MADE IN VIETNAM

Full immersion nell’Asia emergente

La metamorfosi del Vietnam

Benché la fissazione per i luoghi rimasti arcaici e arretrati pervada la fantasia dei viaggiatori, in molti Paesi del mondo tante cose sono profondamente mutate nel tempo.
Se nel 1995 il Vietnam aveva un tasso di disoccupazione del 25%, vent’anni dopo era sceso all’1,3%. Certo, in molte fabbriche le condizioni di lavoro erano inaccettabili e gli stipendi medi equivalevano a meno della metà di quelli dei cinesi, ma era proprio questo il motivo per cui tante multinazionali avevano spostato lì la produzione. La percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà era scesa all’11% e in media i vietnamiti possedevano un cellulare e mezzo a cranio. Il Vietnam, mi resi conto subito, non produceva solo scooter e smartphone: cominciava a fabbricare in serie anche le sue meraviglie naturali.

Secondo i dati del governo, circa dieci milioni di stranieri avevano visitato il Vietnam nel 2015, oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente. La crociera nella baia di Ha Long era tra le attività più gettonate: quando avevo cercato di prenotarla era tutto fully booked, e ottenni una cabina solo per una disdetta dell’ultimo minuto.
Trascorremmo circa ventiquattr’ore in un elegante galeone, mangiando piatti di pesce e navigando tra le isolette della baia, insieme a turisti non solo del Nord del mondo come un tempo, ma anche dei Paesi emergenti.

L’organizzazione seguiva uno schema standard, con attività scandite ad orari precisi: pranzo, cooking class, kayak tra i faraglioni, tramonto “romantico” sul ponte, cena. La sera si poteva scegliere tra il karaoke o la pesca ai calamari, il cui unico esemplare abboccato fu ributtato in mare dal mio vicino di cabina norvegese, più ecologista di quanto il tour prevedesse.

Il giorno dopo alle sei e mezza di mattina una voce baldanzosa ci svegliò urlando alcune frasi corroboranti alla filodiffusione della barca. Dopo la colazione ci portarono alla Surprise cave, dove una massa indescrivibile di gente si accodava, appena scesa come noi da una delle centinaia di barche che affollavano la baia. Ammirate le concrezioni a forma di coccodrillo o di dito medio, seguì la visita alla Pearl Farm, dove assistemmo alle operazioni per coltivare le ostriche e produrre le perle – in vendita, naturalmente, nel negozio attiguo.

Nel tragitto di ritorno verso Hanoi, facemmo un’unica sosta in uno di quei magazzini enormi sulla strada, pieno di statue a forma di Lady Buddha o di delfino, dove la maggior parte dei clienti – turisti come me – non mostrava alcun disagio a spendere l’equivalente di quattro euro per un pacco di biscotti. Durante il tragitto apparve evidente quanto le risaie stessero cedendo il passo ai parchi industriali: impressionante la quantità di scooter nei parcheggi degli stabilimenti Samsung e Canon di Bac Ninh – la stessa manodopera a basso costo che rendeva possibile sia il mio piumino sia la mia crociera.

Alle otto di sera presi il treno per Huè, quattordici ore più a sud, la maggior parte delle quali trascorse beatamente a dormire in una comoda cuccetta.
Rileggendo le descrizioni che Tiziano Terzani riportava dal suo viaggio in un treno vietnamita non riconobbi nulla, eppure risalivano soltanto a una ventina di anni prima. La stazione di Hanoi non aveva affatto un «soffocante odore di latrina», non c’erano centinaia di passeggeri ad aspettare bivaccando sulle scalinate e sui binari, e trovai facilmente il mio vagone. Il treno di Terzani era lentissimo, «sporco, povero, primitivo», con i finestrini muniti di inferriate contro i banditi e i sedili ricoperti da stuoie di paglia. Quello che presi io, prenotato su internet, non era molto diverso dai treni italiani: bagni con acqua corrente, pulizia standard, assenza di venditori e mendicanti. Nessuna bigliettaia era arrivata «con un pentolone per distribuire ramaiolate di minestra in untuose ciotole di alluminio» e alla fermata non era giunto nessun ometto con una bacinella d’acqua che fungeva da lavandino portatile. Fuori dal finestrino non scorrevano più i miseri villaggi con i tetti di paglia descritti da Terzani.
L’unica cosa rimasta identica, in tutti quegli anni, era la canzone patriottica diffusa in ogni vagone verso le sette del mattino, seguita dalla «voce melliflua di una donna».

Nel Vietnam centrale trascorsi quattro giorni in cui non smise mai un momento di piovere. A Huè visitai sotto un cielo perennemente bianco ciò che restava della gloriosa cittadella imperiale, colpita nel 1968 dai bombardamenti di entrambi gli schieramenti, poi restaurata e inserita nella lista UNESCO. Per il resto, una mestizia senza fine.

Dopo un’intera giornata con una guida logorroica tra spiagge deserte nella nebbia e passi di montagna invisibili sotto le nuvole, arrivai a Hoi An, una cittadina di cui ci si può innamorare facilmente. Il centro storico, ben conservato e chiuso al traffico, offriva numerosi negozi di artigianato e deliziosi localini dove rifugiarsi dalla pioggia. Le lanterne di seta e bambù di sera accendevano le strade di ogni colore: i negozianti dicevano che fossero realizzate a mano, ma ormai erano prodotte a ritmi non troppo diversi da quelli delle perle di Ha Long.

Fabrizio, il proprietario di un bar del centro, era un archeologo toscano che si occupava delle rovine del vicino sito di My Son. Mentre bevevo qualcosa nel suo giardino, elogiò i suoi colleghi italiani e mi raccontò del turismo in Vietnam: secondo lui, non essendo rivolto prettamente ai backpackers, incentivava limitatamente la diffusione di droghe e prostituzione. Mi fece notare quanto fossero rare le persone che chiedevano l’elemosina e i bambini che lavoravano, ma non mi nascose la natura poco democratica del Vietnam, repubblica socialista monopartitica. Non collegò esplicitamente le strade ripulite dai mendicanti al pugno di ferro del governo autoritario. I suoi figli, a scanso di equivoci, frequentavano una scuola privata.

Hoi An aveva un’unica pecca, in quella stagione: era letteralmente invasa dai ratti, che sfrecciavano davanti alle porte, sui bordi delle imbarcazioni, tra i tavolini dei bar.

La catena di montaggio del turismo

Il Vietnam del sud ha due stagioni: quella calda e quella caldissima. Il 31 dicembre, uscendo dall’aeroporto di Ho Chi Minh City, venni accolta dai trentadue gradi della stagione invernale, la più secca.

La vecchia Saigon era una metropoli trafficata e rumorosa, ancor di più per i festeggiamenti di fine anno: tra concerti, dj set e spettacoli di luci, “Happy New Year” degli Abba risuonava letteralmente ovunque. Per il selfie con la statua di Ho Chi Minh dovetti mettermi in coda.
Il Distretto 1, pieno di ostelli e bar, non mi sembrò così diverso dalle aree turistiche di Bangkok; lo sguardo delle ragazze fuori dai centri massaggi dimostrava che forse Fabrizio era stato un po’ ottimista nella sua disamina sul puritano turismo vietnamita.

La notte di Capodanno era impossibile dormire a causa del baccano infernale che arrivava dalla strada: alle quattro, sconfitta nella mia battaglia con il sonno, ero seduta sul marciapiede a mangiare un riso e pollo. La mattina dopo non sentii minimamente la sveglia e aprii gli occhi di soprassalto ad un orario in cui, teoricamente, sarebbero già dovuti venire a prendermi per la gita organizzata. Per fortuna la flessibilità degli orari vietnamiti mi permise di aggregarmi lo stesso al gruppo assemblato per il mio one day trip.

Raggiungemmo il Cao Dai Holy See di Tay Ninh, il tempio di una religione che mescola Krishna, Buddha, Confucio, Gesù, Maometto, Giovanna d’Arco e Victor Hugo in un unico pantheon. All’interno di una cattedrale cattolica sotto acido, l’effetto allucinatorio sincretico aveva avvolto le colonne portanti di dragoni verdi e posizionato, al posto dell’altare, un gigantesco globo blu con un inquietante occhio divino al centro. A mezzogiorno il pavimento era ricoperto di fedeli vestiti di bianco ordinatamente seduti a gambe incrociate; le preghiere erano accompagnate dai gong, dalle campane e dai tamburi che crearono un effetto ipnotico.

Il piatto forte della gita erano i Cu Chi Tunnels, una rete di cunicoli che fungevano da rifugio antiaereo, deposito di armi e vie di rifornimento per i Viet Cong durante la guerra. Per anni, migliaia di persone avevano vissuto sottoterra, emergendo solo dopo il tramonto: l’aria era stantia, il cibo e l’acqua scarseggiavano e la malaria si diffondeva rapidamente attraverso gli stretti passaggi infestati da insetti e parassiti.
Durante la visita i turisti si facevano i selfie nei piccoli ingressi del tunnel, mimetizzati sotto le foglie, oppure nella sezione dei tunnel che si poteva percorrere strisciando.

Le trappole di bambù, gli scorpioni lanciati in faccia ai nemici e gli altri dettagli morbosi venivano raccontati dalle guide con un tono scanzonato e con un accento imparato dai film americani. Il quarantenne che ci accompagnava, il cui padre filo-americano aveva abbandonato il Paese dopo la guerra, si divertiva un mondo a ripetermi “ItaliaMafiaDonCorleone”.
Io e due turisti gallesi eravamo i soli esponenti della vecchia Europa del gruppo: ci guardammo perplessi, chiedendoci se fosse lecito intrattenere gli ospiti con battute così volgari e omofobe. Alla fine del percorso era allestito un poligono di tiro, che spiegò il motivo degli spari che avevamo sentito risuonare per tutta la visita: non ci sembrò una trovata divertente.

La stessa dinamica si ripeté nel tour del Delta del Mekong: un alternarsi senza senso di grandi autobus e piccoli van, con giovanissime guide che si producevano in discutibili battute. La sequenza di piroghe, cappelli a cono, produzioni artigianali e cooking class apparve serrata come una catena di montaggio.

Anche nel Delta del Mekong, uno dei luoghi più poveri del paese, le cose stavano cambiando sotto i nostri occhi: uno dopo l’altro i traghetti che collegavano le due rive dei corsi d’acqua scomparivano, sostituiti da ben più comodi ponti. Ancora qualche anno e anche i celebri mercati galleggianti non avrebbero avuto più ragione di esistere.

La guerra americana

Stenderemo il tappeto rosso davanti a voi perché abbandoniate il Vietnam. Poi quando avremo finito di combattere sarete di nuovo i benvenuti qui, perché avremo bisogno della vostra tecnologia e dei vostri aiuti.
Ho Chi Minh, messaggio agli americani

Il Museo dei residuati bellici di Ho Chi Minh City è dedicato a quella che noi chiamiamo guerra del Vietnam, ma che qui è la “guerra americana”. Pur essendo finita da più quarant’anni, lessi sui pannelli, gli effetti rimanevano ancora: oltre ai milioni di morti e feriti nei trent’anni di svolgimento, decine di migliaia di persone erano state colpite da mine e altro materiale esplosivo dopo il 1975. Attraverso le storie delle vittime della guerra, il museo voleva mostrare che i vietnamiti, grazie alla loro tenacia e al loro ottimismo, nel periodo postbellico avevano ricostruito «una nuova e bellissima nazione».
Tutti tranne i milioni di cittadini del sud che dopo la riunificazione furono considerati collaboratori e traditori e finirono nei campi di rieducazione o fuggirono all’estero. Ma questo naturalmente non era scritto sui pannelli del museo.

Nel museo si testimoniava il supporto di tutti i Paesi del mondo, Italia compresa, al Vietnam brutalmente aggredito. Anche tanti americani avevano protestato contro la guerra e proprio a loro Ho Chi Minh indirizzò un telegramma in occasione del Capodanno 1968, ribadendo che il governo americano mandava a morire i suoi giovani soldati e dilapidava insensatamente miliardi di dollari.
Una foto rappresentava la stretta di mano del 2015 tra Barack Obama e il segretario del partito comunista vietnamita, che aveva sigillato l’inversione delle alleanze: l’antica “guerra americana” era stata archiviata dalla realpolitik di Hanoi per contenere l’espansionismo di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Molte immagini di fotografi famosi erano appese alle pareti, fra cui la celebre “Napalm Girl”: trovai curioso che il materiale provenisse quasi tutto dall’estero, soprattutto da riviste e agenzie americane. La sala dedicata alle armi chimiche, e in particolare all’utilizzo dell’agente orange, era adatta solo agli stomaci forti. Alle dodici suonò una specie di allarme e tutti se ne andarono: uno dei guardiani mimò l’ora di pranzo.

La fine del governo filo-americano e la riunificazione del Vietnam furono segnate dai due carri armati dell’esercito di liberazione che nel 1975 sfondarono il cancello d’ingresso del Palazzo presidenziale. Due repliche dei mezzi erano posizionate nei giardini del complesso, che nel frattempo era stato trasformato in un altro museo. 

Per le strade, gli abitanti della metropoli conducevano la solita vita: praticavano tai chi e arti marziali nei parchi, giocavano a badminton, si ingozzavano di phở seduti sulle loro minuscole sedioline. E forse, ipnotizzati dal loro smartphone, non si chiedevano più in nome di cosa erano morti i loro antenati.

Intanto, migliaia di coloratissimi manifesti di propaganda celebravano “calorosamente” la festa nazionale della Repubblica socialista del Vietnam o l’86° anniversario della rivoluzione vietnamita. Le parole governative invitavano gli scolari a studiare e i membri del partito a competere per ottenere risultati eccellenti. I soldati col fucile, i marinai col binocolo, gli scolari e le maestre davanti alla lavagna, tutti questi personaggi disegnati sui cartelloni svolgevano il loro compito con convinzione, circondati da falci e martelli, stelle gialle e campi di girasoli. In alto, dentro un fiore di loto, campeggiava il volto da tenero nonnino di Ho Chi Minh.

The North Face

Ad Hanoi, mille e seicento chilometri più a nord, la stessa guerra aveva un altro museo. Il carcere di Hoa Lo, costruito dai francesi per i prigionieri politici vietnamiti, era una delle più grandi prigioni di tutta l’Indocina. Vicino alla stanza della ghigliottina e agli alloggi per i prigionieri, lessi che i «patrioti e i soldati rivoluzionari vietnamiti» detenuti vivevano in condizioni disumane ed erano sottoposti a infinite torture, ma nonostante ciò hanno continuato indefessi a «studiare clandestinamente teoria politica e non hanno mai perso la voglia di combattere fino al loro ultimo respiro contro l’occupazione del Paese».

Dal 1964 al 1973 una parte della prigione fu utilizzata per rinchiudere i piloti americani abbattuti, detenuti in condizioni pietose, con poco cibo e scarsa igiene, talvolta vittime di torture. Il museo raccontava tutt’altro: le immagini esposte li mostravano mentre giocavano a scacchi e a biliardo, facevano giardinaggio e mangiavano generose porzioni di cibo. Anzi, secondo i curatori, il soprannome che gli avevano sarcasticamente affibbiato gli americani, “Hanoi Hilton”, era la prova che i detenuti consideravano gli alloggi simili a quelli di un hotel. Ironia della sorte, una parte del vecchio carcere fu davvero smantellata per costruirci un hotel a cinque stelle.

Raggiunsi la scenografica piazza Ba Dinh, dove sorge il mausoleo di Ho Chi Minh. Nonostante lui stesso avesse chiesto di essere cremato, la sua salma fu ugualmente imbalsamata ed esposta in questo monumento in granito dove quotidianamente molti visitatori, organizzati in lunghe file, attendevano di osservarlo per pochi secondi.

Del complesso del mausoleo fanno parte anche il palazzo presidenziale e la palafitta in legno dove il leader visse e lavorò per alcuni anni. La vastità e il vuoto della piazza, uniti all’austero stile architettonico sovietico e alle esercitazioni in corso di vari plotoni di soldati in divisa verde, mi diedero l’impressione di un balzo nel tempo all’epoca della cortina di ferro.

L’ultima sera, nei pressi del lago Hoan Kiem, mi misi a osservare il fiero popolo vietnamita allegramente affaccendato nella penombra: chi mangiava su tavolini e sedioline in formato casa delle bambole, chi sollevava pesi sulle apposite panchette, chi sfrecciava nelle strade su skateboard luminosi.

Rispetto al Vietnam del sud, ad Hanoi la gente aveva la pelle più chiara, i tratti somatici più raffinati e persino un accento molto diverso. La città stessa era differente: i tanti parchi e i laghi, i ponti sul fiume Rosso e gli edifici coloniali le donavano un’atmosfera più quieta e romantica.

Un numero incredibile di negozietti vendeva piumini imbottiti dai colori sgargianti, con marchi come “The North Face” usciti in modo più o meno losco dalle stesse fabbriche che avevo intravisto lungo la strada per Ha Long. Ne comprai uno, verde mela, senza sapere ancora quanto mi sarebbe servito. Al ritorno, l’Italia meridionale era sotto la morsa del gelo e gli aeroporti erano chiusi per neve. Il mio piumino made in Vietnam, nato dalla compressione salariale asiatica, fu l’unico souvenir che si rivelò tutt’altro che inutile.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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