di evitare i temibili cani a guardia delle fattorie.

Dopo un’elettrica notte di tempesta, ci aspetta una colazione in stile nonna papera: kefir in cui galleggiano succosi lamponi del giardino, muffin appena sfornati, torta di mele ancora calda, formaggio, prosciutto e marmellata di fragole.
La giornata non sfocia mai in pioggia ma la promette di continuo, durante gli innumerevoli chilometri di bici tra fiordalisi blu, cicogne appollaiate sugli enormi nidi in vetta ai comignoli, foreste incontaminate di abeti, betulle, pini sottilissimi che raggiungono altezze inimmaginabili: alcuni sono così flessibili che si piegano al vento; altri scricchiolano seminando il panico in due poveri cittadini poco avvezzi alle bizzarrie della natura; altri si sono spezzati e non cadono per terra solo perché i tronchi vicini glielo impediscono – mutua solidarietà legnosa.

La domenica mattina ormai abbiamo appeso le biciclette al chiodo e, poiché l’invito alla sauna non viene ripetuto – addio cappelli di lana cotta a forma di Teletubbies e rami di betulla con cui frustarsi le spalle -, un po’ delusi ci facciamo accompagnare alla fermata dell’autobus che ci consegnerà dritto dritto nelle fauci di Tallinn.

L’ostello di Tallinn è un po’ giovanilistico-alternativo per i nostri gusti – roba di bonghi, piedi nudi e narghilè -, ma pulito e vicino al centro storico. Raggiungiamo subito la collina di Toompea, sulla quale sorgono la sede color salmone del parlamento estone e la magnifica chiesa ortodossa di Sant’Aleksandr Nevskij: finita la funzione, le donne infazzolettate tirano a lucido i pavimenti.
Nei pressi delle torri medievali ancora in piedi, c’è la piazza dove ogni domenica mattina prendeva corpo la resistenza all’invasore sovietico a colpi di dischi occidentali – e gli stessi resistenti di allora continuano ad incontrarsi lo stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso posto, senza aver più niente a cui resistere, se non il passare dell’età.

Dalle balconate si domina la città vecchia, quella che con troppa facilità viene definita una “bomboniera” e che è l’unico teatro concesso alle frotte di crocieristi incolonnati dietro a una bacchetta con la sagoma di Topolino. Man mano che scendiamo verso la parte bassa, constatiamo che i prezzi sono molto più europei che altrove, ma che, nondimeno, la maggioranza dei turisti stranieri in Estonia è concentrata qui. D’altra parte i maglioni di lana pungente, i cucchiai di legno, i grembiuli di lino, i pupazzetti a forma di elfo, le borse di feltro e i portafogli di cuoio sono già venduti in euro, visto che tanto è questione di pochi mesi e anche per venire in Estonia non dovremo più cambiare i soldi.

E non oso immaginare cosa succederà il prossimo anno, quando Tallinn sarà capitale europea della cultura, sempre che si riesca a restaurare il lungomare, attualmente in condizioni pietose. Intanto se ci si siede sugli scogli si può vedere il podio che fu costruito in occasione delle Olimpiadi di Mosca del 1980 – oggi terreno fertile per i writer – e si possono vedere altri brutti edifici risalenti alla stessa occasione, tra cui il terminal da cui partono i traghetti che collegano la città a Helsinki. Quelle Olimpiadi sono famose perché gli Stati Uniti si rifiutarono di parteciparvi in segno di protesta contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS.

Fuori dalle antiche mura, la città diventa anonima: centri commerciali, ristoranti e bar, piazze e vie, vetrine e panchine, condomini e posti auto. Nel quartiere che circonda la stazione ferroviaria è ancora peggio: block in cemento costruiti durante il periodo sovietico, spazzatura, bruttezza, desolazione. Al flea market vendono fiori, frutta e verdura, pesce, carne, scarpe, scatolette, lapidi, articoli di ferramenta e cartoleria, ma anche cimeli sovietici: la sveglia col faccione di Stalin, la bandiera dell’Estonia socialista, busti di Lenin, medaglie, orologi e spillette.

Oggi ci sono un bar e una spiaggia in un’ala della prigione Patarei, rimasta in funzione fino a metà degli anni 2000, ma il resto è rimasto così com’era: il filo spinato ormai spiegazzato, le torrette di guardia arrugginite, le grate alle finestre e i lampioni fulminati.
A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare che l’obiettivo sia cancellare rapidamente la memoria storica: i giovani che oggi parlano inglese erano troppo piccoli e quello è un passato lontano; adesso lo sguardo è puntato sul futuro, le aree wifi gratuite si sprecano, l’inventore di Skype è estone e i cittadini votano online. In realtà in tutti i Paesi baltici la memoria dell’occupazione sovietica è al centro della costruzione dei nuovi stati democratici indipendenti, come si arguisce visitando tutti i musei storici, ex prigioni e centri KGB.

Diamo l’addio all’insopportabile australiano che ci prova con insistenza con la biondina oca. Salutiamo per sempre Alberto, il padovano che sta coronando il suo sogno di giungere a Capo Nord con la sua bicicletta, ingozzandosi di Nutella e senza mai guardare nemmeno un museo dell’occupazione o una fattoria estone ricostruita. Facciamo i nostri migliori auguri a Stu, che ha lasciato forse per sempre l’Inghilterra e insieme alla sua ragazza vuole ricostruirsi una vita in Estonia (o altro est). Ci congediamo dai giovani del luogo (Tere, Hüvasti, Take care) e prendiamo un autobus per Viljandi.
Anche qui dentro sudiamo tutti copiosamente, mentre al di là delle inespugnabili finestre siamo circondati da chilometri quadrati di nulla piatto e alberato. Soltanto qualche casona appare di rado, sperduta in lontananza, e queste persone singole che scendono ad una fermata isolata devono raggiungerla a piedi.

A Viljandi avremmo voluto andarci lo scorso week end per assistere al folk festival, ma c’era il pienone. Adesso, al contrario, c’è il deserto. Superato un ponticello sospeso, dalle rovine del castello raggiungiamo il viale dei filosofi – dove Marcello si sente naturalmente chiamato in causa -, il tutto senza mai entrare in una piazza o in qualcosa che le rassomigli.

Presso questo circolo un gruppo di giovani di varie nazionalità ci racconta del loro lavoro di volontariato al mulino ad acqua. La leader è laureata in archeologia e ci racconta di quando, da bambina, ha visto per la prima volta una banana; il gestore del bar invece di quando ha visto i carri armati vicino Tartu. E comunque i nostri intervistati non hanno mai più di 25 anni: non è facile ottenere testimonianze dirette sulla storia recente.

Al mattino, mentre cerchiamo di comporre un qualcosa che assomigli ad una colazione, leggendo il giornale locale meditiamo sull’opportunità di acquistare una bella casa con giardino di 190 mq a soli settantamila euro, oppure un delizioso bivani di 46 mq all’incredibile prezzo di tremilaottocento euro.
Intanto Marcello è impegnato nella progettazione di una carta speculativa del pensiero occidentale: vette metafisiche e pianure empiriste si alternano nel fervido sforzo ricognitivo che lo tiene occupato durante gli infiniti chilometri percorsi per circumnavigare Viljandi.

E questa è l’ultima meta dell’Estonia. Un viaggio è fatto di scelte contingenti, casualità, ispirazioni. «Io ho le mie sensazioni, a volte sono sbagliate ma io mi fido di loro» avrebbe detto a questo punto il tassista Sergei. Ebbene, l’Estonia possiede quasi quattromila chilometri di costa baltica segnati da baie e stretti, mille e cinquecento isole e isolotti, scogliere calcaree dalle quali sgorgano numerose cascate, spiagge con sabbia bianca nascoste in dense foreste di pini. Sembra impossibile, ma – se escludiamo lo sgarrupato lungomare di Tallinn al tramonto – siamo riusciti a non vedere niente di tutto ciò.

Latvija / Lettonia

Urla di gabbiani e coperte offerte dalla direzione dei bar all’aperto: la sera del nostro arrivo, su Riga incombe un cielo gonfio di pioggia. Ma è solo una breve parentesi rinfrescante dentro ad un’estate afosa, che non basta a far scendere la temperatura all’interno del Central hostel, progettato per mantenere costante il tepore. Legno e inserti colorati rendono l’alloggio confortevole e accogliente, tanto da farci scegliere di trascorrere qui quasi tutte le notti della Lettonia.

Presso l’angolo fumatori situato nel giardino, si alternano vari visitatori. Ad esempio Lorena e Victor, spagnoli della Catalogna: lei è votata alla causa indipendentista, lui lancia sguardi di sottecchi alle lettoni bionde in short. Oppure quelle due olandesi che a tarda ora, illuminate dalla luce ballonzolante di una candela, coinvolgono Marcello in un’impegnativa discussione di carattere teologico. Non mancano gli italiani, come il giovanotto taciturno che gira l’Europa dell’est in Vespa, o i due amici torinesi alle prese con il tour delle capitali baltiche.

Riga, situata sulla foce del fiume Daugava, è la città più grande delle Repubbliche Baltiche ed è la più ariosa e parigina delle tre capitali. Se l’Estonia è il Paese meno religioso al mondo, in Lettonia la percentuale di atei scende al sessanta per cento e la religione prevalente è luterana.
Nel centro storico, Vecriga, inizialmente è facile fare confusione tra le tre piazze che di giorno sono suggestive da osservare, mentre nelle sere di luglio sono affollate di gente che mangia e beve ai tavolini, di coppie che ballano, di italiani che cercano di abbordare le avvenenti lettoni, spesso allietati dalla musica dal vivo. Passeggiando poi ci si imbatte nei “Tre Fratelli”, tre edifici costruiti in epoche differenti, i quali – come noi – convivono gomito a gomito.
Giunti nei pressi del municipio, spicca l’edificio simbolo di Riga, dal colore rosa acceso: la Casa delle teste nere. In realtà, quello che era il ritrovo dei mercanti celibi capeggiati dal nordafricano San Maurizio, fu completamente distrutto dalla guerra e dunque oggi vediamo soltanto una ricostruzione, stupefacente ma finta.

Lo squallido edificio nero che sorge alle spalle della Piazza dei Fucilieri ospita il Museo dell’occupazione della Lettonia. Qui prima di tutto ripercorriamo gli eventi della prima occupazione sovietica, che prese l’avvio dallo scellerato patto Molotov-Ribbentrop, la causa madre di tutte le catastrofi novecentesche vissute dai Paesi Baltici, e dunque una delle pietre angolari della memoria pubblica nazionale. Poi ci dedichiamo all’occupazione nazista e alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale nel vicino campo di concentramento di Riga-Kaiserwald (Mežaparks) furono imprigionate circa ventimila persone. Infine, cercando di ascoltare senza essere notati una guida che non abbiamo pagato, ci addentriamo nelle varie fasi della seconda occupazione sovietica, terminata meno di vent’anni fa. Entriamo nella baracca di un gulag della Siberia riprodotta a grandezza naturale – occupandoci a lungo del secchio dove facevano i bisogni – e ci interessiamo alle testimonianze degli anni in cui il popolo lettone cominciò a ribellarsi al regime che da decenni lo privava della libertà.
«Le tre occupazioni smantellarono lo stato lettone, contaminarono la terra, e, nel giro di mezzo secolo, portarono la nazione sull’orlo dell’estinzione» affermano i curatori del museo, mettendo poi l’accento sulla resistenza e sulla forza spirituale «che hanno permesso alla nazione di rinnovare lo Stato lettone e di unirsi nuovamente alla comunità mondiale dei paesi indipendenti».

Riga vanta una quantità di edifici in stile Art Nouveau senza paragoni: uno degli architetti a cui si deve tutto questo rigoglioso fiorire è il padre del regista del film culto La corazzata Potemkin. All’inizio del più lungo dei boulevard cittadini, il Brivibas, sorge il Monumento alla libertà: una colonna che sorregge la statua di una donna – chiamata affettuosamente Milda dai lettoni -, la quale regge tra le mani tre stelle che rappresentano le tre regioni storiche della Lettonia: Kurzeme, Vidzeme e Latgale; durante il periodo sovietico si poteva rischiare l’arresto e la deportazione solo portando dei fiori a Milda.
Nel quartiere “russo” si respira tutt’altra aria. Vicino alla stazione degli autobus si snoda il mercato coperto, che occupa l’interno degli enormi Hangar dove, ai tempi della Grande Guerra, venivano costruiti i dirigibili Zeppelin. Gli ex capannoni industriali dismessi oggi accolgono anche club e negozi. Nelle vicinanze risalta un classico dell’architettura sovietica: l’edificio di mattoni marroni conosciuto come “La torta di compleanno di Stalin”.

Da Riga, con un tragitto di circa mezz’ora in un treno nuovo di zecca, si può raggiungere la più grande e rinomata spiaggia baltica, per tanti anni punto di ritrovo degli apparati sovietici: Jūrmala. Seguendo tutti gli altri bagnanti che scendono alla stazione, ci ritroviamo incanalati in questo lunghissimo viale standard accessoriato di bar, ristoranti, negozi e bancarelle di souvenir. Presa la deviazione verso il mare, costeggiamo la pineta, le Spa, i centri termali e le case di legno per cui questa cittadina è famosa.

Arriviamo in questa agognata spiaggia baltica lunga più di trenta chilometri, dalla sabbia bianca e finissima, col mare apparentemente blu come la bandiera, la gente ordinatamente stesa ad abbronzarsi e la musica vacanziera internazionale giustamente sparata a volume anch’esso vacanziero dai chioschi sulla sabbia. Marcello raggiunge immediatamente il mare a passo di corsa, urlando al mondo baltico la sua soddisfazione incontenibile di immergersi in quell’acqua, giallognola sì, ma situata a moltissimi chilometri dall’Adriatico, nonché praticamente priva di sale.

Per esplorare l’area del Parco Nazionale del Gauja, stiamo qualche ora in dubbio se trascorrere una giornata a Sigulda oppure a Cēsis, entrambe raggiungibili comodamente dalla capitale. A Cēsis – dove potiamo alla fine – è in corso la festa del paese, come tutti i sabato e domenica di luglio. Per tutto il centro storico sono posizionate le bancarelle di oggetti di legno, dolci, gioielli, miele e così via, mentre nelle piazzette principali sono distribuiti i tavoli dove poter ingozzarsi di salsicce, patate, crauti e birra alla spina. La festa è allietata dalle lezioni di tiro con l’arco e di percussioni medievali, e da altre trovate in tema, il tutto nelle rovine visitabili del Castello. Sul palco della piazza centrale invece si alternano concerti di musica tradizionale, spettacoli di comici locali grotteschi e gare di cucina.
Piuttosto alticci per il consumo di birra alla spina, e soprattutto storditi dal consumo del cementizio pane fritto all’aglio, facciamo ritorno alla capitale in serata, viaggiando in un autobus che ignora sconsideratamente i limiti di velocità.

Prima di spostarci in Lituania, l’ultima tappa lettone è Liepaja, la principale città della Curlandia (in lettone Kurzeme). Anche qui raggiungiamo subito a passo di corsa la spiaggia baltica, che si presenta bianchissima, fredda e umida; all’unico chiosco propongono la musica degli Aventura, che non si è capito se è sempre la stessa canzone oppure è un intero album.

Nel quartiere di Karosta il degrado è grigio, le strade sterrate e le panchine vuote. I palazzi di cemento sono tanti cubi messi insieme, con le finestre verdi; certi hanno ingentilito il balcone incassato con una pletora di fiorellini colorati. Nella chiesa ortodossa di San Nicola è l’ora della messa e quando entriamo il pope ha già aperto la porta: le donne hanno tutte il fazzoletto in testa e si fanno il segno della croce in continuazione.

Siamo venuti qui apposta per visitare la ex prigione di Karosta. Durante il tour guidato ti fanno vedere le celle, l’ufficio del capo con il busto di Lenin, il ritratto di Stalin accanto alla frasca di betulla secca, il telefono dell’epoca con i tasti di smistamento e tutte le altre tipiche caratteristiche delle carceri comuniste.
La particolarità di questo museo delle prigioni è che funge anche da bed and breakfast: ciò significa che esiste qualcuno disposto a pagare per dormire nel letto di ferro di una cella lurida e per mangiare il vero rancio dei carcerati. Per gruppi di minimo dieci persone, inoltre, vengono offerti spettacoli dell’orrore con l’interazione dei visitatori, intitolati “Dietro le sbarre”.

Zuppa di salmone e pankuka con carne per l’ultima cena in Lettonia: è con un po’ di malinconia e molti ringraziamenti (paldies) che lasciamo questo Paese dove è proibito bere bevande alcoliche e fumare in ogni luogo pubblico – anche all’aperto -, dove le strade sono linde e immacolate e i semafori diffondono dei suoni sconcertanti alla Space Invaders. Dove è pieno di vespe e dove in estate – nonostante il caldo – bisogna dormire con le finestre chiuse, sia perché entrano le zanzare, sia perché alle tre di notte è già spuntato il sole.

Lietuva / Lituania

L’arrivo a Klaipeda non è indimenticabile. A parte che Marcello mi tiene il muso dalla mattina per motivazioni solo a lui note, la guesthouse prenotata non appare molto desiderabile alle dieci e mezza di una sera piovosa, situata com’è in uno dei centinaia di casermoni di cemento orrendi, distante chilometri da qualsiasi cosa.
L’accoglienza riservataci da Norman Bates e da sua mamma – che parlano solo in lituano e tedesco, lingue a noi sconosciute – non è delle più festose. Andiamo a letto senza cena sognando la squisita colazione che ci avrebbero servito direttamente nel mini appartamento l’indomani mattina di buon’ora. Purtroppo l’immangiabile “colazione” – caffè con mezzo chilo di posa e pancake cristallizzati intrisi di olio di pessima qualità – è rimasta intonsa nel vassoio, in compagnia di un inguardabile gatto di ceramica.

Presso l’ufficio del turismo del centro di Klaipeda conosciamo Irena, una donna piena di energia che ci affitta uno dei suoi appartamenti. Affamatissimi, divoriamo subito delle crêpe con i funghi nel bar di fronte, nel quale torneremo più volte nonostante la cameriera piuttosto malmostosa.
Al Museo della Lituania Minore apprendiamo che Memel – il vecchio nome di Klaipeda – ha fatto parte della Prussia per molto tempo, e ciò giustifica l’abbondanza di case a graticcio. Tra le attrazioni della città si annoverano anche il parco delle sculture, la chiesa ortodossa e il caratteristico edificio della posta. Nel tardo pomeriggio scoppia un acquazzone torrenziale che scioglie la pesante cappa che ci perseguitava dal mattino.

Per fortuna il giorno dopo il sole splende con convinzione mentre raggiungiamo in traghetto la Penisola di Neringa. Con le bici noleggiate a Nida costeggiamo il mare e la villa di Thomas Mann e ci inoltriamo nella foresta. Dalla parte opposta raggiungiamo le montagne di sabbia fino al confine con la Russia di Kaliningrad. Le case rosse e blu sono state restaurate con effetto Lego, i giravento a forma di trenini sembrano giocattoli, i turisti sono numerosissimi e i ristoranti di pesce affumicato molto affollati.
La ventilatissima spiaggia per nudisti ci attirerebbe, ma purtroppo non ci hanno dato la catena per bloccare le biciclette: non possiamo scendere gli scalini per raggiungerla. Lo spettacolo che si gode sulle altissime dune e sul mare è straordinario, la sabbia è finissima, il profumo dei pini intenso. Mica fessi gli alti papaveri dell’ex regime che avevano qui le loro dacie. Mica fesso Thomas Mann, e nemmeno Sartre.

In Lituania va molto di moda sposarsi, incidere i nomi degli sposi su un lucchetto, ed andare ad appenderlo sulla ringhiera di un ponte, buttando la chiave nel fiume. Un’altra usanza è quella di piantare delle croci su un’altura che si chiama Collina delle croci. Questo impressionante luogo di pellegrinaggio nella seconda metà del Novecento ha rappresentato il simbolo dell’identità lituana, inscrivendosi dentro al cerchio della resistenza anti-sovietica: durante il periodo di occupazione, infatti, le ruspe russe più volte hanno spianato la Collina, ma ogni volta la gente ha piantato le croci di nuovo, cocciutamente. Papa Wojtyła la inserì nel suo tour lituano del 1993, donando un crocifisso che oggi è situato ai piedi della collina.

Per visitare la Collina delle croci, dobbiamo prima raggiungere Šiauliai. Da qui un bus ci lascia a quei doverosi due chilometri che solitamente separano la fermata del bus dal sito di interesse, che ci dobbiamo smazzare in una trance da incombente cielo plumbeo e sconfinato piattume graminaceo. Quindi troviamo un lieve innalzamento del terreno letteralmente ricoperto di centinaia di migliaia di croci di ogni misura e materiale (legno, ferro, ambra, plastica…), rosari, statue di Gesù e Madonne. Attraversiamo l’inquietante foresta sacra come in preda all’ubriachezza e, prima di andarcene, scopriamo che vendono le croci, come i cinesi vendono i lucchetti a ponte Milvio.
A Šiauliai − la città meno cara della Lituania − dormiamo in un ostello della gioventù che sembra un ospedale, mi faccio tagliare i capelli dal parrucchiere e incrociamo molte donne fuori moda e un discreto numero di russi che si baciano sulla bocca.

Vilnius, come Roma, sorge su sette colli, in un’area ricoperta da foreste di pini. Il Duca Gedimino, che la fondò nel 1323, ha dato il nome al castello medievale, alla torre, alla collina, al viale più importante della città e a chissà quanti altri luoghi.
Il nostro temporaneo alloggio è un triste ostello situato nei paraggi della stazione, nel quale fervono rumorosi lavori di ampliamento e dove tutta la notte fiorisce un continuo, ambiguo smercio di alcolici. La stanza è una minuscola cella dove un ventilatore formato casa di bambole fa ben poco per mitigare l’afa opprimente che in questi giorni rende davvero arduo visitare la città.

Il sabato mattina la città è piena di sposi. Prima di andare a serrare i già citati lucchetti, si fanno fotografare in location più o meno amene e lanciano colombe vive nel libero cielo – dopo essersi sposati in chiesa, voglio dire: sono in maggioranza cattolici qui. Altra gente, noncurante della loro felicità, affolla il mercato delle pulci dove i rubli sovietici, le armi, i francobolli, i 33 giri di Albano e Romina, i samovar e i colbacchi si affastellano sui marciapiedi, pieni di polvere.

Al di là del fiume Vilnia soerge il quartiere bohémien chiamato Repubblica di Užupis: uno stato utopico con un vero presidente, con la sua bislacca Costituzione incisa in otto lingue diverse sui pannelli a lato della strada, con gli atelier degli artisti, i murales colorati, i negozi di oggetti in ferro battuto, l’angelo di bronzo – che, suonando la tromba, ti dà il benvenuto nel mondo della libertà artistica – e le ripide salite che conducono, ad esempio, alla taverna dove bevo la birra artigianale più buona che c’è.

Superata la piazza della Cattedrale – da cui partì la spettacolare catena umana lunga seicento chilometri che nel 1989 unì Vilnius a Tallinn per protestare contro l’occupazione sovietica -, si entra nel centro moderno. Il Museo delle vittime del genocidio è ubicato nell’enorme palazzo che per cinquant’anni ha ospitato il quartier generale del KGB lituano: specialmente nei primi anni dell’occupazione, circa duecentomila cittadini ebbero la sfortuna di passare per queste carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture subite in cella.
Nei sotterranei freddi e umidi ci mostrano le prigioni con i soliti dettagli macabri. Al primo piano c’è una meno morbosa esposizione permanente dedicata alle attività degli eroici partigiani della resistenza: i celebri “fratelli della foresta”. Infine ci vengono illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB: migliaia di cittadini sospetti venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli. Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di anticomunismo, et voilà: l’élite dirigente lituana viene decimata.

Nel periodo di occupazione nazista l’edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma all’epoca della mia visita nel museo non si fa ancora riferimento alle crudeltà perpetrate dai tedeschi – in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani, che così speravano di cacciare i sovietici -, né venivano citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a Vilnius. La piccola mostra sull’occupazione nazista e sull’olocausto infatti è stata creata solo l’anno dopo.
Nel passato a Vilnius risiedeva una delle maggiori comunità ebraiche europee – al punto che la capitale lituana viene soprannominata Gerusalemme dell’Est -, ma per informarsi su questa parte di storia bisogna andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure visitare la sinagoga e ciò che resta del ghetto.

I lituani non sembrano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico, adesso i tassi di disoccupazione sono altissimi e il PIL è in caduta libera, così la gente emigra in massa per cercare lavoro all’estero. Visto che le donne, visibilmente più numerose, sono smaniose di sistemarsi, gli uomini − già di per sé non proprio pieni di joie de vivre − tendono a darsi un sacco di arie. Non c’è da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo, possano riscuotere un certo successo – quando non sono sbeffeggiati, chiaramente. Questo ce lo racconta Egle, che fa la guida turistica ai tedeschi attempati e che è molto felice di trascorrere una serata nel locale di tendenza Invino, dove l’atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano hanno un appeal molto forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.

Per conoscere da vicino la piccola comunità dei Caraimi, un gruppo etnico originario della Crimea, facciamo una piacevole gita a Trakai, un’amena cittadina che sorge su un lago a pochi chilometri dalla capitale.
Le poche centinaia di Caraimi – discendenti dei soldati che il granduca di Lituania volle nel suo esercito nel 1400 – risiedono ancora oggi in case di legno che presentano tutte rigorosamente tre finestre sulla facciata: una per Dio, una per la famiglia, una appunto per il granduca Vytautas. Nonostante siano di religione ebraica, essi furono catalogati come turchi dai tedeschi occupanti e ciò li ha messi al riparo sia dalla Shoah sia, in seguito, dalla deportazione di massa che colpì altre minoranze etniche dell’URSS. Al ristorante caraita ordiniamo i kibinai, una specie di panzerotti ripieni di carne o verdura.

L’ultima tappa dell’itinerario baltico si estende lungo le rive del Nemunas, a sud del Paese. Kaunas, oltre ad essere una città universitaria, è uno snodo fondamentale sia nel trasporto su gomma sia in quello aereo, specialmente da quando hanno inserito la città nelle rotte della Ryanair. La conferma me la dà questo giovanissimo pilota piemontese che è stato assegnato, dalla nota compagnia aerea low cost, a questa remota località. Lui e il suo amico si sorprendono moltissimo del fatto che abbiamo scelto la noiosissima Kaunas come tappa del nostro viaggio, ma Marcello fa di tutto per convincerli del contrario. Certo, penso io, l’avvenenza delle donne può essere una motivazione valida, ma non al punto da non accorgersi della guida molesta e dell’ubriachezza inconsulta degli studenti.

Ciononostante, Kaunas è una città piena di verde e musei, dove passeggiare serenamente nei parchi, ammirare chiese più o meno restaurate e resti di castelli, fare un giro in mongolfiera e stazionare nei caffè. Tutto ciò a meno che non ci capiti in concomitanza di una terribile tempesta come quella che − due giorni prima del nostro arrivo − ha divelto decine di gigantesche querce, ha ucciso due campeggiatori e ha gettato nel panico l’intera cittadinanza. I cadaveri dei mastodontici alberi, sdraiati per terra nei boschi, possiamo osservarli con tristezza durante il free walking tour, un giro turistico gratuito organizzato in diverse città baltiche da giovani spiritosi e carismatici. Come sempre conosciamo altri viaggiatori, apprendiamo interessanti aneddoti e inoltre ci sbafiamo ciambelle e pan brioche lituani.

Anche a Kaunas non possiamo perderci la visita a un museo storico, quello situato dentro al Nono Forte, costruito all’inizio del Novecento per completare la cintura difensiva della città e poi usato come prigione. Per raggiungerlo bisogna prendere un bus che attraversa il quartiere dell’ex ghetto ebraico e poi ci fa scendere in mezzo alla tangenziale.
Anche qui durante l’occupazione sovietica furono internati i prigionieri destinati ai gulag siberiani, mentre durante l’occupazione nazista furono sterminati, tra gli altri, ebrei di Kaunas, ebrei francesi, austriaci e tedeschi e prigionieri sovietici. Infatti il primo nucleo del museo fu creato dal 1958 per raccontare i crimini compiuti nazisti. Soltanto dopo il crollo del regime sovietico, naturalmente, furono aggiunte le sezioni relative alle atrocità comuniste. Percorsi i sotterranei, alla fine di un lungo tunnel freddo e umido raggiungiamo la porta attraverso la quale, nel ’43, sessantaquattro prigionieri tentarono di scappare: un’impresa solidamente architettata, che finì ovviamente nel sangue.

E finalmente qui troviamo qualcuno che se lo ricorda il periodo sovietico. Si ricorda della radio americana ascoltata clandestinamente in famiglia, dove venivano riportate notizie che il regime non voleva divulgare, come la catastrofe di Chernobyl. Si ricorda che a scuola certi argomenti non si potevano affrontare e che c’era una sola TV per famiglia. Si ricorda che si mangiavano sempre gli stessi cibi e che i vestiti occidentali non erano in vendita. Si ricorda che gli agenti segreti del KGB controllavano tutti, sempre e dovunque. E si ricorda Romas Kalanta, quello studente che, all’inizio degli anni Settanta, si diede fuoco pubblicamente per protestare contro il regime.

Compiuta finalmente la nostra missione, dopo quattro settimane, portiamo a termine il tour delle tre repubbliche baltiche: non più un’entità indistinta ma tre Paesi diversi, ciascuno con una personalità propria e inconfondibile. Un comodo autobus notturno della Ecolines ci consegnerà al mattino presto a Danzica. Che bello − dopo tanti musi baltici − farsi finalmente una risata con gli autisti polacchi!


ALTRA EUROPA ORIENTALE

Torna in alto