Le macerie della Bosnia ed Erzegovina


Non dimenticare Mostar
Durante l’estate la compagnia aerea Mistral Air, del gruppo Poste Italiane, effettuava un volo settimanale da Bari a Mostar, ideato appositamente per condurre intere famiglie numerose pugliesi e lucane in pellegrinaggio a Medjugorje.
Sbarcati nel minuscolo aeroporto, solo io e uno studente barlettano rimanemmo in attesa di un mezzo di locomozione: tutti gli altri passeggeri vennero ingoiati da un torpedone con l’aria condizionata, sparendo in un batter d’occhio.
Salii su una vecchia Opel pensando di scroccare un passaggio, che invece mi venne fatto pagare. Sara ai tempi della guerra viveva in provincia di Benevento e sfoggiò quell’accento campano mentre parlava senza sosta seduta sul sedile posteriore, guardandosi intorno con gli occhi nerissimi contornati da un forte segno di matita.

Erano anni che ci giravo intorno: sapevo che la Bosnia fosse il cuore dei Balcani e avevo paura di scottarmi. Nel centro di Mostar, i muri della stradina che mi conduceva all’alloggio mostravano ancora i segni dei colpi di arma da fuoco. Miran mi accolse in casa con i modi bruschi tipici dei timidi e con gli occhi azzurri buoni. Un grappino alle undici di mattina, sulla strada trentacinque gradi di fuoco: benvenuta in Bosnia.
Ventun anni dopo la strage di Srebrenica, un’enorme scritta sul muro di Braće Fejića gridava che non bisognava né dimenticare né perdonare. Il murale rosso e nero era firmato dai Red Army, i supporter della squadra di calcio Velež Mostar: la tifoseria era costituita soprattutto da bosgnacchi, ma prima della guerra era multietnica. Che non tutti loro fossero a proprio agio con il concetto di perdono lo dimostravano gli screzi, se non i veri e propri scontri, con i rivali del Zrinjski Mostar, in maggioranza di etnia croata.

Mi incamminai verso il leggendario ponte. Lungo la strada un pannello steso in orizzontale, al contrario di quanto affermavano i Red Army, suggeriva in inglese di non dimenticare ma di perdonare sempre. Due pietre gemelle, ai due lati del ponte, intimavano di non dimenticare, «Don’t forget», e basta, senza sbilanciarsi sulla spinosa questione del perdono. Io ero lì apposta.
Nel 1992 lo Stari most, capolavoro ottomano del sedicesimo secolo, era diroccato e trasformato in trincea: si attraversava di corsa, quasi strisciando, per evitare di essere colpiti da una pallottola. Il 9 novembre 1993 venne bombardato dai croato-bosniaci e completamente distrutto: i pezzi della “mezzaluna di pietra” precipitarono nella Neretva, la popolazione lo pianse come se fosse un parente. L’anno dopo al suo posto c’era un ponte tibetano, e intanto i tuffatori continuavano a tuffarsi, anche quando non c’era nessuno ad applaudirli. Anche quando persino il ponte non c’era più.



Mentre noi turisti ci camminavamo sopra con prudenza, per non rischiare di scivolare sui lastroni e sui ciottoli tondi e lisci, il clan dei tuffatori era intento a raccogliere i soldi: al termine della questua comparve un giovane che si gettò da più di venti metri di altezza nella gelida Neretva.
Tutti applaudimmo, sia chi stava affacciato sul parapetto, sia chi sedeva sulla riva, in basso: i visitatori venuti da Dubrovnik o da Medjugorje per una gita di un giorno; i viaggiatori dei Paesi del Golfo con gadget tecnologici di ultima generazione e mogli senza volto, e quelli di tutti i continenti che passavano un giorno a Mostar, uno o due a Sarajevo, e poi magari proseguivano in Croazia o in Montenegro.


Il ponte affollato si vedeva anche dalla finestra della torre fortificata di Tara, posta ad una delle due estremità, dove era allestita una mostra di foto in bianco e nero di Wade Goddard a uso e consumo dei turisti di guerra. Edifici in rovina, soldati, donne col foulard che trasportavano assi di legno, bambini magri, auto distrutte e scritte sui muri. Quando uscii, una zingarella si allontanò dalla mamma e venne verso di me con la mano aperta, fece il faccino tenero per rimediare qualche moneta. Il fratellino corse impugnando un mitra giocattolo, ci raggiunse e mi colpì la mano con l’arma di plastica. Mi vennero in mente tutte le scene viste in foto, ma poi mi guardai intorno e le bancarelle intorno a me continuavano a esporre ordinatamente sacchetti di lavanda e bottiglie di acquavite.
Nel tardo pomeriggio i visitatori di un solo giorno avevano levato le tende e le stradine acciottolate si erano svuotate: i ristoranti affacciati sul fiume avevano molti tavoli liberi. Mentre aspettavo che mi servissero uno stufato bosniaco, iniziò il concerto dei muezzin. Il sole tramontò sulla Neretva color smeraldo, i palazzi intorno si illuminarono contro il cielo ormai nero e il ponte si accese di giallo.



Salendo sul minareto della moschea Koski Mehmed Pasha o della moschea Karadozbeg e girando intorno sul minuscolo balconcino, osservai in un unico colpo d’occhio tutta la città, martoriata e piena di cicatrici, divisa in due dal fiume. A est la parte vecchia con le cupole grigie e i minareti sottili; dall’alto lato il quartiere nuovo, costruito dagli Asburgo e da Tito. Qui svettava il brutto campanile della chiesa francescana, ricostruito molto più alto dopo la guerra, mentre in fondo, tra le montagne che circondano la vallata, si stagliava la collina Hum, sulla cui sommità spiccava una croce bianca alta più di trenta metri.

Ai tempi di Tito, Mostar era un meraviglioso esempio della convivenza jugoslava: nessuna delle etnie prevaleva sulle altre e la percentuale di matrimoni misti era tra le più alte del Paese. Poi la guerra. In un primo tempo, croato-bosniaci e bosgnacchi, uniti, ebbero la meglio sui serbo-bosniaci, ma poi l’alleanza si spezzò e i croati iniziarono ad attaccare i musulmani. Decine di migliaia di costoro si trasferirono all’estero, molti definitivamente, lasciando gli appartamenti di Mostar ovest ai profughi croati venuti da fuori, mentre i musulmani rimasti furono costretti a spostarsi nella parte est.
Dopo la guerra le suddivisioni etniche sono diventate molto più nette: i cattolici per lo più vivono nella parte più recente, i musulmani nel centro storico restaurato, mentre il numero di serbi è crollato. A quanto pare, la maggior parte dei giovani croati dell’ovest, nella parte est non ha mai messo piede.

In realtà, non è il fiume a dividere le due Mostar, bensì il bulevar Narodne Revolucije: una strada a quattro corsie che all’epoca costituiva la linea del fronte. L’edificio che subito attirò la mia attenzione fu il Ginnasio, un grande palazzo arancione brillante risalente al periodo austroungarico e restaurato di recente. Il Gimnazija ospitava lo United World College – una scuola privata per il baccalaureato internazionale frequentata da studenti di tutto il mondo – e due scuole pubbliche: una per musulmani, l’altra per cattolici. Questo era l’unico edificio della città in cui i ragazzi bosgnacchi e quelli croati studiavano sotto lo stesso tetto, benché in classi separate.
Uno degli strascichi più pesanti della guerra riguarda proprio l’istruzione: in tutto il Paese gli alunni sono separati per etnie e alfabeti.

Nonostante le belle parole spese in occasione delle inaugurazioni (incontro, unità, pace), era ancora presto per parlare di un reale collegamento tra le due parti di Mostar. Lungo il bulevar, erano ancora tanti gli scheletri degli edifici sventrati, rimasti come vent’anni prima. Quello che faceva più impressione era la carcassa triangolare a nove piani della vecchia Ljubljanska Banka, usata dai cecchini proprio per la sua altezza. Ma i segnali negativi non finivano lì: di fronte alla piazza c’era una federazione di caccia che si chiamava Herceg-Bosne (come l’entità autonoma dei croati estremisti esistita negli anni della guerra), mentre sotto al municipio c’era una stele a forma di giglio in memoria dei combattenti dell’armata di Bosnia-Erzegovina, distrutta da qualche vandalo e in pezzi chissà da quanto. Senza considerare che la croce bianca sulla collina, da cui i croati sparavano con i mortai verso la parte orientale, era sempre ben visibile e di notte si illuminava.

La seconda guerra di Mostar si rivelò particolarmente intensa: dalla parte bosgnacca scarseggiavano armi, munizioni e rifornimenti, mentre il Consiglio di difesa croato (l’HVO) era sostenuto dalla Croazia. Mostar est veniva bombardata giorno e notte, fino a essere quasi rasa al suolo. «Like Hiroshima», chiosò lapidario Amir mentre mi accompagnava al monumento funebre dei tre giornalisti triestini Ota, D’Angelo e Luchetta, uccisi nel 1994 durante un servizio sui bambini della città.
Amir durante il conflitto era nell’esercito: avrei avuto tante domande da fargli, ma non sapevo da dove iniziare. «Noi non potevamo scappare da nessuna parte. Non c’erano vie d’uscita e poi… non potevamo fare altro che difendere la nostra città», cercò di spiegarmi. «Una mia vicina di casa ha perso due figli. Uno dei due, diciottenne, si è esposto al fuoco per salvare il fratello. Ecco. Questa è una delle cose che non dimenticherò mai».

L’eredità fisica della guerra erano invece i dolori alla schiena che lo tormentavano quando faceva freddo: «Per me è una benedizione quando ci sono trentacinque gradi come in questi giorni», confessò mentre andavamo a sederci a un tavolo del suo bar. «Qui nel centro storico abitano dei croati e anche dei serbi, io non odio nessuno, però con alcuni non ci prenderei un caffè. Buongiorno e buonasera, ma non siamo real friends». Brindammo con una Sarajevsko ghiacciata a un mondo diverso, dove la religione non sarebbe stata usata come scusa per mettere le persone una contro l’altra. «Ma ci vorrà molto tempo».
«Sai qual è il soprannome di questo bar?» fece per cambiare discorso. «Wimbledon. Perché quando passano le belle ragazze muoviamo la testa proprio come chi assiste a una partita di tennis.» Se è per questo, caro Amir, tutti i bar di Mostar meriterebbero la stessa definizione.

In Erzegovina con Dario
Per visitare le altre attrazioni dell’Erzegovina prenotai un’escursione organizzata di un giorno. Alla guida c’era Dario, un pacioccone di circa quarant’anni che non stava zitto un momento. Poco dopo aver lasciato Mostar, ci comunicò che tutte le bandiere con lo scacchiere visibili in giro appartenevano al popolo croato in BiH e suggerivano che esso rappresentava il gruppo etnico maggioritario da quelle parti.
Mentre procedevamo verso sud, il nostro autista ci offrì qualche delucidazione storica. Dario trovava molto divertente scherzare sull’impronunciabilità del nome del re di Bosnia Stefan Tvrtko I Kotromanic. Quando passò a parlare di suo figlio, Tvrtko II Tvrtković, ci sfidò a ripetere correttamente queste due parole piene di consonanti, ma nessuno di riuscì, facendo salire alle stelle l’ilarità di Dario.

«Il nome della regione» svelò la guida quando ormai eravamo nel parcheggio di Blagaj «deriva dal nobile Stjepan Vukčić, che in un documento ufficiale si autodefinì Herzog di San Sava. Herzog in alto tedesco antico significa duca d’armata. In cima a quella collina rocciosa vedete la sua antica fortezza. Quando suo figlio fu sconfitto dall’impero ottomano, l’Erzegovina diventò una provincia ottomana nello Stato della Bosnia».
Uno dei capolavori dell’architettura di cui gli abitanti vanno più fieri è il Tekija di Blagaj, un monastero derviscio in legno e muratura eretto nei pressi della risorgiva del fiume Buna. Il posto fu scelto dal sultano per la straordinaria posizione fluviale e ancora oggi le alte pareti rocciose, lo smeraldo del Buna e la grotta fanno da cornice a questo luogo mistico, che rimane un importante centro di pellegrinaggio.


Mentre intorno a noi scorrevano ordinati filari di vigneti e frutteti, Dario raccontò che durante la guerra tutta la sua famiglia – madre serba e padre croato – sfollò in un piccolo villaggio, dove lui veniva picchiato a causa del suo cognome. Il padre nel frattempo era morto e, anche se ateo, Dario apparteneva per anagrafe al gruppo dei serbo-ortodossi.
La tappa successiva fu il monastero ortodosso di Žitomislići, già saccheggiato e incendiato dagli Ustascia durante la seconda guerra mondiale. Cinquant’anni dopo la storia sembrò ripetersi quando i croati dell’Erzeg-Bosnia si dedicarono alla missione di distruggerlo una volta per tutte, massacrando i monaci. Non notammo alcuna traccia dei saccheggi o degli eccidi, poiché il monastero era stato perfettamente restaurato.
Seguì la visita della città-fortezza di Počitelj, che domina la valle della Neretva, e infine il pezzo forte, la “perla” dell’Erzegovina tour: le cascate di Kravice, un affascinante anfiteatro d’acqua creato dal fiume Trebižat.

Sulla via del ritorno passammo vicino a Medjugorje; poiché non era compresa nel nostro tour, Dario vi fece soltanto un rapido cenno: «L’apparizione della Vergine Maria nel 1981 ha trasformato un piccolo e anonimo villaggio in una più che fiorente località turistica, visitata ogni anno da più di un milione di pellegrini».
All’epoca Tito era morto da appena un anno e il nazionalismo stava riprendendo piede nel Paese. Il capo dei francescani locali fu bravissimo a sfruttare il simbolismo di questo santuario, in evidente contrasto con il governo della Jugoslavia comunista. Durante la guerra, Medjugorje entrò a far parte dell’Erzeg-Bosnia, continuando a ospitare i pellegrini. L’ordine francescano permetteva alla milizia locale di usare la collina delle apparizioni per testare i lanciagranate. Questa simpatia per l’esercito della Repubblica croata dell’Erzeg-Bosnia era affettuosamente ricambiata, visto che i combattenti dell’HVO – tra una bastonata e uno stupro all’interno dei vicini campi di concentramento – venivano qui a pregare.
Dietro la collina di Medjugorje, nei pressi di Šurmanci, si trova la foiba dove nel 1941 gli uomini di Ante Pavelić trucidarono e gettarono più di cinquecento civili serbi. Dario non la menzionò, come non parlò dei cinque campi di detenzione operanti nella zona dal 1993, dove prigionieri serbi e bosniaci furono tenuti in condizioni disumane, torturati e uccisi secondo il piano di pulizia etnica voluto dall’HVO.

I tempi difficili di Sarajevo
Sarajevo era una città splendida per camminare. Perdersi era impossibile. Se non sapevi dov’eri, bastava che andassi in discesa fino al fiume, e da lì era tutto chiaro. Se eri stanco, potevi fermarti in un bar a bere il caffè, o in un ristorante, se avevi fame, a mangiare un pasticcio di carne. La gente era felice. La vita era bella.
Steven Galloway,Il violoncellista di Sarajevo
Al telegiornale, negli anni novanta, tutti correvano a Sarajevo: avevano i giubbotti di jeans, le giacche con le spalline e la permanente come noi. I jeans a vita alta gli andavano larghi e spesso dovevano tenerseli su con una cintura o una corda di fortuna, a volte con dei brutti maglioni di lana infilati dentro. Nelle strade le carcasse di tram, le auto e i cassonetti erano usati come ripari dalle granate. Tutti questi cittadini, casualmente capitati nelle riprese, atterriti e col fiatone, trasportavano qualcosa. Nelle case, al posto dei vetri, c’erano dei fogli di plastica trasparente con la scritta UN e quasi tutti i palazzi erano pieni di buchi.
Ma gli abitanti della città erano un esempio per tutti poiché si sforzavano di restare umani, coltivavano le piante, organizzavano i concorsi di bellezza e andavano ai concerti e al cinema, anche se nessuno li aiutava. Qualche importante personalità ogni tanto appariva in televisione, a Sarajevo, con il giubbotto antiproiettile, e poi se ne tornava comodamente a casa, lasciandoli là sotto le bombe, in fila per l’acqua – “bersagli mobili” con la permanente e le spalline come noi.


Vent’anni dopo arrivai a Sarajevo a bordo di un autobus che proveniva da Mostar: apparvero delle concessionarie di auto tedesche e dei brutti condomini in perfetto stile socialista. Alcuni portavano ancora incise le ingiurie della guerra, a differenza della scintillante moschea del quartiere di Mojmilo, regalo della famiglia reale saudita.
Vicino alla stazione mi fermai a mangiare una pita di carne, che in Bosnia si chiama burek. La pita è una sottilissima sfoglia ripiena a forma di tubo, avvolta per formare una spirale nella teglia. Come ci aveva riferito Dario a Blagaj, nella cultura musulmana tradizionale era molto importante che le donne sapessero fare una perfetta sfoglia, larga e sottile.

Costeggiando la Miljacka, un taxi mi portò all’ingresso della Baščaršija, il vecchio mercato ottomano con i cortili dei caravanserragli e le classiche casette in legno e calce, trasformate in ristoranti, bar e botteghe di souvenir. Come a Mostar, anche a Sarajevo i turchi hanno lasciato moschee e madrase, bazar e bagni, ma a quell’epoca risale anche la vecchia sinagoga: i primi ebrei sefarditi, scacciati dalla Spagna, arrivarono infatti già alla fine del Quattrocento.
Se l’intera Bosnia rappresenta il punto di incontro fra Oriente e Occidente, la città vecchia di Sarajevo ne costituisce il cuore: quando via Sarači si allarga e prende il nome di Ferhadija – elegante via pedonale molto frequentata – si passa dal quartiere ottomano-islamico a quello di epoca asburgica, dove sorgono le più recenti chiese cattoliche e ortodosse.


Sarajevo si sviluppa oblunga e compatta nella valle del fiume Miljacka, circondata interamente da rilievi. Dentro questo “catino” – come cantava Giovanni Lindo Ferretti – si concentrano case dai tetti rossi, minareti alti e sottili, tram colorati, condomini di cemento, ampi viali austroungarici e immensi cimiteri pieni di stele bianche su cui sono incise una mezzaluna dorata e una data di morte che inizia per 199 – un ben lugubre prefisso.
Quel giorno, oltre il fumo di ćevapčići, il cielo era opaco. Presso il bastione bianco, uno dei punti panoramici della città, un ex poliziotto riconvertito in guida turistica ci illustrò la situazione durante i quattro anni di assedio, come su una carta geografica. «Sarajevo era completamente isolata. Le strade erano interrotte, i rifornimenti di viveri e medicine bloccati. Acqua, elettricità, telefono e riscaldamento tagliati. I soldati delle forze serbo-bosniache circondavano la città e la bombardavano dai bunker situati nelle montagne».


A subire i colpi delle granate o dei proiettili dei cecchini e a patire il freddo e la fame erano cittadini di tutte le etnie: tra i circa dodicimila morti, secondo alcune stime, almeno un quarto era serbo o aveva parenti serbi. Dopo il conflitto il numero di residenti serbi e croati è crollato, tuttavia il pacifico miscuglio di popoli per cui Sarajevo è sempre stata famosa non è del tutto scomparso: «Il mio condominio ne è l’esempio» disse l’ex poliziotto, «visto che sullo stesso pianerottolo ci abitano una famiglia serba, una croata e una bosgnacca».

La visita guidata “Times of misfortune” proseguì in direzione del centro. «Alla vostra destra Pijaca Markale, dove avvennero due terribili stragi durante l’assedio. Qui, nel Veliki park, potete notare il monumento in ricordo dei bambini scomparsi durante la guerra. Laggiù sul marciapiede fiorisce una delle cosiddette “rose di Sarajevo”: come potete vedere, l’impronta lasciata da una granata è dipinta di rosso».
Anche qui una delle strade principali si chiama Maršala Tita. «C’è ancora chi rimpiange il vecchio Josip Broz?» domandai.
«Beh, quello che vi posso dire è che ai tempi di Tito c’era una classe media, oggi non più. Pensate che lo stipendio medio ammonta a trecento euro, mentre gli impiegati pubblici guadagnano appena il doppio».

A Koševo il simbolo delle Olimpiadi Invernali del 1984 era ancora in cima a una vecchia torre di cemento, arancione con i cinque cerchi colorati, ma sterminati cimiteri avevano invaso tutta la zona. In fondo svettava la silhouette della torre della televisione, arrugginita. «Era la prima volta che i giochi olimpici invernali si tenevano in un paese comunista» disse la guida «e tra le motivazioni della scelta ci fu, ironia della sorte, la multietnicità della città. In quel periodo stavamo vivendo un momento di grande sviluppo, e invece sappiamo com’è andata a finire: sulle montagne dove si svolsero le gare, durante l’assedio stavano appostati i cecchini serbi».
Attraversammo la galleria e sbucammo su via Zmaja od Bosne – all’epoca, la “strada dei cecchini” -, che taglia l’abitato. Passammo davanti all’inconfondibile sagoma gialla dell’hotel Holiday Inn: uno dei pochi alberghi al mondo in cui le stanze più care erano quelle senza vista.

Ad Alipašino Polje osservammo la sede dello storico giornale Oslobođenje, per poi arrivare a Butmir, il quartiere dell’aeroporto. Al tunnel di Sarajevo si accedeva da questa casa lasciata appositamente in piedi con i muri crivellati di squarci. A partire dal 1993, ogni giorno tre o quattromila persone attraversavano questo claustrofobico cunicolo di ottocento metri per rifornire la città di viveri e medicinali recapitati dai voli dell’ONU o dei soccorsi umanitari, oppure per scappare. Sembra che nessuno degli assedianti, pur sapendo della sua esistenza, abbia mai scoperto esattamente dove si trovasse. Una piccola sezione del tunnel originale rimane percorribile dai visitatori, mentre il resto dell’area è stato trasformato in museo.
«Ci sono passato circa due volte alla settimana per anni, da qui» ricordò la guida.
«Hai una foto di te all’epoca?» gli domandai.
«Unfortunately, non possedevo una macchina fotografica».

Per tornare in centro era inevitabile percorrere nuovamente la stessa arteria principale, ma l’ex poliziotto ci propose una piccola deviazione per addentrarci nel quartiere di Grbavica – il più martoriato di Sarajevo perché si trovava sotto il diretto controllo dei serbi. Se avessimo proseguito dritto, dopo circa un chilometro saremmo entrati nella Republika Srpska, ma non avevamo alcun motivo per farlo.
Tornammo indietro passando sul ponte Vrbanja, che ha preso il nome di “Suada e Olga” in ricordo delle prime due vittime dell’assedio. «Esso è noto anche per la straziante storia del Romeo serbo e della Giulietta musulmana, i fidanzatini che furono uccisi mentre cercavano di attraversarlo per scappare», ricordò la guida, evocando anche la morte dell’italiano don Gabriele Moreno Locatelli, che pochi mesi dopo manifestava insieme ad altri quattro pacifisti.

Il tour terminò davanti al monumento più simbolico della città, la Viječnica, la ex biblioteca di epoca asburgica di nuovo splendente nei gialli e rossi moreschi restaurati. Una targa ricordava che la notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 i criminali serbi incendiarono la biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia-Erzegovina, mandando in fumo più di due milioni di libri, periodici e documenti. «Do not forget, remember and warn!», recitava l’apostrofe finale. Qui non si faceva riferimento al perdono, ma in compenso si ordinava di stare in guardia: un’attitudine che mi sembrò molto più efficace.

All’ingresso della Baščaršija, in corrispondenza del Ponte Latino – «l’angolo che diede inizio al ventesimo secolo» –, entrai nel Muzej Sarajevo 1878-1918. Al suo interno un video ricostruiva l’ultima giornata dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando tra le vie della città, scampato ai precedenti attentati prima di essere ammazzato dal più estemporaneo degli assassini. Gavrilo Princip, infatti, ormai aveva rinunciato all’impresa e stava annegando nell’alcol il suo fallimento, quando casualmente si ritrovò l’auto dell’arciduca che faceva retromarcia proprio davanti all’osteria dove si era rifugiato. Una coincidenza così fortuita che non si può fare a meno di pensare all’eventuale corso degli eventi nel caso in cui, ad esempio, Princip fosse stato astemio: magari la prima guerra mondiale non avrebbe avuto luogo.
I pannelli nel museo ricordavano che a Sarajevo era stata organizzata una fiera resistenza contro l’Austria-Ungheria, di cui i bosniaci hanno smesso di essere orgogliosi: il ponte infatti non si chiama più Principov most come all’epoca della Jugoslavia.

Vicino alla cattedrale del Sacro Cuore notai una grande insegna nera. La Galerija 11/07/95 – Srebrenica exhibition è il primo memoriale del Paese, fondato per non dimenticare quello che è stato definito «il più spaventoso massacro in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale».
Guardando il primo video tornai a quei giorni di luglio del 1995 in cui, dopo la resa di Srebrenica, circa ottomila maschi musulmani furono portati via e massacrati dalle truppe speciali del criminale di guerra Ratko Mladić.
Le terrificanti immagini in bianco e nero di Tarik Samarah si concentravano sul dopo: fosse comuni, riesumazioni di cadaveri e campi profughi. Il montaggio serratissimo di scatti di Paul Lowe – con le note della “Summer Overture” di Mansell che attorcigliano le budella in sottofondo – era dedicato all’assedio di Sarajevo. Molte altre testimonianze esploravano il lato oscuro degli anni novanta al di là dell’Adriatico.

Al numero 7 di Ferhadija trovai un altro museo nuovo di zecca, aperto da appena cinque giorni. Museum of crimes against humanity and genocide 1992-1995, recitava il cartello pubblicitario sulla strada. Le indicazioni erano chiare: entrare in un cortile, suonare al citofono e salire al primo piano.
«Ti ho vista ieri sera sulla Miljacka», mi disse un tizio sui quarant’anni alla reception. Mi ero avvicinata per fargli una domanda, ma lui non capiva bene l’inglese. «Sono stato prigioniero in un detention camp in Republika Srpska, devi aver sentito parlare di Žepa, vero? Lì mi hanno torturato». Sudava, anche se non faceva molto caldo. Io non sapevo cosa dire e gli toccai leggermente il braccio.
Il museo fu un pugno nello stomaco. Osservando le fotografie dei prigionieri pelle e ossa, le fruste e i manganelli esposti nelle bacheche, i brutti maglioni insanguinati dei manichini, pensai in continuazione al tizio della reception. Mi dispiaceva che il giorno prima non mi avesse fermata quando mi aveva vista camminare da sola sulla Miljacka.

Le sere estive nella Baščaršija erano allegre e adatte a tutti i palati: gli avventori si suddividevano equamente tra chi consumava alcolici e ascoltava musica da discoteca e chi beveva tè, fumava la shisha e preferiva la musica tradizionale. I veli e le bevande analcoliche erano diventati di moda, anche perché tra i tavoli si mescolavano sempre più turisti mediorientali. In particolare, la meta cominciava ad essere molto gettonata tra i popoli del Golfo, attratti dalla cucina halal e da una natura molto più verde e rigogliosa delle loro lande desertiche. Il quartier generale di kuwaitiani, qatarini ed emiratini era il sobborgo di Ilidža, vicino alla sorgente del fiume Bosna, dove erano sorti hotel abbastanza sfarzosi da rispondere ai loro elevati standard.

Molta gente si accalcava sul bastione giallo in attesa del tramonto. Eravamo tutti affacciati sul “catino” di Sarajevo – con il suo fiume e i suoi ponti, i suoi cimiteri e i suoi minareti – aspettando che il sole comparisse almeno un secondo nel cielo prima di sparire definitivamente dietro le montagne olimpiche. Mi sembrava la scena finale del film Benvenuti a Sarajevo, dove centinaia di cittadini salgono alla fortezza per partecipare ad una manifestazione per la pace. Mancava solo il violoncellista che suonava l’Adagio di Albinoni.
Il sole si degnò di apparire quando ormai avevo perso le speranze e stavo camminando in discesa tra le lapidi a perdita d’occhio. Era un disco gigante tagliato a metà da una nuvola invisibile: due semicerchi color sangue accanto alla torre della televisione.

Bella ciao
Per tornare a Mostar non potevo evitare lo stesso autobus dell’andata, ma – seguendo il consiglio di Nera – decisi di fare una sosta a Konjic, situata sulla linea immaginaria che divide la Bosnia dall’Erzegovina. «Tutti i gruppi di turisti ci si fermano» mi aveva detto la padrona del bed & breakfast, «c’è il bunker di Tito, un bellissimo ponte, un museo… fermati giusto un paio di ore».
Quando scesi a Konjic, il tempo di raggiungere il centro e trovare un’agenzia turistica, e scoprii che la visita al rifugio segreto di Tito si effettuava soltanto prima delle quattordici – passate da un quarto d’ora. Era un peccato non poterlo visitare: ci avevano messo ben ventisei anni per costruire questa città sotterranea di seimilacinquecento metri quadrati, fornita di ogni comfort. Tito, il governo e i comandi militari, per fortuna, non avevano mai avuto la necessità di andarci a vivere, visto che dopo la seconda guerra mondiale non era scoppiato alcun conflitto armato – fino alla morte del Maresciallo, almeno.
Ripiegai sul ponte ottomano a sei archi: questo fratello minore del ponte di Višegrad, distrutto alla fine della seconda guerra mondiale, era stato restaurato e la sua bellezza si specchiava nella Neretva. Effettivamente il centro di Konjic non presentava altre attrattive, se escludiamo il solito museo etnografico. Così mi avviai mestamente verso la fermata dell’autobus, sperando di arrivare a Mostar in tempo per il tour The death of Yugoslavia.

Mentre arrancavo con il trolley, incontrai dei ragazzi francesi che uscivano da una specie di memoriale di guerra. Un moretto in vena di socializzare mi raccontò che erano di ritorno dal rafting nelle gole a nord di Konjic e poi, scoperto che sono un’insegnante di storia, mi propose un patto: «Io ti offro un tè alla menta e tu mi spieghi a grandi linee la guerra di Bosnia». Il mio istinto pedagogico mi impedì di rifiutare.
L’autobus diretto a Mostar passò per Čelebići, sede di un altro famigerato campo di detenzione per prigionieri di guerra serbo-bosniaci: tra i pochi processati bosgnacchi al tribunale internazionale dell’Aia figurano proprio i tre comandanti della struttura. Quindi costeggiammo il lago Jablaničko e proseguimmo seguendo il corso della Neretva. A causa dell’incontro fortuito con i tre francesi – solo uno dei quali, a dire il vero, interessato alla lezione di storia, gli altri due più presi dalla loro accanita partita a dama -, arrivai troppo tardi per la prevista visita guidata.

Dopo una romantica cena lungo la piccola diramazione della Neretva nei pressi del Ponte Storto, decisi di solennizzare con un cicchetto di rakija quell’ultima sera in Bosnia. Un gruppo di musicisti folk italiani conosciuto al bar mi invitò ad unirmi a una piccola comitiva multiculturale che nel frattempo si era formata, per andare a suonare sulla spiaggetta sotto il ponte. Tra un brano e l’altro il fisarmonicista confessò di saperne troppo poco delle guerre jugoslave e mi pregò di parlargliene – era già il secondo giovane viaggiatore che mi faceva la stessa richiesta quel giorno. «Avrei voluto un’insegnante come te» affermò al termine del racconto questo ventenne di Brescia con gli occhi lucidi, prima di provare a mettermi la lingua in bocca.


Delle ragazze dell’est chiesero “Bandiera rossa”, ma il brano non venne eseguito; i tre lombardi attaccarono invece una versione di “Bella ciao” per fisarmonica, clarinetto, chitarra e rakija, che tutti cantammo a squarciagola, nel cuore della notte, ai piedi del ponte di Mostar illuminato di giallo. Praticamente, la conclusione tipo di un film di Kusturica.
L’indomani un tassista mi accompagnò all’aeroporto di Mostar per otto marchi. La donna con gli occhi truccati di nero e dal forte accento campano ne aveva chiesti più del doppio per portare me e lo studente barlettano dall’aeroporto al centro. Lo dicevo io che c’era qualcosa di ambiguo in lei.


All’aeroporto ritrovai le allegre famiglie numerose per cui questo volo era stato concepito: rispetto al viaggio di andata, erano appesantite da un elevato numero di ingombranti madonnine avvolte nella carta di giornale, acquistate a Medjugorje.
«Il turismo religioso è quello più redditizio» mi aveva detto Dario durante la visita dell’Erzegovina, «i turisti normali quasi sempre visitano un posto soltanto una volta; nei luoghi di pellegrinaggio si torna più volte.» Non sempre è così, caro Dario. Io per esempio ci sarei tornata. E non per il santuario.