GOMITO A GOMITO CON IL MAR BALTICO

Con Marcello in Estonia, Lettonia e Lituania

Un concetto geografico semplificatorio

Nell’impresa mi ero cacciata con le mie stesse mani. Quattro settimane gomito a gomito con due leggendarie entità per me quasi del tutto sconosciute: il Mar Baltico e Marcello. Col primo ci avevo avuto a che fare di persona una sola volta, a Travemünde, località balneare nei pressi di Lubecca. Il secondo invece l’avevo incontrato due volte, tre con quella sera in cui avevamo deciso di partire insieme, pacchetto completo: Paesi Baltici e Berlino. Sapevamo che in mezzo ci fosse la Polonia, ma avevamo inconsapevolmente minimizzato l’estensione del suo affaccio baltico, forse perché entrambi ossessionati dal trattato di Versailles.

L’Estonia, la Lettonia e la Lituania venivano usualmente presentate all’opinione pubblica come un tutt’uno, a causa delle svariate somiglianze che presentavano: la collocazione geografica, la ridotta estensione, il territorio pianeggiante, la ricchezza di foreste e di acqua, il pluriennale inglobamento forzato nell’URSS, l’indipendenza ottenuta nel 1991, il recente ingresso nell’UE e l’impetuoso addentrarsi nel luccicante mondo del capitalismo. Tutto questo e molto altro – in particolare la singolare bellezza delle donne e il primato europeo in quanto ad incidenti stradali – aveva fatalmente trasformato tre Stati autonomi e differenti tra loro in un concetto geografico semplificatorio: le Repubbliche Baltiche. Un concetto che provammo a scardinare durante tutto quel peregrinare su autobus-sauna privi di finestre e treni nuovi di zecca acquistati grazie ai fondi europei.

Eesti / Estonia

La piccola Estonia non gode di eccessiva popolarità: non solo ha una posizione alquanto defilata nella carta europea, ma è così minuscola che sembra quasi che la Finlandia le possa cadere addosso da un momento all’altro distruggendola per sempre. La lingua inoltre è caratterizzata da un vocabolario traboccante di termini ugro-finnici impronunciabili e, come se non bastasse, ci abitano appena un milione e trecentomila abitanti, i quali hanno l’usanza di non emigrare.

Il nostro itinerario incominciò da Tartu, la seconda città più grande del Paese, nota per la sua università presente sin dal 1632. Il tassista Sergei, ex alcolizzato, ex russo ed ex ballerino – cosa che ci sembrò incredibile, a giudicare dalle dimensioni della sua pancia -, ci ragguagliò immediatamente in merito al caldo davvero inusuale che stava imperversando in quel luglio nordico. Non era ancora completamente buio quando alle undici e trenta ci recammo in un pub gotico per mangiare un pancake – nella cui preparazione gli estoni si rivelarono degli specialisti -, invece alle due e mezza circa già cominciava vagamente ad albeggiare.

Di giorno – stemperato il tasso alcolico generale – il centro, nonostante i turisti e gli studenti che affollavano i tavolini all’aperto, era tanto placido e silenzioso che si sentiva distintamente il rumore dei tacchi sull’acciottolato, mentre passeggiavamo tra vasi fioriti, carrelli dei gelatai e targhe che commemoravano i trascorsi di teologi e filosofi illustri. Nella piazza principale, di fronte al municipio bianco e rosa confetto, una fontana rappresentava un uomo e una donna che si baciavano perennemente sotto un ombrello grondante. Il fiume che attraversa la città era molto ambito in quei giorni di gran caldo.

Il Museo delle prigioni del KGB era situato nella stessa Casa Grigia che negli anni Quaranta e Cinquanta ospitava la filiale estone del Comitato per la sicurezza dello Stato sovietico. Già nel 1940, quando l’URSS occupò l’Estonia per la prima volta, numerosissimi presunti oppositori del regime furono arrestati o sparirono senza lasciare traccia. Poco dopo, gli addetti alla sicurezza cominciarono a organizzare le deportazioni di massa: nella prima ondata più di diecimila persone affrontarono un orribile viaggio in treno verso la Siberia; nella seconda il numero di persone che dovettero lasciare la loro casa raddoppiò. Migliaia di persone persero la vita, mentre quelli che in seguito tornarono in patria non venivano più considerati cittadini a tutti gli effetti.

Il piano seminterrato della Casa Grigia riproduceva fedelmente le celle dei prigionieri del periodo sovietico: in un cubicolo ampio meno di un metro quadrato – occupato da un manichino – dovevano passare la notte i prigionieri da interrogare, realizzato in maniera tale che non si potesse stare comodi né in piedi, né seduti, né sdraiati; alla fine del corridoio un’impressionante guardia carceraria di cera apparve appena uscimmo da una delle celle. Il resto dei locali ospitava una mostra permanente dedicata ai gulag e alla resistenza contro i sovietici, che ebbe luogo nelle foreste estoni dopo la guerra.

Quasi vent’anni dopo l’indipendenza, al mercato vicino alla stazione degli autobus erano quasi tutti russi i venditori di scarpe, frutti di bosco, patate, cavoli, aneto, fiori, magliette, mutande, carte geografiche e icone di San Nicola. Come eredità del fenomeno di russificazione attuato nei decenni del regime, quasi un quarto degli abitanti dell’Estonia erano russi, ma quella che un tempo era l’élite della società, mi sembrò rappresentare la fetta più emarginata della popolazione.
All’epoca il governo di Tallinn non aveva ancora blindato i confini con Mosca, né abbattuto i monumenti sovietici.

Mentre ero in fila per il bagno in un bar di Tartu, una biondina mi aveva consigliato caldamente di visitare il Lahemaa National Park, il parco nazionale più antico dell’ex-Unione Sovietica. Poiché la ricerca online di un alloggio a Käsmu risultò vana, decidemmo di raggiungere l’abitato più vicino al parco e lì metterci nelle mani dell’ufficio del turismo.
A Rakvere dunque, dopo la gag di Marcello in farmacia con simulazione di puntura di zanzara – la farmacista, per quanto non abituata a ridere, si trattenne a fatica dallo sbellicarsi –, anche l’impiegata del tourist office, inizialmente rigida come una mazza di scopa, si sciolse letteralmente di fronte all’interpretazione magistrale del mio compagno di viaggio alle prese con un ipotetico orso bruno del parco di Lahemaa e ci trovò una stanza a Viitna.

Le smisurate foreste, i graziosi laghetti, i temporali notturni e le distese di nulla che circondavano questo villaggio, gli regalavano un fascino da Val d’Aosta di pianura. La nostra stanza non era altro che l’enorme camera da letto in legno di abete della padrona di casa, fornita di bambola assassina e mute fotografie in bianco e nero appese alle pareti, dalle quali svariate generazioni di antenati ci osservavano indifferenti.
Raggiungemmo il “centro” – quattro case – in bicicletta, circondati da alberi alti come grattacieli. Il menu dell’ottocentesca taverna proponeva zuppe, ravioli, carne e crauti, il tutto ricoperto dal consueto strato di panna acida e dalla generosa spruzzata verde di aneto: condimenti che secondo loro esaltavano il gusto di qualunque pietanza. Alle dieci e mezza di sera, sotto un cielo metallico, spiccava ancora di più il giallo delle graminacee mentre pedalavamo verso casa cercando di evitare i cani a guardia delle fattorie.

Dopo un’elettrica notte di tempesta, ci aspettava una colazione in stile Nonna Papera. La giornata non sfociò mai in pioggia ma la promise di continuo, durante gli innumerevoli chilometri di bici tra fiordalisi blu, cicogne appollaiate sugli enormi nidi in vetta ai comignoli, foreste incontaminate di abeti, betulle, pini sottilissimi che raggiungevano altezze inimmaginabili: alcuni erano così flessibili che si piegavano al vento; altri scricchiolavano seminando il panico in due poveri cittadini poco avvezzi alle bizzarrie della natura; altri si erano spezzati e non cadevano per terra solo perché i tronchi vicini glielo impedivano (mutua solidarietà legnosa).

La domenica mattina ormai avevamo appeso le biciclette al chiodo e, poiché l’invito alla sauna non era stato ripetuto – addio cappelli di lana cotta a forma di Teletubbies e rami di betulla con cui frustarsi le spalle –, un po’ delusi ci facemmo accompagnare alla fermata dell’autobus che ci avrebbe consegnato nelle fauci della capitale.

A Tallinn raggiungemmo subito la collina di Toompea, sulla quale sorgevano la sede color salmone del parlamento estone e la magnifica chiesa ortodossa di Sant’Aleksandr Nevskij.
Nei pressi delle torri medievali ancora in piedi, c’era la piazza dove ogni domenica mattina prendeva corpo la resistenza all’invasore sovietico a colpi di dischi occidentali – e gli stessi resistenti di allora continuavano ad incontrarsi lo stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso posto, senza aver più niente a cui resistere, se non il passare dell’età.

Dalle balconate si dominava la città vecchia, con troppa facilità definita una “bomboniera”, l’unico teatro concesso alle frotte di crocieristi incolonnati dietro a una bacchetta con la sagoma di Topolino.

I cucchiai di legno, i grembiuli di lino, i pupazzetti a forma di elfo e le borse di feltro erano già venduti in euro, visto che tanto era questione di pochi mesi e anche per venire in Estonia non avremmo dovuto più cambiare i soldi.

Fuori dalle antiche mura, la città diventava anonima. Nel quartiere che circondava la stazione ferroviaria era ancora peggio: block in cemento del periodo sovietico, spazzatura, bruttezza e desolazione. Al flea market vendevano fiori, frutta e verdura, scarpe, scatolette, lapidi e articoli di ferramenta, ma anche cimeli sovietici: la sveglia col faccione di Stalin, la bandiera dell’Estonia socialista, busti di Lenin, medaglie, orologi e spillette.

In un’ala della prigione Patarei, rimasta in funzione fino a metà degli anni 2000, c’erano un bar e una spiaggia, ma il resto era rimasto così com’era: il filo spinato ormai spiegazzato, le torrette di guardia arrugginite, le grate alle finestre e i lampioni fulminati. Il Museo del carcere sarebbe stato inaugurato anni dopo.

Demmo l’addio all’insopportabile australiano che ci provava con insistenza con la biondina oca. Salutammo per sempre Alberto, il padovano che stava coronando il suo sogno di giungere a Capo Nord con la sua bicicletta, ingozzandosi di Nutella e senza mai guardare nemmeno un museo dell’occupazione o una fattoria estone ricostruita. Facemmo i nostri migliori auguri a Stu, che aveva lasciato forse per sempre l’Inghilterra e insieme alla sua ragazza voleva ricostruirsi una vita in Estonia (o altro est). Ci congedammo dai giovani del luogo (Tere, Hüvasti, Take care) e prendemmo un autobus per Viljandi.
Anche lì dentro sudavamo tutti copiosamente, mentre al di là delle inespugnabili finestre eravamo circondati da chilometri quadrati di nulla piatto e alberato. Soltanto qualche casona appariva di rado, sperduta in lontananza, e quelle persone singole che scendevano ad una fermata isolata dovevano raggiungerla a piedi.

A Viljandi avremmo voluto andarci il week end precedente per assistere al folk festival, ma c’era il pienone. Quando vi arrivammo, trovammo invece il deserto. Superato un ponticello sospeso, dalle rovine del castello raggiungemmo il viale dei filosofi – dove Marcello si sentì naturalmente chiamato in causa –, il tutto senza mai entrare in una piazza o in qualcosa che le rassomigliasse.

Presso un circolo conoscemmo un gruppo di giovani di varie nazionalità che lavoravano come volontari presso il mulino ad acqua. La leader era laureata in archeologia e ci raccontò di quando, da bambina, aveva visto per la prima volta una banana; il gestore del bar invece di quando aveva visto i carri armati vicino Tartu. Era la prima generazione estone cresciuta dopo il 1991 e quelle erano le loro memorie d’infanzia.

Al mattino, mentre cercavamo di comporre un qualcosa che assomigliasse ad una colazione, leggendo il giornale locale meditammo sull’opportunità di acquistare una bella casa con giardino di centonovanta metri quadri a soli settantamila euro, oppure un delizioso bivani di quarantasei metri quadri all’incredibile prezzo di tremilaottocento euro.
Intanto Marcello era impegnato nella progettazione di una carta speculativa del pensiero occidentale: vette metafisiche e pianure empiriste si alternavano nel fervido sforzo ricognitivo che lo tenne occupato durante gli infiniti chilometri percorsi per circumnavigare Viljandi.

E questa era l’ultima meta dell’Estonia. Un viaggio è fatto di scelte contingenti, casualità, ispirazioni. «Io ho le mie sensazioni, a volte sono sbagliate ma io mi fido di loro» avrebbe detto a questo punto il tassista Sergei. Ebbene, l’Estonia possiede quasi quattromila chilometri di costa, ma – escludendo lo sgarrupato lungomare di Tallinn – riuscimmo a non affacciarci praticamente mai sul mar Baltico.

Latvija / Lettonia

Urla di gabbiani e coperte offerte dalla direzione dei bar all’aperto: la sera del nostro arrivo, su Riga incombeva un cielo gonfio di pioggia. Ma era solo una breve parentesi rinfrescante dentro un’estate afosa, che non bastò a far scendere la temperatura all’interno del Central hostel, progettato per mantenere costante il tepore.
Presso l’angolo fumatori in giardino, conoscemmo Lorena e Victor, spagnoli della Catalogna: lei era votata alla causa indipendentista, lui lanciava sguardi di sottecchi alle lettoni bionde in short. Oppure quelle due olandesi che a tarda ora, illuminate dalla luce ballonzolante di una candela, coinvolsero Marcello in un’impegnativa discussione di carattere teologico.

Riga, situata sulla foce del fiume Daugava, è la città più grande delle Repubbliche Baltiche. Nel centro storico, Vecriga, inizialmente fu facile fare confusione tra le tre piazze che di giorno erano suggestive da osservare, mentre nelle sere di luglio erano affollate di gente che mangiava e beveva ai tavolini, di coppie che ballavano, di italiani che cercavano di abbordare le avvenenti lettoni. Passeggiando poi ci imbattemmo nei “Tre Fratelli”, tre edifici costruiti in epoche differenti, i quali – come noi – convivevano gomito a gomito.

Lo squallido edificio nero alle spalle della Piazza dei Fucilieri ospitava il Museo dell’occupazione della Lettonia. Fu qui che ripercorremmo gli eventi della prima occupazione sovietica, che prese l’avvio dallo scellerato patto Molotov-Ribbentrop, la causa madre di tutte le catastrofi novecentesche vissute dai Paesi Baltici – una delle pietre angolari della memoria pubblica nazionale.
Poi ci dedicammo all’occupazione nazista, durante la quale nel vicino campo di concentramento di Riga-Kaiserwald (Mežaparks) furono imprigionate circa ventimila persone. Infine, cercando di ascoltare senza essere notati una guida che non avevamo pagato, ci addentrammo nelle fasi della seconda occupazione sovietica, terminata meno di vent’anni prima. Entrammo nella baracca di un gulag della Siberia riprodotta a grandezza naturale e ci interessammo alle testimonianze degli anni in cui il popolo lettone si ribellò al regime che da decenni lo privava della libertà.

«Le tre occupazioni smantellarono lo stato lettone, contaminarono la terra, e, nel giro di mezzo secolo, portarono la nazione sull’orlo dell’estinzione» affermavano i curatori del museo, mettendo poi l’accento sulla resistenza e sulla forza spirituale «che hanno permesso alla nazione di rinnovare lo Stato lettone e di unirsi nuovamente alla comunità mondiale dei paesi indipendenti».
Anche qui come in Estonia, diversi anni dopo queste parole sarebbero diventate azione: il governo avrebbe abbattuto i monumenti celebrativi sovietici rimasti e imposto test di lingua nazionale per l’espulsione dei residenti russi non allineati.

All’inizio del più lungo dei boulevard cittadini, il Brivibas, notammo il Monumento alla libertà: la statua di una donna in cima a una colonna regge tra le mani tre stelle che rappresentano le tre regioni storiche della Lettonia. Durante il periodo sovietico si poteva rischiare l’arresto e la deportazione solo portando dei fiori a Milda, come la chiamano affettuosamente i lettoni.

Nel quartiere “russo” si respirava tutt’altra aria. Vicino alla stazione degli autobus si snodava il mercato coperto, che occupava l’interno degli enormi hangar dove, ai tempi della Grande Guerra, venivano costruiti i dirigibili Zeppelin. Gli ex capannoni industriali dismessi accoglievano anche club e negozi. Nelle vicinanze risaltava un classico dell’architettura sovietica: l’edificio di mattoni marroni conosciuto come “La torta di compleanno di Stalin”.

Da Riga, con un tragitto di circa mezz’ora in un treno nuovo di zecca, raggiungemmo Jūrmala, la più grande e rinomata spiaggia baltica. Per tanti anni punto di ritrovo degli apparati sovietici, era ancora la meta estiva prediletta della nuova oligarchia russa e lo scenario del celebre festival musicale Novaya Volna (Nuova Ondata).

Arrivammo in quell’agognata spiaggia baltica lunga più di trenta chilometri, dalla sabbia bianca e finissima, col mare apparentemente blu come la bandiera, la gente ordinatamente stesa ad abbronzarsi e la musica vacanziera sparata ad alto volume dai chioschi sulla sabbia. Marcello si diresse immediatamente al mare a passo di corsa, urlando al mondo baltico la sua soddisfazione incontenibile di immergersi in quell’acqua, giallognola sì, ma situata a moltissimi chilometri dall’Adriatico.

Anche a Liepaja raggiungemmo subito una bianchissima distesa di sabbia, che si presentava fredda e umida. All’unico chiosco proponevano la musica degli Aventura: non capimmo se fosse sempre la stessa canzone oppure un intero album.
Nella principale città della Curlandia, però, eravamo venuti per un altro motivo: visitare la prigione di Karosta. Durante il tour guidato ci mostrarono le celle, l’ufficio del capo con il busto di Lenin, il ritratto di Stalin accanto alla frasca di betulla secca, il telefono dell’epoca con i tasti di smistamento e tutte le altre tipiche caratteristiche delle carceri comuniste. Restammo impressionati quando scoprimmo che fungeva anche da bed and breakfast: evidentemente c’era gente disposta a pagare per dormire nel letto di ferro di una cella lurida e per mangiare il vero rancio dei carcerati.

Il quartiere circostante era grigio, con le strade sterrate e le panchine vuote. I palazzi di cemento si presentarono come tanti cubi messi insieme, con le finestre verdi; certi avevano ingentilito il balcone incassato con una pletora di fiorellini colorati. Nella chiesa ortodossa di San Nicola era già iniziata la messa.

Lietuva / Lituania

L’arrivo a Klaipeda non fu indimenticabile. A parte che Marcello mi teneva il muso dalla mattina per motivazioni solo a lui note, la guesthouse prenotata non ci entusiasmò alle dieci e mezza di una sera piovosa, situata com’era in uno dei centinaia di casermoni di cemento, distante chilometri da qualsiasi cosa.
L’accoglienza riservataci da Norman Bates e da sua madre – che parlavano solo in lituano e tedesco, lingue a noi sconosciute – non fu delle più festose. Andammo a letto senza cena sognando la squisita colazione che ci avrebbero servito direttamente nel mini appartamento l’indomani mattina di buon’ora. L’immangiabile breakfast rimase intonsa nel vassoio, in compagnia di un inguardabile gatto di ceramica.

Dopo un’intera giornata di pioggia, il sole splendeva con convinzione quando prendemmo il traghetto per la Penisola di Neringa. Con le bici noleggiate a Nida costeggiammo il mare e la villa di Thomas Mann e ci inoltrammo nella foresta, fino alle montagne di sabbia vicine al confine con la Russia di Kaliningrad. Le case rosse e blu erano state restaurate con effetto Lego, i giravento a forma di trenini sembravano giocattoli, i turisti erano numerosissimi e i ristoranti di pesce affumicato molto affollati.
Lo spettacolo che si godeva sulle altissime dune e sul mare era straordinario, la sabbia era finissima, il profumo dei pini intenso. Mica fessi gli alti papaveri dell’ex regime che avevano qui le loro dacie. Mica fesso nemmeno Sartre.
All’epoca era solo un eden turistico e non il fronte più sorvegliato della NATO.

La Collina delle croci è un impressionante luogo di pellegrinaggio che nella seconda metà del Novecento ha rappresentato il simbolo dell’identità lituana, inscrivendosi dentro al cerchio della resistenza anti-sovietica. Durante il periodo di occupazione, infatti, le ruspe russe l’hanno spianata più volte, ma ogni volta la gente ha piantato le croci di nuovo, cocciutamente. Papa Wojtyła la inserì nel suo tour lituano del 1993, donando un crocifisso che oggi è situato ai piedi dell’altura.

Per visitare la Collina delle croci, dovemmo prima raggiungere Šiauliai. Da qui un bus ci lasciò a quei doverosi due chilometri che solitamente separavano la fermata del bus dal sito di interesse. Quindi trovammo un lieve innalzamento del terreno letteralmente ricoperto di centinaia di migliaia di croci di ogni misura e materiale, rosari, statue di Gesù e Madonne: attraversammo l’inquietante foresta sacra come in preda all’ubriachezza.

Vilnius, come Roma, sorge su sette colli, in un’area ricoperta da foreste di pini. Il Duca Gedimino, che la fondò nel 1323, ha dato il nome al castello medievale, alla collina, al viale più importante della città e a chissà quanti altri luoghi.
Il nostro temporaneo alloggio era un triste ostello situato nei paraggi della stazione, nel quale fervevano rumorosi lavori di ampliamento e dove tutta la notte fioriva un continuo, ambiguo smercio di alcolici. La stanza era una minuscola cella dove un piccolo ventilatore non bastava a mitigare l’afa opprimente di quei giorni.

Il sabato mattina la città era piena di sposi. Prima di entrare in chiesa, si facevano fotografare in location più o meno amene e lanciavano colombe vive nel libero cielo. Altra gente, noncurante della loro felicità, affollava il mercato delle pulci dove i rubli sovietici, le armi, i francobolli, i 33 giri di Albano e Romina, i samovar e i colbacchi si accumulavano sui marciapiedi, pieni di polvere.

Il Museo delle vittime del genocidio era ospitato nell’enorme palazzo per cinquant’anni sede del quartier generale del KGB lituano: specialmente nei primi anni dell’occupazione, circa duecentomila cittadini passarono per queste carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture subite in cella.
Nei sotterranei freddi e umidi ci mostrarono le prigioni con i soliti dettagli macabri. Al primo piano c’era una meno morbosa esposizione permanente dedicata alle attività degli eroici partigiani della resistenza: i celebri “fratelli della foresta”. Infine ci vennero illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB: migliaia di cittadini sospetti venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli. Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di anticomunismo, et voilà: l’élite dirigente lituana venne decimata.

Nel periodo di occupazione nazista l’edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma all’epoca della mia visita nel museo non si faceva ancora riferimento alle crudeltà perpetrate dai tedeschi – in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani, che così speravano di cacciare i sovietici –, né venivano citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a Vilnius.
Nel passato, nella cosiddetta “Gerusalemme dell’Est”, risiedeva una delle maggiori comunità ebraiche europee, ma per informarsi su questa parte di storia bisognava andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure visitare la sinagoga. Qualche anno dopo, sotto la spinta delle critiche internazionali, il governo avrebbe cambiato il nome stesso dell’edificio in Museo delle occupazioni e dei combattimenti per la libertà, integrando i crimini della Gestapo a quelli sovietici in un faticoso processo di pacificazione con il proprio passato.

I lituani non sembravano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico, i tassi di disoccupazione erano alti e il PIL in caduta libera, così la gente emigrava in massa per cercare lavoro all’estero. Le donne, visibilmente più numerose, erano smaniose di sistemarsi, per questo gli uomini – già di per sé non proprio pieni di joie de vivre – tendevano a darsi un sacco di arie. Non c’era da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo, potessero riscuotere un certo successo. Questo ce lo raccontò Egle, guida per turisti tedeschi, presso il locale di tendenza Invino, dove l’atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano avevano un appeal molto forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.
Il trend si sarebbe radicalmente invertito negli anni successivi, grazie a un boom economico trainato dall’alta tecnologia e da massicci investimenti infrastrutturali.

I Caraimi sono un gruppo etnico originario della Crimea, discendenti dei soldati che il granduca di Lituania volle nel suo esercito nel 1400. Poche centinaia di loro risiedevano a Trakai, un’amena cittadina sul lago lago a pochi chilometri dalla capitale. Le loro case erano di legno e presentavano tre finestre sulla facciata: una per Dio, una per la famiglia e una per il granduca Vytautas. Nonostante fossero di religione ebraica, essi furono catalogati come turchi dai tedeschi occupanti e ciò li mise al riparo sia dalla Shoah sia, in seguito, dalla deportazione di massa che colpì altre minoranze etniche dell’URSS. L’annessione russa della Crimea nel 2014 avrebbe riaperto la ferita imperiale, spingendo la Lituania a farsi capofila della totale resistenza diplomatica e militare a difesa dell’Ucraina.

Kaunas si estende lungo le rive del Nemunas, è una città universitaria e uno snodo fondamentale sia nel trasporto su gomma sia in quello aereo. Un giovane pilota piemontese, non contentissimo di essere stato assegnato dalla Ryanair a questa noiosa località, si sorprese del fatto che l’avessimo scelta come tappa del nostro viaggio. Marcello ne era entusiasta, mentre io pensavo che l’avvenenza delle donne poteva sì rappresentare una motivazione valida, ma non al punto da non accorgersi della guida molesta e dell’ubriachezza inconsulta degli studenti.

Il Nono Forte fu costruito all’inizio del Novecento per completare la cintura difensiva della città e poi fu usato come prigione. Anche qui durante l’occupazione sovietica furono internati i prigionieri destinati ai gulag siberiani, ma il primo nucleo del museo storico fu creato già dal 1958 per raccontare i crimini nazisti. Percorsi i sotterranei, alla fine di un lungo tunnel freddo e umido raggiungemmo la porta attraverso la quale, nel ’43, sessantaquattro prigionieri tentarono di scappare: un’impresa solidamente architettata, che finì ovviamente nel sangue.

Qui finalmente c’era qualcuno che ricordava bene il periodo sovietico: la radio americana ascoltata clandestinamente in famiglia, dove venivano riportate notizie che il regime non voleva divulgare, come la catastrofe di Chernobyl; la censura a scuola, dove certi argomenti non si potevano affrontare; la poca varietà di cibi e il divieto di vendere i vestiti occidentali. Ci raccontarono che gli agenti segreti del KGB controllavano tutti, sempre e dovunque, e ci dissero di Romas Kalanta, quello studente che, all’inizio degli anni Settanta, si diede fuoco pubblicamente per protestare contro il regime.

E così lasciammo anche la Lituania, con un comodo autobus notturno della Ecolines che ci consegnò al mattino presto a Danzica. A distanza di quattro settimane, le tre repubbliche non erano più un’entità indistinta ma tre Paesi diversi, ciascuno con una personalità propria e inconfondibile. Dopo tutti quei musi baltici, fu liberatorio farsi quattro risate con gli autisti polacchi.


ALTRA EUROPA CENTRO-ORIENTALE

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