Da Città del Messico al Chiapas in solitaria


Tutta sola a México, D.F.
Gli esseri umani non amano fare le cose da soli. Gli italiani, in particolare, sono un popolo che cerca compagnia persino per andare al cinema o al cesso, figuriamoci per i viaggi. Muoversi in solitudine sembra ai più una pratica da sfigati o, al massimo, un’esperienza incompleta. Non a caso, una buona parte dei “solo traveller” nostrani che ho incrociato in giro per il mondo era partita con qualcuno per liberarsene a metà strada, oppure stava raggiungendo il classico amico che ha aperto un baretto a Playa del Carmen o che fa il baby pensionato in qualche luogo fricchettone dell’India.
D’altra parte, nemmeno per me è sempre stato facile sottrarmi a questo condizionamento sociale. Prima di ogni partenza, infatti, alcuni conoscenti si divertono a terrorizzarmi, elencandomi le sfighe più drammatiche che potrebbero capitarmi e dalle quali difficilmente mi salverò a causa della mia irrimediabile solitudine.

Atterrata a Città del Messico, raggiunsi il centro storico in autobus. Alle dieci di sera mi ritrovai a vagare tra vicoli bui e deserti alla ricerca dell’hotel prenotato. L’atmosfera era inquietante; persino i capannelli di poliziotti che chiacchieravano agli angoli delle strade, invece di tranquillizzarmi, mi misero ansia. L’accoglienza alla reception da parte di una donna scorbutica, barricata dietro una gabbia di ferro, non contribuì affatto a rasserenarmi. Avrei scoperto soltanto il giorno seguente che l’albergo si trovava proprio a ridosso di una centrale di polizia.
Mi svegliai all’alba in preda ai morsi della fame. L’unico suono che proveniva dalle strade era la cantilena metallica del venditore ambulante di gas, ripetuta all’infinito. Città del Messico si svegliò molto tempo dopo, quando avevo già raggiunto l’immenso Zócalo, a quell’ora popolato solo da spazzini in divisa fluorescente e lustrascarpe.

Mi calai nel budello della metropolitana diretta a Chapultepec e ne riemersi in Paseo de la Reforma, provata dal corpo a corpo sostenuto per salire e scendere dai treni, e frastornata dalle orde di venditori ambulanti che recitavano le loro litanie a turno, senza soluzione di continuità.
Dopo molte ore liete all’interno dello straordinario Museo di Antropologia, mi sedetti sul prato per assistere allo spettacolo dei voladores, acrobati indigeni in abiti tradizionali che, legati per le caviglie a una corda, volteggiavano intorno a un palo altissimo. Le interpretazioni più accreditate associano questa antica danza rituale alla fertilità della terra: la discesa dei volatori mima la caduta della pioggia.

Nel pomeriggio lo Zócalo era affollatissimo e il traffico congestionato. Molti defeños erano in fila per la pista di pattinaggio sul ghiaccio e per le altre attrazioni che occupavano una buona porzione della piazza per il periodo natalizio. Lo show dei danzatori aztechi, al ritmo incalzante delle percussioni, mi ricordò che lì sorgeva il centro cerimoniale di Tenochtitlán, isola artificiale al centro del lago Texcoco: fondata nel punto in cui apparve l’aquila della profezia, fu quasi completamente rasa al suolo dai conquistadores di Cortés. Dopo un’esondazione era stata ricostruita e il Templo Mayor ampliato; l’inaugurazione fu celebrata sacrificando migliaia di prigionieri a Tláloc, il dio della pioggia e della fertilità, molto temuto perché ritenuto l’unico responsabile di inondazioni e annegamenti.


Alle sette di fronte alla cattedrale avevo appuntamento con Raul, un simpatico meticcio che avevo conosciuto in rete. Nonostante l’opinione di certi miei conoscenti, viaggiare da soli non vuol dire infatti avere una vita sociale inesistente nel Paese che si è scelto di visitare. Mentre passeggiavamo, mi raccontò alcune curiosità di México, DeFe: mi spiegò che quella statua a forma di scheletro con veste e velo di pizzo rappresentava la santa de la muerte, mentre quel santo che le stava di fronte in mezzo alla strada, vestito di verde, con una moneta sul petto e una fiamma in testa, era San Judas Tadeo, il santo delle cause perse. «Entrambi sono molto popolari nel mondo dei delinquenti e narcotrafficanti», chiosò Raul. Questo culto era il vero e proprio codice devozionale del narco-capitalismo, cresciuto sulle macerie dello Stato sociale.
A cena ormai mi rassegnai al fatto che sarebbe stato impossibile alimentarsi senza avere a che fare col mais.


La mestizia della Nochebuena
Teotihuacan era la capitale di una delle civiltà più singolari della storia dell’umanità, densamente abitata da una comunità multietnica di zapotechi, mixtechi, maya e nahua. Prendendo a modello le circostanti montagne, furono loro a inventare le piramidi a gradini, così sfruttate da aztechi e maya e così sfiancanti da scalare per noi turisti. Il declino di questa metropoli cominciò a causa di una devastante siccità: un paradosso difficile da credere il giorno della mia visita, visto che la pioggia non smise per un istante di cadere, copiosa.
Sebbene gli indigeni ne sarebbero stati entusiasti, per me quel maltempo si rivelò poco piacevole. Enormi pozzanghere maculavano la Calzada de los Muertos, il viale principale su cui si affacciavano i maggiori monumenti del sito archeologico. Dopo la massacrante scalata della Piramide del Sole restai profondamente delusa dal panorama, semicancellato dalla nebbia. Se già in condizioni normali è arduo immaginare questi luoghi come dovevano apparire all’epoca, interamente dipinti a colori vivaci, con quel clima era un’impresa impossibile.



Tornata in città, entrai in un locale per riscaldarmi vicino al fuoco adibito alla cottura del pastor, un cilindro rotante all’apparenza identico al kebab ma fatto con carne di maiale. Ero a due passi dal Palacio de Bellas Artes, dove pregustavo già di ammirare i celebri murales di Rivera, senza sapere che il 24 dicembre tutti i musei di Città del Messico erano chiusi.
Al colmo della delusione mi rinchiusi in malinconica solitudine nella mia camera. Un documentario alla televisione mi svelò tutti i segreti della stella di Natale, o poinsettia: questo tipico fiore delle feste in realtà è un vero e proprio albero e in Messico, terra di cui è originario, si chiama Nochebuena, un nome che definisce anche la sera della vigilia.
Grazie alle dritte della receptionist appresi che durante questa ricorrenza i defeños festeggiavano in famiglia e che trovare un posto dove cenare sarebbe stata un’impresa. Per appurarlo di persona mi dovetti avventurare sotto la pioggia nelle strade deserte – eccezion fatta per i soliti capannelli di poliziotti – fino ad approdare al Cafè Sanborns in calle Madero, l’unico aperto della zona.
Una profonda tristezza mi assalì al pensiero di stare seduta da sola a quel tavolo, dopo aver fatto persino la fila per entrare, nell’unico ristorante in attività del centro di una megalopoli di venti milioni di abitanti, con quel clima davvero poco tropicale per i miei gusti.

Cominciai a covare pensieri dissennati: forse il dio Tlaloc aveva deciso di ricambiare la devozione e i sacrifici umani che per secoli i messicani gli avevano dedicato. O forse c’era lo zampino dei voladores, troppo alacri nelle loro acrobazie aeree. Mi tornò in mente Cortés: pure quella famosa “noche triste”, quando i Mexica riuscirono a mettere in fuga gli spagnoli, pioveva a dirotto; l’eroico conquistador si mise a piangere per la sconfitta, seduto insieme alla sua Malinche sotto a un immenso cipresso. Andai a letto presto, sfiorata dal fugace dubbio che forse i miei conterranei non avessero tutti i torti a scegliere di viaggiare in compagnia.

La Madonna di Guadalupe
Che cosa bella gli orari! Gli orari sono fatti di un tempo speciale che non appartiene al Tempo con la maiuscola, appartiene a un tempo stretto, contabile, che entra nella pagina di un’agenda. Si fanno i calcoli: prendendo l’autobus delle quattro del mattino arrivo ad Oaxaca alle sette del pomeriggio. La cerimonia degli stregoni zapotechi sulle colline è alle ventuno, se l’autobus non ritarda ce la dovrei fare. Questo lunedì. Per martedì poi si vede.
Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi
La mattina di Natale mi precipitai alla stazione degli autobus TAPO, determinata a lasciare la capitale il prima possibile: al terminal mi comunicarono che la prima corriera disponibile per Oaxaca sarebbe partita soltanto tre ore più tardi.

Per ingannare l’attesa mi misi a chiacchierare con un gruppo di tassisti dall’aria giuliva. Per arrotondare il loro magro stipendio mi proposero un’improvvisata gita alla Basilica di Nostra Signora di Guadalupe, dove è custodito il mantello di Juan Diego, l’indigeno azteco convertito a cui comparve la Vergine nel 1531. Sulla tilma è impressa l’immagine della Virgen Morenita: per la Chiesa cattolica restano inspiegabili sia la tecnica con cui fu impressa l’effigie, sia il fatto che il tessuto sia giunto integro fino a noi.
Furono i tassisti a raccontarmi che nelle pupille della Vergine si scorge il riflesso di Juan Diego al cospetto del vescovo Juan de Zumárraga, e che il quadro e il vetro protettivo restarono miracolosamente intatti durante un attentato dinamitardo che devastò l’altare. La chiesa era gremita per la messa del 25 dicembre, officiata da decine di preti e chierichetti in un tripudio di stelle di Natale.
Terminata la visita, i tre autisti, devotissimi alla Vergine, mi riaccompagnarono alla stazione, ansiosi di raggiungere le rispettive famiglie per addentare il classico tacchino natalizio.

La corriera partì dopo i consueti, maniacali controlli di sicurezza: insieme alla militarizzazione del centro storico, erano il risultato della guerra al narcotraffico, che in nove anni aveva già causato più di centomila morti e anticipava la successiva diffusione globale del fentanyl.
Fuori dalla capitale il paesaggio si dispiegò in combinazioni da cartolina: comparvero le prime piante succulente e i grandi cactus, verdi sentinelle ombreggiate a tratti da nuvoloni prima grigi e poi bianchissimi. A un certo punto del tragitto si stagliarono due maestosi vulcani: l’Iztaccíhuatl, la “donna che dorme”, e il suo innamorato guardiano a vita, l’appuntito Popocatepetl.


Arrivai a Oaxaca al colmo dell’entusiasmo: faceva così caldo che mi sbarazzai dei pesanti abiti invernali. Mi feci portare in Calle de la Noche Triste, dove si trovava l’hostal prenotato. Proprio mentre sbrigavo il check-in, Helene e Ivan sbucarono alla reception: avevano rimandato la partenza al giorno dopo.
Con loro trascorsi la serata a casa di Daniel, in una scoppiettante compagnia multiculturale: un grande albero con un’amaca al centro del cortile, un gatto appollaiato sul bancone di un bar in disuso, una caffettiera da dodici tazze, una bottiglia di tequila e una chitarra dalle sonorità vagamente portoghesi. Una noche tutt’altro che triste, che mi fece dimenticare le paturnie del Defe.

La valle di Tlacolula
Per addentrarmi nella Valle di Tlacolula optai per una gita organizzata muy barata. Queste escursioni sono un’ottima opportunità per fare nuove conoscenze, ma rappresentano sempre un azzardo: non sai mai con chi dovrai trascorrere la giornata e i ritmi rischiano di essere troppo serrati. Era però l’unico modo sensato per raggiungere Hierve el Agua.
In agenzia venni inserita in un gruppo abbastanza grande, da smistare in due auto. Mi accorsi subito che avremmo fatto tutto con estrema calma, in compagnia di persone affabili.
Imboccammo la Carretera 190, un tratto della leggendaria Panamericana, in un paesaggio assolato e arido di fichi d’India, agavi e jacaranda. La prima tappa fu Santa María del Tule, che ospita uno degli alberi più monumentali del pianeta. Questo cipresso di Montezuma è così gigantesco che la chiesa adiacente sembra un modellino; le guide indicavano indefesse i punti del tronco nodoso dove, con una buona dose di immaginazione, si scorgono sagome di animali. El Gigante non mi scatenò la stessa straordinaria ammirazione che produsse in Oliver Sacks e, prima ancora, in Alexander von Humboldt, ma mi fece impressione pensare che era già lì da almeno mille anni quando arrivarono gli spagnoli.

Subito dopo una pista sterrata lunga e tortuosa ci condusse a Hierve el Agua. Oltre al biglietto ufficiale dovemmo pagare un pedaggio agli abitanti dei villaggi di San Lorenzo Albarradas e San Isidro Roaguia: l’autista spiegò che lo stato di Oaxaca non investiva il denaro dei turisti per migliorare le condizioni della zona, che restavano misere.
Il luogo è caratterizzato da due speroni di roccia che si innalzano sopra la vallata, con pareti modellate dai sedimenti calcarei a forma di cascate pietrificate. Nelle piscine naturali turchesi i turisti sguazzavano spensieratamente confidando in miracolosi effetti terapeutici. L’acqua, comunque, non bolle (“hierve“) davvero e non è affatto calda: il nome descrive solo il gorgogliare delle fonti.



La tappa successiva fu Mitla, sito zapoteco celebre per le facciate a mosaico miracolosamente intatte. Le tessere di pietra incastonate compongono complessi disegni geometrici che ricordarono a Oliver Sacks le allucinazioni che possono colpire gli uomini «durante gli stati di assideramento, di perdita dei sensi, d’intossicazione oppure di emicrania». Il neurologo si chiese se queste «costanti formali allucinatorie universali», magari amplificate da funghi o piante sacre, avessero influenzato l’arte precolombiana.
A quel punto andammo al ristorante a mangiare tortillas, enchiladas e tacos, annaffiati da abbondante birra Negra Modelo, con una calma serafica; come se non fossero già le cinque e non dovessimo visitare ancora i laboratori di tappeti di Teotitlán del Valle e la fabbrica di mezcal.

Avendo acquistato un biglietto per lo spettacolo di Guelaguetza delle nove, quella volta ero io ad avere fretta. Inutile dire che alle dieci, dopo aver appreso le antichissime tecniche zapoteche per la tintura naturale della lana e aver seguito passo dopo passo il tradizionale processo di lavorazione dell’agave, eravamo a un tavolo a certificare la qualità del distillato: stavamo beatamente tracannando il diciassettesimo cicchetto e sgranocchiando cavallette fritte piccanti. Com’era prevedibile, allo spettacolo non ci andai, visto che rientrammo verso le undici, abbastanza borrachos e con circa quattro ore di ritardo sulla tabella di marcia.



L’aria di Oaxaca
“…Oaxaca.”
La parola era come un cuore che si schianta, era come un improvviso squillar di campane soffocate in una rapina di vento, le ultime sillabe di uno che muore di sete nel deserto.
Malcolm Lowry, Sotto il vulcano
Cos’è la felicità? Ad esempio, avere un’intera giornata da trascorrere a Oaxaca senza nessuno a cui dover dare conto. Passeggiando in calle Alcalá di prima mattina, la luce purissima accendeva le facciate dipinte e gli edifici coloniali. L‘andador turistico era fatto apposta per essere percorso da cima a fondo, invitando a indugiare tra botteghe, gallerie d’arte, bar e cortili monumentali.
Feci il mio ingresso nel maestoso tempio di Santo Domingo. L’ex-convento, di cui la chiesa faceva parte, dopo un sapiente restauro era diventato lo splendido Museo delle Culture; lo visitai con molta curiosità, ripercorrendo la storia dello Stato e ammirando dalle finestre l’antico giardino, riconvertito in orto etnobotanico.


Quando uscii, proprio di fronte all’ingresso principale della chiesa, mi imbattei in una figura femminile ambigua: troppo giovane e colorata per essere una sposa, troppo adulta per una bambina in età da prima comunione, troppo reale per essere una principessa delle favole, troppo fuori stagione per una maschera di carnevale. Una passante mi rivelò che si trattava di una quinceañera: in Messico è usanza che le ragazze festeggino i quindici anni in modo estremamente coreografico, con una messa solenne seguita da un grande banchetto. Quella ragazza, nello specifico, sfoggiava una pomposa gonna di tulle, uno scialle scintillante, un’elaborata pettinatura e un trucco pesante; il suo bouquet richiamava lo stesso colore della gonna e della cravatta indossata dai suoi “ciambellani” – ragazzotti impomatati che le camminavano intorno formando un fiero manipolo difensivo.

L’andador pedonale sbucò sullo Zócalo, una piazza quadrata circondata da eleganti portici dove era in atto una protesta. I dissidenti erano accampati in tendopoli nel giardino centrale e decine di manifestini richiamavano l’attenzione sul tragico fatto di cronaca avvenuto nel settembre precedente: i quarantatré studenti scomparsi in un agguato nello stato di Guerrero. Su fogli di carta colorati, sotto le foto dei ragazzi, le accuse erano scritte a pennarello: «Ayotzinapa crimine di Stato», «Sono una maestra e mi manca un gruppo di 43», «Governo oppressore che uccide gli studenti», «Basta bugie».
Negli anni successivi il massacro di Iguala avrebbe mostrato al mondo la fusione strutturale tra gli apparati militari dello Stato e i cartelli del narcotraffico. La versione ufficiale che parlava di un incendio in una discarica si sarebbe rivelata una messinscena di Stato per coprire l’esercito e le indagini avrebbero svelato che i corpi furono fatti sparire attraverso un sistema illegale di obitori e forni crematori privati, gestiti in complicità con i funzionari locali.


Nel Museo del Palacio un enorme murale di Arturo García Bustos illustrava gli episodi salienti della città, terra di origine del politico più amato dai messicani (Benito Juárez) e del più odiato (Porfirio Díaz). Nel Museo Rufino Tamayo erano esposte delle statuette preispaniche di una bellezza mozzafiato. Ma ciò che più adorai fu addentrarmi nei mercati e perdermi tra le piramidi di peperoncini di ogni varietà (chile mulato, huacle negro) e di cavallette fritte («35 años de experiencia de venta de chapulines»), di mole rojo e coloradito; tra le cataste di frutta esotica e gli ordinati bicchieri di aguas frescas e nieves, tra le coloratissime piñatas pronte a essere rotte con un bastone, i vasi di terracotta, i sombreri, le amache, gli ex-voto di latta e le creature fantastiche intagliate nel legno chiamate alebrijes.




Con tutti quei colori negli occhi lasciai Oaxaca, a tarda sera, a bordo di un pullman della ADO. Mentre prendevo sonno sul sedile reclinato, pensai che gli spagnoli – dopo meno di un anno da quella epica Noche Triste – riuscirono infine a espugnare Tenochtitlan. La distrussero quasi del tutto, ed è da lì che tutto ebbe inizio: la Nochebuena, le cattedrali metropolitane, la Virgen de Guadalupe, San Judas, i Gesù crocifissi dall’aspetto così afflitto, ma anche il morbillo e la scarlattina, la ruota, il metallo, i cavalli e tutta quella straordinaria mezcla che, nonostante tutto, mi aveva affascinato tanto.
Ben coperta per difendermi dall’aria condizionata polare, mi feci un’indimenticabile dormita mentre la strada scendeva verso la pianura, dove la notte dell’Istmo era calda e umida.



San Cristóbal: amore a prima vista
«Sai, Camila, che cosa rischi fermandoti qui? Rischi d’innamorarti di questa città. Non è un luogo casuale, non è uno dei tanti nell’immensa geografia del nostro continente. È un posto ricco di conflitti, tradizioni, costumi. Sembra destinato a essere lo spazio da cui sfidare il mondo unico e globalizzato della vita postmoderna.»
Marcela Serrano, Quel che c’è nel mio cuore
San Cristóbal de las Casas è una di quelle città di cui ci si può innamorare a prima vista. Al mio arrivo sembrava che fosse stata appena lavata e stesa ad asciugare. Gli edifici colorati risplendevano al sole, le bandierine traforate di papel picado sventolavano allegramente e il cielo si imponeva su tutto con il suo irresistibile “azzurro Messico”, la luce dei duemila metri aveva qualcosa di magnetico. Entrai trionfalmente nel ristorante che sarebbe diventato il mio punto di riferimento quotidiano, un locale dall’arioso patio interno con le tovaglie di plastica a quadretti bianchi e blu. Qualunque piatto ordinassi aveva quell’ormai familiare sapore di mais, ma era tutto squisito e la birra era ghiacciata.


Poco dopo mi ritrovai a spasso per le vie a scacchiera del centro, con un sorriso beato rivolto a chiunque incrociassi il mio cammino. La cattedrale giallo senape si stagliava contro il fondale blu, l’albero di Natale era posizionato proprio di fronte e la pista di pattinaggio sul ghiaccio era così fuori luogo nel sole del primo pomeriggio. Al tramonto – che lì arrivava sempre troppo presto – salii i gradini della Iglesia de Guadalupe per godermi lo spettacolo dell’intera vallata distesa ai miei piedi.
Mi sedetti su una panchina in ferro battuto dello Zócalo, ma non appena partirono le prime note dell’orchestrina e la facciata del Palacio Municipal cominciò a diventare di tutti i colori, le temperature precipitarono all’improvviso e corsi a indossare qualcosa di molto pesante.



Dovunque vada mi piace trovare un posto in cui sentirmi a casa. A San Cristóbal scelsi il Café de la Revolución per trascorrere le serate ascoltando musica dal vivo. Fu lì che conobbi due allegre ragazze argentine e la coppia di romani che si davano un sacco di arie; e fu sempre lì che passai uno spumeggiante fine serata con un certo Juan, appena piantato dalla moglie ma determinato a bere tequila fino a svenire. Diedi l’addio all’anno 2014 sulle note di una band di musica cubana e a mezzanotte uscii ad accendere le stelle filanti nel gelo umido della notte, insieme a tre giovanotti toscani e a due ragazze berlinesi.
Durante i miei giorni a San Cristóbal girovagai a lungo nel mercato alimentare, dove sotto i grandi tendoni si componevano veri e propri quadri caravaggeschi: uomini col sombrero, donne con le lunghe trecce e i neonati appesi al collo, tutti impegnati a vendere o comprare pannocchie, polli, pomodori, ananas, fagioli, avocado e nopales, muovendosi tra botteghe di barbieri, madonnine e una miriade di tacchini vivi. Visitai il Templo de Santo Domingo e molte altre deliziose chiese coloniali piene di statue di santi, nastri colorati e gesucristi in croce vestiti e infiocchettati. Insomma, non ci volle molto per capire come mai San Cristóbal fosse stata inserita nella lista mondiale dei “Pueblos Mágicos“.


I tzotzil del Chiapas
Quante probabilità ci sono di incontrare, in un Paese lontano migliaia di chilometri dall’Italia, qualcuno che conosciamo, almeno di vista? Fu un caso se nella chiesa di San Juan de Chamula – piena come un uovo, buia, sinistra e annebbiata dall’incenso – mi ritrovai gomito a gomito con Tiziano, abitante della stessa cittadina dove avevo vissuto tre anni e partito per il Messico insieme ad un mio ex collega? Dovevo pensare che io e Tiziano ci eravamo rivolti la parola perché in qualche modo ci eravamo riconosciuti?
In ogni caso, entrai proprio a quell’ora nella chiesa sincretica di San Juan. Quindi, calpestando gli aghi di pino di cui il pavimento era ricoperto e cercando di evitare le centinaia di candele poggiate per terra, mi misi ad ascoltare proprio l’indigeno tzotzil ubriaco con cui stava parlando Tiziano, e insieme accettammo un bicchiere di pox, l’acquavite locale considerata un rimedio per tutti i mali.



Intorno a noi c’erano già troppe cose che non quadravano: il pulviscolo nelle lame di luce che pioveva dalle finestre in alto, le girandole di neon colorati, le statue di santi con uno specchio appeso al collo, la curandera che tirava il collo a un gallo per guarire un bambino malato e i sonori rutti al gusto di Coca-Cola, che aveva integrato il pox nei riti di purificazione. Scoprii in seguito che le bevande zuccherate, grazie a concessioni storiche di imbottigliamento ed esenzioni fiscali, in Messico erano diventate più economiche e accessibili dell’acqua potabile, provocando una crisi sanitaria di diabete.
Fuori, sotto il sole battente, le gonne e i gilet di lana pesante a ciuffi sembravano fuori luogo, e i cappelli adorni di nastri colorati sfoggiati dai nuovi encargos facevano un po’ sorridere. La chiesa di San Juan si stagliava bianca contro il cielo bluissimo, con i bordi dipinti di verde e i bassorilievi a forma di fiore.




All’ingresso del vicino villaggio di San Lorenzo Zinacantán, una bambina ci condusse nella sua casa-atelier. La madre ci mostrò il funzionamento del telaio a cintura, poi accettammo le tortillas appena cotte su una piastra e la birra Corona, lasciando loro qualche spicciolo prima di congedarci.
Ci spostammo verso il centro cerimoniale: pure a Zinacantán i riti religiosi rappresentavano la scusa per bere l’impossibile. Chi si era portato avanti col lavoro già dormiva beato sulle panche, altri continuavano a tracannare il pox, altri ancora ballavano. Lì indossavano tutti la stessa camicia ricamata a fiori dai colori sgargianti; i notabili del paese erano invece intabarrati in pesanti sai neri e portavano in testa caratteristici turbanti rossi. Nel frattempo la banda locale aveva iniziato a suonare trombe, tromboni e percussioni, e altri turisti si erano uniti alla festa.
Mentre i maschi se la spassavano a modo loro, le donne – anch’esse avvolte in scialli dello stesso identico, allegro tessuto fiorato – sedevano pazientemente fuori dalla chiesa accanto ai thermos e alle ceste piene di cibo. Intorno, i bambini – indossando abiti in miniatura identici a quelli degli adulti – giocavano per le strade. Quando lasciammo il villaggio, gli uomini si stavano divertendo un mondo a far esplodere micidiali mortaretti.



Sotto il sole giaguaro
Alle cinque del mattino era ancora notte fonda mentre attendevo il minibus che mi avrebbe condotto a Palenque. Dopo pochi minuti venni raggiunta da Andrea, un ragazzo emiliano che come me avrebbe visitato il celebre sito archeologico maya. Arrivarono altri giovani di varie nazionalità e partimmo incontro al giorno, scendendo dalle montagne verso l’umida pianura del Chiapas.
La strada era tortuosa e tempestata di topes, quei dossi criminali che obbligavano a rallentare drasticamente, costringendoci a tratti a procedere a passo d’uomo; per percorrere poco più di duecento chilometri finimmo per impiegare quasi cinque ore. L’altra complicazione fu rappresentata dai bambini piazzati con una corda tesa ai bordi della carreggiata, che fermavano le auto nel tentativo di vendere qualcosa o rimediare qualche spicciolo. Man mano che avanzavamo, la giungla si fece sempre più fitta e il clima più umido e afoso.


Nei pressi dell’ingresso alle cascate di Agua Azul venimmo fermati a un posto di blocco da alcune persone con il volto coperto da passamontagna e bandane. Il loro volantino mi informò che dal 2011 il mal governo li aveva privati della terra, patrimonio dei loro antenati, per realizzare senza il consenso del «pueblo» questo sito turistico che attraversava il loro appezzamento demaniale. La nostra «integridad fisica» era fortunatamente garantita, aggiungevano nel testo: potevamo visitare il centro tranquillamente. Dopo aver mostrato il dovuto «respeto» all’autonomia zapatista e a quella dei «pueblos indigenas» pagando il pedaggio, entrammo in questo luogo ameno.
Il posto era di una bellezza indiscutibile, ma durante le vacanze natalizie l’affluenza era tale da dover fare la fila sia per camminare lungo i sentieri, sia per farsi i selfie nei punti più panoramici. Gran parte della gente che si recava ad Agua Azul poi fece, proprio come noi, un salto a Misol-Ha: una cascata alta più di trenta metri che precipitava dentro un lago circolare.


L’ultima tappa della giornata fu Palenque. Lì quei tirchi dei miei compagni di viaggio si rifiutarono di dividere il costo di una guida, dunque dovetti cavarmela da sola. La storia più affascinante del sito riguarda il sarcofago del re Pakal il Grande, che governò la città nel Seicento. Il bassorilievo istoriato sul coperchio, una colossale lastra di pietra da cinque tonnellate, ha scatenato infatti accesi dibattiti. I pannelli spiegavano che vi era rappresentato il sovrano nell’atto di emergere dalla terra nelle sembianze del dio maya del mais, in un ciclo di crescita, morte e rinascita nell’inframondo. Ma poco dopo la sua scoperta prese piede un’altra interpretazione, ben più suggestiva: Pakal dentro una specie di antica astronave, con le mani intente a manovrare i comandi, un respiratore sul naso e le fiamme di un reattore. Questa interpretazione aveva messo in fibrillazione gli appassionati di fanta-archeologia e di paleoastronautica mondiali, convinti di aver trovato la prova regina della presenza di civiltà extraterrestri. La cripta era interdetta da più di dieci anni, ma una copia della tomba era custodita al Museo di Antropologia di Città del Messico.
Secondo le stime, meno del dieci per cento della superficie totale della città era stato portato alla luce; la maggior parte degli edifici restava sepolta nella giungla lussureggiante tra stupendi ficus, liane e rampicanti. Ma comunque, alla fine della giornata, non vedevo l’ora di tornare alla limpidità dei duemila metri di San Cristóbal.


Il primo gennaio mi svegliai con un forte mal di stomaco. Alle dieci fui costretta a lasciare l’hotel con la prospettiva di dover riempire diverse ore di vuoto fino al tardo pomeriggio, quando sarebbe partito il mio autobus. La città, colpita da una perturbazione improvvisa, era diventata nuvolosa e fredda; gli allegri colori di San Cristóbal si erano spenti e le strade luccicavano di pioggia. Anche qui, a causa delle festività di Capodanno, tutti i musei erano chiusi.
Non mi restava altro da fare che lasciar scorrere il tempo. Seduta al tavolino di un locale davanti a un caldo de gallina bollente, mi misi a guardare la gente aspettando che i crampi cessassero. Quella volta, però, non mi sentivo triste e non invidiavo affatto i miei connazionali che partivano in gruppo; d’altra parte, sapevo che anche il ragazzo toscano con cui avevo acceso le stelle filanti a mezzanotte era in camera sua a vomitare.

Puebla l’eroica
Puebla l’avevo inserita nel mio itinerario all’ultimo momento: sarebbe stata la mia ultima tappa prima del rientro a Città del Messico, da cui dista poco più di cento chilometri. Il lato straordinario del viaggiare da soli è che puoi stravolgere i piani senza che nessuno ti tenga il muso per ore, anche se decidi di ripercorrere a ritroso la stessa strada, e persino di dormire un’altra notte in autobus.

Il nome completo di questa metropoli è Heroica Puebla de Zaragoza, in memoria del generale che il 5 maggio 1862 respinse i soldati di Napoleone III, venuti a imporre come imperatore Massimiliano d’Asburgo. Non importa che i francesi sconfitti fossero in preda alla diarrea e che abbiano poi vinto la guerra l’anno successivo: quella vittoria viene tuttora sontuosamente celebrata, specialmente negli Stati Uniti.
Una cinquantina di anni dopo, qui mosse i primi passi la rivoluzione contro Porfirio Díaz, che fa da sfondo al romanzo Male d’amore di Ángeles Mastretta. Nel novembre del 1910 Aquiles Serdán, i suoi fratelli e i loro seguaci antirreeleccionistas stavano organizzando la rivolta, quando nella casa di calle 6 Oriente fece irruzione la milizia con un mandato di perquisizione. Ne seguì una battaglia all’ultimo sangue, al termine della quale morirono quasi tutti, compreso Aquiles, che era rimasto nascosto per quattordici ore in un buco nel pavimento ma fu tradito da un colpo di tosse. L’edificio, con i fori dei proiettili ancora sulla facciata, era diventato un Museo della Rivoluzione.



Il resto della città, inserita nel patrimonio UNESCO per i suoi mille palazzi coloniali decorati con azulejos e le decine di chiese barocche, si lasciava percorrere come un unico grande mercato: nelle chiese i listones de peticiones, nastri colorati per chiedere miracoli o ringraziare, e i milagritos appuntati alle statue dei santi; nei negozi di magia bianca essenze, talismani e amarres de amor, formule destinate a far ritornare l’amore perduto. Tra le botteghe de artesanías spiccavano le ceramiche blu di Talavera e l’immancabile Calavera Catrina.




Il museo Amparo era dedicato all’arte in tutte le sue forme, in uno splendido edificio storico convertito in spazio culturale muy contemporáneo, con una terrazza da cui si godeva una vista stupefacente sulle torri e sulla cupola della cattedrale. Fu lì che scoprii il lavoro dell’artista argentino Ramiro Chaves, che in quei giorni esponeva una ricerca sulla lettera X e sul modo in cui era stata assimilata dall’architettura messicana. All’epoca della conquista si discuteva animatamente se il nome della colonia dovesse scriversi “Mexico” oppure “Mejico”: con la scelta ufficiale della prima versione, la X diventò il simbolo dell’incrocio tra la tradizione preispanica e la nuova identità meticcia. Faceva parte del progetto la gigantesca ics di luminarie rosse piazzata sull’ingresso del Teatro Principal per le feste natalizie.



Come scrive Italo Calvino, oltre all’architettura è la cucina l’altro campo in cui «le civiltà d’America e di Spagna» si incontrano e si sfidano «nell’arte d’incantare i sensi con seduzioni allucinanti». La tradizione gastronomica locale ha fatto tesoro delle ricette nate nei conventi attraverso «bianche mani di novizie e mani brune di converse». Specialità tipiche di Puebla sono i chiles en nogada e il mole, salsa cremosa di cacao, spezie e peperoncino; per i palati più temerari non mancano le larve di formica saltate nel burro, i vermi dell’agave fritti, il fungo del mais e le mitiche chapulines. Per quanto mi riguarda, a causa dei persistenti problemi di stomaco, mi alimentai esclusivamente di brodo di pollo.


L’ultima sera in Messico mi ritrovai nel barrio del artista, una zona molto animata di Puebla. Ad allietare i clienti di un grande caffè all’aperto c’era un cantante con la chitarra, accompagnato nei ritornelli da tutta la piazza. Mentre mi avvicinavo all’unico tavolino libero, Ricardo, che stava cercando un posto insieme a un’amica, mi propose con un sorriso smagliante di condividerlo. Impossibile dire di no: il ragazzo, così giovane da poter essere mio figlio, parlava un ottimo inglese e possedeva un carisma incredibile, che si accentuò quando salì sul palco a interpretare un pezzo con una bellissima voce.
Approfittando della breve assenza della ragazza, timida e minuta, Ricardo mi confessò che lei gli piaceva molto ma ancora non si era dichiarato. E mentre lui si esibiva, anche lei mi fece capire che il ragazzo non le dispiaceva affatto. I due mi raccontarono che Tiziano Ferro era amatissimo prima di dichiarare in televisione che le donne messicane avevano i baffi, un’uscita che fece infuriare i fan; infatti, non so se è un caso, nessuna sua canzone venne proposta quella sera, mentre Gianluca Grignani andava alla grande in questo genere che si chiama trova. Poi mi salutarono: abitavano molto lontano dal centro e l’ultimo autobus sarebbe partito di lì a poco.

Io restai a bere l’ultima cervecita, a un prezzo che loro a malapena potevano permettersi, augurandomi che il bruno Ricardo e la sua ragazza dalla pelle bianchissima si fidanzassero presto. Ripensai a Raul, a Daniel, a Juan, a Tiziano e a tutti quelli che avevo conosciuto durante il mio viaggio in solitaria. E intanto canticchiai la versione spagnola del brano “La mia storia tra le dita”: «Y si no quieres ni decir en qué he fallado, Recuerda que también a ti te he perdonado…»