Per le strade dell’Indonesia


Giacarta da regalo
Il parco tematico della “Bellissima Indonesia” fu il primo posto che visitai a Giacarta. All’ingresso un distinto signore brizzolato in camiciola batik mi propose un tour in scooter: misurava ben cento ettari e i padiglioni chiudevano molto presto per il Ramadan. Dian aveva la fissazione di fotografarmi ovunque, ma era anche un grande esperto di riti funebri: mi spiegò che nel Sulawesi tengono i cadaveri in casa finché non hanno i soldi per sacrificare i bufali, mentre a Bali li lasciano vicino a un albero sacro che neutralizza l’odore della morte.


Poi mi condusse al Padiglione cino-indonesiano, costruito nel 2000 quando la cultura cinese – dopo decenni di discriminazioni – ottenne finalmente un riconoscimento ufficiale. «Tra il 1965 e il 1966, nel periodo di repressione che seguì al tentato colpo di stato» mi spiegò, «tantissimi cinesi accusati di essere comunisti furono uccisi, le loro case espropriate e le loro libertà negate. Se volevano restare dovevano cambiare nome». Anche nella sommossa di fine anni novanta morirono duemila cinesi, usati come capri espiatori per la crisi economica. Negli anni successivi, l’ascesa globale di Pechino avrebbe trasformato questo trauma in una leva di influenza: la minoranza cino-indonesiana, un tempo perseguitata, sarebbe diventata il perno commerciale degli enormi investimenti infrastrutturali cinesi nel Paese, ribaltando i vecchi rapporti di forza interni.
Alla fine Dian sentì la mia straordinaria apertura mentale − «You have an aura», sillabò guardandomi intensamente negli occhi − e mi chiese centocinquantamila rupie. Finalmente salii sulla funivia a guardare l’arcipelago indonesiano riprodotto in miniatura dentro al lago.

Al ritorno feci conoscenza con i celebri marciapiedi di Giacarta, pieni di voragini criminali. All’ora di punta salii sull’autobus veloce della Transjakarta, dove i passeggeri avevano appena rotto il digiuno rituale. In un cambio di treno, sulle passerelle futuristiche, acconsentii alla richiesta di un selfie avanzata da alcuni ragazzi emozionatissimi dalla mia presenza. Anche a cena mi sottoposi allegramente a numerose foto di gruppo nella cucina del ristorante, mentre le due fiamminghe che avevo conosciuto in ostello erano rimaste al tavolo impegnate a discutere dell’eredità olandese nella toponomastica di Giava.

L’indomani girovagavo nel quartiere di Glodok alla ricerca del tempio cinese più antico dell’Indonesia, quando a un certo punto pensai di averlo trovato. «Temple?» chiesi. «Ya Ya» fu la risposta di un passante. Effettivamente, se fosse stato davvero il tempio buddista, quella donna di gesso tra le rocce, vestita di bianco e azzurro, davanti alla quale stavano inginocchiati tre umili pastorelli, sarebbe stata quantomeno inopportuna lì nel cortile. Si trattava infatti della chiesa cattolica della Madonna di Fatima, ospitata però nell’edificio di un ex tempio cinese.

Mi affacciai in chiesa mentre erano nel vivo della messa; diversi fedeli non vedevano l’ora di rivolgermi la parola, ma un medico cinquantenne già pensionato riuscì a sbaragliare gli altri e monopolizzare la mia attenzione. Nel nostro lungo confronto culturale, ci misi parecchio a fargli capire che in Italia si andava in pensione a sessantacinque anni perché la nostra speranza di vita supera di tredici anni quella indonesiana.
Il mio nuovo amico mi elencò tutti i nomi dei membri italiani del clero indonesiano di Giacarta: dopo la messa ci precipitammo in sagrestia per conoscere due di loro. Appurato che non avrei fatto in tempo a farmi confezionare una casacca identica alla loro, l’ex medico mi accompagnò al vero tempio cinese, dedicato al Buddha della misericordia e semidistrutto da un recente incendio.


All’ora di pranzo, mentre mi aggiravo tra le bancarelle del mercato alimentare, un venditore mi guardò e mi disse che ero tale e quale a Maria. «Maria chi?» «The Holy Virgin!»
Nel centro di Kota Tua, chiamata Batavia al tempo degli olandesi, mi sedetti al tavolo di un elegante e formale cafè per un break: speravo che almeno lì nessuno volesse farsi un selfie con me. Al museo delle marionette Wayang, l’addetto mi sottopose a numerosi scatti fotografici in sua compagnia, continuando a ripetermi che assomigliavo a Monica Bellucci. Ci misi parecchio a raggiungere l’antico ponte levatoio olandese, continuamente bloccata da passanti che volevano intervistarmi o fotografarmi. Erano bastate poche ore a Giacarta per capire che il popolo indonesiano mi avrebbe dato grandi soddisfazioni: avrei camminato con estremo piacere in questo Paese.




Al guinzaglio dell’Equatore
Superai in un colpo solo la linea di Wallace e l’Equatore e atterrai a Manado, capoluogo del Nord Sulawesi. Quest’isola − nota come Celebes in epoca coloniale − è costituita da quattro penisole che si incontrano in una croce deformata, rendendola simile a una giraffa corallina dal collo lunghissimo, o a un bizzarro animale mitologico al guinzaglio dell’Equatore.
La città presentava una sovrabbondanza di insulsi centri commerciali e diverse enormi buche nei marciapiedi, in una delle quali bastò un attimo di distrazione per scartavetrarmi la tibia. All’ora del tramonto sul ponte nuovo regnava un’incredibile confusione di auto e di gente a piedi: tutti erano a caccia di foto da mettere su Facebook. Due diverse famiglie mi battezzarono “Mister Roberta”; anche qui come a Giacarta andava molto di moda girare in pigiama.
Avevo chiesto un taxi alle cinque di mattina. Quando bussarono alla porta l’orologio segnava ancora le tre e mezza, e mi rimisi a dormire. All’orario stabilito scesi nella hall e notai sul tavolo un bel piatto di risotto indonesiano decorato con uova sode: volevano recapitarmelo in camera di buon’ora perché pensavano che stessi osservando il Ramadan.



Sulla strada tra Manado e Likupang, contro il fondale fisso delle palme da cocco, scorrevano manifesti elettorali, templi cinesi pacchiani e teloni pieni di chiodi di garofano per le sigarette kretek.
Dopo mezz’ora di barca attraccammo all’isola di Bangka, un angolino di Pacifico compreso tra il mare di Celebes e quello delle Molucche, nel cuore del Triangolo dei coralli protetto dal WWF. Sulla spiaggia sorgeva il Coral Eye, un centro di ricerca di biologia marina, nonché struttura turistica, gestito da italiani.




All’interno del complesso non mancavano goduriosi angoli relax di fronte al mare, dotati di amache e chaise longue all’ombra dei frangipani. All’ora di cena la musica lounge riempiva la stanza senza pareti: qualcuno strimpellava una chitarra in lontananza, mentre il vento faceva svolazzare le tende. «È pronto!» si sentì echeggiare e tutti gli ospiti, studenti e viaggiatori, raggiunsero il grande tavolo quadrato.
Il centro si reggeva sul lavoro della popolazione locale. Erano gli antichi pescatori dell’isola, riconvertiti in skipper e istruttori di immersioni, ad accompagnare quotidianamente i sub nei migliori dive spot della zona, ed erano locali tutti gli altri collaboratori. La salvaguardia della biodiversità qui era un fatto comunitario e concreto, di cui potevo approfittare anche io che ci ero venuta semplicemente a trovare un’amica; pur non essendo esperta di biologia marina e senza alcuna intenzione di indossare muta e bombole, mi bastarono delle comode sessioni di snorkeling di fronte alla spiaggia o un tuffo dalla barca insieme ai divers per trovarmi nel mezzo di quel paradiso.




Attraversando un sentiero selvaggio nella giungla raggiungemmo il villaggio di Lihunu, per fare visita a una coppia a cui era morto il figlio neonato. A un mese dal tragico evento, le donne stavano preparando montagne di frittelle sul patio in attesa degli ospiti. «Bulè! Bulè!» (straniero) urlavano i bambini. Un pesce di metallo svettava in cima al campanile della chiesa protestante, la religione portata dagli olandesi.
All’estremità nord dell’isola, l’acqua e la sabbia si incontravano nel «posto delle mangrovie», un inquietante acquitrino pieno di radici. Se lo scellerato progetto di estrazione made in China fosse andato in porto, qui vicino sarebbe sorta una miniera di ferro, a stravolgere un ecosistema che già faceva i conti con le tonnellate di plastica che quotidianamente arrivavano dal mare. Qualche anno dopo, la concessione mineraria alla multinazionale cinese sarebbe stata bloccata dopo una storica battaglia legale degli attivisti locali, ma la marea di plastica oceanica avrebbe continuato a soffocare le mangrovie.



Nei giorni trascorsi al Coral Eye, una vibrazione sotterranea mi teneva sveglia la notte. Sarà stata la brezza incessante che squassava le fronde e faceva cantare i vetri e le intercapedini. O forse le suggestioni delle storie di fantasmi che tornavano a visitare quest’isola. Oppure il fatto che di notte il generatore si spegneva, il tavolo era vuoto e la torcia creava ombre che potevano ingannare.
Quando stavano scavando per le fondamenta, gli operai interruppero i lavori sostenendo che al cantiere fosse stato fatto il malocchio: si erano rimessi all’opera solo dopo l’intervento di un esperto fattucchiere.

Per certi versi sembrava di essere tornati indietro nel tempo: il figlio di un dipendente era deceduto a due mesi perché nato prematuro, un ragazzo di vent’anni era morto di rabbia e diverse donne di parto. Per motivi economici o culturali, non si frequentavano abbastanza le farmacie e gli ospedali.
Mi chiesi cosa si provasse a vivere scalzi tutto l’anno, in una casa con le vetrate sul mare dove il menu settimanale si ripeteva fisso tra nasi goreng e ikan kuning, senza negozi o televisori, mentre i tuoi vicini di casa abitavano in una capanna.

Luna di miele con me stessa a Bali
In fase di atterraggio vidi i vulcani spuntare tra le nuvole e poi una pista circondata su tre lati dal mare. L’aeroporto di Denpasar era già una piccola Bali in miniatura: la porta color salmone con i fregi grigi, le statue in pietra con l’ombrello, i fiori colorati e la grazia dei dettagli creavano da subito quell’atmosfera da luna di miele da cui sarei stata pervasa per l’intera settimana.

Dopo aver fatto un po’ la gnorri con i vari tassisti, capii che lì i mezzi pubblici non esistevano e accettai a malincuore di salire su una vettura. Partì una lunghissima trattativa col conducente, che andò avanti per tutto il viaggio fino a Ubud – un’ora circa. Ogni tanto ripensava alla cifra concordata e provava a impietosirmi, poi fece un po’ il piacione e mi propose di lasciarmi a Batubulan, pensando che ignorassi dove fosse. Ma io niente, cuore di ghiaccio: prendevo la sua mano e gliela rimettevo sul volante.
Inizialmente molte cose di Ubud mi infastidirono: il caldo afoso, la confusione, la famiglia di scozzesi che ordinò la pasta e alla fine anche un dessert, la francese che si comprò mezza boutique mentre il marito le faceva i complimenti dalla poltroncina, le due bionde sovrappeso in pantaloncini inguinali, i balinesi che mi chiedevano insistentemente se avessi bisogno di un taxi o di un “massage”. Tra l’altro, nessuno di loro indossava il pigiama ed erano tutti seri. Sembrava che i simpatici indonesiani, sempre pronti allo scherzo, si fossero fatti contagiare da quei noiosi dei turisti. D’altra parte, fu proprio a Ubud che registrai malinconicamente la scomparsa definitiva degli internet café sostituita dagli schermi individuali degli smartphone: lo scambio tra viaggiatori che c’era un tempo stava scomparendo.

Nelle prime ore coltivai perfino un piano B, tipo scappare a Lombok o alle isole Gili, e con questo stato d’animo andai al Sacred Monkey Forest Sanctuary. Grazie al contatto con la giungla e con quei macachi sfacciati e dispettosi, ma nondimeno sacri, misi da parte le paturnie e pian piano entrai in confidenza con lo spirito del luogo. Quando uscii dal parco mi ritrovai in una via periferica dove nessuno mi offrì taxi o massaggi – se non sbaglio mi dissero addirittura “mister Roberta” – ed entrai in un giardino incantato come quello delle fiabe.
Al palazzo reale stava per cominciare lo spettacolo di Legong Dance. Nonostante il gran pienone di turisti, tutto mi conquistò: le ballerine graziosissime nei loro movimenti al rallentatore, la musica ipnotica e vagamente inquietante dell’orchestra di gamelan, i meravigliosi costumi color oro e fucsia. «Ok, Ubud. Hai vinto tu» mi dissi mentre brindavo alla mia luna di miele con una Bintang ghiacciata, aspettando un piatto di mie goreng, completamente indifferente al gruppo di australiani ubriachi che ridevano di cose stupide al tavolo accanto.




Il filo da disbrogliare
Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità.
Eugenio Montale, “I limoni”
Quando la mattina aprii la porta, un coniglietto bianco era in procinto di salire le scale, tra le statue misteriose che sedevano a guardia del mio spartano bungalow. Il padrone di casa e suo figlio stavano ponendo con gravità un cestino di offerta in un incavo del tempio di famiglia. Nella vasca grossi pesci rossi nuotavano tra superbi fiori di loto color pervinca.
Per le strade, di fronte a ogni casa e negozio, erano appoggiati per terra dei vassoi di foglie di palma intrecciate riempiti di fiori, frutta, riso e bacchette di incenso. La popolazione era impegnata a confezionare e issare dei lunghi pali di bambù, addobbati con festoni di foglie di palma, noci di cocco, fiori e pannocchie di mais, le cui estremità svolazzavano nell’aria creando un clima di festa. Mi sedetti a uno dei tavoli di un ristorante, imbambolata di fronte a una vasca piena di foglie e petali che componevano un elaborato disegno.



A pochi passi dalle arterie principali della città, come per magia, ristoranti e centri massaggi sparirono ed entrai nel mondo fatato della natura equatoriale. Passai molte ore passeggiando tra le risaie inondate, in compagnia di farfalle e uccelli acquatici, fino al crinale di Campuhan, che costeggiava per chilometri una verdissima e pacifica valle fluviale.
Mi sedetti a un tavolino insieme a un tedesco di nome Franz: due pallidi fantasmi che bevevano una Coca-Cola facendo i classici discorsi degli europei ai Tropici. Che noi corriamo e non ci godiamo le cose semplici della vita, che ingigantiamo dei problemi da nulla. Che avremmo dovuto imparare a vivere senza stress come gli uomini e le donne che ci circondavano, e che quando saremmo tornati a casa non avremmo dovuto dimenticarlo.


Anche se poi pensai che è facile godersi la vita tra le cascate di frangipani e le enormi palme da cocco, guardando il sole che sorge e tramonta ogni giorno, meno facile «nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra soltanto a pezzi» e fa freddo; quando «s’affolta il tedio dell’inverno sulle case» e «la luce si fa avara». E che come al solito l’illusione ci sarebbe mancata, avremmo dimenticato quasi tutto questo e, per recuperare il «filo da disbrogliare», avremmo preso un altro aereo e parlato con un altro Franz in un altro baretto all’ombra della natura tropicale, bevendo Coca-Cola.


I pali di bambù che inondavano le strade di Ubud si chiamano penjor e sono il simbolo del Galungan, una delle più importanti feste balinesi, che si celebrava proprio quel 15 luglio. In quella giornata gli spiriti degli antenati tornano a visitare le loro case e si aspettano di essere accolti con riti e feste: le famiglie offrono loro cibo e fiori in segno di gratitudine. Dopo dieci giorni di scorpacciate, in occasione del Kuningan, gli spiriti ancestrali sarebbero tornati in cielo.
Quel giorno avevo in programma di raggiungere a piedi il villaggio di Bedulu, a circa sei chilometri da Ubud, per visitare la Elephant Cave.


Le vie turistiche erano innaturalmente silenziose e molti negozi erano chiusi; poi man mano che procedevo apparvero i primi devoti carichi di offerte. Se si pensa che ogni villaggio balinese ha almeno tre templi, o pura – più gli innumerevoli luoghi di culto privati all’interno delle abitazioni –, forse ci si può fare un’idea del traffico di cestini che c’era in giro. In alcuni casi l’accesso al pura era vietato a chi, come me, non indossava la “busana adat” (l’abito tradizionale), ossia il sarong. Tutti lo portavano: gli uomini con camicie candide e piccoli turbanti in testa, le donne con casacche aderenti di pizzo colorato e fiori tra i capelli. Poiché i templi sono contenitori aperti circondati da un semplice recinto basso, potei assistere ai riti anche senza entrare: petali di tutti i colori ricoprivano i pavimenti, da piccole teiere dorate veniva versata dell’acqua per lavare le mani e il viso. Ogni gesto era eseguito con una grazia stupefacente.


Lungo la strada – oltre a un paio di richieste di foto, con l’immancabile posa a V di vittoria – ricevetti svariate proposte di passaggi in mototaxi o ojek; ma io avevo imparato a rispondere “jalan-jalan” (“camminare” in bahasa) e loro, tutti felici, sorridevano e mi auguravano “selamat jalan” (“buona strada”). La scarpinata mi insegnò che anche lì i marciapiedi erano pieni di voragini, con la variante che a volte nascondevano rettili come varani o serpenti.
Finalmente comparvero le bancarelle di sarong che annunciavano il santuario di Goa Gajah, incassato nella giungla: per entrare nella Grotta dell’elefante bisognava passare dentro la bocca spalancata di un orribile demone scolpito nella facciata di pietra.



Tra le vie di Bedulu un balinese che parlava un po’ di italiano mi invitò in casa e mi presentò i parenti. Rifiutai il cibo che mi offrì e proseguii sulla via per Ubud. In un ristorante paradisiaco costituito da palafitte, mangiai un piatto molto coreografico tenendo i piedi a mollo in un laghetto pieno di enormi pesci rossi. «Le cose sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto» avrebbe detto il poeta.



Le scalinate che portano agli dei
Che bello girare con la motocicletta attraverso la verdissima Bali! Altro che l’Umbria! Con tutto il rispetto per l’Umbria, se lei è verde, Bali cos’è, VERDE?
Andrea Pazienza, Sotto il cielo del Brasil
Le agenzie di Ubud proponevano daily tour che accorpavano più attrazioni in un’unica giornata: vulcani, risaie terrazzate, giardini botanici, piantagioni di caffè e soprattutto templi, più di diecimila in tutta l’isola. Non essendo in vena di viaggi di gruppo, e nonostante la scarsa simpatia per i mezzi a due ruote, accolsi con moderato entusiasmo la proposta di Franz di scarrozzarmi sullo scooter scalcagnato che aveva noleggiato. A parte che dovemmo fermarci un’oretta da un meccanico di fortuna, fu un continuo tagliare per viuzze secondarie, perché tutte le strade principali andavano da nord a sud e noi dovevamo andare a nord ovest.

Finalmente arrivammo a Jatiluwih, famosa per alcune delle risaie terrazzate (“le scalinate che portano agli dei”) meglio conservate dell’isola, che si dispiegano alle pendici del vulcano Batukaru. Fanno parte di un antichissimo sistema cooperativo di gestione delle acque, chiamato subak e tutelato dall’UNESCO. Lo scenario non era né così pittoresco né così verde come pensavo, visto che era il periodo del raccolto; nondimeno tanti turisti erano convenuti per festeggiare con la famiglia, come imponeva la tradizione per il giorno successivo al Galungan.


La seconda tappa fu il Pura Luhur Batukaru, il tempio dedicato al vulcano omonimo. Una volta muniti di sarong – e appurato che l’accesso era vietato alle donne mestruate, incinte o che avevano partorito da poco – varcammo il classico arco spaccato a metà. Avvolti in un denso fumo, gli altari dai tetti multipli svettavano tra gli arbusti, una piccola orchestra di gamelan suonava sotto un padiglione e i cestini di offerta erano ammucchiati ovunque. Nella parte più sacra, a causa delle cerimonie, non ci lasciarono accedere.




Sulla via del ritorno il traffico era completamente bloccato e restammo imbottigliati così a lungo che arrivammo a Ubud col buio pesto. Il motivo lo scoprimmo pochi chilometri – ma molti quarti d’ora – dopo, quando intravedemmo la coda di una lunghissima processione che partiva dalla riva di un fiume: le donne con i contenitori in testa e gli uomini con l’ombrello erano seguiti dalle maschere di Barong e di due Leyak. Nella mitologia balinese il Barong è il dio-animale simbolo del bene, mentre i Leyak sono esseri demoniaci capeggiati dalla vedova-strega Rangda, la sua arcinemica. Se Rangda e i Leyak sono orrendi con i capelli scarmigliati, la lunghissima lingua e le grandi zanne, il Barong è troppo buffo perché sotto il costume ci sono due uomini, a simulare le quattro zampe di questo pseudo drago o leone mitologico.
Alla fine dell’escursione, dopo tutte quelle ore sullo scooter, più che apprezzare la filosofia alla base del subak – ossia l’interazione tra spirito, uomo e natura – avevo sperimentato l’interazione tra la mia schiena e le strade balinesi, disconnesse e piene di buche.


Mangia, prega, ama
La popolarità di Ubud aumentò vertiginosamente dopo l’uscita del best seller Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert, nel quale Bali viene presentata come il posto al mondo dove meglio si coniugano il piacere e la spiritualità. In città pullulavano i negozi new age, i ristoranti organici e i corsi di yoga. Franz avrebbe fatto carte false per incontrare uno sciamano del luogo e aveva la mania di intervistare le cameriere per conoscere qualche storia di fantasmi. Definiva enfaticamente «un vero e proprio viaggio spirituale» quello che stava compiendo in Asia meridionale da qualche mese. «Qui sto vivendo momenti di infinita gioia, vitalità e liberazione» mi comunicò senza ironia alcuna. «I balinesi mi contagiano con i loro sorrisi».
Quanto a me, quello che gli altri chiamano spiritualità io sarei tentata di definirlo semplicemente “clima” e, per quanto attiene al piacere, al tofu e al seitan preferii il maialino arrosto o i vassoi di sashimi. D’altra parte, leggendo con attenzione il best seller si capiva che il segreto di Bali non stava tanto nell’arte degli sciamani, bensì nel fatto che la Gilbert aveva finalmente ripreso a fare sesso.

Dato che la mia carta Maestro non aveva mai funzionato in Indonesia, l’unico modo che avevo per prelevare contanti era la Visa. Bene: un sabato la dimenticai in un ATM di Ubud. Le banche erano chiuse e nel frattempo mi ero trasferita all’estremo sud dell’isola, nella penisola di Bukit. Potevo pagare hotel e ristoranti con l’altra carta di credito, ma per il resto dovevo contare sui pochi spiccioli rimasti. Non potendomi permettere il lusso di un taxi, fui costretta a esplorare la zona a piedi. Mentre camminavo sul bordo della strada per Padang Padang, non si capisce quanti taxi e ojek rallentarono per chiedermi se avessi bisogno di un passaggio, e quante volte risposi “jalan-jalan”. In pochi anni questa rete capillare di autisti e mototaxi informali sarebbe stata interamente fagocitata dalle app come Grab e Gojek.

A un certo punto inciampai, grattugiandomi un ginocchio sulla brecciolina. La protagonista del libro – interpretata nel film da Julia Roberts – deve a uno sbrego sulla gamba la svolta della sua vita: l’ingenua americana conosce la saggia guaritrice Wayan, che le cura la ferita con impacchi miracolosi, e il brasiliano tormentato e al tempo stesso dolce (Javier Bardem) che l’aveva investita con la sua jeep e grazie al quale pone fine alla sua pluriennale astinenza sessuale. Senza quella caduta non ci sarebbero stati né la crescita interiore né tanto meno il libro e poi il film. Che poi, bastava che avesse conosciuto il brasiliano a New York, e non avrebbe avuto proprio necessità di andare a Roma a strafogarsi di pasta né dalla santona indiana a lavare i pavimenti dell’ashram.

Per quanto mi riguarda, invece di ricorrere a una curatrice tradizionale, entrai nel primo ristorante che incrociai, mi feci prestare del disinfettante e ripresi a camminare come se niente fosse. Ecco perché non conobbi nessun commerciante brasiliano (o surfista australiano), né compii alcun progresso nella mia crescita spirituale.
Dopo una breve sosta presso la spiaggia di Padang Padang, proseguii verso Uluwatu, dove le spettacolari scogliere erano state colonizzate da negozietti per surfisti, bar e hotel con piscine, mentre le spiagge quasi non esistevano.


La destinazione finale, nonché attrazione “da non perdere”, era il tempio di Uluwatu. Solo quando entrai nel sito scoprii che il tempio vero e proprio era un edificio microscopico – dentro al quale non si poteva nemmeno entrare – arroccato sulla sommità dell’altissima scogliera. Tutti noi turisti, ridicolmente abbigliati con il sarong viola fornito all’ingresso, percorrevamo avanti e indietro i sentieri, incontrando numerose scimmie e ammirando le pareti a picco sul mare schiumoso.
La gente va a Uluwatu apposta per il tramonto, ma il problema del tramonto è che subito dopo inizia l’imbrunire. Mi aspettavano sette chilometri a piedi fino alla guesthouse, e non avevo nessuna intenzione di percorrerli al buio, così fui costretta ad andarmene prima, incrociando la marea umana che a bordo di mezzi a due e quattro ruote tentava di entrare nel sito per ammirare il tanto sospirato tramonto che io, probabilmente, non vedrò mai.



Era ormai buio quando mi recai al tempio di Pecatu, attirata dai lamentosi canti accompagnati dal gamelan. Un addetto alla security mi proibì fermamente di passare: potevo stare sulla soglia e fare quante foto volessi. Nel frattempo, dall’altra parte della strada, degli uomini mi fecero segno al di sopra di un muro di recinzione. Forse mi ero un po’ illusa di essere finita dentro un antico mondo di mille anni fa, ma quando entrai nel recinto restai stupita nel vedere una quindicina di uomini – seppur vestiti con camicia bianca, sarong e mini turbante – seduti a fare fuori una cassa di birre Bintang, fumando sigarette ai chiodi di garofano. Accettai la birra e intavolai un’animata ma rilassata conversazione con loro. «We are all a family» mi informarono. «E le donne?» «Temple». Qualcuno più alticcio fece battute a doppio senso, altri si vantavano dei loro anelli. «Alle dieci inizieranno le danze, ma non con i vestiti belli come negli spettacoli per i turisti». Poi provarono inutilmente a insegnarmi un gioco di carte che si chiamava Spirit.

L’ultima sera scesi a mangiare nella sala comune e finalmente conobbi Jay, il proprietario della guesthouse. Personaggio effervescente, capelli lunghi unti e sorriso aperto, già alla terza o quarta birra, mi accolse calorosamente e mi presentò un giovane cinese seduto al suo tavolo.
Jay gli stava chiedendo consigli di marketing: «Tu sei intelligente. Io vorrei imparare da te i segreti del business che stai studiando al tuo master di Ginevra». Al che Clark cominciò a snocciolare cifre, entrando nel tecnico. «Ma tu devi imparare da me… Look at these guys» lo interruppe Jay, indicando gli australiani, gli europei e i brasiliani spaparanzati sui divani a ridere e bere birra. «Il loro unico pensiero è: come posso guadagnare i soldi per pagarmi le prossime vacanze? Impara da loro. Perché dopo che hai fatto tanti soldi, ti sei comprato la macchina, la casa, la barca, poi cosa fai? Vuoi un’altra casa, un’altra macchina, un’altra barca, ma non sei felice. Sei stressato. La notte non dormi.» «Infatti!» annuì il cinese muovendo la testa su e giù spasmodicamente. «Io la notte non riesco a dormire, penso, penso, penso senza mai riuscire a rilassarmi. Penso a come avere successo. A come diventare una persona ricca e importante».

Clark era lì da alcuni giorni per uno stage e ancora non era mai uscito da Pecatu. Nel frattempo, gli altri ragazzi si stavano organizzando per andare a una festa e Jay gli propose di accompagnarli; il cinese accampò un mal di testa, ma gli promise che domenica sarebbero andati insieme in spiaggia. Shanghai e Ginevra avevano creato un mix micidiale nella testa del povero Clark, chissà se sei mesi a Bali gli avrebbero donato un po’ di balance, come alla protagonista di Mangia prega ama.
Al ritorno, nello scalo di Doha, al gate del volo per Roma erano quasi tutti cinesi. Mi tornò in mente la confessione di Clark: «Prima delle Olimpiadi di Pechino, nessun cinese immaginava che dopo così poco avrebbe potuto viaggiare liberamente. È incredibile quello che è successo. Appena si sono chiusi i giochi, è stato in quel momento che abbiamo capito: ce l’abbiamo fatta.»
Anche Jay, proprietario di due negozi a Kuta, era stato illuminante: «Sai quali sono i popoli più in crisi?» mi aveva chiesto. «Gli italiani e i giapponesi. Prima ne vedevi tanti di italiani, e compravano tanto. Ora poco o niente. E invece è pieno di cinesi. Ogni anno sono sempre più numerosi».

Prima del volo di rientro trascorsi qualche ora a Giacarta: dalle parti del monumento nazionale conobbi un ragazzo che voleva farmi compagnia. Visitate la chiesa e la moschea, ci fermammo vicino a una bancarella di bibite insieme a un suo amico. Il bibitaro diceva cose e il ragazzo traduceva in un inglese discutibile. «My friend is asking with me… I turisti sono bianchi e amano stare sotto al sole, mentre noi abbiamo la pelle scura e lo andiamo scansando, il sole». «My friend is asking with me… Noi abbiamo il naso largo e schiacciato, voi lo avete piccolo come il tuo». Alla quinta volta che mi ripeté che le indonesiane a quarantadue anni non erano “biutiful” come me, li salutai e loro mi consigliarono di stare attenta alla borsa alla stazione di Gambir. Mi facevano morire, gli indonesiani.


Poi ripensai al prete della chiesa di Glodok, un sardo che operava lì da molti anni. «Hai visto il quadro della Madonna che sta a destra dell’altare?» mi aveva domandato nella sagrestia dopo la messa. «Quella che ha come sfondo le isole rigogliose e il mare?» «Esatto, proprio quella. Sai, in fondo è così che se lo immaginano loro, il paradiso: un arcipelago. Non sono persone meravigliose?»