UN VIAGGIO DA LECCARSI I BAFFI

Un altro Capodanno in India

Il tempo è un bastardo

Sarà capitato a tutti di provare la sensazione che il tempo, man mano che si invecchia, passi molto più in fretta. A quanto pare diverse ricerche hanno appurato che questa impressione dipenda strettamente dal tasso di cambiamenti di cui facciamo esperienza.
Da bambini tutto è nuovo e il fatto che continuamente sperimentiamo e impariamo rende il tempo così denso che ci sembra passare più lentamente, poi man mano prendiamo sempre più confidenza con le cose e diventano sempre meno le novità che ci capitano nella nostra vita quotidiana.
Tranne che in viaggio. Mentre si esplorano posti nuovi sono così tante le esperienze che il tempo diventa pienissimo e due giorni ti sembrano tipo un mese, e insomma questo è l’unico modo efficace che ho trovato per illudermi di fottere il tempo, quel bastardo.

Fu così che andai in India per la terza volta. Quello che mi attira di questo Paese non è la spiritualità o la ricerca di se stessi, ma la sua totale imprevedibilità. In India non ci si annoia mai. Puoi ritrovarti seduta su una pentola capovolta a ridere a crepapelle con due sconosciuti, mentre uno dei due ti spiega perché sta spaccando una campana a martellate. Il tempo diventa relativo perché non hai scelta: impari ad accettare tutto, pure se devi aspettare otto ore che la nebbia si diradi e il volo si decida a decollare.

Arrivare diretti a Varanasi può essere forte come impatto: mi ritrovai subito dentro lo strepito dei clacson, tra pedoni, risciò aggrovigliati, branchi di cani randagi e vacche sacre che bloccavano le strade. E meno male che il freddo limitava gli odori di putrefazione e la circolazione di topi e insetti.
Quell’anno si registrò un’anomalia termica senza precedenti e una cappa di nebbia chimica che paralizzò a lungo i voli e i treni della pianura indo-gangetica. Se negli altri viaggi in India a dicembre avevo addirittura fatto il bagno, in queste regioni a nord del Tropico soffrii il freddo ventiquattr’ore su ventiquattro: i termosifoni erano inesistenti e l’architettura delle case, progettata per dissipare la canicola estiva, rese l’inverno ancora più gelido. La gente si arrangiava come poteva: si stringevano attorno a fuocherelli di fortuna sul marciapiedi, le donne sopra i sari leggerissimi indossavano giacconi e pantaloni del pigiama e gli uomini si avvolgevano in pesanti coperte di lana grezza. 

Sui tetti di Varanasi alle dieci di mattina si gelava e il cielo bianco abbagliante era così compatto che non passava nemmeno un raggio di sole. Una moltitudine di scimmie saltellava dall’uno all’altro, altre stavano tutte strettamente abbracciate contro il muro per riscaldarsi. Nella terrazza di fronte alla mia, un ragazzo ogni giorno chiamava gli uccelli sventolando un pezzo di tessuto, finché uno stormo gli si avvicinava, mangiava o beveva e subito volava via. Dall’altra parte c’era un gabbiotto inferriato che conteneva una panchetta con un bilanciere e una cyclette: il loro proprietario si manteneva in forma così ogni mattina e ogni pomeriggio e, anche se non sembrava dalla pancia sporgente, era molto agile e snodato quando faceva gli esercizi di yoga. Nel balcone accanto un tizio giocava a cricket da solo, senza timore di perdere la pallina perché era legata alla ringhiera con un filo. Nel pomeriggio un sole pallido riuscì a perforare la nebbia e allora tutti stesero i panni colorati sui parapetti e decine di piccoli aquiloni quadrati presero a volteggiare a scatti nel cielo.

I ghat di Varanasi

Il tempo passava, o forse no. Il tempo è tutto qui, a Varanasi, perciò forse il tempo non può passare. La gente va e viene, ma il tempo resta. Il tempo non è un ospite. I giorni, invece, quelli passavano, e alla fine venne il giorno, il giorno dei giorni, il giorno più carico di buoni auspici.
Geoff Dyer, Amore a Venezia. Morte a Varanasi

Varanasi accoglie sempre un flusso continuo di visitatori poiché è la principale meta di pellegrinaggio dell’India. Gli induisti sono obbligati ad andarci almeno una volta nella vita; inoltre molti ci vanno da morti o moribondi perché è l’unico posto in cui gli dei permettono agli uomini di sfuggire al saṃsāra, il ciclo delle reincarnazioni da cui ogni induista non vede l’ora di liberarsi.
Folte comitive di pellegrini erano arrivate da regioni remote e rurali del paese: erano vestiti leggeri, alcuni non avevano nemmeno le scarpe, e camminavano tutti appiccicati e timorosi, chiaramente non abituati alla città. I jainisti erano vestiti di bianco immacolato, compresi i copriorecchie di peluche e la scopetta che si portano sempre appresso; due ragazze uscirono dalla fila ordinata per conoscermi e sottopormi ai selfie rituali con il loro capo. Noi viaggiatori stranieri, in mezzo a quella folla, eravano un’esigua minoranza.

Nella foschia perenne di quei giorni, lungo i ghat affacciati sul fiume, i barbieri sbarbavano, i barcaioli proponevano con insistenza i loro giri in barca tra gli stormi di gabbiani e i bramini, sotto i grandi ombrelloni, coprivano le fronti di polveri colorate. I massaggiatori ti agguantavano un braccio o una spalla per estorcere qualche rupia; alcune madri chiedevano soldi sventolando un biberon vuoto davanti agli occhi, e i bambini imploravano di comprare del latte in polvere che poi sarebbero andati a rivendere al negoziante. Non pochi coraggiosi facevano il bagno purificatore nel Gange. 

Ogni giorno, puntualmente all’ora del tramonto, sul ghat Dashashwamedh si svolgeva il rituale di ringraziamento alla Dea Madre Ganga. I celebranti stavano in piedi sui loro piedistalli e roteavano candelabri e lampade fumanti in un’atmosfera ipnotica, scandita dal suono continuo delle campanelle, mentre i fedeli assistevano assiepati sulle gradinate.

Raggiunsi che era già buio il ghat Manikarnika, il più grande crematorio della città, che si presentava come uno scenario dantesco. Lì ogni giorno venivano bruciati qualcosa come duecento o trecento cadaveri e i lavori fervevano senza sosta. Cataste di legna attendevano di essere utilizzate, ammucchiate sulle barche o a terra. Centinaia di persone aspettavano il loro turno per lavare il proprio parente nel fiume prima di sistemarlo sulla pira, avvolto in teli arancioni. I barbieri intanto radevano a zero la testa dell’uomo a cui spettava il privilegio di accendere il falò con un tizzone staccato dal fuoco eterno: uno dei parenti, scendendo le scale di corsa, per poco non mi ustionò con quel pezzo di brace sacra.

Nel buio, la luce arrivava solo dalle fiamme delle pire, distribuite sui vari livelli del ghat a seconda della casta a cui i defunti erano appartenuti in vita. I parenti erano vestiti di bianco, i morti di arancione e tutto il resto sfumava nel nero, in attesa che i corpi diventassero cenere e le ossa non consumate venissero gettate nel fiume. Nelle stesse acque venivano abbandonati interi i corpi di lebbrosi, bambini, donne incinte e animali, che per tradizione non possono essere cremati. Solo la mattina dopo, i lavoratori del crematorio – che appartengono tutti alla casta degli intoccabili – sarebbero andati a recuperare l’oro che il fuoco non era riuscito a sciogliere.

Incredible India

Arrivata a Khajuraho, dopo quattro giorni di nebbia era uscito finalmente il sole: un’occasione che imponeva un masala chai in terrazza.
Quella tregua all’aperto si trasformò subito in un assedio. Mentre cercavo di pranzare e di pianificare lo spostamento verso Orchha, un massaggiatore ayurvedico, nella sua smania autopromozionale, si fissò che doveva darmi una dimostrazione pratica del suo talento, afferrandomi braccia e spalle nonostante i miei molteplici strati di abiti. Il gestore, Manoji, mi trascinò a forza nell’orto per dimostrarmi che la cucina della locanda era a chilometro zero. Poi spuntò un tizio di nome Romeo che pretendeva di organizzarmi il viaggio, seguito da una parata di venditori pronti a offrirmi qualunque cosa: vestiti, cartoline, visite guidate, marijuana, whisky, risciò, moto, cerimonie, gioielli e persino cammelli.

Nel tardo pomeriggio raggiunsi i celebri templi medievali per assistere a uno spettacolo di luci e suoni: una specie di leggenda in stile Bollywood sulla loro costruzione. I proiettori illuminavano strutture troppo distanti dalle sedie e dei dettagli erotici non si intuiva nulla. Faceva un freddo tale, e la recita era così insulsa, che abbandonai la platea prima della fine. 

Al mio rientro in hotel, trovai lo staff seduto in cortile a scaldarsi attorno a un braciere. Erano tutti d’accordo con me: quello spettacolo era una perdita di tempo. Provenivano dai villaggi rurali della zona, avevano un livello di istruzione minimo e parlavano un inglese approssimativo. Solo uno di loro frequentava l’università e si esprimeva chiaramente: mi raccontò che anche lui aveva girato molto l’India perché la terza classe dei treni locali costava pochissimo. Mi sconsigliò però di provarla: avrei viaggiato schiacciata come una sardina, costretta a dormire abbracciata al bagaglio per evitare che mi venisse sottratto. Riuscii a visitare i famosi bassorilievi erotici del Kamasutra solo l’indomani.

Per lasciare la città trovai un autista di nome Rajiv che doveva rientrare ad Agra in serata. Per lunghi tratti viaggiammo a passo d’uomo su una pista sterrata che correva parallela alla nuova autostrada ancora in costruzione e la sosta prevista a Orchha saltò del tutto. Anche le strade a pedaggio, interrotte da caselli antidiluviani che ogni ora esigevano il loro tributo in rupie, non erano asfaltate a dovere ed erano costantemente attraversate da uomini e animali.
Durante il viaggio, Rajiv tentò in ogni modo di vendermi un pacchetto con conducente per una settimana in Rajasthan. Nonostante ore di contrattazione estenuante, la cifra richiesta continuava a sembrarmi spropositata; d’altra parte, anche il passaggio di quel giorno non era certo un regalo, senza contare la mancia finale e i suoi consigli tutt’altro che disinteressati.
L’indomani fui costretta a ricorrere alla sua intermediazione per raggiungere Jaipur: si presentò uno strano figuro con occhiali da sole taroccati e capelli impomatati. Dopo esserci scambiati i numeri per ragioni di servizio, cominciò a tempestarmi di messaggi inviandomi sue foto vestito da marajà.

A dire la verità, io il Taj Mahal me lo sarei anche risparmiato. Anni prima avevo visitato la sua replica ad Aurangabad, il Bibi Ka Maqbara, che poi non era tanto piccola. Si sa come funzionano le città che ospitano una meraviglia del mondo e nient’altro, specialmente in India: attirano orde di disperati in cerca di briciole del business, e i dintorni si riempiono di procacciatori, venditori di souvenir e truffatori ingegnosi. Chi non c’è stato non se lo immagina, ma attorno al bianchissimo e splendente complesso del Taj Mahal regnava il solito caos indiano di clacson, spazzatura, sputi rossi di paan, banchi di frittura e mercati al buio. Visto però che il destino mi aveva scaricata ad Agra anziché a Orchha, decisi che l’anticonformismo andava bene ma fino a un certo punto.

Per i turisti stranieri il biglietto aveva un costo parecchio maggiorato rispetto a quello per i residenti e includeva una bottiglietta d’acqua, abbastanza superflua quel 31 dicembre: alle otto del mattino il termometro segnava tre gradi e il cielo era di un bianco sporco. Devo ammettere che mi era piaciuto di più il Taj Mahal dei poveri ad Aurangabad, che non era tanto piccolo ed era incorniciato da un cielo perfettamente azzurro.

L’anno nuovo in Rajasthan

Un europeo interrogato al suo ritorno dalle Indie, non esita e risponde: “Ho visto Madras, ho visto questo, ho visto quello!” E invece no, egli è stato visto molto più di quanto non abbia visto.
Henri Michaux, Un barbaro in Asia

Il 2020 iniziò a mezzanotte in punto su una terrazza di Jaipur, mentre ballavo musica dance indiana. A dire il vero mi ero già rassegnata ad andare a letto presto, ma dalla strada avevo sentito chiaramente della musica ad alto volume provenire dall’alto. Chiesi informazioni a un venditore di verdure, il quale mi confermò che lassù c’era un party. L’ingresso costava millecinquecento rupie – una discreta somma per gli standard locali – ma l’uomo si rivelò amico del receptionist: mi accompagnò all’ingresso, me lo presentò e in pochi minuti mi ritrovai nel bel mezzo della festa, allietata da un concerto. 

Camminando nel centro storico, si capisce subito perché Jaipur sia soprannominata la città rosa. Per raggiungere il Palazzo dei Venti impiegai più del previsto, intralciata da bancarelle, commercianti che attaccavano bottone e scimmie dispettose. Lungo il tragitto incontrai Sharik, un tipo affascinante con i capelli lunghi, la barba nera, i tratti iraniani e le mani cariche di anelli. Mi agganciò con la parlantina di un attore consumato: parlava un po’ di italiano, un po’ di spagnolo e soprattutto il portoghese, dato che insegnava yoga a Rio de Janeiro. Il suo impiego principale in quel momento era vendere gioielli nel negozio di famiglia. Quando capì che non avrei mai acquistato un costoso monile, mi portò sul tetto a guardare la città dall’alto. In primo piano svettava proprio il celebre Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti: una facciata di cinque piani in arenaria color salmone, traforata da oltre novecento piccole finestre. Questa architettura un tempo permetteva alle donne della famiglia reale di osservare la strada senza essere viste e, al tempo stesso, garantiva la circolazione di un flusso di aria fresca fondamentale in una città, in altre stagioni, particolarmente torrida. 

Il sole splendeva e le temperature si erano fatte lievemente più miti: con l’umore risollevato salutai Sharik e mi diressi verso il City Palace. All’ora di pranzo mi capitò il tipico imbucamento indiano: questa volta non era un matrimonio, ma un banchetto nel cortile di un tempio. Camerieri eleganti in livrea reggevano vassoi dorati, riempiendoli di polpette fritte e mestolate di intingoli caldi che attingevano da secchi di metallo. I tavoli erano rasoterra, piccolissimi e rivestiti di tessuto. Il cortile era addobbato con palloncini e ghirlande di fiori; tutti si mostrarono di un’estrema gentilezza e la parte migliore, oltre alla presenza degli squisiti gelati kulfi, fu scoprire che quel cibo era stato benedetto prima del servizio. L’anno del Covid iniziava sotto i migliori auspici.

Jodhpur, la città indaco

Il “paradiso delle spezie” si nascondeva nel budello rumoroso del centro storico di Jodhpur. Sulla strada si apriva la classica bancarella che esponeva legumi, cereali a peso e prodotti di drogheria; subito accanto si entrava nel locale vero e proprio, che fungeva anche da ingresso per l’abitazione. Fino a quindici anni prima nella “città indaco” l’accoglienza per i turisti era quasi inesistente, ma nel frattempo si erano organizzati.

Quel commerciante offriva anche lezioni di cucina e volle insegnarmi a preparare il masala chai, sperando che acquistassi qualcuno dei suoi ingredienti. Versò in un pentolino mezzo litro di latte in busta, due cucchiaini di tè e mezzo cucchiaino di masala, una miscela di cardamomo, cannella e pepe; quindi fece bollire l’infuso per cinque volte e lo filtrò prima di servirlo nelle tazze. Mentre aggiungeva lo zucchero, l’uomo mi confessò che era la prima volta, in quarantasette anni di vita, che vedeva la temperatura di Jodhpur scendere a quattro gradi.

In casa, oltre all’anziana madre – ottantotto anni, sistemata su una brandina al centro della stanza – e alla moglie, momentaneamente fuori città, vi abitava la famiglia di uno dei fratelli. Il nipote quattordicenne era appena rientrato dal doposcuola. Frequentava un istituto privato molto rigido e, a causa di alcune difficoltà, i docenti avevano raccomandato ai genitori di fargli frequentare lezioni private pomeridiane. Il sistema scolastico pubblico godeva di pessima fama ovunque: i professori, a detta di tutti, erano più interessati al posto fisso che alla formazione dei ragazzi.

Il forte di Jodhpur è uno dei monumenti più imponenti di tutto il Rajasthan. Torreggia su un massiccio roccioso dello stesso colore rosso bruciato della pietra e fa da corona al disordinato ammasso di case del centro storico. All’interno dei suoi bastioni visitai splendidi palazzi e un museo dove erano esposti cimeli storici: palanchini reali, sedili da elefante, dipinti, armi e armature. 

Un tempo dai parapetti si poteva ammirare il panorama della città, ma l’accesso all’area dei bastioni era stato limitato a causa di un selfie fatale avvenuto nel 2016. L’India deteneva il record mondiale di “killfie”: persone morte mentre cercavano di mettersi in posa davanti a treni in corsa, su imbarcazioni instabili, sul ciglio di burroni o a ridosso di animali selvatici. Per arginare il fenomeno, le autorità avevano dovuto istituire aree dove i selfie erano proibiti, piazzando cartelli che scoraggiavano la pratica nei pressi delle maggiori attrazioni.

Alcuni ordinari raggiri

I Bishnoi sono un popolo di seguaci di Vishnu, famosi per il loro ambientalismo radicale: hanno il divieto assoluto di uccidere animali, abbattere alberi e usare la legna per le pire funebri – motivo per cui, a differenza degli indù, seppelliscono i morti. 

Per visitare i loro villaggi, il manager della residenza storica dove alloggiavo mi propose un pacchetto piuttosto costoso, che includeva anche il tempio di Mata ad Osian. L’esperienza si rivelò fallimentare. Intanto il losco intermediario che gestiva le gite passò gran parte del tempo al telefono ignorando la mia presenza, poi mi condussero in una misera abitazione per osservare un rudimentale telaio che di certo non veniva usato da decenni. Il laboratorio di ceramica saltò del tutto perché, a quanto pareva, il vasaio era deceduto proprio quel giorno. Il panorama “imperdibile” si rivelò una duna modesta, dove si materializzarono due bambini che canticchiarono una filastrocca pretendendo dei soldi.

Quanto al fantomatico villaggio Bishnoi, si riduceva a una singola casa isolata. Gli uomini non indossavano i tradizionali turbanti bianchi, le donne non vestivano di rosso e non c’era traccia della fauna selvatica che avrebbe dovuto pascolare libera. Naturalmente, dell’oppio rituale nessuno fece menzione. L’unico dubbio rimasto era se gli occhi truccati della bambina e l’anello al naso della nonna facessero parte della messinscena o se fossero autentici. In definitiva, tempio di Osian a parte, l’unica iniziativa interessante della giornata fu la visita a una scuola, nata tra l’altro da una mia proposta.

Avevo chiesto di non rientrare a Jodhpur, ma di proseguire direttamente per Jaisalmer. Il manager mi rassicurò che l’autista mi avrebbe lasciata a Phalodi, dove avrei trovato un comodo autobus. Ciò non corrispondeva al vero: in una tesa telefonata con il gestore dell’hotel, fu ordinato al conducente di portarmi fino a destinazione. L’uomo fu dunque obbligato a viaggiare di notte e a dormire fuori casa, quasi certamente senza ricevere una sola rupia in più rispetto al loro accordo iniziale.

Jaisalmer è la città più occidentale del Rajasthan, oltre la quale si estende il deserto del Thar fino al confine con il Pakistan. La cosiddetta “città dorata”, interamente realizzata in pietra arenaria, fu la mia ultima tappa prima di rientrare a Delhi. La zona più suggestiva dove alloggiare era il centro storico, racchiuso dentro le mura del forte, anche se quei meravigliosi palazzi antichi non erano propriamente sinonimo di comfort, specialmente in una stagione così rigida.

Per qualche insondabile ragione, la maggioranza dei ristoranti locali vantava un menu italo-indiano; in uno di questi consumai una cena a base di spaghetti al pomodoro e origano. Il titolare era un uomo imponente e distinto, naturalmente munito di baffi, che si mise a mia completa disposizione per qualunque necessità: treni, voli, auto o guide. Quando gli spiegai la mia diffidenza raccontandogli la spiacevole esperienza di Jodhpur, annuì comprensivo.

Il mio nuovo amico, oltre a conoscere la storia e la cultura del Rajasthan, sosteneva di saper leggere la mano. Mi rassicurò dicendo che mi avrebbe rivelato soltanto cose positive e utili per affrontare la vita. Con la mia mano nella sua, cercò a lungo un punto debole: tentò con il lavoro, con l’amore, con la salute, ma senza successo. Alla fine la buttò sul sesso, forse sperando che gli confessassi di essere in cerca di un macho rajastano baffuto proprio a Jaisalmer. Quando passò a illustrarmi gli effetti benefici delle gemme – alcune delle quali incastonate nei suoi numerosi anelli – fui costretta a bloccarlo, dichiarando che non credevo affatto al loro potere e che, anzi, non nutrivo proprio alcun interesse per i gioielli. La conversazione si era trascinata per un’ora e mezza, ma alla fine avevo capito dove stesse andando a parare.

Molti indiani si arrangiano come possono e dimostrano una notevole astuzia nelle piccole truffe ai danni dei turisti, ma raramente esagerano. Al massimo estorcono qualche rupia di troppo per il noleggio di un’auto con conducente o per una cena nel ristorante consigliato; altre volte riescono a spillare denaro per finte donazioni benefiche o a convincerti ad acquistare tappeti, gioielli e finti marmi.

Secondo l’opinione del mio padrone di casa, però, le vittime preferite non erano i turisti occidentali, bensì gli indiani non residenti. «Quando tornano nella terra natia», disse «sono così inebriati dal proprio status di ricchi emigrati che non battono ciglio di fronte a nessuna cifra; al contrario, preferiscono comprare l’oggetto più costoso, anche se vale pochissimo».

Eravamo nel gelido atrio del suo palazzo di famiglia e l’uomo era intabarrato in una sciarpa alla maniera indiana, avvolta intorno al mento e annodata sulla cima della testa, sormontata a sua volta da un cappello di peluche. Mentre sedeva su un gradino a leggere il giornale, mi espose alcune riflessioni personali: «I treni ce li hanno portati gli inglesi» esordì. «Le strade ce le hanno portate gli inglesi. Il governo, la democrazia, le coltivazioni di tè, gli ospedali, le scuole… in pratica la civiltà ce l’hanno portata gli inglesi. Se non fosse per loro, adesso saremmo ancora una società primitiva. Certo, sono cose introdotte molto tempo fa e oggi a volte appaiono anacronistiche, ma prendere o lasciare». Terminata la lettura dei quotidiani, preparò la sua personale ricetta del masala chai – che lui preparava solo con zenzero, pepe e cardamomo – e infine, rimasto in canottiera, si diresse verso il lavandino per farsi la barba.

In treno verso Delhi

Per tornare a Nuova Delhi fui costretta a comprare un biglietto ferroviario per la classe “no AC”, fornita solo di ventilatori, del tutto inutili in inverno. Seguendo i consigli ricevuti, prima della partenza acquistai una coperta pesante e qualcosa da mangiare, anche se poi le occasioni per fare rifornimento si rivelarono infinite: su diciannove ore di viaggio, il treno passò circa la metà del tempo immobile sui binari.

Le cuccette, sebbene prive di cuscino, risultarono mediamente comode. La coperta si rivelò fondamentale, anche perché le porte dei vagoni rimasero spalancate per l’intera tratta. La postazione in alto, l’upper bed, fu una scelta strategica: mi consentì di osservare dall’alto la vita della carrozza senza che nessuno mi utilizzasse come scalino o pretendesse di sedersi sul mio letto. Ogni volta che il treno si fermava scendevamo quasi tutti sulla banchina, al punto che finimmo per trascorrere più tempo fuori dai vagoni che dentro.

Durante il viaggio avevo notato che in India quasi nessuno portava gli occhiali da vista. Escludendo che la genetica locale fosse immune a miopia o astigmatismo, intuii che l’uso degli occhiali dipendesse da fattori socio-economici. Sviluppai così una teoria (non nuovissima, la conoscevano anche i Khmer rossi): se si ha bisogno di un’informazione, conviene sempre rivolgersi a qualcuno che porta gli occhiali, perché è statisticamente molto più probabile che abbia studiato e che parli inglese.

Appena arrivata a Delhi, questa tesi trovò conferma. Il ragazzo che fermai era uno studente universitario e si espresse in un inglese impeccabile. Peccato che poi l’autista del risciò, a cui lo studente aveva spiegato di portarmi in un bar con connessione wifi e servizi igienici decenti, si perse nel traffico costringendomi a scendere. L’unico mio obiettivo a Delhi era far passare le ore prima del volo per l’Italia, ma non conclusi granché: anche il tentativo di concedermi un massaggio saltò nel momento in cui, mentre aspettavo sul divano, un topo mi passò tra i piedi.

Arrivai in aeroporto con largo anticipo. L’assurdità degli scali indiani, oltre alla bizzarra ossessione di sequestrare ogni singolo accendino nascosto tra le pieghe del bagaglio, consiste nel fatto che, una volta superati i controlli d’ingresso alla struttura, non è più permesso uscire. Arrivando molte ore prima del volo, quando i banchi del check-in sono ancora chiusi, si resta intrappolati in una sorta di limbo extraterritoriale, tra l’altro privo di aree fumatori. Inizialmente mi spazientii, ma poi mi ricordai che in India il tempo è relativo e accettai di buon grado anche questo. Senza sapere che, di lì a poche settimane, in quella stessa trappola di voli bloccati e porte chiuse ci sarebbe finito il mondo intero.


ALTRA ASIA ORIENTALE

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