LA SPIAGGIA CHE NON ESISTE

Thailandia in solitaria: diario di una prima volta

Uno scalo lungo una notte a Dubai

La scelta della meta fu essenzialmente pragmatica: Emirates proponeva la tratta Roma-Bangkok con scalo a Dubai a soli quattrocento euro. Un prezzo stracciato che ovviamente nascondeva una magagna: una lunghissima sosta notturna. Atterrai dunque a Dubai alle ventitré e trenta: l’unica smoking lounge era minuscola, stracolma e dall’aria irrespirabile. Una valida alternativa per accendere una sigaretta fu sedersi in un locale, accettando i prezzi esorbitanti dell’aeroporto.
Uscii dall’Irish Pub dopo diverse Guinness, alle prime luci dell’alba. Le birre furono gentilmente offerte dai viaggiatori in transito che si alternarono accanto a me al bancone: Malcolm, ingegnere scozzese, George, consulente gallese, e Justus, diplomatico keniota di stanza ad Addis Abeba. Un plauso speciale ai due camerieri del turno di notte, un nepalese e una filippina, che incredibilmente si ricordarono di me quando ripassai di lì, quattro settimane più tardi, per ordinare un cappuccino.

Bangkok: il ghetto di Khao San Road

L’arrivo a Bangkok mi sembrò del tutto simile a quello di Leonardo DiCaprio in The Beach, con due eccezioni: nessuno mi offrì sangue di serpente e nella stanza accanto non c’era nessuno che faceva sesso. Anche perché al quinto piano della guesthouse – fotocopia di quella del film – c’erano solo camere singole ed era vietato l’ingresso agli estranei, prostitute incluse.

Mi ero stabilita a Khao San Road, un avamposto addomesticato per backpacker, identico a qualsiasi altra enclave turistica. Negli internet café, che all’epoca erano numerosissimi, i ragazzi si affollavano per raccontare su Facebook che erano a Bangkok, pioveva sempre e avevano accarezzato una tigre o rischiato la vita su un minivan.

Dopo un’indispensabile doccia, mi tolsi le scarpe ed entrai in un centro massaggi per un sublime thai massage – il primo di una lunghissima serie. Rigenerata da quelle sapienti manipolazioni, mi sedetti a un tavolino e ordinai un piatto di noodles alla donna affaccendata intorno al wok. Li accompagnai a una Singha – che avrebbe ceduto presto alla Leo il podio della mia birra preferita.
C’era poca gente a quell’ora, così un un neozelandese di origine turca – titolare di un ristorante italiano ad Auckland – attaccò inevitabilmente bottone. Nel corso delle due ore di conversazione che seguirono, mi illustrò le usanze cittadine e si dilungò sui piatti italiani in cui millantava di eccellere. Nonostante fosse di una rara bruttezza, mi chiese di rivederci, ma venne prontamente fulminato dal mio sguardo.

Pericoli e contrattempi

Sulla Lonely Planet (all’epoca, la mia Bibbia) c’era sempre un capitolo intitolato “Pericoli e contrattempi”, ma non lo leggevo mai in anticipo per non rovinarmi la sorpresa.
La truffa in questione cominciava con dei personaggi amichevoli che ti si avvicinavano nei pressi dei templi di Bangkok. Con modi eleganti, ti consigliavano itinerari alternativi fuori dai circuiti di massa, indirizzandoti verso un presunto “ufficio del turismo” statale per organizzare il percorso. In realtà si trattava di normalissime agenzie private che vendevano pacchetti gonfiati e riconoscevano una percentuale a questi intermediari.
Per compiere il tour, la complice di turno mi assicurò che bastava fermare un tuk-tuk e offrirgli l’equivalente di un euro. Una tariffa ridicola, con cui a Bangkok non avresti fatto nemmeno un chilometro, figuriamoci un giro di alcune ore.

Curiosa di vedere dove andasse a parare la faccenda, e con un temporale monsonico che incombeva sulla metropoli, salii a bordo munita del biglietto di istruzioni bilingue scritto dalla signora.
Alla prima tappa, in un tempio semi-deserto, un uomo tentò di terrorizzarmi elencando furti, rapimenti e aggressioni ai danni dei turisti, indicando l’agenzia di viaggio come unica salvezza. Di fronte al mio totale disinteresse, prima si spazientì, poi con un’acrobazia retorica si qualificò come professore universitario e mi invitò a cena. Rifiutai e me ne andai, meditando sulle bizzarre strategie di rimorchio locali.

Per permettere all’autista del tuk-tuk di spuntare almeno qualche baht, mi feci comunque accompagnare al cosiddetto ufficio del turismo. Lì un impiegato mi propose istantaneamente un pacchetto di tre settimane a ottocento euro. Quando gli spiegai che non faceva per me, l’uomo si alzò, mi derise apertamente con i colleghi per il mio status di backpacker squattrinata e mi indicò urlando la porta. Il tour proseguì sotto un diluvio torrenziale verso il Marble Temple e lo Standing Buddha.
Riparata dalle secchiate d’acqua, alla fine ringraziai mentalmente la truffatrice: in cambio di qualche ingiuria in un’agenzia viaggi ladra, mi aveva rimediato un confortevole e quasi gratuito giro turistico di due ore. Alla fine, il povero guidatore – che masticava giusto poche parole di inglese lette da un taccuino – mi lasciò all’imbarcadero sul Chao Phraya, esattamente alle spalle della mia guesthouse.

Alle dieci della mattina seguente ero già pronta per esplorare le attrazioni più famose di Bangkok: il Wat Phra Kaew con il Buddha di smeraldo, il Palazzo Reale, il Wat Pho con il gigantesco Buddha Sdraiato e il Wat Arun, il “tempio dell’alba” con la sua torre in stile khmer. Erano monumenti straordinari, tuttavia pensai che il turista monsonico avrebbe dovuto avere il diritto di goderne senza sudare l’anima e senza rischiare il collasso durante quel continuo togliersi e mettersi le scarpe all’ingresso.
Tornai a Khao San Road con il battello pubblico, un modo ben più fresco e arioso di viaggiare rispetto ai marciapiedi roventi della città.

Verso la “Spiaggia“

Anch’io dunque, proprio come DiCaprio, programmai di fuggire dall’invivibile capitale alla volta delle isole del Golfo del Siam. A differenza del film, però, nessun tossicomane pazzo mi aveva lasciato una mappa leggendaria attaccata alla porta.
Nella finzione, Leo ci va in treno notturno fino a Surat Thani, portandosi dietro una coppia di francesi. Io optai per una soluzione più facile e a buon mercato: il joint ticket, il biglietto combinato bus e traghetto venduto da qualunque agenzia squinternata. Questa usanza tipica della Thailandia consisteva nel raggruppare un plotone di giovani occidentali, appiccicare sul petto di ognuno un adesivo che dichiarava al mondo intero la destinazione e comandarli con modi sbrigativi, come bambini in colonia. Non era rarissimo che le tradizioni locali includessero la narcosi dei suddetti saccopelisti, con conseguente rapina durante la notte in bus – com’era accaduto a persone che avevo conosciuto.

Durante l’attesa mattutina al porto di Surat Thani, una ragazza ceca in viaggio da sei mesi, forse intenerita dalla romantica alba che avevamo ammirato insieme, mi propose di dividere la stanza a Ko Phangan. Avendo un budget meno pidocchioso del suo, non mi feci tentare e in tarda mattinata sbarcai a Koh Samui, scortata dai delfini.

L’autista del minivan voleva sapere a tutti i costi il nome del mio alloggio. Alla terza volta che gli ripetei di lasciarmi a Lamai Beach, che poi me la sarei vista io, arrivai a un passo dall’infrangere la sacra regola locale che impone di non perdere mai la pazienza e non alzare la voce.
Pranzai osservando anziani occidentali con gli occhi a cuoricino rivolti alle loro giovanissime compagne e poi mi addormentai tra le mani della massaggiatrice a due passi dall’acqua.

La sera Lamai era un mortorio: ripiegai su un ristorante dove passai alcune ore con una coppia di inglesi alcolizzati. Poiché era il compleanno di Dan, il proprietario, a una certa ora arrivarono i suoi amici: cibo e alcol vennero offerti all’allegra compagnia di cui ormai facevo parte.
Joe, panettiere tedesco che viveva a Bristol da cinquantadue anni, e sua moglie Lala, matta come un cavallo, tornavano ogni anno in quest’isola verso la quale manifestavano uno spropositato entusiasmo: nella loro tristissima città inglese, infatti, a quell’ora erano tutti chiusi in casa o al massimo in un pub, dove il tenore delle battute lasciava a desiderare.
Mentre tornavo alla mia capanna alle prime luci dell’alba, pensai che non dovesse essere affatto semplice la vita quotidiana di due persone che si erano sposate vestite da Teletubbies.

La proprietaria dell’agenzia si recò personalmente da me di buon’ora per accertarsi che mi prelevassero per l’escursione prenotata. Era una trentenne allegra e logorroica, con sbalzi d’umore terrificanti. Mi informò subito che era alla ricerca spasmodica di un fidanzato: le sarebbe andato bene anche uno straniero, infatti in passato era stata con un italiano che l’aveva portata fino a Napoli e Parigi.

Il pick-up che venne a prendermi era già occupato da quattro italiani che parlavano incessantemente dei ristoranti dove avevano mangiato sorprendenti quantità di pesce a solo venti euro – io, fino a quel momento, ne avevo spesi al massimo due a pasto.

A capitanare il gruppo c’era Enzo, un italiano residente a Ko Samui da più di quindici anni: oltre a lavorare con l’agenzia viaggi, collaborava con i programmi di Licia Colò e, a tempo perso, faceva l’addestratore di cobra.
Ci fermammo per lo snorkeling sulla «migliore barriera corallina della zona»: i pesciolini, secondo il dépliant, praticamente ti bussavano alla maschera. E io non potei non chiedermi, se questa era la migliore, come dovessero essere le barriere peggiori.
L’isola di fronte, Ko Tan, era invece legata a una curiosa leggenda di cani uccisi dagli ultrasuoni emessi dai pipistrelli. 

Attraccammo quindi a Ko Matsum, su una spiaggia che avrebbe avuto tutte le caratteristiche della famosa “Spiaggia” del libro. Peccato che, per l’autore, quel paradiso si trovi nel Parco Nazionale di Ang Thong: una gita che non ho fatto per via delle troppe ore di navigazione. Il film invece lo hanno girato a Maya Bay, sul Mare delle Andamane, che è dotata di una serie di faraglioni che la rendono più intima e morbosa, in linea con le situazioni tipo “Isola dei famosi” ma più estreme che si svolgono nella pellicola.

A differenza della finzione cinematografica, qui nessuno di noi manifestò l’intenzione di prolungare a dismisura la permanenza, probabilmente a causa della totale assenza di maestose piantagioni di marijuana. Anzi, i connazionali a mollo nell’acqua bollente non ruscivano a capacitarsi di come un italiano di Riva del Garda potesse vivere in Thailandia da quindici anni, rinunciando del tutto allo sci.

Lady bar

Lamai Beach al tramonto era incantevole e il mare perfetto per un ultimo bagno. Mi sdraiai su uno di quei materassini con il cuscino triangolare dei bar sulla spiaggia, ma i silenziosi e implacabili mosquitos arrivarono a frotte; così, mentre si cominciava a preparare la romantica atmosfera notturna, mi rifugiai nella mia casetta di legno.

Più tardi decisi di esplorare i go-go bar, chiusi il giorno precedente a causa del Buddha Day, la ricorrenza sacra in cui sono vietati alcol e festeggiamenti – ecco svelato l’arcano del mortorio generale. Ce n’erano a decine, uno a ridosso dell’altro. Intorno a un bancone di legno e a un paio di pali di metallo, minuscole ragazzine mimavano movenze sensuali a beneficio di clienti attempati e sovrappeso che sorseggiavano birra. Qualcuna si avvicinava per chiacchierare: gli incontri potevano durare una sera, una notte, o a volte settimane.

Durante l’escursione, Enzo mi aveva dipinto un quadro piuttosto squallido dei rapporti uomo-donna in questo Paese. Secondo lui, molti uomini qui tendevano a sposare ragazze giovanissime per poi abbandonarle senza troppi scrupoli intorno ai venticinque o trent’anni. Poiché la legge locale non prevedeva l’obbligo di versare alimenti o provvedere alla prole, molte madri, non sapendo come mantenere i figli, li affidavano ai nonni e andavano a lavorare a Patpong a Bangkok, oppure a Pattaya, Phuket e Koh Samui. «I venti euro guadagnati in una sera» aveva precisato «finiscono dritti su un conto in banca».

La stessa realtà me la confermò Sasi, la ragazza che mi invitò a bere nel bar in cui lavorava. Per lei non faceva molta differenza che io fossi uomo o donna, bastava che consumassi – e io ordinai un paio di birre mentre cercavo di capire il suo punto di vista. Sasi avrebbe voluto, prima di tutto, il mio colore di pelle. Poi, i diritti di una donna farang: sapere, ad esempio, che se un marito se ne va, deve comunque garantire i soldi per dare da mangiare ai figli.

Quella di Enzo e di questa ragazza minuta dal sorriso perenne è solo una sfaccettatura della realtà, e generalizzare sarebbe un errore. Esiste anche una moltitudine di donne senza scrupoli che, nate nella miseria del Nord-Est del Paese, una volta accalappiato il farang di turno passano le giornate tra parrucchiere ed estetista, ostentando una ricchezza farlocca a base di ostriche e champagne.

Le immersioni di Ko Tao

Dopo un paio di giorni a Ko Samui, mi spostai a Koh Tao, evitando accuratamente Ko Phangan dove il Full Moon Party aveva attirato orde di adolescenti sconvolti da tutto il mondo. Purtroppo la nave faceva tappa obbligata proprio lì: prima di arrivare a destinazione bisognò dunque imbarcare i suddetti deficienti, che crollarono stremati in ogni angolo libero nel vano tentativo di riprendersi dagli eccessi della notte.

La sera Ko Tao si riempiva di lucine, cuscini e divanetti su cui si rilassavano i ragazzoni biondi reduci dalle immersioni, cullati dalla musica lounge. Questo Paese ti vizia – pensai: i piaceri della vita loro te li offrono prima ancora che tu li chieda.
Conobbi una ragazza inglese bionda e frizzante che, dopo un anno di insegnamento in una scuola primaria di Bangkok, era intenzionata a trasferirsi sull’isola per fare la baby sitter. Tanti europei erano stufi di come vanno le cose a casa loro e io non potevo dargli torto.

Il giorno dopo, nonostante il cielo plumbeo, m’incamminai verso la baia di Aow Leuk. Sguazzai per un’oretta in una scenografica baia turchese, finché non si scatenò un diluvio monsonico destinato a durare tutto il pomeriggio.
Beatamente a mollo nel golfo del Siam, mi ero messa a chiacchierare con due italiane. Paola era di Trento e si stava concedendo qualche giorno di mare prima di spostarsi in Myanmar; Marina era una bolognese convertita al buddismo, in viaggio con due amiche temporaneamente abbandonate alla loro inadeguatezza su un’altra spiaggia. Quest’ultima a un certo punto dovette scappare a causa di un contrattempo: una tizia le aveva sfasciato lo scooter e le toccava gestire un incontro risolutivo con il noleggiatore e la responsabile del danno.
Io accettai un passaggio da Paola, ma la mia fobia per gli scooter thailandesi guidati da donne italiane su strade scoscese e sterrate ebbe la meglio. Ripiegai sul cassone di un pick-up, lasciando la trentina sola con la sua gomma bucata.

Il meteo non accennava a migliorare, ma il tour con lo snorkeling prima o poi andava fatto. Avrei preferito visitare con il sole le tre isole da cartolina di Nangyuan, collegate da lingue di sabbia e sede di un resort esclusivo. A Mango Bay e Ao Hin Wong, sotto la maschera la barriera corallina era effettivamente gremita di pesci, ma il viaggio di ritorno sulla barca di legno fu dimeticabile: una volta a terra ci misi un bel po’ a ritrovare l’equilibrio.

Trovai riparo in uno dei bar rasta che costellavano il Paese. La colonna sonora d’ordinanza era Bob Marley e il locale era gestito dal classico thailandese con i dread, lo sguardo stolido e il sorriso ebete: lo trovai intento a scrivere a pennarello le voci del menu su dei cartoncini. Accanto a lui c’era una bellissima ragazza lituana che qualche mese prima, appena adocchiato questo bar, aveva deciso all’istante di fermarsi a lavorarci. Era stata sua l’idea di questi orribili menu fatti a mano, davvero poco pratici in un Paese dove piove sempre – oltretutto li stava facendo compilare al thailandese rasta chiaramente semi-analfabeta. Eppure la lituana sapeva il fatto suo, infatti mi parlò a lungo della situazione socio-economica del suo Paese dopo il crollo dei regimi comunisti.

Sulla strada del ritorno incrociai di nuovo le due italiane e mi lasciai coinvolgere in una serata mal assortita insieme alle amiche bolognesi sempliciotte. Della comitiva faceno parte anche un tedesco e uno svizzero tedesco, entrambi istruttori di scuba-diving, residenti sull’isola. Era paradossale viaggiare da sola e poi ritrovarmi con quattro italiane a digiuno di inglese che parlavano a voce troppo alta, mentre cercavano di mangiare un piatto siberiano o mongolo in maniera impropria. Per fortuna anche al tedesco la situazione sembrò insostenibile: ci bastò un cenno di intesa per dileguarci insieme.

Attraverso il monsone

Quando decisi di lasciare l’isola, il mare non era propriamente una tavola, ma mi illusi che il traghetto superveloce non avrebbe dato problemi. Non mi resi conto del dramma imminente nemmeno quando osservai i passeggeri appena sbarcati: bende sugli occhi, visi pallidi come stracci, donne sostenute a braccio dai compagni e omoni seduti sulle loro stesse valigie in mezzo alla passerella, con lo sguardo perso nel vuoto. Persino la rediviva ragazza ceca in viaggio da sei mesi – che ne doveva avere di pelo sullo stomaco – era ridotta malissimo.

La mia occasionale compagna, una ragazzona canadese dotata dell’inscalfibile serenità di chi frequenta lunghi seminari di yoga in India, mi riferì che in biglietteria le avevano garantito un tragitto tranquillo. Ora, io non so che idea abbiano i thailandesi della tranquillità. Di certo, due ore e mezza su un’imbarcazione che si scontrava violentemente con le mastodontiche onde – al punto che le griglie dell’aria condizionata si staccarono dal soffitto sfiorando la testa dei passeggeri –, in mezzo a gente che urlava aggrappata ai sedili e vomitava in continuazione, a me non sembrava proprio un esempio di rilassatezza.
Per fortuna la canadese, col suo sorriso ayurvedico, tenne a lungo la mano poggiata sulla mia sussurrando: «È tutto okay». Io, intanto, ero intimamente convinta di stare vivendo i miei ultimi istanti di vita, pensando: «Che cazzo sono venuta a fare in Thailandia? Aveva ragione mia madre: non potevo andarmene come tutti in campeggio nel Salento?».
Quando finalmente toccammo terra, la ragazza mi svelò che aveva vissuto dieci anni su una barca ormeggiata a Vancouver: l’esperienza non l’aveva minimamente turbata.

Terraferma

Ognuno per la sua strada. La mia fu prendere una stanza a Chumpon e non muovermi fino al giorno dopo per nessuna ragione al mondo. Trovai subito alloggio in una guesthouse accogliente e a buon mercato, di cui ero l’unica ospite. La ragazza che la gestiva non dimostrava più di diciannove anni ed era di una dolcezza disarmante. Mi sedetti sul divano insieme a lei a guardare il telegiornale.
Come ogni sera alle otto, andava in onda per una mezz’ora abbondante il resoconto dettagliato dell’intensa giornata della famiglia reale. Le immagini mostravano i sovrani impegnati a elargire aiuti alla popolazione e a benedire plotoni di persone in divisa; i sudditi si stendevano a terra e, con la testa vicina ai piedi del monarca, ricevevano una foglia sull’orecchio e uno sbaffo sulla fronte. Al re Bhumibol tremavano le mani: era molto anziano ed era al potere da ben sessantatré anni. La devozione nei suoi confronti era totale: tutti avevano in casa le foto del re e della regina e indossavano un braccialetto di plastica arancione con la scritta «I love the king», uno slogan che compariva anche sugli autobus e negli angoli più impensabili del Paese.

A Chumphon celebrai la felicità di essere ancora viva: andai al mercato, comprai dei vestiti e cenai in un locale poco avvezzo alla presenza di farang. Qui mi ritrovai davanti un’enorme zuppa di pesce piccantissima, che tentai di mandare giù insieme a un’intera birra grande gelata; alla fine, però, fui costretta ad arrendermi.

Più tardi, al Farang Bar, attaccai bottone con un inglese arrogante. Smanettava su Facebook con il laptop, pieno di acredine verso i vecchi amici che avevano messo su famiglia e non sapevano più divertirsi. Mi raccontò che l’unica volta in cui era stato in Italia ci era venuto in aereo per una giornata soltanto: un blitz a Milano, in via Montenapoleone, giusto il tempo di comprare un portafogli di Gucci e bere del vino rosso con la fidanzata dell’epoca. Non appena si alzò per andare in bagno, ne approfittai per scappare.

Dopo la traversata da incubo avevo abbandonato definitivamente l’idea di recarmi all’arcipelago di Tarutao: virai verso il Parco Nazionale di Khao Sok, raggiungibile via terra. Il resort consigliatomi dalla ragazza della guesthouse era accogliente e la famiglia che lo gestiva squisita, ma la struttura era isolata nella giungla: dopo le sette e mezza eravamo avvolti da un’oscurità compatta, punteggiata solo da lucciole e rane gracidanti.
Gli unici altri ospiti erano olandesi: una giovane coppia fortemente sovrappeso e una famigliola magra e biondissima. Dopo cena non restava che chiudersi nella propria palafitta ad ascoltare i terrificanti rumori della foresta, tra i quali riconobbi un animale che, inequivocabilmente, sembrava lavarsi i denti per ore e un altro che russava come una locomotiva.

Finalmente sorse il sole e partii per una promettente gita insieme al gruppo di olandesi. La meta era un affascinante lago di quasi duecento chilometri quadrati, costellato da centinaia di isolotti, baie e grotte modellati dalla pioggia. Malgrado si trattasse di un bacino d’acqua dolce, il paesaggio era identico allo scenario di The beach, faraglioni inclusi: il parallelo cinematografico sembrerebbe chiudersi. C’era solo un dettaglio a rompere l’incantesimo: mancava la spiaggia bianca con le palme. A dirla tutta, pure a Maya Bay – sull’isola di Phi Phi Leh dove hanno girato il film – la produzione dovette piantare un centinaio di palme da cocco perché la natura non corrispondeva agli standard hollywoodiani del paradiso tropicale.
A differenza dell’escursione con gli italiani – durante la quale sembravamo tutti amici per la pelle –, questi olandesi continuarono per tutta la gita a trattarsi con freddezza, scambiandosi solo frasi di circostanza.

La sera mi trasferii in un altro resort, dove trascorsi una serata memorabile all’interno di una piccola comunità di viaggiatori: tre cileni, una sudafricana e un americano che insegnava inglese a Barcellona. Pur provenendo da angoli di mondo diversi e distanti, le nostre visioni coincidevano mentre – attorno a un tavolo pieno di bottiglie vuote – discutevamo di istruzione e ignoranza, amore e potere, religione e libertà di opinione.
Lo spirito del viaggio si manifestò in questa casetta di legno sommersa nella giungla nel cuore della Thailandia: forse ero io a sbagliare, rincorrendo un luogo fatto solo di sabbia, palme e onde. In fondo, lo diceva anche Richard in The Beach: il Paradiso non è un posto dove andare, ma un momento in cui senti di far parte di qualcosa di unico. E quando lo trovi, ti dura per sempre.

La metamorfosi di Hua Hin

Alla stazione dei bus di Surat Thani salii su un grosso pullman diretto a Bangkok, con l’intenzione di scendere a Hua Hin. Dal finestrino osservai camion stracolmi di durian e ananas, piantagioni infinite di noci di cocco e giganteschi Buddha seduti o sdraiati.

A Hua Hin tutto era cambiato: grandi grattacieli e hotel di lusso dominavano il viale principale. Presi una stanza economica sul molo, arredata con mobili in legno lucido; sembrava di dormire nella cabina di una nave.

Per le strade si mescolavano turisti thailandesi in gruppi famigliari, playboy soli di ogni nazionalità e rari viaggiatori sperduti che, come me, si chiedevano cosa diavolo ci facessero lì. Cenai al mercato notturno con riso e granchio su un tavolino di plastica, con gli occhi puntati su un piccolo televisore che trasmetteva i concerti di Michael Jackson. In centro innumerevoli sartorie tentavano invano di imitare lo stile italiano: qualcuno avrebbe voluto persino vendermi un abito.

Quella sera ero stufa dei turisti sovrappeso che bevevano birra, delle lady bar e di tutta questa finta allegria basata su un ancor più finto gioco della seduzione: ne ne andai a passeggio sul lungomare deserto. In lontananza brillavano le luci della nave militare che stazionava a difesa della residenza reale, la preferita di Re Bhumibol. Una ragazza paffuta che lavorava nell’unico bar aperto vicino al porto mi spiegò che i marinai malesi erano considerati pericolosi quando scendevano a terra, per questo avevano l’obbligo tassativo di rientrare a bordo per la notte.

Al mattino il cielo era nuvoloso. La spiaggia, ampia e orlata di palme, era malinconica con la bassa marea, punteggiata dai buchini dei granchietti. Gli ombrelloni e le sdraio pronti a ospitare clientela che non c’era facevano pensare a stagioni di grande affluenza; persino i cavalli a noleggio erano annoiati. Solo al bar rasta se ne fregavano altamente di tutto: se ne stavano lì, con i loro dread e i sorrisi stolidi. Forse erano gli unici ad aver capito come va il mondo.

La casa sul fiume Kwai

Dalla caratteristica stazione rossa presi un treno diretto a nord, intenzionata a farla finita con le spiagge e a dedicarmi piuttosto alle acque dolci. Sulla carrozza di terza classe andava in scena una sfilata continua di venditori di cibo, controllori in divise attillatissime e solerti addetti alle pulizie. I sedili erano duri, i ventilatori millenari pendevano dal soffitto e i passeggeri indossavano le mascherine a causa di qualche misteriosa epidemia.

Un autobus mi portò a Kanchanaburi. Avrei alloggiato per quattro notti in un’ampia casa galleggiante di legno, cullata dal fiume Kwai. Sulla terrazza del ristorante, la sera, il personale si incantava davanti alle telenovele thailandesi: storie di uomini in abiti di taglio italiano e donne elegantissime sedute su divani in broccato. La cameriera e il guardiano di notte sognavano di diventare come loro.

Il tempo a Kanchanaburi trascorse placidamente, seguendo il ritmo take it easy tanto amato dagli abitanti del posto, tra il relax sulle amache all’ombra, i massaggi alle erbe nei beauty salon, i bicchieri di SangSom e cola col tatuatore Joe e le sessioni di karaoke insieme agli studenti in divisa.
Tuttavia mi trovavo pur sempre in un luogo della memoria. Durante la seconda guerra mondiale infatti i giapponesi occuparono la Thailandia e costrinsero migliaia di prigionieri alleati a realizzare una ferrovia che collegasse il Paese alla Birmania, con l’obiettivo di raggiungere l’India. Molti di loro morirono di stenti e malattie prima che le bombe abbattessero il ponte, rendendo la linea inservibile.

In città svetta il famoso ponte ricostruito sul fiume Kwai: proprio a ridosso delle campate d’acciaio, sospeso sopra un caotico mercato di souvenir, sorgeva uno dei musei più folli mai visitati, definito imperdibile nel mondo del dark tourism. Si trattava di una struttura privata dall’allestimento bizzarro, dove la tragedia storica si mescolava a un’estetica a dir poco kitsch.
La facciata principale dell’edificio era dominata da un gigantesco serpente verde, mentre all’interno si trovava un ammasso caotico di reperti di ogni tipo, di cui solo la metà riguardava la guerra e la Ferrovia della Morte, a cui effettivamente sarebbe stato intitolato il museo. I grotteschi diorami dei prigionieri di guerra – manichini scheletrici ammassati nei vagoni merci – convivevano con le statue di cera deformi di Hitler e Mussolini, posizionate inspiegabilmente a pochi metri dalle effigi di tutte le storiche vincitrici di Miss Thailandia. Poco fuori, tra le bancarelle, i turisti pagavano per farsi fotografare con un cucciolo di tigre tenuto al guinzaglio.

Una giornata la dedicai alle cascate di Erawan. Nel parco nazionale feci amicizia con Monika, una ragazza slovacca che viveva da anni a Milano e non vedeva l’ora di parlare in italiano. Arrancammo insieme fino al settimo salto delle cascate, schivando i macachi sugli alberi, per poi tuffarci in piscine naturali piene di pesciolini che si nutrono di pelle morta. La sensazione iniziale era fastidiosa, ma guadagnò un certo interesse quando scoprii che questa “Terapia del Dr. Fish” era l’ultimo grido in fatto di pedicure.
Una volta a Kancha, Monika insistette per farmi assaggiare il durian, il gigantesco frutto spinoso per cui andava matta. Puzza a tal punto da essere vietato sui mezzi pubblici: a me infatti fece letteralmente vomitare.

La casa della gioia

Andai a Sangkhlaburi, al confine con la Birmania, seguendo il consiglio di quell’inglese che affermava che la Thailandia ha la forma di un’ascia. L’ultimo tratto di strada si aprì su un enorme lago artificiale su cui galleggiavano le case e dal quale spuntavano le cime degli alberi sommersi. Alla guesthouse suggerita dal tatuatore Joe era disponibile una stanza con un’incantevole vista su un paesaggio brumoso e malinconico.

Nei paraggi c’era un panificio che faceva capo al Baan Unrak (“La Casa della Gioia”), un centro di accoglienza per orfani e ragazze madri arroccato in cima alla collina. Me ne parlò Giulia, una ragazza di Firenze che stava facendo due mesi di volontariato in questo avamposto piovoso. Qui si rifugiavano i profughi che passavano il confine per sfuggire al regime birmano, rimanendo bloccati in zona perché privi di documenti thailandesi.
Il centro, fondato anni fa da un’italiana di nome Didi, offriva loro cibo, alloggio e una parvenza di assistenza sanitaria in una regione falcidiata dalle malattie. I bambini frequentavano la scuola, mentre le donne lavoravano a un progetto di tessitura che autofinanziava la struttura. Giulia mi invitò ad assistere all’esibizione di yoga del mercoledì, un elemento del recupero olistico destinato ai piccoli ospiti.

Con la compagnia non fui troppo fortunata. Prima trascorsi una serata tremenda con un insopportabile trio di ventenni – un olandese biondo bruciato dal sole, un’odiosa biondina dell’Ohio che se la tirava e l’amico americano che le sbavava dietro – poi, la mattina dopo, mi ritrovai incastrata in un tour organizzato proveniente da Bangkok, capitanato da una guida thailandese antipaticissima.
L’escursione prevedeva un giro sul lago marrone per ammirare il ponte di legno e il tempio sommerso. Subito dopo, mi comunicarono che, a causa delle forti piogge, la passeggiata nella foresta non era fattibile: l’unica alternativa era un’ora e mezza a dorso d’elefante. Io quell’esperienza l’avevo già fatta e non l’avevo trovata molto divertente, quindi la mia espressione era tutto un programma nel video ricordo con i momenti salienti della giornata e la colonna sonora azzeccata, che ci proiettarono la sera a cena.
Come se non bastasse, nella foresta pioveva, era pieno di zanzare e dovetti condividere il sedile con una neozelandese dall’accento incomprensibile, sorda a ogni mia richiesta di parlare più lentamente.

Il giorno dopo il diluvio non accennava a smettere, così mi armai di ombrello e impermeabile per visitare il Buddha sdraiato, il Wat Somdet e il mercato, prima di dirigermi allo spettacolo di yoga del Baan Unrak. Fu un pomeriggio magico durante il quale giocai a lungo con i bambini e in particolare strinsi amicizia con una tipina flessuosa con la frangetta, che passò tutto il tempo appollaiata sulle mie gambe a scattare con la mia fotocamera, mentre assistevamo alle evoluzioni acrobatiche dei piccoli profughi birmani.
La sera cenai alla guesthouse, osservando il gruppo organizzato che ormai detestavo con tutto il cuore. Probabilmente mi sarei ritrovata con loro se avessi accettato la proposta della finta agenzia viaggi dove ero stata derisa.

L’indomani un pick-up mi portò al Three Pagodas Pass, il valico che segna il confine con il Myanmar. Sulla Lonely Planet avevo letto che era possibile attraversarlo in giornata per visitare una cittadina birmana ricca di mercati e sale da tè. Purtroppo la mia guida aveva più di tre anni sulle spalle, e scoprii solo all’arrivo che la frontiera era sbarrata: i turisti latitavano, i resort erano deserti e l’intera zona era in crisi. Mi descrisse la situazione un affabile birmano rifugiato lì, che mi propose un giro in moto nei dintorni; anche lui meditava di fuggire in Malesia, dato che al confine non si guadagnava più un baht. Solo in quel momento mi spiegai gli sguardi perplessi della gente quando avevo accennato alla mia destinazione.
Qui gli uomini masticavano tutti il betel, una noce eccitante che colora i denti di rosso e fa sembrare che a ognuno sia scoppiata una granata in bocca.

Bangkok ieri e oggi

Fui catapultata di nuovo a Khao San Road, circondata da branchi di giovani occidentali con lo zaino in spalla e italiani critici su tutto. Trascorsi la serata con un sudafricano che sembrava il sosia di Paolo Conte: era appena atterrato e quella volta fui io a introdurlo alle usanze locali. Nel lungo girovagare cittadino ormai ero scaltrissima. Ai finti autisti che provavano a rifilarmi la solita truffa dello Standing Buddha rispondevo mostrando direttamente le foto del primo giorno; loro, ammutoliti, si dileguavano.

Con Monika feci due escursioni. Una al mercato galleggiante di Taling Chan, dove i thailandesi andavano essenzialmente a ingozzarsi di granchi, gamberi e molluschi e a buttare pagnotte intere di pancarrè in pasto ai pesci gatto. L’altra ad Ayutthaya, la vecchia capitale, dove il caldo asfissiante rese insopportabile qualunque tipo di attrazione, compreso il celebre Buddha sepolto dalle radici di un albero.

La serata finale la trascorsi con un imponente ragazzo di colore della Guyana inglese. Mi raccontò che commerciava pietre preziose, che era un esperto di gastronomia e che era completamente al verde. Quest’ultima era l’unica informazione credibile di tutto l’elenco. Per fortuna gli piaceva il jazz, così mi condusse a un concerto: qui stringemmo amicizia con dei giovani thailandesi che ci offrirono da bere e da mangiare in un altro locale.
E questo, alla fine, è l’ultimo ricordo della Thailandia del 2009: un bar-karaoke dove si mangia anatra fredda cantando pezzi di cui non capisci una parola, insieme a uno sciroccato alto quasi due metri, brindando con il SangSom insieme a ragazzi ubriachi che non rivedrai mai più.

Nel gennaio del 2024, di passaggio a Bangkok al termine di un viaggio in Cambogia, sono tornata a Khao San Road per cercare le tracce di quella prima volta. La guesthouse che nel 2009 mi sembrava la fotocopia del film oggi giace abbandonata, nascosta sotto teloni scoloriti. Intorno, sembra Amsterdam: la via è costellata di coloratissimi cannabis shop. Un viaggiatore svizzero mi ha detto che, dal punto di vista economico, la Thailandia è meglio del Sud Italia: «Fra vent’anni sarà come il Giappone».

Comunque, certe tradizioni resistono: le donne che cucinano con il wok per strada, i venditori di scorpioni e grilli e i pantaloni con gli elefanti stampati sono ancora presenze fisse. In una sala del Museo Nazionale, a sette anni di distanza dall’evento, viene ancora proiettato il funerale di Re Bhumibol.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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