LA TRAPPOLA DEL BAYRAM

Viaggio disorganizzato nelle due Turchie

Come primo viaggio post-pandemico, ho scelto di nuovo la Turchia. Il mio piano è passare una giornata a Istanbul e comprare qui un biglietto per una località sulla costa, prima di raggiungere la Cappadocia. 
Non avevo preventivato che – atterrando la vigilia di Bayram, la festa principale del Paese – tutti i mezzi di trasporto diretti al Mediterraneo fossero già sold out.

Istanbul Istanbul

Per via di un forte ritardo del volo, arrivo a Galata così tardi che quando il muezzin chiama alla prima preghiera (ore 4:35) sono ancora sveglia. La giornata a Istanbul comincia tardi, ma comunque ho modo di compiere una piacevole crociera sul Bosforo e la visita al meraviglioso palazzo Topkapı, esperienze che ancora mi mancavano.
Sul ponte di Galata, un ristoratore mi invita per un çay: è un curdo originario di Mardin, una città che porterò sempre nel cuore. Subito mi chiede perché gli italiani non vengono più tanto in Turchia. Io accenno alla serie di conoscenti, quelli che non hanno avuto niente da ridire quando sono andata ad esempio in Siria o in Etiopia, ma che se vado in Turchia non nascondono un’alzata di sopracciglio. Gli dico anche che hanno paura del Covid, gli italiani. Non è l’unico turco a farmi domande sul turismo occidentale, che fatica a ripartire dopo gli anni della pandemia. 

Su consiglio di un impiegato di un’agenzia di viaggi decido di ripiegare su Ankara come tappa verso la Cappadocia. Prima di raggiungere la stazione degli autobus, però, non posso rinunciare alla solita capatina all’hamam di Balat. Evidentemente questa volta sbaglio l’ingresso: quello che conoscevo io era solo femminile, mentre qua sono tutti uomini. Superato l’imbarazzo iniziale – complice l’arrivo di una ragazza polacca col suo fidanzato –, mi sottopongo a un energico massaggio che, per quanto professionale, sembra durare per sempre. Sono io a un certo punto a dire all’energumeno, il cui sudore mi sgocciola addosso da troppo tempo: «Scusa, ma quando finisce?» Me ne vado abbastanza seccata e con i capelli bagnati.

Ceno in un ristorante fuori dai circuiti turistici: il menù è indecifrabile e per il personale sono una celebrità, come in India. Il solerte titolare mi chiama un taxi per la stazione aprendomi cerimoniosamente lo sportello. Il conducente è così espansivo che poi non bado al tassametro e, quando alla fine mi chiede una somma astronomica, gliela do senza battere ciglio. Anche perché sono arrivata all’inferno.

La stazione di Esenler il venerdì sera pre-Bayram è un caos inestricabile. Riesco a comprare un biglietto per Ankara solo grazie a un sollecito impiegato che mantiene il sangue freddo nonostante le urla furibonde di chi lo circonda. Una cinquantina di persone inferocite strattona l’unico addetto alle informazioni, nessuno capisce su quale banchina dovrà posizionarsi e assisto ad almeno due tentativi di rissa.
Quando individuo un ragazzo con la maglietta gialla che stringe il biglietto per il mio stesso autobus, non lo perdo d’occhio un istante. Partiamo con due ore di ritardo.

Solidarietà e cura d'altri tempi: la sosta notturna sulla strada per Ankara.

Un giorno ad Ankara

Viaggiare sugli autobus turchi è un piacere. In fase di prenotazione ti chiedono il sesso, così da evitare accoppiamenti casuali tra sconosciuti, e comunque tutti cambiano posto di buon grado se serve. Ai passeggeri vengono offerti snack e bevande, l’autista si ferma spontaneamente se incrocia un mezzo in panne… insomma, è percepibile una solidarietà d’altri tempi.
Durante la notte, l’autostrada è trafficatissima e al gigantesco autogrill fa un freddo invernale. Mentre ci avviciniamo ad Ankara, fuori dal finestrino sfilano grattacieli lugubri nella nebbia fitta. Giungiamo in stazione con un ritardo macroscopico e senza aver chiuso occhio: Atatürk mi osserva da una foresta di foto e sta diluviando.
L’hotel potrebbe tranquillamente trovarsi in piena Asia centrale: zero inglese, camere perfette con un materasso professionale e quel concetto di eleganza turcica quantomeno discutibile, il personale cerimonioso che passa la giornata a fumare al tavolino di fronte all’ingresso – e il çay, naturalmente, sempre a disposizione.

La giornata ad Ankara diventa più mite e soleggiata mentre visito il mausoleo di Atatürk, l’antica fortezza e la moschea di Kocatepe. Per scovare un po’ di movida in Turchia serve una specie di indagine di mercato, schivando accuratamente i soliti kebab e kahvesi. Nella capitale la zona giusta è a sud della moschea, dove mi dirigo mentre il cielo nero fa presagire un temporale imminente.
«A causa del Bayram la night life stasera non esiste, ma di norma sì, devi tornare», mi dà la brutta notizia un sagace studente di ingegneria informatica che lavora nel pub in cui mi rifugio. Chiacchieriamo per un’ora e mezza: scopro che non ama il Grande Presidente e ormai non mi sorprendo più quando mi dice che è curdo.

Robe di Cappadocia

Sono arrivata a Göreme, il cuore della Cappadocia. Alla venticinquesima travel agency incontrata in cinque minuti mi viene l’impulso di scappare. Continuo comunque a camminare finché si avvicina un ragazzo che vuole chiacchierare: è qui – mi spiega – per migliorare il suo inglese. In realtà, dopo avermi scattato una foto su un’altalena dentro un campo di lavanda, gradirebbe che la pubblicassi su Instagram, taggandolo. Dopo averlo salutato, proseguo tra i pinnacoli che emergono da un paesaggio prettamente lucano, un misto tra i Sassi di Matera e i calanchi.

A un certo punto mi chiamano da una casa scavata nella roccia: Hasan ha l’abitudine di intercettare i turisti di passaggio per invitarli a bere un bicchiere di vino e a mangiare ciliegie asprigne o yogurt casalingo. Rimango due o tre ore con lui e due suoi amici; entrambi lavorano nel turismo, mentre Hasan fa l’addestratore di animali ma in questi giorni è in ferie. Mi mostra il suo cavallo di un anno, l’unico che gli è rimasto, e dei piccioni che si diverte a far volare a comando. All’imbrunire le temperature precipitano e accendiamo un falò.

Più tardi ci spostiamo in città, che non è altro che un agglomerato di alberghi e ristoranti, tutti immancabilmente con la parola “cave” nel nome. Presso la struttura dove lavora il figlio di Hasan mi offrono un pezzo di lahmacun (la pizza turca), mentre la çorba di lenticchie mi viene servita nell’hotel di uno dei due amici. Tutto questo per dire che a volte sono troppo precipitosa nelle mie reazioni.

Alla fine, rimango cinque giorni a Göreme, in uno dei pochi alloggi senza “cave” (né di nome né di fatto), dotato di un giardino, una piscina e molte aree di socializzazione.
Qui mi prenotano l’escursione Green Tour: un pulmino con l’aria condizionata polare dove scopro che ogni passeggero ha pagato un prezzo diverso. È una bella comodità farsi scorrazzare su e giù per la Cappadocia, ma la frustrazione è dietro l’angolo: ad esempio incrociare un matrimonio popolare lungo la strada e non poter scendere.
Il pacchetto include la valle dei piccioni (ricercatissimi per il potere fertilizzante dei loro escrementi), la città sotterranea di Kaymaklı articolata su otto livelli e il monastero di Selime, interamente scavato nella roccia. Il villaggio di Belisirma ci accoglie per pranzo con i suoi caratteristici ristoranti su palafitte di legno sopra le acque del fiume Melendiz; per noi del tour, però, il tavolo è a terra, con menù fisso e bevande esose.
Durante il breve trekking nella Ihlara Valley il tour leader – che, manco a dirlo, è di Mardin – mi sconsiglia di andare a Konya: «Una donna sola, in una città così tradizionalista…». Poi passa a descrivere l’attuale Turchia, ormai letteralmente invasa da rifugiati siriani, afgani e iraniani. «Non se ne può più», commenta, «senza contare la crisi economica, i prezzi alle stelle, gli stipendi da fame e il Grande Presidente che continua a smantellare i diritti».

A volteggiare sulle decine di agenzie turistiche e di cave hotel a Göreme c’è sempre un sacco di polvere, tanto che certi camion sono deputati a innaffiare costantemente le strade. «Il gas di città è arrivato solo l’anno scorso e dopo i lavori non hanno ancora asfaltato», mi spiega il tizio che fa le spremute d’arancia. Ci tiene a informarmi che fa ben dieci lavori, iniziando alle tre del mattino con il fatto dei balloon. Sono tantissimi gli uomini da queste parti che si svegliano all’alba: il business delle mongolfiere è molto fiorente.

Quando vengono a prendermi alle tre e mezza è ancora buio pesto. Tre ore dopo, sorvolata questa valle piena di calanchi e grotte, visto il sole sorgere e brindato con un bicchiere di spumante mischiato allo sciroppo di ciliegie, sono già di ritorno a letto a dormire. Se non ci fossero le foto, sarei convinta di averlo solo sognato.

Nel pomeriggio mi ritrovo a Paşabağ tra i “camini delle fate”, funghi di roccia modellati dall’erosione del tufo. Tra i molti eremiti che popolavano la zona, il più celebre è San Simeone lo Stilita: solitamente residente a nord di Aleppo, in Siria, si trasferì qui per un po’, occupando un piccolo rifugio in cima a un cono di pietra. Probabilmente, stanco di chiunque andasse a implorare consigli e miracoli, decise di prendersi un periodo di ferie.

Per rientrare a Göreme devo affidarmi ai dolmuş, economici minibus locali che di comodo hanno ben poco: non si capisce mai a che ora passeranno e si fermano continuamente per caricare o scaricare passeggeri. All’uscita dal sito, dopo quaranta minuti di attesa sotto il sole cocente, ne avvisto solo uno che però tira dritto senza fermarsi. Sono costretta a fare l’autostop: devo importunare parecchia gente poco disposta a collaborare, prima che una coppia si impietosisca e mi faccia salire.

Il giorno dopo, con il solito dolmuş lentissimo raggiungo Ürgüp. Qui un cameriere mi serve una çorba, rivelando che i quattro giorni di festa del Bayram si agganciano alla festa nazionale di venerdì prossimo: «Con nove giorni di ferie, piuttosto che in Cappadocia, l’intera popolazione turca si è riversata sulle spiagge», aggiunge. Il mio proposito di raggiungere il Mediterraneo perde ogni consistenza residua.

All’ora del tramonto tutti si arrampicano fino al sunset point di Göreme. Una sera decido di adeguarmi alla massa: oltre alla vista sui pinnacoli di tufo, la collina regala in questa stagione grandi distese di lavanda in fiore, di un viola accesissimo.

Nel tragitto verso la famigerata Turkish night appare il villaggio di Uçhisar tutto illuminato. Di fronte ai miei «oh» di meraviglia l’autista commenta: «Qui ci sono solo hotel per blogger o ricchissimi, non per noi!».
Poco dopo il mio arrivo in questa grande grotta, un pullman sforna almeno quaranta donne e sporadici uomini dell’Est Europa, che sfoggiano un’eleganza d’altri tempi fondata sul religioso principio del colore pastello. Altri bus scaricano nutrite comitive che si accomodano ai tavoli. Lo spettacolo inizia subito: una dozzina di ballerini non fa altro che cambiarsi d’abito a seconda del balletto in programma, seguono l’apparizione di una finta sposa a cavallo e quella di un derviscio 2.0 con la gonna che si illumina mentre gira. Infine arriva il momento clou: la danzatrice del ventre, che cala dal soffitto dentro un tubo di vetro.
Verso le undici Keren e sua moglie – i gestori della pansion fricchettona dove alloggio – vengono a prendermi. Le comitive si sono sicuramente divertite, io non tanto. Lei è un’australiana bionda e mi capisce al volo. Di fronte a un bicchiere di vino mi confida che non è facile essere la moglie di un turco di famiglia tradizionalista, con madre e sorella velate. In ogni caso, almeno rispettano la loro scelta.

15 temmuz a Konya

Konya è la città del poeta sufi persiano Jalal al-Din Rumi, il fondatore dell’ordine dei dervisci rotanti. Ancora oggi costoro si esibiscono qui ogni settimana nella cosiddetta sama, un vero e proprio evento spirituale a cui spero di poter assistere.

Nel mausoleo di Mevlana, la tomba del mistico attira ogni giorno una folla di visitatori. Indossiamo i copriscarpe da piscina per entrare nella stanza decorata con calligrafie ottomane, dove si trova il suo sarcofago. Del complesso fanno parte altri ambienti, compresa la sala rituale un tempo dedicata alle danze sacre. La cupola conica di ceramica turchese, capolavoro dello stile selgiuchide, è in fase di restauro.

Di fronte al mausoleo, non lontano dalle gigantografie del Grande Presidente e di Atatürk, spicca un imponente palco dove alcuni chitarristi stanno eseguendo il sound check. In realtà non si tratterà di un semplice concerto, bensì della solenne celebrazione della “Giornata della democrazia e dell’unità nazionale”, proclamata nel 2017 per commemorare il fallito golpe dell’anno precedente. Capisco solo ora che è la festa nazionale a cui faceva riferimento il cameriere di Ürgüp.
Una galleria fotografica collocata in un’altra piazza della città celebra l’epopea del 15 luglio, ricordando i dettagli di quella notte indimenticabile. Una narrazione politica nuova di zecca, scandita dagli slogan ufficiali “Türkiye aşkına” (per amore della Turchia), “bayrak uğruna” (in nome della bandiera) e “demokrasi uğruna” (in nome della democrazia).

Quando mi fermo a mangiare una pide in un bar, il Grande Presidente appare sul televisore a parete: afferma che quel tentativo di colpo di stato è stato uno degli attacchi più vili contro il Paese, ma che i turchi hanno eroicamente difeso la repubblica e la democrazia a costo della vita. Aggiunge che la nazione è nel mirino di forze ostili, ma che supererà l’inflazione e nessuno riuscirà mai a metterli in ginocchio. In giro ci sono ancora più bandiere del solito – cosa che sembrerebbe impossibile, ma tant’è.

Verso le nove piazza Mevlana è gremita. Tutti scattano foto e video con lo smartphone: chi sta in piedi, chi è appostato sulle scale della moschea illuminata, chi mangia seduto per terra. Sul palco e sui maxischermi si susseguono gli interventi dei politici, intervallati da musica motivazionale a tutto volume; il primo contributo video, naturalmente, è del Grande Presidente. A un certo punto, la voce del muezzin si sovrappone ai comizi. Bandiere, magliette e palloncini rossi con la mezzaluna nazionale sono ovunque, le bottigliette d’acqua vengono distribuite gratuitamente e la parola “demokrasi” risuona in un loop continuo, mentre un drone ronzante filma l’adunata dall’alto.
Per tutti questi ottimi motivi, la sama dei dervisci prevista per oggi è stata rimandata.

Durante la colazione il grande televisore è sintonizzato su un canale all-news: il Grande Presidente andrà in visita ufficiale in Iran per incontrare i leader mediorientali. Subito dopo, durante il servizio sulla Siria, viene ripetuta di continuo la parola “terrorism”.
Un venditore di tappeti che incontro per strada mi saluta cordialmente: è entusiasta di rivedere finalmente un’occidentale dopo la pandemia. Davanti al racconto delle mie traversie logistiche causate dal Bayram, liquida tutto con un occhiolino e una massima filosofica: «È anche per questo che si viaggia, no?»
A parte lui, l’unica altra persona con cui riesco a scambiare due parole nelle mie ventiquattro ore a Konya è il cugino del barista da cui compro una Pepsi. Mastica un po’ di inglese grazie a due anni di lavoro in Cappadocia, ma sono costretta a congedarlo quando inizia a insistere per venire con me a Bursa.

Alla luce dei fatti, il tour leader curdo del Green tour non aveva tutti i torti sulla conservatrice Konya. In compenso, i prezzi sono stracciati: nell’hamam di fronte alla moschea, per sole centoventi lire (circa sette euro) una donna mi dedica un’ora e mezza tra scrub e masaj, lavandomi persino i capelli. Poco più in là, nel ristorantino davanti al museo archeologico, una çorba accompagnata da insalata di pomodori, pane e acqua costa appena venticinque lire.

La verde Bursa

Bursa, sulla carta, ha una posizione invidiabile, stretta tra il Mar di Marmara e il monte Uludağ. Mi sembra inoltre la tappa più di strada, visto che Pamukkale ed Efeso sono lontanissime, le vacanze turche ancora in corso e i voli esauriti o carissimi.
Nella realtà, per prima cosa canno clamorosamente l’hotel, finendo in una zona collinare isolata e mal collegata, allettata dalla parola “thermal” nel nome. Come se non bastasse, acquistare un biglietto del traghetto o di un mezzo pubblico si rivela un’impresa impossibile perché serve una tessera locale che non ho idea di come procurarmi. Nessuno parla inglese, le agenzie di viaggio sono tutte chiuse e abbandonate – e meno male che quest’anno Bursa sarebbe la capitale culturale del mondo turco – e per coronare il tutto è la prima giornata d’afa asfissiante del viaggio.

Nonostante la logistica avversa, riesco comunque a visitare le principali attrazioni di Bursa: la grande moschea con l’attiguo gran bazar, il mausoleo ottomano rivestito di piastrelle verde-blu, e il museo di arte turca e islamica. A un certo punto vengo persino colta dalla malsana idea di prendere la teleferik verso il Monte Uludağ. Nell’ultimo tratto la cabina oscilla pericolosamente a causa del forte vento e io non solo sono quasi certa di morire, ma mi rendo conto di non aver portato con me nemmeno una maglia supplementare per affrontare le temperature d’alta quota.

Se a Konya davo per scontato che sarebbe stato impossibile bere una birra al bar, nella “Verde Bursa” speravo in un contesto più aperto. Invece mi ritrovo in una delle roccaforti più conservatrici della Turchia e devo anche fare i conti con la massiccia affluenza di turisti del Golfo Persico, attirati dalla storia ottomana, dalle terme e dalle piste da sci. Questo turismo tradizionalista rende il rigore locale ancora più ostentato.
I rari locali che servono alcolici sono di una tristezza infinita, marchiati fin dall’esterno come luoghi di perdizione da una speciale insegna a ghirigori e schermati dalla strada. Essendo entrata in uno di questi, posso testimoniarlo in prima persona: gli avventori sono quasi tutti maschi, per lo più solitari, il cibo è immangiabile e due schermi gemelli trasmettono in loop una spiaggia tropicale con l’acqua del mare che scorre all’infinito sul bagnasciuga. Roba da farti passare la voglia di bere birra per il resto dei tuoi giorni. Non che i ristoranti analcolici sprizzino chissà quale allegria, comunque.

Istanbul, Avrupa

La mattina prendo il primo autobus per “Istanbul Avrupa” e alla stazione di Alibeyköy salgo sul tram per Taksim, incluso nel biglietto. Durante il tragitto mi metto a chiacchierare con l’unica altra passeggera, un’insegnante dell’Università di Ankara. Non appena le riassumo le mie avventure, mi rincuora affermando che lei non metterebbe mai piede né a Konya né a Bursa. Poi confessa con amarezza di vergognarsi di ciò che è diventata la Turchia: «Ultimamente sto pensando di trasferirmi in Germania, dove vivono i miei genitori. Mi sono sempre rifiutata di farlo perché amo con tutto il cuore il mio Paese, ma ormai non ne posso davvero più».

Quando passo davanti alla nuovissima moschea di Taksim, ripenso alle sue malinconiche parole: «Persino Istanbul non è più la stessa». Per quanto mi riguarda, almeno qui c’è sempre qualcosa di nuovo da fare, per esempio visitare il Miniatürk. Passeggiando tra i sentieri del parco, davanti a me sfilano tutte le città mediterranee che a causa della trappola del Bayram non sono riuscita a raggiungere durante il viaggio. Anche se in miniatura.

Prima di ripartire, entro in un centro estetico per una pedicure, che si rivela la più lunga e minuziosa della mia vita. Madre e figlia – iraniane, con appariscenti ciglia finte e generosi décolleté messi in mostra da magliette scollate – si alternano sui miei piedi con una perizia degna di un amanuense. Nel frattempo la madre tenta di comunicare in un inglese zoppicante: «Me, Iran… One year Turkey. Iran: no hair, no drink, no money. Want go Almanya, but visa is problem». In pratica, per lei la Turchia è un paradiso di benessere e libertà rispetto a Teheran, dove non puoi scoprire i capelli o bere un bicchiere. Eppure, se potesse, si trasferirebbe in Germania domani stesso. Anche lei. Poi fa partire Toto Cutugno sullo smartphone e finiamo a cantare insieme, a squarciagola: «Un italiano vero!»


ALTRO MEDIO ORIENTE

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