Coast to coast nell’era Trump
Nel 2025 i turisti internazionali hanno superato il miliardo e quattrocento milioni all’anno, un numero in crescita alimentato soprattutto dall’ascesa della classe media in Cina e in India. L’unica destinazione dove è in calo, a quanto pare, è rappresentata dagli Stati Uniti.
Secondo i mass media, negli ultimi mesi diversi cittadini europei sono stati respinti alla frontiera statunitense o addirittura rinchiusi in centri di permanenza. Lo scorso marzo il “Corriere della Sera” ha scritto che «i tedeschi finiti in cella sono diventati così tanti che il ministero degli Esteri della Germania ha dovuto modificare le raccomandazioni di viaggio per gli Stati Uniti».
Mentre siamo in fila al controllo passaporti del JFK di New York, sorprendentemente un video ci invita a prendere la cittadinanza americana, elencandocene i numerosi vantaggi. La app Mobile Passport Control, consigliata per accelerare le operazioni, non funziona. La fila dura circa due ore senza nessun incidente.
Dal Port Authority Bus Terminal prendiamo il nostro primo Greyhound: la temperatura dell’aria condizionata è ancora più glaciale di quanto ci aspettassimo.

Philadelphia: la sfida continua della democrazia
Tra le tredici colonie originarie, la Pennsylvania ebbe un ruolo fondamentale grazie al quale si è guadagnata il soprannome di “Keystone State”. A Philadelphia, la città più grande dello Stato, si sono svolti eventi cruciali come la firma della Dichiarazione di indipendenza e poi della Costituzione.
Nel Museo della Rivoluzione americana ci concentriamo sull’avvincente processo che ebbe luogo tra il 1765 e il 1783, ma che secondo i curatori è in un certo senso ancora in corso. Per venire incontro alle capacità mentali del pubblico, i pannelli informativi dei musei statunitensi hanno le seguenti caratteristiche testuali: frasi brevissime e scarne, lessico quotidiano e ripetizione degli stessi concetti fino alla nausea. Leggo che oggi tendiamo a pensare all’America come a un luogo in cui l’uguaglianza è sempre stata molto apprezzata (ma quando mai?), però a metà del 1700 la maggior parte delle persone in Gran Bretagna e nelle colonie americane dava per scontato che la disuguaglianza fosse naturale: è stata la Rivoluzione a mettere in discussione questa mentalità.



Affrontati nei minimi dettagli i temi delle proteste contro gli inglesi e della guerra d’indipendenza (il cui pezzo forte è la tenda da guerra di George Washington), si giunge al cuore della faccenda: la «visionaria Costituzione federale». Sin dall’inizio si dovette trovare un compromesso tra le opposte visioni: ad esempio i rivoluzionari – pure se era contraria alla Dichiarazione di indipendenza – non abolirono la pratica della schiavitù, che anzi si espanse e si fece più dura negli anni successivi.
Per quanto riguarda il suffragio, venne addirittura limitato, infatti fu una legge statale del 1807 a togliere il diritto di voto alle donne, alle persone di colore e agli immigrati. Ma si sa, continuano, la democrazia è una sfida continua, infatti le generazioni successive hanno lottato per recuperare il diritto di voto perduto e per migliorare il sistema di governo.

Il percorso si conclude con le parole di Thomas Jefferson, il principale autore della Dichiarazione d’indipendenza, nonché terzo presidente degli Stati Uniti e intellettuale di grande spessore. Jefferson sosteneva l’egualitarismo di tutti gli esseri umani, pure se possedeva circa seicento schiavi nella sua tenuta; inoltre era fautore di uno Stato laico e liberale: fu lui a coniare il concetto del «muro di separazione tra Chiesa e Stato», per descrivere l’idea che il governo federale non dovesse interferire negli affari delle istituzioni religiose. E io mi chiedo cosa penserebbe oggi Jefferson di un Presidente che, presentandosi come leader dell’America cristiana, si è alleato con la destra religiosa fondamentalista contraria all’aborto e ai diritti delle donne. E dall’altra parte, come fanno questi evangelici tradizionalisti ad accettare come POTUS un imprenditore fallito, star dei reality, analfabeta biblico, adultero seriale e stupratore (cit.)?


L’Eastern State Penitentiary
A marzo la Segretaria della Sicurezza Interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, si è messa in posa con uno sbarazzino cappello da baseball davanti alla cella di una mega prigione di Tecoluca, a El Salvador. I prigionieri erano stati costretti a stare in piedi, in fila, in silenzio e a torso nudo in modo da mostrare i tatuaggi. Noem ha avvertito: questa è una delle conseguenze che dovrà affrontare qualunque immigrato se commette un crimine. Due settimane prima, duecentocinquanta venezuelani erano stati deportati e trasferiti a El Salvador. Un giudice federale ha dichiarato illegali le deportazioni e una corte d’appello federale gli ha dato ragione.
Nella seconda puntata della ventisettesima stagione di “South Park”, andata in onda il 6 agosto, Kristi Noem spara ad innocui cagnolini e fa un uso di botox così sproporzionato che ogni tanto la faccia le cade e cammina sola sola sul pavimento. Noem ha commentato che gli autori della nota serie d’animazione sono sessisti.

L’Eastern State Penitentiary di Philadelphia fu progettato secondo una pianta radiale supportata da sistemi idraulici, di riscaldamento e di ventilazione all’avanguardia. Questo carcere, operativo dal 1829 al 1970, era la struttura pubblica più grande e costosa mai costruita negli Stati Uniti, ospitò criminali noti come Al Capone e oggi è diventato un museo.
Il penitenziario era basato sul rivoluzionario concetto della detenzione separata ed enfatizzava i principi di riabilitazione piuttosto che quelli punitivi. Grazie a questo suo approccio diventò rapidamente un modello per oltre trecento prigioni in tutto il mondo. Gli Stati Uniti da allora lo hanno abbandonato, ma l’orientamento riabilitativo resta prioritario nei sistemi di giustizia adottati in diversi stati europei.

Nei decenni successivi alla chiusura dell’Eastern State, molte cose sono cambiate negli Stati Uniti. La spesa carceraria e il numero di carcerati (soprattutto donne, afroamericani, ispanici e over 55) sono aumentati notevolmente. A causa di una condanna per reati gravi, quasi cinque milioni di americani non possono votare, poiché in diversi stati agli ex detenuti viene negato questo diritto, a volte anche decenni dopo la scadenza della pena. Le persone con precedenti penali, inoltre, hanno difficoltà a trovare lavoro, ad affittare una casa, a ricevere finanziamenti per le tasse universitarie, buoni pasto, assistenza sociale, alloggi pubblici.
Tutte queste informazioni ci sono state fornite tramite pannelli, fotocopie e audioguide con la voce dell’attore Steve Buscemi.

In realtà i dati forniti dal museo risalgono a qualche anno fa e non tengono nel dovuto conto il cambiamento che è in corso: nello scorso decennio, infatti, con il calo della criminalità, la popolazione carceraria statunitense è scesa di almeno un quarto, e ci si aspetta che continui a diminuire nei prossimi dieci anni. Particolarmente evidente è stata la trasformazione del sistema penale minorile: dalle precedenti politiche di “tolleranza zero” adottate in molti distretti scolastici, molte giurisdizioni sono passate a programmi che puntavano alla prevenzione e al reinserimento, tanto che dal 2000 al 2020 il numero di giovani incarcerati è crollato del settantasette per cento e i tassi di criminalità si sono ridotti notevolmente.
La tendenza sembra consolidata, ma è ostacolata da diversi fattori: il potere dei sindacati che rappresentano chi lavora nelle prigioni statali e federali, l’influenza delle aziende che gestiscono le strutture private e infine, last but not least, l’approccio securitario dell’amministrazione Trump.

A luglio nella regione paludosa delle Everglades, in Florida, le autorità statali hanno costruito in soli otto giorni la prigione per immigrati irregolari ribattezzata orgogliosamente “Alligator Alcatraz”. Il presidente ha ironizzato sul fatto che chi cercherà di evadere dovrà imparare a correre a zig zag per scappare dagli alligatori; poi ha affermato che presto ospiterà «alcuni dei migranti più minacciosi, alcune delle persone più feroci del pianeta».
Peccato che i dati mostrino esattamente il contrario: nelle strutture del famigerato ICE (l’Immigration and customs enforcement) tra i circa cinquanteseimila detenuti la quota di persone senza precedenti penali è in netto aumento. In ogni caso, a fine agosto un giudice federale ha ordinato lo smantellamento del carcere.

L’instagrammabile Philly
I settantadue gradini di pietra di fronte all’entrata del Philadelphia Museum of Art hanno preso il nome di “scalinata di Rocky” dopo essere apparsi nella serie di film dedicati al noto pugile. I turisti si fanno fotografare, mostrando i pugni, accanto alla statua in bronzo di Rocky Balboa posizionata ai piedi delle scale e a volte imitano l’iconica scena in cui il protagonista (uomo comune che vince una sfida che sembrava impossibile) risale i gradini correndo.
Per raggiungere la camera dell’ostello che abbiamo prenotato nella old city di Philadelphia ci sono delle rampe di scale dove risuona senza soluzione di continuità la motivante canzone “Gonna Fly Now”, colonna sonora del film; alle pareti sono appese le locandine dei film della saga. Per fortuna il terzo piano in America corrisponde al nostro secondo.
Ha scritto il filosofo sloveno Slavoj Žižek che «gli americani iniziano a contare da 1, mentre gli europei sanno che l’1 è già una rappresentazione dello 0. Oppure, per dirla in termini storici: gli europei sono consapevoli che, prima ancora di iniziare a contare, deve esserci un suolo, una base tradizionale che è sempre già data e, in quanto tale, non può essere contata. Gli Stati Uniti, terra priva di una vera tradizione premoderna, non hanno questo “suolo”: lì le cose cominciano direttamente con la libertà autolegiferata, il passato viene cancellato (o proiettato sull’Europa).»


Nel negozio della Verizon mi comunicano che nel mio smartphone Samsung le SIM statunitensi non funzionano; per fortuna c’è una promozione grazie alla quale chi come me acquista una SIM con giga illimitati riceve un cellulare in omaggio. L’impiegata del negozio di telefonia, mentre mi fa il backup, ogni tanto sbircia fuori dalla vetrina per verificare se anche oggi ci sarà una manifestazione anti-Trump.
Mentre passeggiamo vicino al Municipio assistiamo prima a un arresto e poi a un incidente stradale. A causa dello sciopero dei netturbini i marciapiedi sono pieni di sacchi della spazzatura.
Nonostante le apparenze, “Philly” è una delle città più belle degli Stati Uniti, dotata di diversi luoghi instagrammabili: i numerosi murales, Elfreth’s Alley (la strada residenziale utilizzata da più tempo ininterrottamente in America), l’esclusiva zona residenziale di Society Hill con case del ‘700 e inizio ‘800, il mercato italiano sulla Nona strada, il mercato coperto di Reading con innumerevoli bancarelle di cibo, il quartiere di Chinatown dove è in corso la festa delle lanterne. Infine c’è il ponte Benjamin Franklin sul fiume Delaware: se lo avessi attraversato sarei entrata nel New Jersey, ma avevo un altro Stato in programma.



La neoclassica Nashville
Alla fine del film Nashville di Robert Altman, una cantante country si sta esibendo in occasione della campagna elettorale di un candidato a governatore, quando un giovane dell’Ohio le spara. La scena è ambientata nel Partenone di Nashville, che non è una scenografia cinematografica, bensì la copia del celebre edificio greco realmente presente in un parco della città.
Gli Stati Uniti sono sempre stati in fissa con gli stucchevoli edifici neoclassici, ma a Nashville hanno voluto strafare, come dimostrano ad esempio il Campidoglio dello Stato e l’anfiteatro del Bicentennial Park. L’architettura però non è l’unico motivo per cui Nashville è stata definita l’Atene d’America: bisogna infatti tener conto dei suoi numerosi istituti scolastici.
Nel marzo del 2023 nella Covenant School di Nashville (una scuola privata presbiteriana) tre alunni e tre componenti del personale scolastico sono rimasti uccisi in una sparatoria insieme all’esecutrice della strage. L’anno dopo il Senato del Tennessee, a maggioranza repubblicana, ha approvato una legge che avrebbe permesso al personale delle scuole pubbliche di portare un’arma negli istituti. Lo scorso gennaio si è verificata un’altra sparatoria presso una scuola pubblica.
In Tennessee e in altri Stati è in vigore un programma di voucher per le famiglie che decidono di mandare i figli nelle scuole private. Inutile dire che sarebbe contro la costituzione che il governo paghi per gli istituti privati, che poi sono quasi sempre religiosi e ultraconservatori. La direzione dell’attuale amministrazione è molto chiara, come dimostra il fatto che a marzo di quest’anno Trump ha firmato l’ordine esecutivo che smantellava il dipartimento dell’istruzione.


Anche noi come molti americani siamo venuti nella capitale del country per trascorrere il fine settimana. A differenza loro non siamo qui per festeggiare un compleanno o un addio al nubilato, quindi non facciamo parte di scalmanate comitive che ballano nei cassoni degli autocarri o bevono nelle “taverne a pedali” o girano la città in carrozze trainate da cavalli. Inoltre siamo tra i pochi a non indossare stivali texani.
Il nostro hotel è molto gettonato perché ha la piscina scoperta. Ad esempio c’è un folto gruppo di amici canadesi cinquantenni che ha deciso di trascorrere qui un’intera settimana e anche quattro ragazze italiane, che vivono in città americane diverse e si sono date appuntamento in questo motel della capitale del Tennessee. Con il contributo di una vasta scelta di superalcolici, sembrano tutti divertirsi moltissimo, soprattutto quando si tuffano cercando di centrare un grosso salvagente.
Il cuore della vita notturna di Nashville è la celebre Broadway, che ospita decine e decine di honky-tonk bar con insegne luminose. Percorrerla non è semplice a causa del sovraffollamento, per cui devo dare ragione all’argentino che avevamo conosciuto nel motel: la Broadway, di sabato sera, è una “locura“.




Memphis: la linea del colore
Nel corso del 2025, nell’ambito delle massicce operazioni di controllo dell’immigrazione operate in tutti gli USA, nemmeno a Nashville sono mancati gli interventi dell’ICE per deportare migranti. La tensione ha cominciato a crescere all’inizio di maggio, quando l’ICE ha iniziato a effettuare controlli del traffico in collaborazione con la polizia stradale statale nel quartiere di South Nashville. Le ispezioni e le detenzioni hanno alimentato il panico tra le comunità di immigrati, le scuole hanno registrato un calo delle iscrizioni e delle presenze perché molte famiglie hanno tenuto i figli a casa, diversi coniugi hanno temuto di essere separati.
Sotto la guida del governatore Bill Lee, il Tennessee nella seconda era Trump è emerso come uno degli stati più aggressivi in materia di immigrazione: i repubblicani hanno accusato il sindaco democratico di Nashville, Freddie O’Connell, di interferire con l’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione, solo per aver condannato una retata dell’ICE in città e aver parlato di donazioni a sostegno delle persone colpite dagli arresti. Nashville ha subito l’ira dell’amministrazione Trump e, come altre città democratiche negli stati repubblicani, è stata presa di mira per la sua politica sull’immigrazione.
Il Tennessee appartenne politicamente alla Louisiana francese fino al 1763, quando fu ceduto agli Inglesi. In quanto stato schiavista, nella guerra di secessione si schierò con gli Stati confederati. Ancora oggi il diciassette per cento della popolazione dello Stato è costituita da afroamericani, una percentuale notevolmente più alta della media statunitense.
A Memphis, seconda città del Tennessee, i neri rappresentano addirittura quasi due terzi della popolazione: anche il sindaco è un afroamericano e pure per lui il presidente Trump non nutre particolare simpatia. A metà settembre infatti ha firmato un provvedimento per l’invio della Guardia Nazionale nella città da lui amministrata, al fine di contrastare quella criminalità che invece – anche qui – è in calo da anni.


Il museo dei diritti civili
Il 4 aprile 1968 Martin Luther King fu assassinato nel Lorraine Motel di Memphis, uno dei pochi hotel per clienti neri; nel 1982 l’edificio fu trasformato nel primo museo dei diritti civili d’America. Il National Civil Rights Museum racconta la storia dall’inizio, ossia dalla tratta transatlantica degli schiavi, la più grande migrazione forzata nella storia umana, che coinvolse dodici milioni e mezzo di africani. Grazie alla schiavitù, dicono i curatori, le colonie del Nuovo Mondo hanno prosperato per tre secoli e mezzo, rendendo l’America una delle nazioni più ricche del mondo. Dopo che fu abolita, tra il 1876 e il 1965, gli Stati meridionali emanarono le cosiddette leggi Jim Crow, che istituirono la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, introducendo lo status di “separati ma uguali” per i non bianchi.

Nel 1954, con la sentenza Brown contro il “Board of Education”, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione nelle scuole. La prova decisiva fu il cosiddetto “test della bambola”, una ricerca che dimostrò come la segregazione e il pregiudizio avevano creato un senso di inferiorità e “auto-odio” nei bambini afroamericani, danneggiando la loro autostima. Ciò tuttavia non bastò ad eliminare l’odiosa pratica.
La riproduzione di un autobus simile a quello su cui fu arrestata Rosa Parks, che si era rifiutata di cedere il suo posto a un passeggero bianco, ci ricorda il noto evento che diede inizio al boicottaggio dei bus di Montgomery, in Alabama. Era il 1955 e la protesta, durata ben trecentottantuno giorni e guidata dalla Montgomery Improvement Association (MIA) presieduta da Martin Luther King Jr., si concluse con successo dopo che la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la segregazione razziale sugli autobus pubblici.



Il boicottaggio di Montgomery ispirò altre comunità a protestare con sit-in non violenti sotto lo slogan “Standing up by sitting down”. Viene riprodotta nel museo la scena del sit-in di Greensboro, quando quattro studenti afroamericani del North Carolina A&T College si sedettero al bancone del pranzo “solo per bianchi” del negozio Woolworth’s a Greensboro, in Carolina del Nord. Vengono celebrati anche i “Freedom Riders”, un gruppo di attivisti che viaggiavano sugli autobus interstatali per far rispettare le leggi federali che già avevano vietato questo tipo di segregazione.
Il mondo intero osservò quanto stava succedendo e il governo federale guidato da J. F. Kennedy finalmente agì, anche per dimostrare in piena Guerra fredda che i sovietici, evidenziando il conflitto segregazionista nella loro propaganda antiamericana, si sbagliavano.
Le leggi Jim Crow furono ufficialmente abrogate dalla legge sui diritti civili del 1964 e dal Voting Rights Act del 1965, tuttavia nelle zone rurali gli afroamericani frequentavano ancora scuole segregate e non avevano rappresentanza politica, mentre nel Nord urbano affrontavano discriminazioni in materia di alloggio e lavoro, nonché violenze da parte della polizia.


Nel frattempo i bianchi del Sud, scontenti dell’approvazione del Civil Rights Act e del crescente potere degli elettori neri, iniziarono un esodo dal Partito Democratico e votarono in massa il Partito Repubblicano. Il Partito Democratico, un tempo il partito del razzismo e dell’oppressione nel Sud (aveva fatto emanare le leggi Jim Crow), ora attraeva coloro che avevano idee liberali e un interesse per la causa degli afroamericani e gradualmente divenne un partito di centro-sinistra. Il Partito Repubblicano, nel frattempo, si spostò in territorio più conservatore.
Largo spazio nel museo è dedicato alla storia e alle filosofie di figure e movimenti significativi nella lotta per i diritti civili e l’emancipazione degli afroamericani, come Marcus Garvey e Malcolm X. Il movimento dei diritti civili si opponeva anche alla guerra del Vietnam, considerata un’estensione dell’oppressione razziale e capitalista, ed esortava i soldati neri (che da sempre venivano arruolati in gran numero nell’esercito americano pur affrontando la segregazione) a riconoscere i loro interessi comuni con i rivoluzionari in Vietnam e a smettere di combattere.


Il percorso museale termina presso la stanza del Lorraine Motel dove Martin Luther King fu assassinato. Quel 4 aprile il dr. King era di buon umore: scherzava e rideva con il fratello. Uscì sul balcone della stanza, la 306, e chiese a un musicista di suonare il suo inno preferito, “Precious Lord”, quando un proiettile lo colpì al collo, facendolo crollare a terra. L’assassino si era appostato dall’altra parte della strada con un fucile pronto a sparare.
Con lo slogan “I am a man” viene ricordato il cruciale sciopero dei netturbini che si tenne a fine marzo del 1968 per protestare contro le condizioni di lavoro: fu quello sciopero a portare il M.L. King a Memphis e, tragicamente, al suo assassinio.


Elvis e le oche di Memphis
La fama mondiale di Memphis naturalmente è dovuta soprattutto ad Elvis Presley, il quale, trasferitosi qui con la famiglia da ragazzino, dal 1957 e fino alla sua morte ha vissuto a Graceland. La dimora oggi è una struttura aperta al pubblico che – pagando minimo ottantaquattro dollari – può visitare il suo giardino, la sua tomba e i principali ambienti interni della mega-villa.
Fuori dal mio hotel una donna sconosciuta mi racconta di quando sua madre incontrò Elvis: fu il giorno più bello della sua vita perché a quanto pare lui le diede un bacio. Poi la tizia chiama il marito affinché ci mostri il tatuaggio che ha sulla pancia: c’è scritto il cognome, Liscano, che dimostra la sua origine italiana. Infine ci consiglia il suo ristorante preferito: «Ma state attenti, Memphis è una città molto pericolosa!»


Il downtown è effettivamente un po’ squallido in questa triste domenica pomeriggio e non tutti i frequentatori sono raccomandabili, ci diciamo mentre ci dirigiamo al Peabody Hotel. L’evento più gettonato di Memphis si svolge in questo lussuoso albergo del centro città due volte al giorno, alle nove di mattina, quando cinque normalissime oche escono da un ascensore e attraversano un tappeto rosso per recarsi nella fontana situata al centro della vasta e pretenziosa hall, e alle cinque di pomeriggio, quando le stesse fanno ritorno nei loro appartamenti. La scena viene presentata da uno speaker in uniforme rossa e ripresa dagli smartphone delle centinaia di turisti che quotidianamente si assiepano per partecipare all’evento.



Il piano terra dell’hotel ospita il prestigioso negozio di abbigliamento Lansky Brothers, che già nella prima sede di Beale Street forniva abiti eleganti ai musicisti di quella meravigliosa scena musicale. Sulla vetrina del negozio, sotto una foto che li ritrae insieme, le parole di Bernard Lansky che ricorda come incontrò Elvis Presley e come iniziò la loro «amicizia eterna». Quando Elvis diventò una superstar internazionale, i fratelli Lansky effettivamente gli fornirono gran parte del suo abbigliamento. Nel 2001, Lansky’s ha lanciato una nuova linea che offre riproduzioni di abiti realmente indossati dal divo. La commessa mi annuncia che il signor Bernard è «tristemente venuto a mancare nel 2013», ma il figlio e la nipote continuano a gestire l’attività. Va detto che le camicie in esposizione hanno fantasie quantomeno discutibili.
Beale Street è ancora oggi la strada più frequentata della città, dove è possibile assistere ogni giorno a bellissimi concerti blues e jazz perlopiù gratuiti. Tornando verso l’albergo scopro però un’altra passione dei giovani di Memphis: riunirsi in affollatissimi party per guardare al maxischermo la puntata di “Love Island”, commuovendosi all’unisono.



Memphis si trova nell’estremo angolino sudoccidentale del Tennessee. Alle sei di mattina prendiamo un treno che pochi chilometri dopo entra in Mississippi e lo attraversa tutto ad una lentezza strabiliante.
New Orleans, il gioiello nella palude
Già dal primo impatto, il trasporto pubblico di New Orleans non è dei migliori. Nei pressi del terminal aspettiamo a lungo il tram; quando finalmente arriva, scopriamo che per pagare i mezzi sono accettati solo i contanti e non ti danno il resto. Lo “streetcar” storico è molto grazioso, ma si ferma in continuazione e comunque non stava andando nella nostra direzione; insomma, schivando i numerosi lavori in corso, siamo arrivati all’ostello con un Lyft (un’app di ride-sharing che ho usato spesso in questo viaggio).
L’ostello è un posto cosy e fricchettone, con un giardino tropicale lussureggiante seppure infestato di zanzare, dove ho trascorso diverse ore liete con alcuni ospiti, tra i quali una giovane e saggia psicologa svedese, un afroamericano che ha lavorato molti anni per una compagnia aerea, una bionda e logorroica settantenne figlia di un cantante d’opera ormai defunto, un giovane idraulico di origine messicana che vive in Texas.


Siamo a pochi isolati dall’iconica Frenchmen Street, celebre per la sua scena musicale, come si suol dire, vibrante. Per arrivarci dobbiamo scansare alcune persone senza fissa dimora o sotto effetto di sostanze che giacciono sui marciapiedi o sulle scale degli edifici, oppure deambulano lentamente cercando di non cadere spalmati a terra. La “strada dei francesi” è molto colorata e piena di murales: il mercatino è già chiuso, ma nei numerosi locali sono già iniziati i concerti jazz, gratis come al Bamboula o con una cover di 5 dollari come allo Spotted Cat. I musicisti sono bravissimi, ma è soprattutto emozionante ascoltarli proprio a New Orleans: fu da qui che questo genere musicale, inizialmente suonato per la strada e in occasione di feste e cerimonie funebri, si diffuse in tutto il mondo.
Dopo il tramonto ci spostiamo nella celebre Bourbon Street, che attraversa tutto il quartiere francese, il più antico della città. Ecco qua gli edifici con le ringhiere in ferro battuto e i portici con le sedie a dondolo, tipici dell’architettura del diciottesimo e diciannovesimo secolo, che però rischiano di passare inosservati tra le decine e decine di bar, locali jazz, cartomanti, negozi di souvenir, dj, cucina cajun, oltre naturalmente alla folla di turisti e residenti che la frequenta ogni sera. Un po’ più rilassante percorrere le vie parallele e perpendicolari di questo impianto urbano a scacchiera, dove non cammina nessuno.




Ostriche, jazz e alligatori
Il City Park è uno dei più grandi parchi urbani degli Stati Uniti. Tra le attrazioni figurano un giardino botanico, un minigolf, giostre d’epoca, il museo d’arte della città, un lago con i pedalò e altro ancora. Il parco delle sculture è gratuito ed espone oltre novanta opere di artisti di fama mondiale che dialogano con le querce secolari, le magnolie, i pini, le camelie che costituiscono la flora locale. Nella parte meridionale scorre un bayou naturale, suggestivo e ombroso corso d’acqua popolato da anatre, aironi, tartarughe e altri animali tipici delle zone umide della Louisiana.
Per tornare nel French Quarter, ci incaponiamo a utilizzare il non efficientissimo trasporto pubblico, giungendo in Jackson Square dopo un tempo infinito. Da queste parti ci sono diversi ristoranti consigliati, in uno dei quali ci apprestiamo a conoscere la cucina della Louisiana, rinomata in tutti gli Stati Uniti grazie alle variegate influenze etniche che nel tempo si sono avvicendate in città: i discendenti dei primi coloni francesi e spagnoli, i cajun provenienti dalla Nuova Scozia, gli afroamericani e naturalmente gli indigeni americani. Sia la jambalaya (una specie di paella creola) sia il gumbo (zuppa di pesce e riso con l’okra) non mi hanno entusiasmato, tuttavia sempre meglio della generica gastronomia americana, tra l’altro spesso ultracalorica. Ci tengo comunque a segnalare la bontà delle ostriche grigliate con salsa all’aglio e parmesan, un sapore originale soprattutto per noi che siamo abituati a mangiarle crude.




Ci dirigiamo al molo da cui partono le crociere sul fiume Mississippi. Verso le cinque rifiutiamo le avances del fotografo ufficiale che pretenderebbe di immortalarci, e saliamo a bordo del Natchez, un battello storico con la ruota a pale ancora funzionante. La nave ha tre piani, su uno dei ponti suona indefessamente una graziosa orchestrina jazz, all’interno è allestito il pasto per chi ha acquistato anche il supplemento per la cena. In ascensore incontriamo la classica coppia attempata ubriaca che, stupita e affascinata dalla nostra provenienza, ci comunica con orgoglio che sono stati a Barcellona l’estate scorsa.
La navigazione dura circa due ore, una voce guida descrive tutto ciò che si vede lungo il corso del fiume: le immagini più suggestive sono quelle del ritorno, quando le luci si sono accese e lo skyline di New Orleans acquista un discreto fascino. Le foto scattate prima della partenza sono state nel frattempo stampate e messe in vendita a cifre astronomiche dal personale che gira tra i passeggeri.




Un’esperienza da non perdere quando si visita New Orleans è l’escursione nelle lagune (swamp) a sud della città, che abbiamo effettuato grazie a un tour guidato con prelievo in albergo. Noi abbiamo scelto un’imbarcazione lenta, ma esistono anche gli airboat: avendoli incrociati durante l’escursione, posso testimoniare che fanno un baccano infernale, infatti i passeggeri indossavano delle cuffie. La nostra navigazione procede silenziosamente nei bayou che serpeggiano tra paludi e foreste di cipressi calvi. Come sostengono nei depliant, l’ecosistema è unico e la natura primordiale, ricca di fascino e mistero. Tuttavia trovo strano il fatto che, per attrarre gli alligatori e i procioni, il capitano utilizzi interi pacchi di marshmallows, di cui questi animali sono molto ghiotti. Il Nostro si protende spesso e volentieri nel fiume, accarezza e sbaciucchia addirittura l’alligatore e infine ci fa tenere in mano un cucciolo di rettile. E comunque ci tiene a precisare che il cibo zuccheroso che dà agli animali non gli fa male, in quanto viene digerito senza essere assimilato. Un’oretta dopo la carne di alligatore – pastellata e fritta – mi viene servita nel ristorante Perino’s, consigliato dal capitano.



Il National WWII Museum
L’ultimo giorno me lo sono lasciato libero per visitare con molta comodità il National WWII Museum. Quando mi sono chiesta che ci facesse a New Orleans il più grande museo americano della seconda guerra mondiale, ho scoperto che qui all’epoca aveva sede un’azienda leader nella produzione di imbarcazioni anfibie (le “Higgins boats”, una delle quali è esposta nella grande sala di accoglienza). Infatti originariamente il museo doveva essere dedicato allo sbarco in Normandia, ma poi si è ampliato a dismisura. Prima ancora di entrare notiamo alcune statue di fronte all’ingresso, tra le quali riconosco Franklin D. Roosevelt seduto su una panchina e Anne Frank che ci invita a ricordare le vittime dell’Olocausto.


Dopo aver acquistato il biglietto, ci fanno entrare in un treno passeggeri ricostruito, come se fossimo anche noi delle reclute in partenza. Teoricamente in questo museo dovremmo poter sperimentare la “Dog Tag Experience”, un’esperienza interattiva che ci dovrebbe far ripercorrere i passi di una persona coinvolta in prima persona negli eventi. A questo fine ci viene fornita una “dog tag” digitale, che ricorda le piastrine di riconoscimento che indossavano i soldati, ma poi non sono riuscita a capire esattamente come funziona l’esperienza.
Nella sezione “A House Divided” ci spiegano che nel gennaio 1940 l’ottantotto per cento degli elettori americani era contrario a un intervento militare contro la Germania nazista. Il presidente Roosevelt dunque, mentre si sforzava di sostenere lo sforzo bellico inglese, doveva aver cura di non scontentare troppo l’opinione pubblica interna. Ci si metteva pure l’America First Committee, un gruppo di pressione isolazionista americano contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti: lanciato nel settembre 1940, al suo apice superò gli ottocentomila membri. Il suo portavoce era il famoso aviatore Charles Lindbergh. È stata una coincidenza incredibile il fatto che durante il viaggio io abbia iniziato a leggere Il complotto contro l’America, un romanzo fantapolitico in cui Philip Roth immagina una storia alternativa in cui Lindbergh vince le elezioni presidenziali del 1940, portando gli Stati Uniti d’America ad allearsi con la Germania nazista.
Comunque dopo Pearl Harbor l’opinione pubblica cambiò idea, la commissione si sciolse e Roosevelt pronunciò il discorso in cui annunciava l’entrata in guerra, che nel museo viene proiettato su una grande parete.


Proseguendo il percorso, una ricca serie di manifesti, poster e giornali dell’epoca illustra l’attività propagandistica che si mette in moto per sostenere lo sforzo bellico degli Stati Uniti e poi entriamo all’interno di una tipica casa americana dell’epoca per scoprire come “la guerra colpisce ogni famiglia”.
Il tema della segregazione razziale (“United but unequal“) all’interno dell’esercito lo avevo già abbondantemente approfondito nel museo di diritti civili di Memphis, mentre sapevo poco dei campi dove vennero internati i cittadini nippo-americani dopo l’attacco a Pearl Harbor. Poi possiamo vedere come gli Stati Uniti in poco tempo hanno addestrato e mobilitato milioni di cittadini e capiamo come l’apparato industriale americano sia riuscito a riconvertirsi rapidamente per rifornire l’esercito.
Al terzo piano si trova il motivo originario per il quale si era costruito il museo, ossia l’interessante e dettagliatissima mostra dedicata allo Sbarco in Normandia.
Con un biglietto supplementare che mi sono pentita di aver comprato, ho assistito all’esperienza in 4D di Beyond All Boundaries, un documentario prodotto da Tom Hanks che viene proiettato nel Solomon Victory Theater.
Il padiglione più spettacolare è dedicato alle gesta delle truppe Alleate in Europa e nel Pacifico: nell’attraversarlo passiamo per lussureggianti foreste, torridi deserti, strade innevate, ma costeggiamo anche edifici in macerie e scorci di città italiane.


Nel “Liberation Pavilion” si tirano le somme: la seconda guerra mondiale è costata agli Stati Uniti più di tutte le guerre precedenti messe insieme e più di quattrocentomila soldati sono morti (una parete tutta ricoperta di piastrine ricorda i milioni di americani che prestarono servizio durante il conflitto). La ricostruzione dell’alloggio segreto di Anne Frank e i dormitori dei campi di concentramento ci rammentano la vicenda dell’Olocausto. Una delle mostre più significative è dedicata al lavoro dei Monuments Men and Women per salvare le opere d’arte trafugate dai nazisti. Prima di andarcene riflettiamo sugli sforzi compiuti dagli USA per ricostruire l’Europa martoriata, sui processi per crimini di guerra ai nazisti e sulle nuove sfide degli Stati Uniti diventati ormai una superpotenza.


Dopo molte ore nel museo, mangiamo un pasticcio di maccheroni e ci apprestiamo a prendere un autobus che ci porti al Garden District, piazzandoci fiduciosi alla fermata. Nell’attesa ci dedichiamo a un’indagine statistica sulle auto più diffuse (vincono di gran lunga le giapponesi), ma nessun autobus si palesa: siamo costretti ad andare a piedi. In questo quartiere residenziale verde e tranquillo ci sono grandi ville sfarzose realizzate dagli americani arrivati a New Orleans nel diciannovesimo secolo, comprese a quanto pare le residenze di famosi attori come John Goodman e Sandra Bullock.
L’indomani mattina lasciamo la città con un volo diretto a Fort Worth-Dallas che parte dall’aeroporto “Louis Armstrong” . Il celebre musicista, che diede uno dei più grandi contributi nella crescita della musica jazz, nacque infatti qui a New Orleans. Mentre ci dirigiamo al gate, nell’aria risuona “What a wonderful world”.





