Città del Messico-Chiapas in solitaria
Gli esseri umani non amano fare le cose da soli. Gli italiani, in particolare, sono un popolo che cerca compagnia persino per andare al cinema o al cesso, figuriamoci per i viaggi. Muoversi in solitudine sembra ai più una pratica da sfigati o, al massimo, un’esperienza incompleta. Non a caso, una buona parte dei “solo traveller” nostrani che ho incrociato in giro per il mondo era partita con qualcuno per liberarsene a metà strada, oppure stava raggiungendo il classico amico che ha aperto un baretto a Playa del Carmen o che fa il baby pensionato in qualche luogo fricchettone dell’India.
D’altra parte, nemmeno per me è sempre stato facile sottrarmi a questo condizionamento sociale. Prima di ogni partenza, infatti, alcuni conoscenti si divertono a terrorizzarmi, elencandomi le sfighe più drammatiche che potrebbero capitarmi e dalle quali difficilmente mi salverò a causa della mia irrimediabile solitudine.

Tutta sola a México, D.F.
Dopo essere atterrata a Città del Messico, raggiungo il centro storico in autobus. Alle dieci di sera mi ritrovo a vagare tra vicoli bui e deserti alla ricerca dell’hotel prenotato. L’atmosfera è decisamente inquietante; persino i capannelli di poliziotti che chiacchierano agli angoli delle strade, invece di tranquillizzarmi, mi mettono ansia. L’accoglienza alla reception da parte di una donna scorbutica, barricata dietro una gabbia di ferro, non contribuisce affatto a rasserenarmi. Scoprirò soltanto il giorno seguente che l’albergo si trova proprio a ridosso di una centrale di polizia.
Mi sveglio all’alba in preda ai morsi della fame. L’unico suono che proviene dalle strade è la cantilena metallica del venditore ambulante di gas, ripetuta all’infinito.
Città del Messico si sveglia molto tempo dopo, quando ho già raggiunto l’immenso Zócalo – a quell’ora popolato solo da spazzini in divisa fluorescente e lustrascarpe – e visitato la cattedrale ancora vuota. Mi calo nel budello della metropolitana diretta a Chapultepec. Ne riemergo in Paseo de la Reforma, provata dal corpo a corpo sostenuto per salire e scendere dai treni, e frastornata dalle orde di venditori ambulanti che recitano le loro litanie a turno, senza soluzione di continuità.
Dopo aver trascorso ore liete all’interno dello straordinario Museo di Antropologia, mi siedo sul prato per assistere allo spettacolo dei voladores, acrobati indigeni in abiti tradizionali che, legati ad una corda per le caviglie, volteggiano nell’aria intorno a un palo altissimo. Le interpretazioni più accreditate associano questa antica danza rituale indigena alla fertilità della terra, simboleggiata dalla discesa dei volatori che mimano la caduta della pioggia.


Nel pomeriggio lo Zócalo è affollatissimo e il traffico nelle vie circostanti è del tutto congestionato. Molti defeños sono in fila per usufruire della pista di pattinaggio sul ghiaccio e visitare le altre attrazioni che, per l’intero periodo natalizio, occupano una buona porzione della piazza.
Lo show dei danzatori aztechi che ballano al ritmo incalzante delle percussioni tradizionali mi ricorda che un tempo qui sorgeva il centro cerimoniale di Tenochtitlán. La capitale dell’Impero “Mexica” fu fondata nel punto esatto in cui apparve la leggendaria aquila di cui parlava un’antica profezia, per poi essere quasi completamente rasa al suolo dai conquistadores di Cortés.
Tenochtitlán era un’isola artificiale situata al centro del lago Texcoco. Fu proprio in seguito ad un’esondazione che si avviò una straordinaria ricostruzione della città; in quell’occasione si provvide anche all’ampliamento del Templo Mayor, celebrato sacrificando migliaia di prigionieri in onore di Tláloc. Il temutissimo dio della pioggia e della fertilità era infatti molto temuto poiché ritenuto l’unico responsabile delle inondazioni e degli annegamenti.


Alle sette di fronte alla cattedrale ho appuntamento con Raul, un simpatico meticcio che ho conosciuto in rete. Nonostante l’opinione di certi miei conoscenti, viaggiare da soli non vuol dire infatti avere una vita sociale inesistente nel Paese che si è scelto di visitare. Mentre passeggiamo, mi racconta alcune curiosità di México, DeFe: ad esempio mi spiega che quella statua a forma di scheletro con indosso veste e velo di pizzo rappresenta la santa de la muerte, mentre quel santo che le sta di fronte in mezzo alla strada, vestito di verde, con una moneta sul petto e una fiamma in testa, è San Judas Tadeo, il santo delle cause perse. «Entrambi sono molto popolari anche nel mondo dei delinquenti e narcotrafficanti», chiosa Raul. A cena ormai mi rassegno al fatto che sarebbe stato impossibile alimentarsi senza avere a che fare col mais.


La mestizia della Nochebuena
La pioggia…
Sono nata nella pioggia.
Sono cresciuta sotto la pioggia.
Una pioggia fitta, sottile… una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.
Sono nata con lo scroscio della pioggia battente.
Pino Cacucci, ¡Viva la vida!
Teotihuacan era la capitale di una delle civiltà più singolari della storia dell’umanità, densamente abitata da una comunità multietnica di zapotechi, mixtechi, maya e nahua. Furono loro – prendendo a modello le circostanti montagne – a inventare le piramidi a gradini, così sfruttate da aztechi e maya e così sfiancanti da scalare per noi turisti. Il declino di questa metropoli cominciò a causa di una devastante siccità: un paradosso difficile da credere il giorno della mia visita, visto che la pioggia non ha smesso per un istante di cadere, copiosa.
Sebbene gli indigeni ne sarebbero stati entusiasti, per me questo maltempo si rivela poco piacevole. Enormi pozzanghere maculano la Calzada de los Muertos, il viale principale su cui si affacciano i maggiori monumenti del sito archeologico. Dopo la massacrante scalata della Piramide del Sole resto profondamente delusa dal panorama, semicancellato dalla nebbia. Se già in condizioni normali è arduo immaginare questi luoghi come dovevano apparire all’epoca – magari interamente dipinti a colori vivaci -, con questo clima diventa un’impresa impossibile.



Tornata in città, il diluvio prosegue e fa freddo. Entro in un locale per asciugarmi vicino al fuoco adibito alla cottura del pastor, un cilindro rotante all’apparenza identico al kebab ma fatto con carne di maiale. Sono a due passi dal Palacio de Bellas Artes, dove pregusto già di ammirare i celebri murales di Rivera. Be’, la farò breve: il 24 dicembre tutti i musei di Città del Messico sono sbarrati.
Al colmo della delusione mi rinchiudo in malinconica solitudine nella mia camera. Alla televisione trasmettono un documentario che svela tutti i segreti della stella di Natale, o poinsettia: questo tipico fiore delle feste in realtà è un vero e proprio albero e in Messico, terra di cui è originario, si chiama Nochebuena, un nome che definisce anche la sera della vigilia.
Grazie alle dritte della receptionist apprendo che durante questa ricorrenza i defeños festeggiano rigorosamente in famiglia e che trovare un posto dove cenare sarà un’impresa. Per appurarlo di persona mi devo avventurare sotto la pioggia nelle strade deserte – eccezion fatta per i soliti capannelli di poliziotti – fino ad approdare al Cafè Sanborns in calle Madero, l’unico aperto della zona.
Una profonda tristezza mi assale al pensiero di stare seduta da sola a questo tavolo, dopo aver fatto persino la fila per entrare, nell’unico ristorante in attività del centro di una megalopoli di venti milioni di abitanti, con questo clima davvero poco tropicale per i miei gusti.
Comincio a covare pensieri dissennati: forse il dio Tlaloc ha deciso di ricambiare la devozione e i sacrifici umani che per secoli i messicani gli hanno dedicato. O forse c’è lo zampino dei voladores, fin troppo alacri nelle loro acrobazie aeree. Mi torna in mente Cortés: pure quella famosa “noche triste”, quando i Mexica riuscirono a mettere in fuga gli spagnoli, pioveva a dirotto; l’eroico conquistador si mise a piangere per la sconfitta, seduto insieme alla sua Malinche sotto a un immenso cipresso. Vado a letto presto, sfiorata dal fugace dubbio che forse i miei conterranei non abbiano tutti i torti a scegliere di viaggiare in compagnia


La Madonna di Guadalupe
Che cosa bella gli orari! Gli orari sono fatti di un tempo speciale che non appartiene al Tempo con la maiuscola, appartiene a un tempo stretto, contabile, che entra nella pagina di un’agenda. Si fanno i calcoli: prendendo l’autobus delle quattro del mattino arrivo ad Oaxaca alle sette del pomeriggio. La cerimonia degli stregoni zapotechi sulle colline è alle ventuno, se l’autobus non ritarda ce la dovrei fare. Questo lunedì. Per martedì poi si vede.
Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi
Il giorno di Natale mi sveglio afflitta: ho sprecato una giornata di viaggio ed è di nuovo l’alba. Mi reco alla stazione degli autobus TAPO, determinata a lasciare la capitale il prima possibile. Purtroppo, nel caos generale del terminal, mi comunicano che la prima corriera disponibile per Oaxaca partirà soltanto tre ore più tardi.
Per ingannare l’attesa mi metto a chiacchierare con un gruppo di tassisti dall’aria giuliva. Per arrotondare il loro magro stipendio mi propongono un’improvvisata gita fuori porta. La meta prescelta è la Basilica di Nostra Signora di Guadalupe, dove è custodito il miracoloso mantello di Juan Diego, l’indigeno azteco convertito a cui comparve la Vergine nel lontano 1531. Su questo pezzo di stoffa, detto tilma, è impressa l’immagine della cosiddetta Virgen Morenita. Per la Chiesa cattolica restano tuttora inspiegabili sia la tecnica con cui fu impressa l’effigie, sia il fatto che il tessuto sia giunto integro fino a noi. I tassisti mi spiegano che nelle pupille della vergine si può scorgere il riflesso dello stesso Juan Diego al cospetto del vescovo Juan de Zumárraga. Mi raccontano anche di come il quadro e il vetro protettivo siano rimasti miracolosamente intatti durante un attentato dinamitardo che devastò l’altare. La chiesa è gremita per la messa del 25 dicembre, officiata da decine di preti e chierichetti in un tripudio di mazzi di stelle di Natale.
Terminata la visita, i tre autisti – devotissimi alla Vergine – mi riaccompagnano alla stazione, ansiosi di raggiungere le rispettive famiglie per addentare il classico pavo natalizio.


La corriera per Oaxaca parte dopo i consueti, maniacali controlli di sicurezza. Fuori dalla capitale il paesaggio si dispiega in variegate combinazioni da cartolina: compaiono le prime piante succulente e i grandi cactus, verdi sentinelle ombreggiate a tratti da nuvoloni prima grigi e poi bianchissimi. Nei pressi di Puebla, sulla destra, si stagliano due maestosi vulcani: l’Iztaccíhuatl, la “donna che dorme”, e il suo innamorato nonché guardiano a vita: l’appuntito Popocatepetl.


Arrivo a destinazione al colmo dell’entusiasmo: fa così caldo che posso finalmente sbarazzarmi dei pesanti abiti invernali. Mi faccio portare subito in Calle de la Noche Triste, dove si trova l’hostal che ho prenotato. Proprio mentre sbrigo le formalità del check-in, Helene e Ivan sbucano inaspettatamente alla reception. Mi avevano detto che sarebbero partiti questo pomeriggio, invece hanno rimandato la partenza a domani. Insieme a loro trascorro la serata in una scoppiettante compagnia multiculturale, nel cortile della casa di Daniel, al centro del quale spuntano un grande albero e un’amaca. Ci sono un gatto appollaiato sul bancone di un bar in disuso, del vino rosso, una ricca insalata, una caffettiera da dodici tazze, una bottiglia di tequila e una chitarra che emette sonorità vagamente portoghesi. In definitiva, una noche tutt’altro che triste, che mi fa completamente dimenticare le paturnie del Defe.

La valle di Tlacolula
Per addentrarmi nella Valle di Tlacolula opto per una gita organizzata muy barata. Queste escursioni sono un’ottima opportunità per fare nuove conoscenze, ma rappresentano sempre un azzardo: non sai mai con chi dovrai trascorrere la giornata e i ritmi rischiano di essere troppo serrati. A quanto pare, però, è l’unico modo sensato per raggiungere Hierve el Agua. Alle nove sono già in agenzia e vengo inserita in un gruppo abbastanza grande, da smistare in due auto. Sin da subito mi accorgo che avremo il tempo di fare tutto con estrema calma, godendoci pienamente la gita insieme a persone affabili e di ottima compagnia, tra i quali eleggo immediatamente due vice-genitori di Monterrey.
Imbocchiamo allegramente la Carretera 190, un tratto della leggendaria Panamericana, la rete stradale che attraversa quasi tutto il continente, dall’Alaska al Cile. Il paesaggio è assolato e arido, punteggiato da fichi d’India, agavi, maestosi cereus e piante di jacaranda.
La prima tappa è Santa María del Tule, celebre per ospitare uno degli alberi più monumentali del pianeta. Questo cipresso di Montezuma non è soltanto gigantesco – in confronto la chiesa adiacente sembra un modellino -, ma anche molto antico. Una volta sul posto, le guide indicano indefesse i vari punti del tronco nodoso dove, con una buona dose di immaginazione, pare di scorgere sagome di animali e oggetti scolpiti nel legno. Certo, la visita a El Gigante non mi scatena la stessa straordinaria ammirazione che produsse nel neurologo e scrittore britannico Oliver Sacks e, prima ancora, nel naturalista ed esploratore tedesco Alexander von Humboldt; in ogni caso, fa decisamente impressione pensare che “lui” era già lì da almeno mille anni quando arrivarono gli spagnoli.

Subito dopo, imboccando una pista sterrata lunga e tortuosa, ci dirigiamo lentamente verso Hierve el Agua. Oltre al biglietto d’ingresso ufficiale, siamo obbligati a pagare un ulteriore pedaggio direttamente agli abitanti dei villaggi di San Lorenzo Albarradas e San Isidro Roaguia. L’autista spiega che questo accade perché lo stato di Oaxaca non investe il denaro sborsato dai turisti per migliorare le infrastrutture e le condizioni di vita degli abitanti della zona, che restano tuttora misere.
In questa remota e arida regione, l’attrazione principale è costituita da due spettacolari speroni di roccia che si innalzano sopra la vallata: grazie ai sedimenti calcarei lasciati nei secoli dall’acqua ricca di minerali, le pareti si sono modellate a forma di cascate pietrificate, simili a prodigiose stalattiti. L’acqua sgorgata dalle sorgenti, prima di scivolare via, si accumula in piscine naturali dalle sfumature turchesi nelle quali molti turisti stanno spensieratamente sguazzando, confidando in miracolosi effetti terapeutici. Non bisogna però farsi ingannare dal nome: l’acqua non “hierve” (“bolle”) sul serio e non è affatto calda, il termine descrive solo il gorgogliare delle fonti in superficie.



La tappa successiva è Mitla, un sito archeologico zapoteco celebre per le sue facciate a mosaico miracolosamente intatte. Queste tessere di pietra incastonate con millimetrica precisione compongono complessi disegni geometrici che ricordarono a Oliver Sacks quelle allucinazioni che possono colpire gli uomini «durante gli stati di assideramento, di perdita dei sensi, d’intossicazione oppure di emicrania». In occasione della sua visita a Mitla, il noto neurologo si chiese se queste cosiddette «costanti formali allucinatorie universali» – magari amplificate dal consumo di funghi allucinogeni o piante sacre – potessero aver influenzato le forme d’arte geometrica di questa e di altre culture precolombiane.

A questo punto andiamo al ristorante a mangiare tortillas, enchiladas, tacos e quant’altro, il tutto annaffiato da abbondante birra Negra Modelo, con una calma serafica; come se non fossero già le cinque di pomeriggio e non dovessimo visitare ancora i laboratori di tappeti di Teotitlán del Valle e la fabbrica di mezcal.
Stavolta sono io ad avere fretta, avendo acquistato un biglietto per lo spettacolo di Guelaguetza all’hotel Camino Real, fissato per le nove. Inutile dire che alle dieci, dopo aver appreso le antichissime tecniche zapoteche per la tintura naturale della lana e aver seguito passo dopo passo il tradizionale processo di lavorazione dell’agave, ci troviamo a un tavolo a certificare la qualità del distillato locale. Per la precisione, stiamo beatamente tracannando il diciassettesimo cicchetto – ormai siamo passati dal mezcal puro a quello aromatizzato alla frutta – e sgranocchiando cavallette fritte piccanti. Com’era prevedibile, allo spettacolo di balli tradizionali non ci sono mai andata, visto che siamo rientrati verso le undici, abbastanza borrachos e con circa quattro ore di ritardo sulla tabella di marcia.



L’aria di Oaxaca
“…Oaxaca.”
La parola era come un cuore che si schianta, era come un improvviso squillar di campane soffocate in una rapina di vento, le ultime sillabe di uno che muore di sete nel deserto.
Malcolm Lowry, Sotto il vulcano
Cos’è la felicità? Ad esempio, avere un’intera giornata da trascorrere a Oaxaca, senza nessuno a cui dover dare conto, senza alcun impegno o appuntamento. Passeggiando in calle Alcalá di prima mattina, la luce purissima accende le facciate dipinte e gli edifici coloniali. L‘andador turistico – lo dice la parola stessa – sembra fatto apposta per essere percorso da cima a fondo, invitando a indugiare tra botteghe, gallerie d’arte, bar e cortili monumentali.
Faccio il mio ingresso nel maestoso tempio di Santo Domingo. L’ex-convento, di cui la chiesa faceva parte, dopo un sapiente restauro è diventato lo splendido Museo delle Culture; lo visito con attenzione e molta curiosità, ripercorrendo la storia dello Stato e ammirando dalle finestre l’antico giardino, oggi riconvertito in orto etnobotanico.


Quando esco, proprio di fronte all’ingresso principale della chiesa, mi imbatto in una figura femminile ambigua: troppo giovane e colorata per essere una sposa, troppo adulta per una bambina in età da prima comunione, troppo reale per essere una principessa delle favole, troppo fuori stagione per una maschera di carnevale. Non riuscendo a darmi pace, chiedo lumi a una passante, la quale mi svela che si tratta di una quinceañera: da queste parti è usanza che le ragazze festeggino i quindici anni in modo estremamente coreografico, con una messa solenne seguita da un grande banchetto. Questa ragazza, nello specifico, sfoggia una pomposa gonna di tulle, uno scialle scintillante, un’elaborata pettinatura e un trucco pesante; il suo bouquet richiama lo stesso colore della gonna e della cravatta indossata dai suoi “ciambellani” – ragazzotti impomatati che le camminano intorno formando un fiero manipolo difensivo.

L’andador pedonale sbuca infine sullo Zócalo, una piazza quadrata circondata da eleganti portici che ospitano diversi caffè: all’inizio della giornata tutti siedono ai tavoli al sole, per poi transumare verso l’ombra nelle ore centrali. Come accade sovente in Messico, è in atto una protesta. I dissidenti sono accampati in tendopoli nel giardino centrale e decine di manifestini colorati richiamano l’attenzione sul tragico fatto di cronaca avvenuto a settembre: i quarantatré studenti scomparsi in un agguato nello stato di Guerrero. Su fogli di carta accesi, sotto le foto dei ragazzi, le accuse sono scritte a pennarello: «Ayotzinapa crimine di Stato», «Sono una maestra e mi manca un gruppo di 43», «Governo oppressore che uccide gli studenti», «Basta bugie». Oaxaca è una città combattiva e ribelle, che pretende justicia per questo come per altri crimini passati. Non molti anni fa, tra il 2006 e il 2007, la città fu teatro di scioperi radicali e violenti scontri trail governo autoritario e le forze d’opposizione; gli insegnanti in lotta alla fine ottennero alla fine un aumento di stipendio, ma a prezzo di feriti, arresti e persino morti. Anche se nel centro storico è difficile notarlo, questo resta tuttora uno degli Stati più poveri del Messico.


Nel Museo del Palacio è esposto l’enorme murale di Arturo García Bustos che illustra gli episodi salienti della città, terra di origine del politico più amato dai messicani (Benito Juárez) e del più odiato (Porfirio Díaz). Adorabile anche il Museo Rufino Tamayo, con le sue statuette preispaniche di una bellezza mozzafiato, stagliate su sfondi di colori intensi che richiamano i muri degli edifici, valorizzandone ogni dettaglio: i sorrisi, i gesti, le collane, gli orecchini, le unghie, le costole, gli occhi e i denti.
È meraviglioso, infine, addentrarsi nei mercati e perdersi tra le piramidi di peperoncini di ogni varietà (chile mulato, huacle negro) e di cavallette fritte («35 años de experiencia de venta de chapulines»), di mole rojo e coloradito; tra le cataste di frutta esotica e gli ordinati bicchieri di aguas frescas e nieves, tra le coloratissime piñatas pronte a essere rotte con un bastone, i vasi di terracotta, i sombreri, le amache, gli ex-voto di latta e le creature fantastiche intagliate nel legno chiamate alebrijes.




Con tutti questi colori negli occhi lascio Oaxaca, a tarda sera, a bordo di un pullman della ADO. Mentre prendo sonno sul sedile reclinato, penso che gli spagnoli — dopo meno di un anno da quella epica Noche Triste — riuscirono infine a espugnare Tenochtitlan. La distrussero quasi del tutto, ed è da lì che tutto ebbe inizio: la Nochebuena, le cattedrali metropolitane, la Virgen de Guadalupe, San Judas, i Gesù crocifissi dall’aspetto così afflitto, ma anche il morbillo e la scarlattina, la ruota, il metallo, i cavalli e tutta quella straordinaria mezcla che oggi, nonostante tutto, ci affascina tanto.
Ben coperta per difendermi dall’aria condizionata polare, mi faccio una indimenticabile dormita mentre la strada scende verso la pianura, dove la notte dell’Istmo è calda e umida.



San Cristóbal: amore a prima vista
«Sai, Camila, che cosa rischi fermandoti qui? Rischi d’innamorarti di questa città. Non è un luogo casuale, non è uno dei tanti nell’immensa geografia del nostro continente. È un posto ricco di conflitti, tradizioni, costumi. Sembra destinato a essere lo spazio da cui sfidare il mondo unico e globalizzato della vita postmoderna.»
Marcela Serrano, Quel che c’è nel mio cuore
San Cristóbal de las Casas è una di quelle città di cui ci si può innamorare a prima vista. Al mio arrivo sembra che sia stata appena lavata e stesa ad asciugare. Gli edifici colorati risplendono al sole, le bandierine traforate di papel picado sventolano allegramente e il cielo si impone su tutto con il suo irresistibile “azzurro Messico”, la luce dei duemila metri ha qualcosa di magnetico. Entro trionfalmente nel ristorante che diventerà il mio punto di riferimento quotidiano, un locale dall’arioso patio interno con le tovaglie di plastica a quadretti bianchi e blu. Qualunque piatto si ordini ha quell’ormai familiare sapore di mais, ma è tutto squisito e la birra è ghiacciata. Che bella la vita!




Poco dopo eccomi a spasso per le vie a scacchiera del centro, con un sorriso beato rivolto a chiunque incroci il mio cammino. Ammiro la cattedrale giallo senape che si staglia contro il fondale blu, l’albero di Natale altissimo posizionato proprio di fronte e la pista di pattinaggio sul ghiaccio, così fuori luogo nel sole del primo pomeriggio. Al tramonto – che qui arriva sempre troppo presto – salgo i gradini della Iglesia de Guadalupe per godermi lo spettacolo dell’intera vallata distesa ai miei piedi.
Raggiunto lo Zócalo, mi siedo su una panchina in ferro battuto di fronte al neoclassico Palacio Municipal. Ma non appena partono le prime note dell’orchestrina e la facciata del palazzo comincia a diventare di tutti i colori – passando dal rosso al bianco, dal verde al giallo –, le temperature precipitano all’improvviso: corro ad indossare qualcosa di molto pesante.



Dovunque vada mi piace trovare un posto in cui sentirmi a casa. A San Cristóbal scelgo il Café de la Revolución, dove trascorro le serate ascoltando musica dal vivo. È qui che conosco due allegre ragazze argentine e la coppia di romani che si danno un sacco di arie; ed è sempre qui che passo uno spumeggiante fine serata con un certo Juan, appena piantato dalla moglie ma determinato a bere tequila con me come se niente fosse. Do l’addio all’anno 2014 sulle note di una band di musica cubana e a mezzanotte esco ad accendere le stelle filanti nel gelo umido della notte, insieme a tre giovanotti toscani e a due ragazze berlinesi.
Durante i miei giorni a San Cristóbal passo moltissime ore a percorrere su e giù la Real de Guadalupe e calle Madero, tra i saliscendi delle strade variopinte e bancarelle di artigianato. Girovago a lungo nel mercato alimentare, dove sotto i grandi tendoni si compongono veri e propri quadri caravaggeschi: uomini col sombrero, donne con le lunghe trecce e i neonati appesi al collo, tutti impegnati a vendere o comprare pannocchie, polli, pomodori, ananas, fagioli, avocado e nopales, muovendosi tra botteghe di barbieri, madonnine e una miriade di tacchini vivi. Visito il Templo de Santo Domingo e molte altre deliziose chiese coloniali – rosse, gialle, bianche, azzurre – piene di statue di santi, nastri colorati e gesucristi in croce vestiti e infiocchettati. Infine, affronto la scalinata della chiesetta di San Cristobalito, dalla cui cima si domina l’intero centro abitato, protetto e circondato dalle vette della Sierra Madre. Insomma, non ci è voluto molto per capire come mai San Cristóbal sia stata inserita nella lista mondiale dei “Pueblos Mágicos“.


I tzotzil del Chiapas
Quante probabilità ci sono di incontrare, in un Paese lontano migliaia di chilometri dall’Italia, qualcuno che conosciamo, almeno di vista? È un caso se nella chiesa di San Juan de Chamula – piena come un uovo, buia, sinistra e annebbiata dall’incenso – mi sia ritrovata gomito a gomito con Tiziano, abitante della stessa cittadina dove ho vissuto tre anni e partito per il Messico insieme ad un mio ex collega? Devo pensare che io e Tiziano ci siamo rivolti la parola perché in qualche modo ci siamo riconosciuti?



Fatto sta che entro proprio a quell’ora nella chiesa sincretica di San Juan. Quindi, calpestando gli aghi di pino di cui il pavimento è ricoperto e cercando di evitare le centinaia di candele poggiate per terra, mi metto ad ascoltare proprio l’indigeno tzotzil ubriaco con cui sta parlando Tiziano, e insieme accettiamo un bicchiere di pox, l’acquavite locale considerata un rimedio per tutti i mali.
Intorno a noi ci sono già troppe cose che non quadrano: il pulviscolo nelle lame di luce che piovono dalle finestre in alto, le girandole di neon colorati, i sonori rutti al gusto di Coca-Cola, le statue di santi con uno specchio appeso al collo, la curandera che tira il collo a un gallo per guarire un bambino malato. Non ho nemmeno il tempo di sorprendermi: il pox trasferisce d’un colpo la realtà ai confini del sogno.
Fuori, sotto il sole battente, le gonne e i gilet di lana pesante a ciuffi sembrano fuori luogo, e i cappelli adorni di nastri colorati sfoggiati dai nuovi encargos fanno un po’ sorridere. La chiesa di San Juan si staglia bianca contro il cielo bluissimo, con i bordi dipinti di verde e i bassorilievi a forma di fiore.




All’ingresso del vicino villaggio di San Lorenzo Zinacantán, una bambina ci conduce nella sua casa-atelier dove sono in vendita tessuti e abiti tradizionali. La madre ci mostra il funzionamento del telaio a cintura, poi accettiamo le tortillas appena cotte su una piastra e la birra Corona, lasciando loro qualche spicciolo prima di congedarci.
Ci spostiamo verso il centro cerimoniale: a quanto pare, pure a Zinacantán i riti religiosi rappresentano la scusa per bere l’impossibile. Chi si è portato avanti col lavoro già dorme beato sulle panche, altri continuano a tracannare il pox – anche io e Tiziano accettiamo un altro bicchierino -, mentre altri ancora ballano. Qui indossano tutti la stessa camicia ricamata a fiori dai colori sgargianti; i notabili del paese sono invece intabarrati in pesanti sai neri e portano in testa caratteristici turbanti rossi. Nel frattempo la banda locale ha iniziato a suonare trombe, tromboni e percussioni, e altri turisti si sono uniti alla festa.
Mentre i maschi se la spassano a modo loro, le donne – anch’esse avvolte in scialli dello stesso identico, allegro tessuto fiorato – siedono pazientemente fuori dalla chiesa accanto ai thermos e alle ceste piene di cibo. Intorno, i bambini – indossando abiti in miniatura identici a quelli degli adulti – corrono e giocano per le strade. Quando lasciamo il villaggio, gli uomini si stanno divertendo un mondo a far esplodere nell’aria micidiali mortaretti.



Sotto il sole giaguaro
Alle cinque del mattino è ancora notte fonda mentre attendo il minibus che mi condurrà a Palenque. Dopo pochi minuti vengo raggiunta da Andrea, un ragazzo emiliano che come me visiterà il celebre sito archeologico maya. Arrivano altri giovani di varie nazionalità e partiamo incontro al giorno, scendendo dalle montagne verso l’umida pianura del Chiapas.
La strada è tortuosa e tempestata di temibili topes, quei micidiali dossi che obbligano a rallentare drasticamente, costringendoci a tratti a procedere a passo d’uomo; per percorrere poco più di duecento chilometri finiamo per impiegare quasi cinque ore. L’altra complicazione è rappresentata dai bambini piazzati con una corda tesa ai bordi della carreggiata, che fermano le auto nel tentativo di vendere qualcosa o rimediare qualche spicciolo. Man mano che avanziamo, la giungla si fa sempre più fitta e il clima più umido e afoso.


Nei pressi dell’ingresso alle cascate di Agua Azul veniamo fermati a un posto di blocco da alcune persone con il volto coperto da passamontagna e bandane. Il loro volantino mi informa che dal 2011 il «mal governo» li ha privati della terra, «patrimonio dei nostri antenati», per realizzare senza il consenso del «pueblo» questo sito turistico che attraversa il loro appezzamento demaniale di San Sebastian Bachalon. La nostra «integridad fisica» è fortunatamente garantita, aggiungono nel testo: possiamo visitare il centro tranquillamente. Dopo aver mostrato il dovuto «respeto» all’autonomia zapatista e a quella dei «pueblos indigenas» pagando il pedaggio, entriamo in questo luogo ameno.
Si tratta di una serie di salti d’acqua bianchi e spumosi che si riversano in piscine naturali turchesi, il tutto avvolto dalla foresta tropicale e circondato da bancarelle di ogni genere. Il posto è di una bellezza indiscutibile, ma occorre tener presente che durante le vacanze natalizie l’affluenza è tale da dover fare la fila sia per camminare lungo i sentieri, sia per farsi i selfie nei punti più panoramici. Gran parte della gente che si reca ad Agua Azul poi fa, proprio come noi, un salto a Misol-Ha: una cascata alta più di trenta metri che precipita dentro un lago circolare.


L’ultima tappa della giornata è Palenque. Qui va detto che quei tirchi fricchettoni dei miei compagni di viaggio si rifiutano di dividere il costo di una guida, dunque devo cavarmela da sola. La storia più affascinante del sito riguarda il sarcofago del re Pakal il Grande, che governò la città nel Seicento. In particolare è il bassorilievo istoriato sul coperchio – una colossale lastra di pietra da cinque tonnellate – ad aver scatenato accesi dibattiti. I pannelli informativi spiegano che vi è rappresentato il sovrano nell’atto di emergere dalla terra nelle sembianze del dio maya del mais, in un ciclo perenne di crescita, morte e rinascita nell’inframondo. Ma già poco dopo la sua scoperta, un’altra interpretazione, ben più suggestiva, si fece strada nell’immaginario collettivo: l’idea che sulla lastra tombale fosse raffigurato Pakal dentro una specie di antica astronave, con le mani intente a manovrare i comandi, un respiratore posizionato sul naso e le fiamme emesse da un reattore a propulsione. Inutile dire che questa interpretazione ha messo in fibrillazione tutta una serie di appassionati di fanta-archeologia e di paleoastronautica mondiali, convinti di aver trovato nel reperto la prova regina della presenza di civiltà extraterrestri sulla Terra. La visita della cripta è interdetta da più di dieci anni, ma una copia della controversa tomba è custodita al Museo di Antropologia di Città del Messico.
Secondo le stime, meno del dieci per cento della superficie totale raggiunta dalla città è stato finora portato alla luce; la maggior parte degli edifici resta tuttora sepolta nella foresta, una giungla lussureggiante, ricca di stupendi ficus, liane e rampicanti. Nonostante tutte le interessanti scoperte, alla fine della giornata non vedo l’ora di tornare alla limpidità, ai colori decisi e alla qualità dell’aria che si respira sui duemila metri di San Cristóbal.


Il primo gennaio mi sveglio con un forte mal di stomaco. Alle dieci sono costretta a lasciare l’hotel con la prospettiva di dover riempire diverse ore di vuoto fino al tardo pomeriggio, quando partirà il mio autobus. La città, colpita da una perturbazione improvvisa, è diventata nuvolosa e fredda; gli allegri colori di San Cristóbal si sono spenti e le strade luccicano di pioggia. Anche qui, a causa delle festività di Capodanno, tutti i musei sono chiusi.
Non mi resta altro da fare che lasciar scorrere il tempo. Seduta al tavolino di un locale davanti a un caldo de gallina bollente, guardo la gente e aspetto che i crampi cessino. Questa volta, però, non mi sento triste e non invidio affatto i miei connazionali che partono in gruppo; d’altra parte, so che anche il ragazzo toscano con cui ho acceso le stelle filanti a mezzanotte è in camera sua a vomitare.
Puebla l’eroica
Puebla l’ho inserita nel mio itinerario all’ultimo momento: sarà la mia ultima tappa prima del rientro a Città del Messico, da cui dista poco più di cento chilometri. Il lato straordinario del viaggiare da soli è che puoi stravolgere i piani senza che nessuno ti tenga il muso per ore, anche se decidi di ripercorrere a ritroso la stessa strada, e persino di dormire un’altra notte in autobus.

Il nome completo di questa metropoli è Heroica Puebla de Zaragoza, in memoria del generale al comando dell’esercito che il 5 maggio 1862 respinse i soldati mandati da Napoleone III nel tentativo di invadere il Messico e imporvi come imperatore Massimiliano d’Asburgo. Non importa che i francesi sconfitti fossero in preda alla diarrea e che abbiano poi vinto la guerra l’anno successivo: quella vittoria viene tuttora sontuosamente celebrata, specialmente negli Stati Uniti,
Una cinquantina di anni dopo, qui mosse i primi passi la rivoluzione contro Porfirio Díaz, che fa da sfondo alla storia narrata da Ángeles Mastretta nel romanzo Male d’amore. Seguendo l’invito a prendere le armi lanciato da Francisco Madero, nel novembre del 1910 Aquiles Serdán, i suoi fratelli e i loro seguaci antirreeleccionistas stavano organizzando la rivolta contro l’odioso dittatore, quando nella casa di calle 6 Oriente fece irruzione la milizia con un mandato di perquisizione. Ne seguì una battaglia all’ultimo sangue, al termine della quale morirono quasi tutti, compreso Aquiles – il quale rimase nascosto per quattordici ore in un buco nel pavimento, ma fu poi tradito da un colpo di tosse. Oggi quell’edificio, che ancora mostra i fori dei proiettili sulla facciata, è stato trasformato in un interessante Museo della Rivoluzione.



L’eroica Puebla è stata inserita nel patrimonio UNESCO grazie alla ricchezza architettonica dei suoi mille palazzi coloniali decorati con azulejos e delle decine di chiese barocche, testimonianze del glorioso passato in cui la città era un baluardo del cattolicesimo conservatore. Negli edifici religiosi sono in vendita i listones de peticiones, nastri colorati usati per chiedere miracoli o ringraziare per una grazia ricevuta, mentre gli ex voto prendono il nome di milagritos e vengono appuntati delle statue dei santi o sulle croci di legno. Un altro spaccato di cultura locale è esposto nei negozi di magia bianca, dove si vendono essenze, lozioni, saponi e talismani, e si offrono incantesimi o amarres de amor, formule magiche destinate a far ritornare a sé l’amore perduto. Nelle botteghe e nei mercati de artesanias spiccano invece le ceramiche blu di Talavera e l’immancabile Calavera Catrina, lo scheletro diventato il simbolo iconico del Paese.




Il museo Amparo è dedicato all’arte in tutte le sue forme. Situato in uno splendido edificio di grande rilevanza storica, è stato convertito in uno spazio culturale muy contemporaneo, provvisto di una terrazza da cui si gode una stupefacente vista sulle torri e sulla cupola della cattedrale. Gran parte della sua collezione permanente è dedicata all’archeologia preispanica e alle opere di epoca coloniale, a cui si affianca una ricca agenda di mostre temporanee.
È qui che scopro il lavoro dell’artista argentino Ramiro Chaves, che in questi giorni espone una ricerca incentrata sulla lettera X e sui modi in cui essa è stata assimilata dall’architettura messicana. All’epoca della conquista spagnola, infatti, si discuteva animatamente se il nome della colonia dovesse scriversi “Mexico” oppure “Mejico”. Scegliendo ufficialmente la prima versione, la X diventò un simbolo dell’incrocio culturale tra la tradizione preispanica e la nuova identità meticcia, un’icona della nascita del moderno Stato messicano. Gli oggetti, i disegni e le fotografie in mostra invitano a riflettere proprio su questo legame. Del progetto fa parte integrante la gigantesca ics realizzata con luminarie rosse, piazzata sull’ingresso del Teatro Principal in occasione delle feste natalizie.



Come scrive Italo Calvino, oltre all’architettura è la cucina l’altro campo in cui «le civiltà d’America e di Spagna» si incontrano e si sfidano «nell’arte d’incantare i sensi con seduzioni allucinanti». La tradizione gastronomica locale, di cui gli abitanti sono molto orgogliosi, parte dai «condimenti nati dal suo suolo», ma ha fatto tesoro delle ricette nate nei conventi attraverso «bianche mani di novizie e mani brune di converse». Specialità tipiche di Puebla sono ad esempio i peperoni ripieni in salsa di noci (chiles en nogada) e il mole, una salsa cremosa a base di cacao, spezie e peperoncino. Per i palati più temerari non mancano eccentriche specialità stagionali come le larve di formica saltate nel burro, i vermi dell’agave (gusanos) fritti in una salsa al peperoncino, il fungo del mais e le mitiche chapulines. Per quanto mi riguarda, a causa dei persistenti problemi di stomaco, mi sono alimentata esclusivamente di brodo di pollo.


È l’ultima sera in Messico e mi trovo nel barrio del artista, una zona molto animata di Puebla. Ad allietare i numerosi clienti seduti ai tavoli di un grande caffè all’aperto c’è un cantante con la chitarra: tutta la piazza lo accompagna nei ritornelli più famosi. Mentre mi avvicino all’unico tavolino libero Ricardo, che sta cercando un posto insieme a un’amica, mi propone con un sorriso smagliante di condividerlo. Impossibile dire di no: il ragazzo, così giovane da poter essere mio figlio, parla un ottimo inglese e possiede un carisma incredibile, che si accentua quando sale sul palco per interpretare un pezzo, sfoggiando, oltre alla presenza, anche una bellissima voce.
Approfittando della breve assenza della ragazza, timida e minuta, Ricardo mi confessa che lei gli piace molto, ma ancora non si è dichiarato. E mentre lui si esibisce, anche lei mi fa capire che il ragazzo non le dispiace affatto. I due mi raccontano che Tiziano Ferro era amatissimo finché non dichiarò in televisione che le donne messicane hanno i baffi, un’uscita che fece infuriare i fan; infatti – non so se è un caso – nessuna sua canzone viene proposta stasera, mentre ad esempio Gianluca Grignani va alla grande in questo genere che si chiama trova.
Poi mi salutano: abitano molto lontano dal centro e l’ultimo autobus parte di lì a poco.

Io resto a bere l’ultima cervecita, a un prezzo che loro a malapena possono permettersi, augurandomi che il bruno Ricardo e la sua ragazza dalla pelle bianchissima si fidanzino presto. E intanto canticchio la versione spagnola del brano “La mia storia tra le dita”: “Y si no quieres ni decir en qué he fallado, Recuerda que también a ti te he perdonado…”





