COM’È PICCOLO IL MONDO

I bagel di New York

Pokémon GO

Nonostante fosse la prima volta che mettevo piede a Manhattan, avanzai nel reticolato di strade con inaspettata sicurezza: Sesta strada, Quinta, Flatiron, Madison Square Park, Empire State Building, Bryant Park, Public Library. Dopo ventisei strade arrivai al Rockefeller Center: un ascensore molto veloce mi portò al sessantacinquesimo piano.
A occidente si preparava il quotidiano spettacolo del tramonto, ma per fotografare il sole che scivolava oltre Jersey City nel cielo rosa dovetti sgomitare tra la foresta di smartphone e fotocamere e infilare la mano in uno dei pochi pertugi tra un vetro e l’altro. Insomma, guardai il tramonto negli schermi degli altri device.

Poi, le luci della città cominciarono ad accendersi. La folla riempiva i marciapiedi e i poliziotti del NYPD si mettevano in posa con i turisti nel consueto delirio pacchiano di Times Square, che avevo già visto molte volte al cinema.
Cenando all’americana, capii che non sarebbe stato facile sfuggire alle tentazioni della carne. La birra costava uno sproposito e familiarizzai a malincuore con il concetto di gratuity, la mancia obbligatoria.
Nelle mie prime ore a NYC, a parte il fumo dai tombini, ero rimasta impressionata dal numero di persone chine sullo smartphone: quel giorno era uscita l’app “Pokémon GO”. A pochi mesi dalle elezioni presidenziali, le prime massicce campagne di disinformazione digitale stavano già penetrando quegli stessi schermi per esasperare le fratture sociali del Paese.

Trova i tuoi antenati e molto altro!

Prendiamo il traghetto per Staten Island ed è bello stare sul ponte mano nella mano a guardare il panorama di Manhattan che pian piano si allontana sul filo dell’orizzonte anche se non riesco a non pensare ai tanti che furono rispediti indietro per via degli occhi e dei polmoni malandati e mi domando come se la passassero poi in cittadine e paesetti di tutta Europa dopo aver visto New York anche solo di sfuggita.
Frank McCourt, Che paese l’America!

La gita a Ellis Island partì da Battery Park, all’estremo sud di Manhattan. La gestione dell’imponente massa di turisti che affollava i traghetti era impeccabile. Ad ogni angolo del tragitto c’era un omino che ripeteva tutto il giorno istruzioni ridondanti: Cammina. Vai dritto. Gira. Sali. Scendi. Mi aspettavo da un momento all’altro che mi ricordassero pure di respirare: Inspire. Expire.

Il Museo dell’immigrazione illustrava con dovizia tutte le procedure che i nostri antenati dovevano subire una volta giunti sul suolo americano, comprese le visite mediche, i test d’intelligenza, le ispezioni legali e le eventuali quarantene. Le foto e gli oggetti erano esposti tra le piastrelle bianche in stile policlinico che ricoprivano le pareti. Per soli sette dollari si poteva usufruire di mezz’ora di servizio di Immigrant Search, per cercare negli archivi notizie di un parente passato di qui: un cartello ci informò che più di tredici milioni di italiani risiedevano stabilmente negli Stati Uniti. Intanto, la retorica elettorale di quei giorni si preparava a rimettere i confini e i muri al centro del sogno americano.

Presso il Museo nazionale degli indiani d’America, la signora Loporcìo mi svelò che il noto richiamo pellerossa con la mano sulla bocca in realtà non aveva alcuna verità storica. La suddetta impiegata ne approfittò per raccontarmi la storia della sua famiglia. Sua madre, di origine algonchina, conduceva una vita molto ritirata in Minnesota finché un giorno, nel resort dove lavorava intrecciando cestini, conobbe un giovane che era in vacanza con uno zio. Il ragazzo aveva sangue latino nelle vene (i genitori erano degli italiani che avevano fatto un matrimonio per procura) e il suo eccitante alone di trasgressione fece subito presa sul cuore dell’ingenua fanciulla, che voleva evadere dalla sua noiosa vita di campagna. Da quella improbabile coppia venne fuori la nostra signora Loporcìo. E comunque erano curiosi gli americani: dopo aver fatto fuori quasi tutti gli amerindi, gli avevano dedicato un museo.

Immagina tutta la gente

Quando scoprii che la maggior parte delle sale del Guggenheim Museum ospitava la mostra di Moholy-Nagy, mi rammaricai di aver speso venticinque dollari per il biglietto.
Al Central Park resi omaggio a Giuseppe Mazzini e John Lennon, quindi sollevai lo sguardo fino alla statua di Cristoforo Colombo («irriso prima, minacciato durante il viaggio, incatenato dopo») che svettava col suo vezzoso cappellino in cima ad una colonna alta circa venti metri. Grazie alla sua posizione negli anni seguenti è scampata ai tentativi di abbattimento e decapitazione: il vandalismo “woke” si è limitato alla base del monumento.

Diedi un’occhiata a tutta la gente che fissava il proprio smartphone nella Grand Army Plaza, seduta sotto la statua dorata del generale Sherman, e dedussi che lì erano nascosti un bel po’ di Pokémon. Trassi dunque le mie conclusioni mentre mi incamminavo sulla Quinta strada a guardare le vetrine di Bulgari, Armani, Dolce & Gabbana.
Osservai come la gestione delle lattine fosse nelle mani della comunità indocinese: minuscoli vietnamiti o laotiani muniti di cappello tipico che trasportavano per le roventi vie della città enormi buste piene di “can” attaccate a un palo in equilibrio sulle spalle, proprio come se vivessero sulle rive del Mekong. Entrai nella St. Patrick’s Cathedral per ammirare gli slanciati archi gotici e infine mi aggirai negli eleganti ambienti del Waldorf Astoria alla ricerca di un bagno.

Presi la subway fino al Village e mi sedetti su una panchina di Washington Square Park a guardare l’umanità circostante. All’ora di cena schivai i ristoranti cubani, spagnoli, francesi, caraibici o ebraici nelle traverse di Bleecker Street e mi dedicai a consumare un hamburger di circa novecento calorie. Leggendo le informazioni nutrizionali presenti nel menu, mi chiesi come si potessero raggiungere addirittura millecinquecento calorie con un solo hamburger.

Di sera, nelle vie poco illuminate non era raro intravedere la sagoma di un ratto che sfrecciava, e infatti non avevo mai visto nemmeno un gatto randagio a Manhattan. Alcuni marciapiedi erano interamente ricoperti di sacchi della spazzatura: nei film New York sembrava più pulita.

Le vite dei neri contano

Il Whole Foods Market di Union Square funzionava in un modo tipicamente newyorkese. Feci la spesa al supermercato al piano terra, molto fornito anche di piatti pronti, poi pagai e andai a mangiare il mio cibo ad uno dei tavoli al piano di sopra; qui un inserviente mi disse che non si poteva bere alcol, inclusa dunque la lattina di birra che avevo appena comprato. In compenso, tutto era biodegradabile.

Nella piazza di fronte intanto andavano avanti le manifestazioni “Black Lives Matter”: dopo Alton Sterling, un afroamericano ucciso dalla polizia a Baton Rouge, Louisiana, quel giorno un’altra morte aveva incendiato il clima tra forze dell’ordine e la comunità dei neri americani: Philando Castile era stato colpito a morte dagli spari dei poliziotti mentre era in auto con la moglie e la figlia piccola. Era successo nei sobborghi di Minneapolis, Minnesota.

Dopo i due omicidi e le conseguenti proteste, si era compiuta la strage di Dallas ad opera di un venticinquenne riservista dell’esercito americano che aveva prestato servizio in Afghanistan: cinque poliziotti erano morti e sette persone erano rimaste ferite, di cui due civili.
Mentre passeggiavo tra le strade da archeologia industriale di Chelsea, incrociai un’altra manifestazione. Si protestava contro il “white silence“, il silenzio dei bianchi, che permette agli oppressori di continuare ad opprimere. Secondo i promotori, i bianchi hanno la responsabilità di usare il privilegio del loro pigmento per combattere contro l’ingiustizia: tacendo, è come se prendessero loro stessi le pistole in mano. «Il silenzio significa accettazione e invece non è accettabile un mondo in cui nel 2015 erano stati ammazzati così tanti neri dalla polizia» concludevano.

Nessuno tra i manifestanti poteva immaginare che quelle giuste e viscerali proteste venissero in quelle stesse ore amplificate e cavalcate via social dai troll di Mosca, impegnati a esasperare l’odio razziale per spaccare l’America dall’interno e favorire l’ascesa dell’uomo forte. Le indagini successive del Senato statunitense avrebbero confermato che l’agenzia di disinformazione russa IRA utilizzò persino i geolocalizzatori di “Pokémon GO” per pianificare provocazioni etniche in quelle piazze.

Di domenica partecipai alla messa presso la chiesa metodista di Salem, ad Harlem. Sul programma del servizio dell’ottava domenica dopo Pentecoste in copertina figuravano i nomi e le foto dei morti ammazzati della settimana. Il sermone che invitava a pregare per questi fatti di cronaca era disponibile anche su CD al prezzo di sette dollari. Il momento più sentito fu quello delle offerte, quando vennero condotti all’altare grossi piatti colmi di banconote, molte delle quali uscite dai portafogli dei turisti stranieri che costituivano la maggior parte assoluta della platea.

L’eleganza degli abiti della domenica era quella che avevo imparato a conoscere sin da piccola guardando sit-com come I Jefferson e I Robinson. Alcuni abitanti di Harlem sfoggiavano queste mise per recarsi al ristorante e rimpinzarsi di un abbondante brunch. Io invece anche quel giorno pranzai con un paio di bagel offerti al buffet mattutino dell’hotel, riempiti di philadelphia e incartati in un tovagliolo.

Non diventare una statistica

Nella subway era facile prendersi una bronchite: sottoterra c’era un caldo infernale, ma quando si entrava nel treno la temperatura scendeva precipitosamente congelandoti il sudore sulla schiena. Mi informarono che centoquarantacinque persone erano state investite dalla metropolitana nel 2014 (cinquantotto delle quali erano morte) e mi consigliarono di stare indietro per non diventare una statistica.

Scesi a “Clark St” per raggiungere i Brooklyn Heights e la Promenade. Stavano tutti là a farsi le foto e a sfoggiare i loro abiti eleganti per i vari matrimoni dominicani, battesimi italiani e quindicesimi compleanni messicani, prima di entrare nelle limousine lunghissime che li attendevano in fondo.
La vista mozzafiato di Manhattan era resa fiabesca dalla nebbia che diventava sempre più fitta col passare del tempo, nascondendo le cime dei grattacieli più alti.

Suggestionata dagli eventi passati e presenti, provai una certa ansia quando, percorrendo le strade di Dumbo, vidi il fumo di un’esplosione, dei mattoni che precipitavano sulla strada e un uomo steso per terra vicino ad un’automobile senza sportelli. Quando poi notai che la gente non sembrava affatto preoccupata, mi venne in mente che NY è la città dove si girano più film in assoluto. E infatti riconobbi la macchina da presa e quando la scena finì scoprii che i mattoni erano fatti di un materiale leggerissimo. Che Paese l’America!

Emozione estrema

La cosa sbalorditiva, che rendeva questa elezione diversa da tutte le altre, era che proprio per la sua follia, non malgrado questa, trovava appoggio fra la gente. Cose che avrebbero squalificato qualsiasi altro candidato facevano di lui un eroe agli occhi dei suoi seguaci. Taxisti sikh e cowboy al rodeo, bionde rabbiose della cosiddetta alt-right e neurochirurghi neri erano d’accordo: noi adoriamo la sua pazzia, niente eufemismi buonisti, se lo toccano lui spara, dice quel cazzo che vuole, rapina tutte le banche che gli va di rapinare, ammazza chi gli pare, è il nostro uomo.
Salman Rushdie, La caduta dei Golden

Feci colazione davanti al maxischermo sintonizzato sullo speciale della CNN “America’s choice 2016”. Donald Trump affermava senza tentennamenti: «I am the law and order candidate».
Mi diressi al quartiere italiano a sud di Brooklyn: scesi alla diciottesima e passeggiai tra pizzerie e barbieri bianchi rossi e verdi. Un barista col toupet, di origine calabrese, annunciò con entusiasmo che avrebbe votato per Trump. Gondole di ceramica, Crodini, banconote da mille lire e souvenir fatti di conchiglie decoravano gli scaffali di zinco dietro il bancone. Il caffè lo offriva lui ed era meglio non insistere: la sua mano sul mio polso fu piuttosto ferma.

Altri oriundi meridionali che giocavano a carte seduti al tavolino sul marciapiede mi informarono che c’era stato un terribile incidente in provincia di Bari. La collisione tra due treni era avvenuta nella campagna andriese, in mezzo agli uliveti. Al momento non mi sapevano dire l’entità della tragedia, ma poi avrei scoperto che c’erano stati ventitré morti. Su quella linea ferroviaria molto frequentata c’era ancora il blocco telefonico manuale, un sistema obsoleto risalente agli anni trenta, che documentava il ritardo infrastrutturale dell’Italia meridionale, penalizzata dalla gestione opaca dei fondi regionali.
Poi incontrai il barbiere Ernesto e il suo amico, entrambi di origine siciliana e muniti di baffi e crocifissi d’ordinanza: parlavano come nel più becero dei film sugli italoamericani.

L’indomani mangiai il bagel incartato nel tovagliolo sulla spiaggia di Coney Island, affollata di gabbiani e bagnanti di tutte le nazionalità. Per pochi giorni mi ero persa la gara dei mangiatori di hot dog, che si teneva ogni 4 luglio. Sulla passeggiata pavimentata in legno i cartelli scritti in cirillico segnalavano il territorio di una comunità russa cresciuta a due passi dall’Atlantico. Terrificanti urla provenivano dalle giostre “emozione estrema” del celebre luna park.

A Williamsburg i muri erano ricoperti di disegni colorati e le vecchie fabbriche erano state convertite in localini di tendenza. Il tramonto era giallo sui grattacieli di Manhattan dal parco dell’East River, rilassante pausa di bellezza tra partite di pallone, coppie che limonavano, cani e padroni che facevano amicizia.

Ottuso ottimismo

«Non ho mai conosciuto gente più amichevole dei newyorkesi in vita mia», affermò senza incertezze un ometto fiducioso col berretto da baseball che era con me nell’ascensore dell’hotel. «We are from Phoenix, Arizona», chiosò la moglie, come se io non fossi in grado di leggere il nome della loro città scritto a grandi lettere maiuscole sulla t-shirt del marito. Rinvigorita da questo ottimismo un po’ ottuso ma tipicamente americano, mi apprestai a visitare il MoMA.
Attraversai il ponte di Brooklyn al tramonto, e a cena, tra un boccone di arepas venezuelane e l’altro, pensai alla crisi che stava divorando quel Paese mentre io ne mangiavo le specialità a New York. Quel giorno non c’era ancora stato nessun evento mondiale catastrofico.

Solo in hotel mi raggiunsero le notizie sull’attentato di Nizza: più di ottanta morti, più di trecento feriti, quasi trenta nazionalità coinvolte nella strage sulla promenade des Anglais, dove un uomo alla guida di un autocarro aveva investito la folla dei festeggiamenti per la festa nazionale francese. L’attentatore era stato ucciso dalla polizia. Lo Stato Islamico stringeva l’Europa in una morsa di terrore, spingendo le democrazie occidentali verso lo stesso cortocircuito che si stava costruendo negli Stati Uniti.

Mentre sorvolavo l’Atlantico, in Turchia era in corso un tentativo di colpo di stato: quando lo appresi, alle cinque del mattino, ero atterrata a Napoli ed era già stato sventato. Anche quell’evento avrebbe avuto ripercussioni profonde.


ALTRE AMERICHE

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