Le vacanze della costruzione in Québec
Viaggiare in Québec non è semplice. Prima di tutto bisogna programmare con largo anticipo le mete e prenotare gli hotel per non rischiare di trovare tutto riservato già da mesi. Non avere un partner e possibilmente minimo due figli significa accollarsi da solo il prezzo delle camere doppie − se non quadruple − e non poter approfittare degli immancabili sconti famiglia. Per quanto riguarda gli spostamenti, i limiti di velocità raramente superano i novanta chilometri all’ora, un buon numero di persone viaggia su mezzi di dimensioni sproporzionate e tutti vanno nella stessa direzione. Gli autobus costano un’enormità e sono lentissimi.
Quanto appena esposto va preso alla lettera se la partenza avviene nelle ultime due settimane di luglio, ossia durante le cosiddette “vacanze della costruzione”, quando architetti, saldatori, capisquadra, ingegneri sono in ferie, tutti lasciano la città e affollano le località di vacanza nella provincia.

Per questo e altri motivi, sabato e domenica dormii da Yvette. Di fronte a un personaggio come Yvette, non sapevo se ringraziare il cielo oppure mangiarmi le mani per non aver mai studiato il francese. Intanto la fortuna di Yvette è che possedeva una bella casa spaziosa in città, che adibiva a bed & breakfast (anzi, gîte, come si dice da queste parti). Considerando che a Baie-Saint-Paul c’era il festival di arte di strada, non avevo molta scelta (anzi, era l’unica opzione disponibile).
Per capire che tipo di persona era Yvette basta sapere che il problema che quel pomeriggio la affliggeva era l’acquisto di un paio di calze, pagate ben dieci dollari, ma che purtroppo le finivano di continuo dentro le scarpe. Io non mi allarmai più di tanto, nemmeno quando lei furbescamente intuì che qualche parola ogni tanto la afferravo: continuai beatamente a fare la gnorri e tutto andò per il meglio. D’altra parte il rischio maggiore sarebbe stato assaggiare una delle sue colazioni, cosa che mi guardai bene dal fare. La mattina, non appena Yvette aprì il frigorifero, fingendo poco appetito rifiutai la proposta di quel disgustoso croque-monsieur surgelato e mi servii cautamente del caffè, non invidiando affatto l’uomo che occupava l’altra stanza della casa, il quale non solo aveva avventatamente accettato il breakfast, ma si era trovato a dover sorbire con pazienza sovrumana l’inarrestabile parlantina di Yvette.
Mentre bevevo il caffè, la logorroica vegliarda stava allietando il suo interlocutore con la storia di quando aveva vinto non so quanti mila dollari al “La Poule aux œufs d’or“, una lotteria quebecchese che aveva portato Yvette nientemeno che in televisione. Poi la conversazione si spostò sul matrimonio di un imprecisato parente al quale lei aveva partecipato o avrebbe dovuto partecipare e per il quale manifestava un enorme entusiasmo. Ma io a quel punto, con la faccia meno espressiva del mondo, tornai nella mia camera per vestirmi. Mi aspettava l’eccitante festival “Le Festif!”, a causa del quale la località era intasata − e durante il quale non smise un attimo di piovere.