LA DUNA DEL NON RITORNO

In campeggio nell’Acacus libico

La porta principale del Sahara

Il viaggio nel cuore del Sahara presentò subito le sue difficoltà: un gelo notturno insospettabile e una totale assenza di comfort. In nove giorni di campeggio libero nel parco dell’Acacus dovetti fare i conti con la mancanza assoluta di bagni, bidoni della spazzatura, cartelli o passanti. Mi affidai interamente agli autisti delle jeep, gli unici a conoscere la strada.
A me non rimase che respirare l’aria secca, scalare le dune, guardare i tramonti, e cancellare il mio invadente ego.

Dopo averlo lambito in Marocco e in Egitto, entrai nel Sahara dalla porta principale: la Libia, il Paese nordafricano che presenta meno barriere naturali tra la costa e il deserto. La regione che esplorammo, il Fezzan – come lo rinominarono gli italiani – era rimasta a lungo una delle zone meno esplorate della Terra. La Libia godeva allora di una brevissima finestra di normalizzazione dei rapporti con la comunità internazionale: si era aperta da poco al turismo e il visto si otteneva direttamente all’ingresso.

All’aeroporto di Tripoli ci accolse l’onnipresente Colonnello Gheddafi, finemente drappeggiato e con i celebri occhiali a goccia, ritratto in ogni angolo su tele gigantesche, poster e murales realizzati con tutte le sfumature del verde rivoluzionario. Un’immagine che la mia infatuazione di allora qualificò come semplice folklore.

Sbrigate le procedure d’ingresso, dovemmo subito fare i conti con un imprevisto: il volo interno per Sebha era saltato e ci attendevano dodici ore di autobus nel piattume sconfinato che separa la costa dal Fezzan. Per evitare polemiche sterili, decisi di fare finta di nulla e dormirci su. Una parola: nel cuore della notte un corpo contundente non identificato ridusse in mille pezzi uno dei doppi vetri del bus, evocando una scena del film Babel, per fortuna senza i tragici esiti della pellicola di Iñárritu. Per ironia della sorte, lo stesso film venne proiettato al ritorno sugli schermi del mezzo tramite un DVD piratato sottotitolato in arabo; una coincidenza inquietante che comunque archiviai con distacco. 

L‘avamposto di Ghat

Nel deserto non si decide, si ottempera.
Théodore Monod, viaggiatore e naturalista francese

All’ostello di Feji arrivarono i fuoristrada: secondo le leggi del regime, i nostri autisti erano affiancati da un agente della polizia turistica, il servizievole Khalid. Ci infilammo serenamente nelle Toyota. Eliminati i rischi e il terrore degli antichi esploratori, ci restò tutto il tempo per goderci lo scenario, considerarlo suggestivo e descriverlo con una serie di cliché da cartolina da cui io stessa non potei del tutto esimermi.

A Ghat, l’avamposto da cui inoltrarsi nell’Acacus, ci accolse un camping costituito da caratteristiche capanne in foglie di palma chiamate zeribe. La cittadina fungeva solitamente da base logistica per via della vicinanza al passo di Takarkori e alla cosiddetta “duna del non ritorno”. Giunti sul posto, apprendemmo con disappunto che la via era chiusa da circa un anno a causa delle tensioni armate con l’Algeria, il cui confine costeggiava il tracciato. Solo degli sprovveduti, tenuti all’oscuro dal corrispondente locale, potevano trovare sensato passarci la notte.
Con la presenza dei viaggiatori ridotta al lumicino, la cittadina era allo stremo: il venditore di souvenir tuareg svendeva la merce, il camping rischiava la chiusura e per servirci la cena i gestori dovettero andare a fare la spesa sul momento. 
La serata fu ravvivata dalle chiacchiere con Dominique, un insegnante britannico all’università di Sebha, giunto lì per assistere al celebre Festival tuareg.

Al mattino, prima di varcare le porte del deserto, andammo al mercato di Ghat per contrattare sul prezzo di agrumi e pomodori. La medina era quasi del tutto disabitata e in rovina, sormontata da un forte turco che in passato era servito come alloggio per i militari italiani conquistatori.
Registrai la folta presenza di immigrati subsahariani, senza capire che stavo guardando l’inizio di una delle rotte migratorie più drammatiche del secolo. Mi infilai in un negozio tuareg con listini degni di Bulgari.

Il grande mare di sabbia

Svegliarsi ogni mattino in un punto diverso del vasto deserto. Uscire dalla tenda e trovarsi davanti allo splendore di un nuovo mattino: tendere le braccia, stirarsi nell’aria fredda e pura; riempirsi di luce e di spazio; conoscere, al risveglio, la straordinaria ebbrezza di respirare solamente, di vivere solamente…
Pierre Loti, romanziere versato sui temi dell’esotismo naturalistico

All’ingresso del Parco nazionale dell’Acacus ci accolsero formazioni rocciose dalle sembianze di funghi, tartarughe e pupazzi di neve, levigate dal vento. Fu qui che scorrazzammo per i primi due giorni, prima di montare il campo nei pressi dello uadi Auis.

La «straordinaria ebbrezza» di cui parlava Pierre Loti si scontrò presto con la prosaica realtà del campeggio libero. Ognuno dovette controllare se il cognato per errore gli avesse prestato i picchetti da terra e non da sabbia, se i sacchi a pelo fossero abbastanza caldi per sopportare il gelo notturno e se le stoviglie fossero adatte a consumare risotti Knorr e tè bollenti. Da quel momento, le operazioni si svolsero in maniera sempre più spedita, mentre grandiosi tramonti viola striati dalla nuvolaglia disegnavano porzioni geometriche di luce e ombra nel cielo.

Montammo il campo ogni pomeriggio in un posto diverso. La forma dei crème caramel sabbiosi di Wan Kasa si modificava senza tregua grazie al vento, che affilava gli spigoli cancellando i passi umani. Nell’Erg Murzuq cercammo di raggiungere l’immensa luna bianca che ci attendeva seduta in groppa: scalare la duna fu un’esperienza vertiginosa.

A un certo punto all’orizzonte apparve una stupefacente e inaspettata distesa verde: era la fattoria di Berjuj, dove si coltivavano cereali in maniera intensiva nel bel mezzo del nulla, irrigati da enormi pompe a forma di idrovolanti. La vista stimolò tra noi campeggiatori accese riflessioni frutto di opposte vedute.

Esplorando il parco in jeep, la sabbia lasciava spuntare qua e là strati basaltici scuri. Una roccia, erosa dagli elementi, aveva disegnato l’incurvatura dell’arco di Fozzigiaren; un’altra aveva assunto l’aspetto dello snello colonnato di arenaria di Tin Ghalega.
Successivamente, attraverso la piana del Reg Taita e il passo di Abahoa, entrammo nei territori piatti e spazzati dal vento del Messak Settafet: un vasto altopiano ricoperto da detriti resi lucidi dal calore. Nelle soste ingannavamo la noia giocando a bocce con le coloquinte, cocomeri selvatici delle dimensioni e dei colori di una palla da tennis.

Un tempo qui era tutta savana

Uno dei motivi per inoltrarsi nel Tadrart Acacus risiedeva nella quantità di testimonianze artistiche rupestri risalenti all’epoca in cui il Sahara era un’immensa savana percorsa da fiumi e popolata da giraffe, elefanti e gazzelle: secondo gli studiosi, questi popoli influenzarono culturalmente persino la futura civiltà egizia.

La prima vera spedizione nell’Acacus la compì negli anni cinquanta l’italiano Fabrizio Mori, il quale scoprì i tesori nascosti negli uadi, i letti dei corsi d’acqua preistorici che avevano scavato canyon nell’arenaria. Lì, negli anfratti ricavati sotto le pareti di roccia, trovarono rifugio i nostri antenati che, oltre diecimila anni fa, cominciarono a incidere o dipingere scene di caccia, battaglie e utensili quotidiani, con la precisa intenzione di testimoniare un racconto per i posteri.

Nel Messak, invece, vennero rinvenuti solo graffiti, forse a causa della conformazione delle rocce, prive di grotte naturali. Nelle stazioni rupestri dello uadi Matkendush, oltre a sagome di giraffe e coccodrilli incise sulla pietra piatta, spuntarono i cosiddetti “gatti mammoni”. Fu questo il bizzarro nome con cui l’archeologo Leo Frobenius decise di battezzare quelle enigmatiche figure feline preistoriche.

Dopo la caduta di Gheddafi e il vuoto di potere, molti dipinti e graffiti avrebbero subito atti di vandalismo, mentre l’erosione avrebbe continuato a consumare lentamente la superficie delle pareti. Nel 2016 l’area sarebbe stata ufficialmente inserita dall’UNESCO nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo.

Bidet nel deserto

Creatura d’un altro mondo tutto rumore e travaglio, vi sentite ora come riportato al principio della lunga fuga di secoli dalla cui fatica siete stato generato, e vi ci sentite bene come in un placido sogno.
Guelfo Civinini, Ricordi di carovana, 1933

Tutti gli scrittori affascinati dall’esotismo prendono sempre in considerazione soltanto il lato poetico e romantico del deserto; nessuno si sofferma a pensare alle conseguenze pratiche di campeggiare per nove giorni in un posto privo di comfort. 

L’inizio dell’inverno sahariano ha poco a che fare con il «placido sogno» di Civinini: le temperature notturne scendono fino allo zero, tanto che al mattino le nostre tende erano ricoperte da un sottile strato di ghiaccio. Questo significava indossare tutti gli abiti uno sull’altro – compresi guanti, sciarpa e cappello – mentre si preparava la cena, si mangiava per terra e si lavavano le stoviglie con la sabbia. Ma anche congelarsi le parti mediane del corpo quando dovevamo espletare i bisogni fisiologici tra le dune. Naturalmente, di lavarsi non se ne parlò proprio: le salviettine umidificate bastavano e avanzavano. 

Per cucinare dovemmo caricare taniche d’acqua, provviste e cataste di legna per il fuoco. Il Gatto – l’autista più scalmanato, sempre in gara con il collega detto la Volpe – in una delle sue stravaganti manovre perse tutti i pezzi dal portapacchi, disperdendo la legna per la notte e i sacchi della spazzatura nella prateria desertica e costringendoci a raccattare pazientemente ogni cosa.
All’ora di pranzo, denominato dai conducenti «mangiarìa», gli autisti ci impartirono la loro personale lezione di ecologia: accendevano il fuoco e cucinavano i macaroni contenuti in un sacco di juta da cinque chili. Noi campeggiatori occidentali, invece, ci cibavamo perlopiù di tonno in scatola o formaggini monodose, producendo un grosso cumulo di rifiuti non biodegradabili che fummo costretti a portarci sul tetto della jeep per tutto il viaggio.

L’unica eccezione alla dieta dei conducenti arrivò la sera in cui finalmente cucinarono quelle bistecchine di montone che venivano stese al sole sul cofano ad ogni sosta: erano destinate a solennizzare la festa dell’Eid’ Al-Adha. All’alba di quel 30 dicembre, la storia irruppe nell’accampamento: a causa del lutto nazionale proclamato per l’esecuzione capitale di Saddam Hussein, il governo libico decretò l’annullamento di tutte le celebrazioni. Il Colonnello non poteva sapere che la sorte avrebbe riservato a lui una fine altrettanto brutale solo cinque anni più tardi.

Poiché nel Paese era vietato consumare alcolici, la sera davanti al fuoco accettavamo i bicchierini di tè forte e zuccheratissimo degli autisti; ogni tanto, tuttavia, il caposquadra Massud tirava fuori una preziosa bottiglietta di plastica che conteneva un distillato clandestino di datteri.

Non avendo una lingua in comune, i conducenti tentavano di comunicare attraverso la musica leggera o a gesti. Quegli uomini, nati in un contesto tradizionale, si stupivano di quante donne vivessero sole in Italia; cercarono persino di convincermi a trasferirmi in Libia, dove la vita era meno cara. In fondo, italiani e libici si somigliano: tutti facciamo un gran baccano quando parliamo, e le nostre voci si sovrappongono con toni concitati.

Sahara quel che Sahara

Il deserto è bello perché è pulito e non mente. La sua nitidezza è straordinaria. Non ci si sporca mai nel deserto.
Théodore Monod, dispensatore di massime sul deserto

Dopo diversi giorni nell’Acacus, fu strano tornare sulla strada asfaltata. A Germa, l’antica capitale dei Garamanti, visitammo i resti della città vecchia con la necropoli, acquistammo bevande improbabili come la Mirinda e telefonammo alla mamma: non avendo nostre notizie, ci credeva già trasformate in prostitute libiche (negli anni ottanta ascoltava Franco Battiato).

Nell’attesa che il buon Ahmed dagli occhi tristi reperisse del carburante, ci sdraiammo sulla sabbia, preparandoci allo spettacolo delle dune dell’Erg di Ubari. 
Il lago di Mahfu apparve all’improvviso dopo un’adrenalinica manovra del guidatore, seguito da quello di Gabraoun, nel quale si specchiava una duna monumentale. Nei pressi sorgeva un campeggio turistico con botteghe di artigianato tuareg, dove si potevano persino noleggiare gli sci.

Il lago di Oum el Ma era senz’altro il più pittoresco, ma anche il più umido e freddo, circondato da superbi palmeti: fu lì montammo l’ultimo campo. La temperatura scese così tanto che in tenda battei i denti per tutta la notte, intabarrata in diversi strati di vestiti dentro un sacco a pelo impregnato di benzina, ma la nostalgia era già in agguato.

L’ultima ora tra le dune fu esaltante e malinconica allo stesso tempo. Il Gatto e la Volpe scelsero una pista diversa dall’anziano caposquadra, il quale cominciò a imprecare in arabo. Nel deserto è fondamentale non perdersi di vista, ma stavolta non riuscimmo a riacciuffare i compagni scomparsi. Li rincontrammo più tardi dal gommista, dove dovemmo rigonfiare gli pneumatici per il ritorno sull’asfalto. Approfittai della pausa per fumare la shisha con alcuni uomini dai grandi turbanti e, soprattutto, per lavarmi finalmente le mani.

Da ultimo affrontammo il passo del non ritorno: la doccia. L’aria secca e la sabbia avevano mantenuto assurdamente brillanti sia i piedi sia le stoviglie, ma – a dispetto di quanto pensasse Monod – una doccia dopo nove giorni resta una doccia dopo nove giorni. 

Le ultime dodici ore di autobus e la notte trascorsa sul pavimento dell’aeroporto di Tripoli, sotto la minaccia dell’overbooking, le affrontammo con lo spirito ascetico tipico dei monaci del primo Cristianesimo. L’abbandono alla logica del «loro sanno» – caldeggiata da Dominique, l’insegnante madrelingua – ci aveva alleggerito dalla responsabilità quotidiana di evitare gli ostacoli, insegnandoci che, quando non si può cambiare ciò che è dato, è inutile darsi pena.

Il volo fu puntuale. A Roma ci accolse una bella giornata calda. Al primo risveglio in un letto vero ebbi la fondata certezza che i cuscini e le lenzuola in cui giacevo nella penombra fossero fatti di sabbia.


ALTRA AFRICA

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