Tra le montagne dell’Albania e del Kosovo


Scutari, la risposta alla mia domanda
Con colpevole ritardo decisi di ricambiare la visita ai nostri dirimpettai albanesi, che da più di vent’anni ci sopportavano in Puglia. Il volo Belle Air Bari-Tirana durò soltanto cinquanta minuti e le procedure di imbarco furono velocissime.
Sull’autobus diretto in città realizzai immediatamente che spostarsi, in Albania, sarebbe stato facilissimo: gli altri passeggeri e il conducente trascorsero i venti minuti di viaggio discutendo su dove fosse meglio accompagnarmi per farmi prendere un mezzo per Scutari.
A Tirana c’era odore di spezie e kebab, venditori ambulanti di sigarette e banchetti di pomodori, rotonde prive di regole e clacson impazziti. Il furgon per Scutari era già pronto per partire: era libero l’ultimo posto in fondo.
Mi sembrava di non essermi allontanata quasi per niente da casa, eppure ebbi subito la sensazione di essere stata teletrasportata all’altro capo del mondo.

«Dov’è il centro?», mi chiesi appena arrivata a Scutari. Quello che ci si avvicinava di più era la Pedonale, una strada piena di bar e ristoranti. Qui consumai il mio primo pasto, scoprendo i pilastri della ristorazione albanese: il pane e il caffè espresso erano squisiti e i prezzi così bassi che pensai di aver calcolato male il cambio.
Con la bicicletta offerta gratuitamente dalla direzione dell’hotel, partii all’esplorazione della città, che insospettabilmente dominava la classifica dei centri europei con più ciclisti – seconda solo a Copenhagen. Scutari gode di una posizione invidiabilissima, stretta tra il lago più grande del Paese e le montagne che segnano il confine con il Montenegro e il Kosovo. Accanto alle chiese ortodosse e cattoliche, numerose moschee si elevavano al cielo grazie agli immancabili minareti.
Pedalai in direzione della fortezza di Rozafa, attraverso l’antico ponte e raggiunsi la sponda del lago. Non ero l’unica ciclista a frequentare quella strada sconnessa. Se avessi deciso di proseguire, a un certo punto mi sarei ritrovata in Montenegro.




Intanto in città era scattata l’ora dello struscio. A parte gli uomini che innaffiavano l’asfalto e quelli che lavavano le auto, nei giardini e nelle strade abbondavano i giocatori di domino seduti per terra su pezzi di cartone, le mamme con i passeggini vicino alla fontana, le amiche che spettegolavano e i giovanotti che le guardavano sgranocchiando semi di zucca. Salii all’ultimo piano del Grand Hotel Europa – storico ritrovo di diplomatici e spie riciclato per i nuovi ricchi locali –, dove si trovava il grandioso Red Bar, un immenso ambiente arredato con divanetti pitonati incastonati di finti preziosi, poltrone damascate rosso cardinale, lampadari in cristallo da salone delle feste di Versailles e austeri tendaggi in lamé. Dalla terrazza vidi tutta Scutari: oltre i dozzinali casermoni, il luccichio del lago e la quinta di montagne sullo sfondo arancione.
Il sole era una palla di fuoco che in poco tempo scomparve, permettendo alla sera di inghiottire i ciclisti inseguiti dalle auto nelle temibili rotonde e nei caotici incroci, gli allegri anziani che suonavano la fisarmonica e i più giovani alla tastiera, le salsicce alla griglia e la sgraziata statua di Madre Teresa. Non restarono che i restorant-piceri all’aperto e i maxischermi sulla pedonale, dove i clienti che bevevano la birra o il caffè erano imbambolati davanti ai videoclip.




Theth, un maestoso isolamento
I think no place where human beings live has given me such an impression of majestic isolation from all the world.
Edith Durham
Ero andata in Albania per trascorrere alcuni giorni sulle Alpi Albanesi, le “montagne maledette” che si estendono fino ai confini di Montenegro e Kosovo. La prima meta fu il Parku Kombëtar i Thethit, un parco nazionale che si estende lungo il corso del fiume Theth.
Il furgon partì da Scutari intorno alle sette di mattina, proprio accanto all’improvvisato mercato di pecore e capre. Prima di imboccare la strada, però, girò per tutta la città a raccogliere cose e persone. Anche lungo la via fu un continuo stop per fare benzina o caricare provviste: angurie, meloni, sacchi di farina, succhi di frutta e casse di birra.
Le donne con cui viaggiai avevano capelli nerissimi che spuntavano dal fazzoletto annodato sotto il mento, gonne scure e calze velate. Gli uomini indossavano con eleganza camicie immacolate, gilet e coppole. Uno di loro tenne in grembo una radio vetusta che sparava musica popolare a volume altissimo per quasi tutto il viaggio, nell’indifferenza generale dei passeggeri.



Mi sembrò che poco fosse cambiato dai tempi di Edith Durham, viaggiatrice di inizio Novecento affascinata dall’isolamento e dalla bellezza di queste montagne. Dal villaggio di Bogë in poi, infatti, i successivi venticinque chilometri di strada non erano ancora asfaltati: solo potenti jeep, oppure questi indistruttibili furgon carichi di mercanzia, riuscivano nell’impresa di superare il Passo di Buni i Thores. Pochi anni dopo l’ultimo scampolo di isolamento delle Montagne Maledette sarebbe stato rimosso dall’asfalto.
A Theth alloggiai a casa di Gjon. Costui in realtà non lo vidi quasi mai, perché era più dedito a fare il giro dei bar della zona che a occuparsi delle faccende domestiche. E anche quando c’era, la sua occupazione principale era bere caffè e acquavite locale, spaparanzato sotto i susini selvatici. Le sorti di quella casona, fatta di pietra e legno di pino, erano interamente nelle mani delle donne. Anche le bambine aiutavano nelle faccende domestiche, mentre i fratelli e i cugini maschi giocavano all’aperto. I pasti tradizionali erano preparati con prodotti locali a chilometro zero o arrivavano direttamente da Scutari, come i meloni e le angurie caricati sul furgon.

Anche quell’abitazione aveva goduto degli sforzi compiuti dall’organizzazione tedesca GTZ per adeguarla agli standard internazionali, in nome del turismo ecosostenibile alla base del progetto del “Parco della pace dei Balcani”. Io comunque avrei consigliato a Gjon di mettere le chiavi alle porte delle camere per evitare che qualcuno, tipo il suo losco fratello, entrasse mentre ero nuda.
Grazie alla stessa agenzia di sviluppo, erano stati marcati i sentieri per il trekking ed era stata realizzata una guida turistica, che tuttavia non riuscii a procurarmi. Soltanto quando finalmente scesi in paese scoprii che il centro si trovava cinque chilometri di strada sterrata più in basso. La valle era una conca chiusa, circondata praticamente dalle Dolomiti. Alcuni piccoli dettagli, però, mi ricordarono che la distanza dal Trentino fosse siderale: un edificio diroccato, una ruspa che drena il fiume, un cumulo di rifiuti, intorno la desolazione e un caldo da impazzire. Ero sfinita e demoralizzata: il paese non esisteva e non sapevano nemmeno cosa significasse la parola “trekking”.


Le attrazioni della vallata si rivelarono accessibili solo a costo di grande fatica nei giorni successivi: le cascate di Grunas, un laghetto dalle acque gelide e dal colore azzurro acceso chiamato l’Occhio Blu di Theth e la kulla, una torre usata come rifugio per scampare alla barbarica usanza della vendetta di sangue. Per il resto il paesaggio offriva campi di mais, boschi di conifere, picchi dolomitici e pascoli dove ancora si incontravano famiglie che si dissetavano con l’acqua dei ghiacciai e producevano formaggio.


Chiesi alla cognata di Gjon cosa aspettassero a fare il sito web della guesthouse: lei dondolò la testa senza rispondere. Le domandai anche come mai non vendessero direttamente lì quella guida realizzata dai tedeschi con i sentieri del trekking: sarebbe stata molto utile a me e ai turisti francesi. Un po’ imbarazzata, scosse nuovamente la testa, ma alla fine confessò: «Gjon non mi dà alcun compenso per il mio lavoro con gli ospiti, e nemmeno a Marie che si occupa dei pasti. Mio marito lo giustifica perché è disoccupato: secondo lui è giusto che tutti i guadagni vadano a lui».
Di ribellarsi nemmeno a parlarne – stiamo pur sempre parlando di una donna che aveva fatto un matrimonio combinato dalle famiglie. Questo quadro per il momento chiuse la bella narrazione dei parchi transfrontalieri, del turismo ecosostenibile e della lotta allo spopolamento delle aree montane.

Una gita indimenticabile sul lago di Koman
Il Parco Nazionale di Valbonë è adiacente a quello di Theth ed è più giovane di trent’anni, essendo stato istituito solo nel 1996. Per andare dall’uno all’altro c’era chi caricava i bagagli su un cavallo e, scortato da una guida, si inerpicava fino ai milleottocento metri del passo. C’era chi invece, come me, tornava a Scutari e lo raggiungeva attraverso Koman e Bajram Curri, approfittando dell’occasione per compiere la mitica gita nella gola del Lago di Koman, il piatto forte del turismo nord-albanese.
Fino a poco tempo prima, quel percorso in traghetto rappresentava l’unico modo per raggiungere Bajram Curri da Scutari. Quando era stata costruita una nuova strada, il traghetto aveva ceduto il posto a un’imbarcazione più snella e creativa – costituita dalla parte superiore di un autobus saldata a una barca –, che caricava solo persone e biciclette.


I passeggeri si dividevano fondamentalmente in due tipologie. Da un lato noi visitatori stranieri che non ci eravamo fatti convincere a prendere una barca turistica; dall’altro gli sparuti abitanti di paeselli sperduti ai quali si accedeva soltanto dalle sponde del bacino artificiale. Costoro scendevano dalla barca e si incamminavano in salita, talvolta accompagnati da un asino adibito al trasporto delle loro masserizie.
Il paesaggio della gola montuosa attraversata dallo stretto lago era notevole e la traversata scorse piacevolmente. Passai il tempo conversando con altri turisti e con alcuni ingegneri di Valona che stavano effettuando un controllo di qualità del mezzo – anche se a me sembrava che, più che lavorare, si stessero godendo alla grande la gita. Grazie a loro, comunque, riuscii a farmi prenotare un hotel a Valbonë: una camera per me ed una per Uwe, questo simpatico spilungone tedesco conosciuto sul furgon che non faceva altro che ripetere che quell’escursione era una delle esperienze più significative della sua vita.


Valbonë, la festa di Bajram
Valbonë si presentò come una strada di alcuni chilometri, asfaltata da poco e circondata da montagne imponenti. Lungo la via, a una discreta distanza l’uno dall’altro, sorgevano recenti hotel di legno prefabbricati dai tetti molto spioventi, tutti identici. Poiché era più agevole da raggiungere rispetto a Theth, era una meta più battuta dal turismo locale, persino per le gite di un solo giorno.
La giornata del mio arrivo a Valbonë era stata piuttosto intensa. Dopo una notte pessima nella fornace di Scutari, alle sei ero già alla ricerca del furgon per Koman. Alle otto e mezza mi trovavo all’imbarcadero, avevo consumato la pausa pranzo a Bajram Curri dove si crepava di caldo, e infine avevo macinato alcuni chilometri sulla famosa e unica strada della vallata alla ricerca dell’ufficio del turismo.
Finalmente mi sedetti al ristorante e ordinai carne di capretto e agnello: la scelta non era molto vasta.

Alla fine della cena arrivò Uwe, ringalluzzito da una tonificante serata nella guesthouse dall’altra parte della strada, di proprietà di una signora tedesca. Il suo entusiasmo durò poco: dovette assistere all’ennesimo incontro tra me e un albanese emigrato in Italia, con cui finimmo la serata. Questo verboso avventore, seduto al tavolo accanto al mio, parlava italiano con un marcato accento toscano e mi intrattenne con una serie di aneddoti sulla sua fanciullezza ai tempi di Hoxha. Il momento più emozionante fu quando recitò il discorso che, in veste di “pioniere della rivoluzione”, doveva pronunciare ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni: «Ero il più bravo della scuola e invitavo i miei compagni a studiare e impegnarsi» spiegò in uno scoppiettante alternarsi di “c” aspirate toscane e di “r” impastate della regione di Tropojë. Erano passati quarant’anni e ormai viveva un’altra vita, ma ricordava ancora come un incubo due divieti dell’epoca: portare pantaloni con le tasche e mettere le serrande alle finestre.

La mattina dopo, Uwe partì per un’escursione diretta sulla vetta del Maja e Rosit, mentre io mi incamminai nella direzione opposta, dove non rischiavo di incontrare grossi dislivelli. Al ritorno in hotel, incontrai nuovamente suor Cristina e suor Laura, già incrociate a colazione. In vent’anni di permanenza in Albania non potevo nemmeno immaginare a quanti cambiamenti avessero assistito. «Qui per esempio» mi avevano detto la mattina davanti al cappuccino «tre anni fa c’era solo questo albergo, ed era anche più piccolo». Dopo aver finito di pranzare, mi offrirono una fetta di anguria. «Oggi è Bajram, la festa del sacrificio» mi annunciarono «e si prevede grande affluenza di turisti». Infatti molti tavoli erano occupati da famiglie alle prese con ossa di capretto e agnello da spolpare.
«Noi ci siamo tolte il velo e loro se lo mettono» sussurrarono divertite osservando alcune donne e ragazze con un fazzoletto in testa. «La religione in Albania è stata crudelmente schiacciata» mi spiegarono pazientemente «e gli albanesi erano terrorizzati: il regime è stato il più feroce di tutto l’est. Era vietata la propaganda religiosa, gli edifici di culto furono confiscati e usati per altri scopi, addirittura i villaggi con nomi di santi furono rinominati. Tutti avevano paura, per una parola di troppo si finiva ai lavori forzati nelle paludi vicino a Valona. E se uno scappava, tutta la famiglia pagava».
Anche il mio vicino di tavolo la sera prima aveva evocato la crudeltà di Hoxha, che fece ammazzare persino i dirigenti di partito e i membri del suo stesso governo. «Finalmente il dittatore morì di leucemia» aveva aggiunto. «Il suo delfino, Ramiz Alia, propose prudentemente delle riforme, che però non bastarono a scongiurare la catastrofe».

Pensai che esattamente ventidue anni prima, l’otto agosto, circa ventimila loro connazionali sbarcarono al porto di Bari con la speranza di cambiare vita. La nave requisita dai disperati tornava da Cuba e non c’era stato il tempo di scaricare tutto lo zucchero che trasportava: per molti quel sapore dolce tenne viva l’illusione durante la traversata. La scena della nave carica come un formicaio rimane indelebile, un evento emblematico che ha trasformato l’Italia da Paese di emigranti a terra promessa per i migranti. Da allora, a Bari si usa dire: «Vai vestito come un albanese».

Kosovo, il Paese che non c’era
Il mio vicino di tavolo, tra un sorso di raki e l’altro, mi aveva consigliato di visitare il Kosovo, scrivendomi le indicazioni su un foglietto: Valbona → B. Curri; B. Curri → Gjakovë; Gjakovë → Pejë; Pejë → Bjeshkët e Rugovës. Avrei dovuto cambiare quattro mezzi: non si prospettava una giornata rilassante.
Con il secondo furgon passammo la dogana ed entrammo in un nuovo territorio: bar affollati, hotel pieni, aria di vacanza, cartelli stradali in serbo, albanese e inglese. Ma soprattutto, ovunque spuntavano palazzi in costruzione, la maggior parte non ancora finiti, col mattone vivo e senza intonaco.


A differenza degli scassati mezzi albanesi, l’autobus che collegava Gjakova a Peja era nuovo di zecca e aveva l’aspetto molto più europeo. I passeggeri erano silenziosi, si ascoltava un programma radiofonico kosovaro e alle pareti erano affissi manifesti pubblicitari di corsi di formazione o offerte di lavoro in Svizzera e Germania. Anche per le strade numerose auto di grossa cilindrata erano targate CH oppure D.
Scoperta la mia provenienza, un passeggero si precipitò a sedersi vicino a me: mi raccontò la sua vecchia vita da emigrato in Italia e si offrì di aiutarmi a raggiungere le montagne di Rugova, l’ultima meta scritta sul pezzo di carta.
Un tassista mi condusse attraverso una gola dalle pareti di roccia: la strada si inerpicò tra tornanti e strettoie, entrò in gallerie naturali e costeggiò il fiume Lumbardhi, che scorreva più in basso. Alla fine mi lasciò in questo camp, suggerito dall’ex emigrato, praticamente identico agli hotel di Valbonë, dove a pranzo le famiglie accorrevano per mangiare le trote allevate nei vasconi.



Dopo Theth e Valbona avevo raggiunto la terza e ultima destinazione nelle Alpi albanesi: la Valle di Rugova, una delle mete turistiche più note del Paese fin dai tempi della Jugoslavia. Durante il Medioevo da qui passava la via carovaniera che collegava Peja a Ragusa. In tempi più recenti, in queste foreste si nascondevano i guerriglieri armati dell’Esercito di Liberazione Kosovaro (UÇK), mentre i contrabbandieri l’attraversavano per entrare e uscire indisturbatamente dal Montenegro.
Il posto proponeva ai turisti numerose attività all’aria aperta, relax nella natura e prodotti genuini della terra. Al progetto “Peaks of the Balkans” – trekking transfrontaliero tra Kosovo, Albania e Montenegro – era stato recentemente assegnato il premio “Tourism for Tomorrow“, un riconoscimento internazionale in materia di turismo sostenibile.

La strada che attraversa la valle era asfaltata per una ventina di chilometri circa; ai suoi lati sorgevano diverse guesthouse, ristoranti e alcuni edifici in costruzione. Tutto sembrava idilliaco, finché non inciampai in una montagna di spazzatura puzzolente mentre raccoglievo i mirtilli. Nella valle erano sparsi tredici piccoli villaggi: a Bogë, l’ultimo prima del confine, la gola si allargava in pascoli, boschi e valli secondarie. C’erano gli impianti di risalita e le baite in stile valdostano, mentre l’Austria aveva fornito i capitali per costruire un albergo a svariate stelle. L’antico avamposto dell’UÇK stava per diventare una enclave per la nuova borghesia balcanica e per i funzionari delle delegazioni internazionali di Pristina.
Purtroppo, anche se la valle di Rugova dista pochissimi chilometri dal Montenegro, non riuscii a portare a termine il mio personale progetto transfrontaliero sui “Picchi dei Balcani”. Infatti la famiglia kosovara, automunita, con cui trascorsi questi pochi giorni, non ne voleva proprio sapere di attraversare la frontiera: al di là di essa vivevano i serbi che avevano abbandonato il Kosovo. Alla faccia del “turismo di domani” e del Parco per la pace dei Balcani.


Al bazar di Peja, a parte i formaggi, gli oggetti in legno e i vestiti tradizionali, il resto era una paccottiglia inguardabile. Nelle vetrine erano esposti chiassosi abiti acrilici lunghi fino ai piedi, lucidi e pieni di balze e volant, paillette, perline, oro e argento. Erano indossati da manichini storti e pieni di graffi, con finti capelli arruffati e a volte privi di arti. Il target di riferimento era costituito soprattutto dagli emigrati in Europa occidentale che tornavano per le vacanze e sarebbero stati invitati come minimo a un paio di matrimoni. Una buona fetta delle rimesse dei kosovari all’estero – che costituivano il grosso dell’economia del Paese – veniva sprecata in cerimonie da oltre ventimila euro; l’altra categoria commerciale più presente in città era infatti quella dei regali di nozze.



Tra le moschee e le chiese cristiane, e anche fuori città, tra una cascata e un cartellone di promozione turistica, molte lapidi di marmo commemoravano gli ex combattenti dell’UÇK: eroi per qualcuno, spietati terroristi per molti altri. Il Primo Ministro Hashim Thaçi, detto “Serpente”, ne era uno dei leader prima di assumere il governo del Paese e condurlo all’indipendenza – e prima ancora di essere accusato di una serie di nefandezze e infine, molti anni dopo, condannato per crimini di guerra dal tribunale dell’Aia.
Dovunque sventolavano le bandiere con l’aquila bicipite nera su sfondo rosso, solo a volte affiancate dalla bandiera ufficiale del Kosovo: una macchia gialla su sfondo blu più sei stelline bianche.


Erano passati quattordici anni dai bombardamenti della NATO e cinque anni e mezzo dalla proclamazione unilaterale dell’indipendenza, ma molti Stati, tra cui la Serbia, continuavano a non riconoscere il Paese. Per le strade di Peja circolavano tante camionette e jeep con la bandiera italiana, austriaca e slovena: erano i contingenti del KFOR, la forza militare internazionale che dalla fine della guerra presidiava il territorio. Alcuni di loro proteggevano i due monasteri ortodossi dell’area: il patriarcato di Peja e il monastero di Dečani, «la Cluny dei Balcani», come la definiva Paolo Rumiz nel libro Gerusalemme perduta.
Attraversando la campagna costellata di cimiteri ed edifici abbandonati, raggiunsi la base italiana di Belo Polje (il “Villaggio Italia”), quartier generale del Multinational Battle Group West.


Agron nel frattempo mi aveva comprato un regalo: un quadro in velluto rosso su cui campeggiavano l’aquila albanese e la macchia gialla kosovara, affiancate, entrambe realizzate con minuscole pietre. Voleva che mi rimanesse un bel ricordo del suo popolo. Vedere le due bandiere sempre appaiate mi fece credere che la nascita di un unico Stato fosse il sogno di tutti, ma mi sbagliavo.
Mentre mangiavamo l’anguria, tagliata a fettine sottili dal personale del ristorante, Agron mi raccontò cosa successe nel ’91. «Ero in Italia già da tre anni» iniziò. «All’epoca gli stranieri erano pochi e di lavoro ce n’era quanto ne volevi. Avevo sempre detto a tutti di essere albanese: che ne sapevano loro del Kosovo? E poi non volevo star lì a spiegare. Poi arrivò lo sbarco degli albanesi in Italia e cominciai a dire che ero kosovaro: sai, non volevo mischiarmi con quei teroni lì. I miei concittadini allora si meravigliarono: “Ma fino a ieri non eri albanese?” mi dicevano». E giù a ridere col succo dell’anguria che colava. «In Italia mi ero trasferito prima che tutto iniziasse, per incontrare un tipo che mi doveva portare in America. Avevo quindici anni. Al luogo dell’appuntamento quel signore non si vide; lo aspettai per ore, finché si avvicinò un veneto che mi propose un lavoro».

Blerta andava ancora a scuola quando lui partì. Quando ci servirono i peperoni arrosto, mi raccontò cosa avvenne dopo che Milošević tolse l’autonomia al Kosovo. «La scuola fu serbizzata e noi ci rifiutammo di frequentarla: ci riunivamo in case private e facevamo lezione nelle cantine e nei sottoscala, sempre con la paura che qualcuno ci scoprisse». Per quasi un decennio, un’intera generazione di studenti kosovari ha frequentato un sistema scolastico parallelo clandestino, finanziato dalla tassa del 3% imposta alla diaspora. L’identità albanese è stata salvata, ma al prezzo di una totale e irreversibile segregazione rispetto all’altra metà etnica: i serbi del territorio settentrionale.
Per fortuna tutto era andato per il meglio: Blerta aveva raggiunto Agron in Italia e avevano avuto quattro figli, senza contare che potevano permettersi di tornare nella loro terra per le vacanze, approfittando per curarsi i denti, fare scorte di derrate alimentari e strafogarsi di qebap.

Sembrava che io continuassi a girarci intorno alla ex Jugoslavia. Prima qualche puntata nella Slovenia di confine e in Istria, poi alle Porte di Ferro, in Romania, dove della Serbia sentivo solo l’odore. E infine in Kosovo, capitata per caso grazie a un foglietto scritto da un albanese che viveva in Toscana.
La leggenda di Berat
Come ultima tappa albanese scelsi Berat – per i turisti la “città dalle mille finestre”, a causa di un grossolano errore di traduzione. Già in viaggio cominciai a pentirmi: la strada da Tirana si rivelò un calvario, il tragitto era lunghissimo e il paesaggio monotono.
Berat si compone di tre agglomerati di case ottomane sovrastati da una fortezza medievale. La cittadina è schiacciata tra il monte Tomor e il monte Shpirag, i due leggendari fratelli che si ammazzano di botte per amore di una fanciulla di nome Berat. Le lacrime di costei hanno poi dato vita al fiume Osum, che ancora oggi taglia in due l’abitato – una leggenda che mi ricorda quella meno truculenta dei due vulcani al centro del Messico.


Solo quando le temperature diventarono più clementi trovai il coraggio di visitare il quartiere di Gorica, al di là del fiume. Al calare delle tenebre ebbi la malsana idea di cenare in un ristorante situato dentro la fortezza. La salita era buia, accidentata e scivolosa, l’umidità spaventosa e arrivai al locale in un bagno di sudore. Inoltre mangiai da schifo e il proprietario si rivelò più untuoso delle sue portate riscaldate. Per chiudere il quadro, il cameriere si mostrò livoroso nei confronti degli albanesi del nord, i quali non solo parlavano come se avessero una scarpa in bocca, non solo erano così rissosi che arrivavano alle mani soltanto se uno li guardava, ma oltretutto erano retrogradi e primitivi: «Basta pensare alle faide, che ancora oggi sono il loro pane quotidiano, e a quella barbara legge del Kanun».

Alle nove di mattina stavo bevendo l’ultimo caffè, con i bagagli già sistemati sull’autobus che mezz’ora dopo sarebbe partito per Tirana. Il caldo e l’umidità erano già insopportabili, pure all’ombra. Non vedevo l’ora di andarmene. Quando scorsi un cappellino ballonzolante a quasi due metri di altezza, sotto il quale luccicavano degli occhiali, inizialmente pensai a un’allucinazione. Poco più in basso, però, apparve la nota camicia scozzese, seguita dai soliti calzoncini beige con le tasche e dagli enormi scarponi da trekking. Era proprio Uwe, salutato qualche giorno prima alla stazione di Gjakova. Stentai a credere che ci eravamo ritrovati proprio qui. Non solo: Uwe aveva in mano il biglietto per il mio stesso autobus.
Come al solito si mostrò entusiasta di questa località da cui io stavo scappando prima del tempo: aveva visitato tutte le chiese, i monumenti e la fortezza. Aveva pure trascorso una piacevole giornata in montagna e conosciuto delle persone interessantissime. Nonostante i suoi problemi intestinali acuiti dal clima torrido, non vedeva l’ora di mettermi a parte di una serie di considerazioni antropologiche e riflessioni socio-economiche, le quali – alla fine – diedero un senso anche a quest’ultima tappa.


Mi accompagnò all’aeroporto di Tirana il nipote del receptionist dell’hotel. Era l’alba ed ero ancora assonnata. Si stupì quando scoprì che parlavo italiano, come se l’italiano fosse lui e non io. E in effetti lui si sentiva italiano: viveva a Cremona da vent’anni. Raccontò che era lì di passaggio, e non certo per svago: suo padre aveva avuto un infarto ed era stato operato giusto il giorno prima. Per fortuna la famiglia aveva potuto pagare i settemila euro necessari per l’intervento all’ospedale tedesco.
Quando mi salutò lo immaginai mentre guidava velocissimo il finto taxi, in quella brumosa alba di agosto, in direzione della clinica. Avrei voluto chiedergli il numero di telefono e chiamarlo, una volta arrivata in Italia, per sapere se l’operazione fosse andata a buon fine, se settemila euro avessero salvato suo padre. Non lo feci, ma ripetei mentalmente molte volte le sue parole: «Qua è peggio dell’America. Se non hai i soldi muori».